Dante Alighieri

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Sandro Botticelli, Dante Alighieri, Olio su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri e anche noto con il solo nome Dante, della famiglia Alighieri (Firenze, tra il 22 maggio e il 13 giugno 1265Ravenna, 14 settembre 1321), è stato un poeta, scrittore e politico italiano. Considerato, al pari di Francesco Petrarca, il padre della lingua italiana, è l'autore della Comedìa, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in italiano e uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale[1]. Il suo nome, secondo la testimonianza di Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante[2]: nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante Alighieri si affermò solo con l'avvento di Boccaccio. È conosciuto come il Sommo Poeta, o, per antonomasia, il Poeta. Grazie a Dante la lingua volgare raggiunse altissimi livelli espressivi.

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Il calcolo della data di nascita[modifica | modifica wikitesto]

La data di nascita di Dante è sconosciuta, anche se solitamente viene indicata attorno al 1265, sulla base di alcune allusioni autobiografiche riportate nella Vita Nova e nella cantica dell'Inferno, che comincia con il celeberrimo verso "Nel mezzo del cammin di nostra vita". Poiché la metà della vita dell'uomo è, per Dante, il trentacinquesimo anno di vita[3][4], e che il viaggio immaginario avviene nel 1300, si risalirebbe al 1265. Alcuni versi del Paradiso ci dicono, poi, che egli nacque sotto il segno dei Gemelli, quindi in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno[5]:

« O gloriose stelle, o lume pregno
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

con voi nasceva e s'ascondeva vosco
quelli ch'è padre di ogni mortal vita
quand'io senti' di prima l'aere tosco »

(Paradiso, XXII, vv. 112-117.)
Luca Signorelli, Dante, affresco, 1499-1502, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Tuttavia, se sconosciuto è il giorno della sua nascita, certo invece è quello del battesimo: il 27 marzo 1266, di Sabato Santo[6]. Quel giorno vennero portati al sacro fonte tutti i nati dell'anno per una solenne cerimonia collettiva. Dante venne battezzato con il nome di Durante, poi sincopato in Dante, in ricordo di un parente ghibellino[7]. Pregna di rimandi classici è la leggenda narrata da Boccaccio riguardo la nascita di Dante. Secondo il Certaldese, la madre di Dante, poco prima di darlo alla luce, ebbe una visione: sognò di trovarsi sotto un alloro altissimo, in mezzo a un vasto prato con una sorgente zampillante insieme al piccolo Dante appena partorito, e di vedere il bimbo tendere la piccola mano verso le fronde, mangiare le bacche e trasformarsi in un magnifico pavone[8][9].

La famiglia paterna e materna[modifica | modifica wikitesto]

Dante nacque nell'importante famiglia fiorentina degli Alighieri, legata alla corrente dei guelfi, un'alleanza politica coinvolta in una complessa opposizione ai ghibellini; gli stessi guelfi si divisero poi in guelfi bianchi e guelfi neri. Dante credeva che la sua famiglia discendesse dagli antichi Romani[10], ma il parente più lontano di cui egli fa nome è il trisavolo Cacciaguida degli Elisei[11], vissuto intorno al 1100. Dal punto di vista giuridico, perciò, la presunta nobiltà derivantegli da questa ascendenza, già di per sé dubbia, si era comunque estinta da tempo. Il nonno paterno, Bellincione, era un popolano, e un popolano sposò la sorella di Dante[9]. Suo padre, Aleghiero o Alighiero di Bellincione, svolgeva la non gloriosa professione di compsor (cambiavalute), con la quale riuscì a procurare un dignitoso decoro alla numerosa famiglia. Era un guelfo ma senza ambizioni politiche: per questo i ghibellini, dopo la battaglia di Montaperti non lo esiliarono come altri guelfi, giudicandolo un avversario non pericoloso[9]. La madre di Dante si chiamava Bella degli Abati, figlia di Durante Scolaro[12][13] e appartenente ad un'importante famiglia ghibellina locale[9]. ll figlio Dante non la citerà mai tra i suoi scritti, col risultato che di lei possediamo pochissime notizie biografiche. Bella morì quando Dante aveva cinque o sei anni, e Alighiero presto si risposò, forse tra il 1275 e il 1278[14], con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Da questo matrimonio nacquero Francesco e Tana (Gaetana) e forse anche - ma potrebbe essere stata anche figlia di Bella degli Abati - un'altra figlia ricordata dal Boccaccio come moglie del banditore fiorentino Leone Poggi e madre del suo amico Andrea Poggi[14]. Si ritiene che a lei alluda Dante inVita Nova XXIII, 11-12, chiamandola «donna giovane e gentile [...] di propinquissima sanguinitade congiunta»[14].

