Motore immobile

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Aristotele

Nel pensiero di Aristotele, il concetto di motore immobile o primo motore (in greco πρῶτον κινοῦν ἀκίνητον, in latino primum movens) rappresenta la causa ultima del divenire dell'Universo. Poiché ogni trasformazione ha una causa, all'origine della catena di cause ed effetti deve darsi, secondo Aristotele, una causa priva di causa o causa prima, ovvero una fonte originaria del moto priva di moto. Aristotele introduce il concetto nella Metafisica.

Dio, ultimo atto puro[modifica | modifica wikitesto]

Nel divenire, come l'intende Aristotele, ogni passaggio dalla potenza all'atto presuppone un essere in atto. Così la trasformazione dell'uovo in pulcino presuppone l'esistenza di una gallina in atto.

Soltanto l'essere in atto fa sì che un ente in potenza possa evolversi; l'argomento ontologico diventa così teologico per passare alla dimostrazione della necessità dell'essere in atto.[1]

Il divenire è tale per cui ogni oggetto è mosso da un altro, questo da un altro ancora, e così via a ritroso, ma alla fine della catena deve esistere un motore immobile, da cui derivi il movimento iniziale ma che a sua volta non sia mosso da altro, altrimenti la catena proseguirebbe nel raggiungimento di una causa prima.

Dio è la causa prima di ogni movimento: egli infatti è "motore" perché è la meta finale a cui tutto tende, "immobile" perché causa incausata, essendo già realizzato in se stesso come «atto puro».[2]

Tutti gli enti risentono della sua forza d'attrazione perché l'essenza, che in costoro è ancora qualcosa di potenziale, in Lui giunge a coincidere con l'esistenza, cioè è tradotta definitivamente in atto: il Suo essere non è più una possibilità, ma una necessità. In Lui tutto è compiuto perfettamente, e non v'è nessuna traccia del divenire, perché questo è appunto solo un passaggio. Non vi è neppure l'imperfezione della materia che continua invece a sussistere negli enti inferiori, i quali sono ancora una mescolanza, un insieme non coincidente di essenza ed esistenza, di potenza ed atto, di materia e forma.

« Il primo motore dunque è un essere necessariamente esistente, e in quanto la sua esistenza è necessaria si identifica col bene, e sotto tale profilo è principio. […] Se, pertanto, Dio è sempre in uno stato di beatitudine, che noi conosciamo solo qualche volta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore essa deve essere oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio, è appunto, in tale stato! [3] »

Nella concezione cosmologica aristotelica Dio muove il cielo delle stelle fisse come causa finale non come causa efficiente che implicherebbe lo spostamento materiale per il movimento mentre Dio, atto puro è una realtà immateriale.

La divinità poi non può avere contatti né interessarsi del mondo: essendo una realtà somma non può occuparsi, sminuendosi, di una realtà inferiore; quindi egli agisce ma come «oggetto di desiderio e amore», come la cosa amata attira l'amante.

Aristotele non ha una concezione monoteista, ma politeista. Riconosce 55 dei tutte divinità intelligenti e buone, che sono poste al di fuori del mondo terrestre. Il Dio aristotelico può essere definito inoltre "mente pura non frammista a materia". Questa espressione sta ad indicare che Dio non può essere materia (quindi potenzialità). Può essere atto in quanto è un elemento attualizzato e concreto.

Dio pensiero di pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Se Dio si limita a farsi amare quale attività egli svolge? Per conseguire la felicità e la perfezione occorre agire e la migliore delle azioni che si possa esercitare è quella legata all'attività noetica, non essendo il pensare soggetto alla corruzione del divenire:

«Riguardo al pensiero […] sembra che esso solo possa esser separato, come l'eterno dal corruttibile» [4]

Ma cosa pensa Dio? Evidentemente il pensiero più alto e cioè se stesso. La sua caratteristica principale è dunque la contemplazione autocosciente fine a se stessa, intesa come «pensiero di pensiero». È estraneo alle vicende degli uomini, ed ha cura di sé stesso.

Questo concetto ebbe una profonda influenza sul pensiero medioevale, a partire dall'opera di Tommaso d'Aquino che si servì del concetto aristotelico come una delle cinque prove dell'esistenza di Dio in base al principio che Ex motu et mutatione rerum (tutto ciò che si muove esige un movente primo perché, come insegna Aristotele nella Metafisica: "Non si può andare all'infinito nella ricerca di un primo motore").

Un riferimento alla concezione aristotelica si ritrova nella Divina Commedia di Dante che si conclude con il verso riferito a Dio come «... L'amor che move il sole e l'altre stelle» [5]

Ma mentre in Dante Dio agisce provvidenzialmente con il suo amore verso gli uomini cosicché è il suo amore che mette in moto l'universo per Aristotele la divinità non interviene sul mondo, essa è impassibile perfezione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La teologia come «scienza del divino» è per Aristotele la filosofia nel senso più alto, essendo «scienza dell'essere in quanto essere» (Metafisica, VI, 1, 1026 a, 2-21).
  2. ^ La caratteristica del suo essere "puro" dipende dal fatto che in Dio, come atto finale compiuto, non vi è la minima presenza della materia, la quale è soggetta a continue trasformazioni e quindi a corruzione.
  3. ^ Aristotele, Metafisica XII (Λ), 1072, b 9-30
  4. ^ Aristotele, Dell'anima, II, 1, 413b
  5. ^ Dante, Paradiso, XXXIII,145

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Giacon, La causalità del motore immobile, ed. Antenore, 1969
  • Ubaldo Nicola, Antologia di filosofia. Atlante illustrato del pensiero, Giunti Editore, p.95

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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