La formazione intellettuale[modifica | modifica wikitesto]

I primi studi e Brunetto Latini[modifica | modifica wikitesto]

Codice miniato raffigurante Brunetto Latini, Biblioteca Medicea-Laurenziana, Plut. 42.19, Brunetto Latino, Il Tesoro, fol. 72, secoli XIII-XIV.

Della formazione di Dante non si conosce molto, in realtà. Con ogni probabilità, egli seguì l'iter educativo proprio dell'epoca, che si basava sulla formazione presso un grammatico (conosciuto anche con il nome di doctor puerorum) con il quale apprendere prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell'educazione medioevale[15][16]: teologia, filosofia, fisica, astronomia da un lato (Quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall'altro (Trivio). Come si può dedurre da Convivio II, 12, 2-4, l'importanza del latino quale veicolo del sapere era fondamentale per la formazione dello studente, in quanto la ratio studiorum si basava essenzialmente sulla lettura di Cicerone e di Virgilio da un lato, e del latino medievale dall'altro (Arrigo da Settimello, in particolare)[17].

L'educazione ufficiale era poi accompagnata dai contatti "informali" con gli stimoli culturali provenienti ora da altolocati ambienti cittadini, ora dal contatto diretto con viaggiatori e mercanti stranieri che importavano, in Toscana, le novità filosofiche e letterarie dei rispettivi Paesi d'origine[17]. Dante ebbe la fortuna di incontrare, negli anni '80, il politico ed erudito fiorentino Ser Brunetto Latini, reduce da un lungo soggiorno in Francia sia come ambasciatore della Repubblica, sia come esiliato politico. L'effettiva influenza di Ser Brunetto sul giovane Dante è stata oggetto di studio da parte di Francesco Mazzoni[18] prima e di Giorgio Inglese[19] poi. Entrambi i filologi, nei loro studi, cercarono di inquadrare l'eredità dell'autore del Tresor sulla formazione intellettuale del giovane concittadino. Dante, da parte sua, ricordò commosso la figura del Latini nella Commedia, rimarcandone l'umanità e l'affetto ricevuto:

« ...e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna... »

(Inferno, Inferno, Canto XV, vv.82-85)

Da questi versi, Dante espresse chiaramente l'apprezzamento di una letteratura intesa nel suo senso "civico"[15], nell'accezione di utile per la comunità in cui il poeta vive, comunità che serberà il ricordo del poeta benefattore anche dopo la sua morte. Umberto Bosco e Giovanni Reggio, inoltre, rimarcano l'analogia tra il messaggio dantesco e quello manifestato da Brunetto nel Tresor, come si evince dalla volgarizzazione toscana dell'opera operata da Bono Giamboni[20].

Lo studio della filosofia[modifica | modifica wikitesto]

« E da questo imaginare cominciai ad andare là dov’ella [la Donna Gentile] si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti. Sì che in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire de la sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. »
(Convivio, 12 7)

Dante, all'indomani della morte dell'amata Beatrice (in un periodo oscillante tra il 1291 e il '94/'95[21]), cominciò a raffinare la propria cultura filosofica frequentando le scuole filosofiche organizzate dai domenicani di Santa Maria Novella e dai francescani di Santa Croce. Se gli ultimi erano ereditari del pensiero di Bonavantura da Bagnoregio, i primi erano ereditari della lezione aristotelico-tomista di Tommaso d'Aquino, permettendo a Dante di approfondire (forse grazie all'ascolto diretto di Fra' Remigio de' Girolami[22]) il Filosofo per eccellenza della cultura medievale[23]. Inoltre, la lettura dei commenti di intellettuali che si opponevano all'interpretazione tomista (quali l'arabo Averroè), permise a Dante di adottare una sensibilità «polifonica dell’aristotelismo»[24].

I presunti legami con Bologna e Parigi[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Vasari, Sei poeti toscani (da destra: Cavalcanti, Dante, Boccaccio e Petrarca; dietro, da destra: Cino da Pistoia e Guittone d'Arezzo), pittura ad olio, 1544, conservata presso il Minneapolis Institute of Arts. Considerato uno dei maggiori lirici volgari del XIII secolo, Cavalcanti fu la guida e il primo interlocutore poetico di Dante, quest'ultimo poco più giovane di lui.

Alcuni critici[25] ritengono che Dante abbia studiato presso l'Università di Bologna, ma non vi sono prove in proposito[26]. In un verso de Paradiso (Che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidïosi veri[27]), Dante allude a Rue du Fouarre, dove si svolgevano le lezioni della Sorbona: questo ha fatto pensare a qualche commentatore, in modo puramente congetturale, che Dante possa essersi realmente recato a Parigi tra il 1309 e il 1310[28][29]. Invece è molto probabile che Dante soggiornasse a Bologna tra l'estate del 1286 e quella del 1287 dove conobbe Bartolomeo da Bologna[30] alla cui interpretazione teologica dell'Empireo Dante in parte aderisce[31].

La lirica volgare. Dante e l'incontro con Cavalcanti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stilnovismo.

Oltre agli studi ufficiali, Dante ebbe modo di partecipare alla vivace cultura letteraria ruotante intorno alla lirica volgare. Negli anni '60 del XIII secolo, in Toscana giunsero i primi influssi della "Scuola siciliana", movimento poetico sorto intorno alla corte di Federico II di Svevia e che rielaborò le tematiche amorose della lirica provenzale. I letterati toscani, subendo gli influssi delle liriche di Giacomo da Lentini e di Guido delle Colonne, svilupparono una lirica orientata sia verso l'amor cortese, ma anche verso la politica e l'impegno civile. Guittone d'Arezzo e Bonaggiunta Orbicciani, vale a dire i principali esponenti della cosiddetta scuola siculo-toscana, ebbero un seguace nella figura del fiorentino Chiaro Davanzati[32], il quale importò il nuovo codice poetico all'interno delle mura della sua città. Fu proprio a Firenze, però, che alcuni giovani poeti (capeggiati dal nobile Guido Cavalcanti) espresseero il loro dissenso nei confronti della complessità stilistica e linguistica siculo-toscana, propugnando al contrario una lirica più dolce e soave: in una parola, il Dolce Stilnovo. Dante si trovò nel pieno di questo dibattito letterario: nelle sue prime opere è evidente il legame (seppur tenuo[33]) sia con la poesia toscana di Guittone e di Bonagiunta[34], sia con quella più schiettamente occitana[35]. Presto, però, il giovane si legò ai dettami della poetica stilnovista, cambiamento favorito dall'amicizia che lo legava al più anziano Cavalcanti[36].

Il matrimonio con Gemma Donati[modifica | modifica wikitesto]

Quando Dante aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent'anni nel 1285[15][37]. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell'epoca; lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva atti formali sottoscritti davanti ad un notaio. La famiglia a cui Gemma apparteneva - i Donati - era una delle più importanti nella Firenze tardo-medievale e in seguito divenne il punto di riferimento per lo schieramento politico opposto a quello del poeta, i guelfi neri. Politicamente, Dante apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi che, pur trovandosi nella lotta per le investiture schierati col papa, contavano molte famiglie della nobiltà signorile e feudale più antica ed erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale papale. Il matrimonio tra i due non dovette essere molto felice, secondo la tradizione raccolta dal Boccaccio e fatta propria poi nell'Ottocento da Vittorio Imbriani[38]. Dante, infatti, non scrisse un solo verso alla moglie, mentre di costei non ci sono pervenute notizie sulla sua effettiva presenza al fianco del marito durante l'esilio. Comunque sia, l'unione generò tre figli: Jacopo, Pietro e Antonia, e un possibile quarto, Giovanni[37][39]. Dei tre certi, Pietro fu giudice a Verona e l'unico che continuò la stirpe degli Alighieri, in quanto Jacopo scelse di seguire la carriera ecclesiastica, mentre Antonia divenne monaca con il nome di Sorella Beatrice, sembra nel Convento delle Olivetane a Ravenna[37].

Impegni politici e militari[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guelfi bianchi e neri e Storia di Firenze § Gli Ordinamenti di Giustizia.
Giovanni Villani, Corso Donati fa liberare dei prigionieri, in Cronaca, XIV secolo. Corso Donati, esponente di punta dei Neri, fu acerrimo nemico di Dante, il quale lancerà contro di lui violenti attacchi nei suoi scritti[40].

Poco dopo il matrimonio, Dante cominciò a partecipare, come cavaliere, ad alcune campagne militari che Firenze stava conducendo contro i suoi nemici esterni, tra cui Arezzo (battaglia di Campaldino dell'11 giugno 1289) e Pisa (presa di Caprona, 16 agosto 1289)[15]. Successivamente, nel 1294, avrebbe fatto parte della delegazione di cavalieri che scortò Carlo Martello d'Angiò (figlio di Carlo II d'Angiò) quando questi si trovava a Firenze[41]. L'attività politica prese Dante a partire dai primi anni '90, in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica. Nel 1293 entrarono in vigore gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, che escludevano l'antica nobiltà dalla politica permettendo ai ceti intermedi di ottenere ruoli nella Repubblica, purché iscritti a un'Arte. Dante, in quanto nobile, fu escluso dalla politica cittadina fino al 6 luglio del 1295, quando furono promulgati i Temperamenti, leggi che ridiedero ai nobili di rivestire ruoli istituzionali, purché si immatricolassero alle Arti[15]. Dante, pertanto, si iscrisse all'Arte dei Medici e Speziali. L'esatta serie dei suoi incarichi politici non è conosciuta, poiché i verbali delle assemblee sono andati perduti. Comunque, attraverso altre fonti, si è potuta ricostruire buona parte della sua attività: fu nel Consiglio del popolo dal novembre 1295 all'aprile 1296[42]; fu nel gruppo dei "Savi", che nel dicembre 1296 rinnovarono le norme per l'elezione dei priori, cioè dei massimi rappresentanti di ciascuna Arte; dal maggio al dicembre del 1296 fece parte del Consiglio dei Cento[42]. Fu inviato talvolta nella veste di ambasciatore, come nel maggio del 1300 a San Gimignano. Nel frattempo, all'interno del partito guelfo fiorentino si produsse una frattura gravissima tra il gruppo capeggiato dai Donati, fautori di una politica conservatrice ed aristocratica (Guelfi Neri), e quello invece fautore di una politica moderatamente popolare (Guelfi Bianchi), capeggiato dalla famiglia Cerchi[43]. La scissione, dovuta anche a motivi di carattere politico ed economico (i Donati, esponenti dell'antica nobiltà, erano stati surclassati in potenza dai Cerchi, considerati dai primi dei parvenu[43]), generò una guerra intestina cui Dante non si sottrò schierandosi, moderatamente[42], dalla parte dei Guelfi Bianchi.

Lo scontro con Bonifacio VIII (1300)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'anno del 1300, Dante fu eletto quale uno dei sette priori (ovvero le massime cariche della Repubblica) per il bimestre 15 giugno-15 agosto[42][44]. Nonostante l'appartenenza al partito guelfo, egli cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico papa Bonifacio VIII, dal poeta intravisto come supremo emblema della decadenza morale della Chiesa. Con l'arrivo del cardinale Matteo d'Acquasparta, inviato dal pontefice in qualità di paciere, almeno nominalmente (in realtà spedito dal papa per ridimensionare la potenza della parte dei Guelfi Bianchi, in quel periodo in piena ascesa sui Neri[45]), Dante riuscì ad ostacolare il suo operato.

Arnolfo di Cambio, statua di Bonifacio VIII, 1298 ca, conservato presso il Museo dell'Opera del Duomo, Firenze.

Sempre durante il suo priorato, Dante approvò il grave provvedimento con cui furono esiliati, nel tentativo di riportare la pace all'interno dello Stato, otto esponenti dei Guelfi Neri e sette di quelli Bianchi, compreso Guido Cavalcanti[46], che di lì a poco morirà in Sarzana. Questo provvedimento avrà delle serie ripercussioni per gli sviluppi degli eventi futuri. Non solo si rivelò una disposizione inutile (i Neri temporeggiano di partire per l'Umbria, il posto destinato al loro confino[47]), ma tale decreto fece rischiare un colpo di stato da parte dei Neri stessi, grazie al segreto supporto del cardinale D'Aquasparta[48]. Inoltre, il provvedimento attirò sui suoi fautori (quindi Dante compreso) sia l'odio della parte nemica sia la diffidenza degli "amici". Nel frattempo, le relazioni tra Bonifacio e il governo dei bianchi peggiorò ulteriormente a partire dal mese di settembre, allorché i nuovi priori (succeduti al collegio di cui fece parte Dante) revocarono immediatamente il bando per i bianchi[47], mostrando la loro partigianeria e dando così al legato papale di scagliare l'anatema su Firenze[47]. Con l'invio di Carlo di Valois a Firenze, mandato dal papa come nuovo paciere (ma di fatto conquistatore) al posto del cardinale d'Aquasparta, la Repubblica spedì, nel tentativo di distogliere il papa dalle sue mire egemoniche, a Roma un'ambasceria di cui faceva parte essenziale Dante stesso, accompagnato da Maso Minerbetti e da Corazza da Signa[49].

L'inizio dell'esilio (1301-1304)[modifica | modifica wikitesto]

Carlo di Valois e la caduta dei bianchi[modifica | modifica wikitesto]

Dante si trovava quindi a Roma[50], sembra trattenuto oltre misura da Bonifacio VIII, quando Carlo di Valois, al primo subbuglio cittadino, prese pretesto per mettere a ferro e fuoco Firenze con un colpo di mano. Il 9 novembre 1301, quindi, i conquistatori imposero come podestà Cante Gabrielli da Gubbio[51]. Questi, appartenente ai guelfi neri, diede inizio ad una politica di sistematica persecuzione degli esponenti politici di parte bianca ostili al papa, fatto che si risolse alla fine nella loro uccisione o nell'esilio. Con due condanne successive, quella del 27 gennaio e quella del 10 marzo 1302[42], che colpirono inoltre numerosi esponenti delle famiglie dei Cerchi, il poeta fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Da quel momento, Dante non rivide più la sua amata città Firenze.

I tentativi di rientro. La battaglia di Lastra (1304)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo i falliti tentati colpi di mano del 1302, Dante, in qualità di capitano dell'esercito degli esuli, organizzò insieme a Scarpetta Ordelaffi, capo del partito ghibellino e signore di Forlì (presso il quale Dante si era rifugiato)[52], un nuovo tentativo di rientrare a Firenze. L'impresa, però, fu sfortunata: il podestà di Firenze, un altro forlivese (nemico degli Ordelaffi), Fulcieri da Calboli, riuscì ad avere la meglio nella battaglia di Castel Puliciano; fallita anche l'azione diplomatica, nella estate del 1304, del cardinale Niccolò da Prato[53], legato pontificio di papa Benedetto XI (sul quale Dante aveva riposto molte speranze[54]), il 20 luglio dello stesso anno i Bianchi, riuniti alla Lastra, una località a pochi chilometri da Firenze, decisero di intraprendere un nuovo attacco militare contro i Neri[55]. Dante, ritenendo corretto aspettare un momento politicamente più favorevole, si schierò contro l'ennesima lotta armata, trovandosi in minoranza al punto che i più intransigenti formularono su di lui dei sospetti di tradimento, decise di non partecipare alla battaglia e prendere le distanze dal gruppo. Come preventivato dallo stesso, la battaglia di Lastra fu un vero e proprio fallimento con la morte di quattrocento uomini fra ghibellini e bianchi[55]. Il messaggio profetico ci arriva da Cacciaguida:

« Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso. »
(Paradiso, Canto XVII, 67-69)
Il castello-palazzo vescovile di Castelnuovo dove Dante nel 1306 pacificò i rapporti tra i Marchesi Malaspina e i Vescovi-Conti di Luni

La prima fase dell'esilio (1304-1310)[modifica | modifica wikitesto]

Tra Forlì e la Lunigiana dei Malaspina[modifica | modifica wikitesto]

Dante fu, dopo la battaglia della Lastra, ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli stessi Ordelaffi. Il soggiorno forlivese non durò a molto, in quanto l'esule si spostò prima a Bologna (1305), poi a Padova nel 1306 ed infine nella Marca Trevigiana[28] presso Gherardo III da Camino[56]. Da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina di Giovagallo, conosciuto da Dante a Bologna quando era Capitano del Popolo. In Lunigiana (regione in cui giunse nella primavera del 1306), Dante ebbe l'occasione di negoziare la missione diplomatica per una ipotesi di pace tra i Malaspina e il vescovo-conte di Luni. In qualità di procuratore plenipotenziario dei Malaspina, Dante riuscì a far firmare da ampo le parti la pace di Castelnuovo del 6 ottobre del 1306[29], successo che gli fece guadagnare la stima e la gratitudine dei suoi protettori. L'ospitalità malaspiniana è celebrata nel Canto VIII del Purgatorio, ove al termine del componimento Dante formula alla figura di Corrado Malaspina il Giovane l'elogio del Casato[57], strutturato com'è sulla prima terzina del Poema:

Monumento a Dante Alighieri a Villafranca in Lunigiana presso la tomba sacello dei Malaspina
« [...] e io vi giuro .../ ... che vostra gente onrata.../sola và dritta e 'l mal cammin dispregia. »
(Pg VIII, vv. 127-132)

Sempre in questi anni, Dante fu ospite di Guido di Battifolle, signore di Poppi, presso il quale inizierà il De Vulgari Eloquentia e la cantica dell'Inferno[29].

La discesa di Arrigo VII (1310-1313)[modifica | modifica wikitesto]

Il Ghibellin fuggiasco[modifica | modifica wikitesto]

Il soggiorno malaspiniano durò soltanto tre anni. Infatti, Dante ritornò a Forlì nel 1310, da cui ebbe la notizia, nel mese di ottobre[29], della discesa in Italia del nuovo imperatore Arrigo VII. Dante guardò a quella spedizione con grande speranza, in quanto vi intravedeva non soltanto la fine dell'anarchia politica italiana, ma anche la concreta possibilità di rientrare finalmente a Firenze[29]. Infatti, l'imperatore fu salutato dai ghibellini italiani e dai fuoriusciti politici guelfi, connubio che spinse il poeta ad avvicinarsi alla fazione imperiale italiana capeggiata dagli Scaligeri di Verona[58]. Dante, che tra il 1308 e il 1311 stava scrivendo il De Monarchia, manifestò le sue aperte simpatie imperiali, scagliando una violenta lettera contro i fiorentini il 31 marzo del 1311[29] e giungendo, sulla base di quanto affermato nell'epistola indirizzata ad Arrigo, ad incontrare l'imperatore stesso in un colloquio privato[59]. Non sorprende, pertanto, che Foscolo giungerà a definire Dante come un ghibellino:

« E tu prima, Firenze, udivi il carme

Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco, »

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 173-174)

Il sogno dantesco di una renovatio imperii si infrangerà il 24 agosto del 1313, quando l'imperatore verrà a mancare, improvvisamente, a Buonconvento[60]. Da quella data in poi, le speranze di rientrare a Firenze svaniranno per sempre.

Gli ultimi anni (1313-1321)[modifica | modifica wikitesto]

Il soggiorno veronese (1313-1318)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Della Scala.

All'indomani della morte improvvisa dell'imperatore, Dante accolse l'invito di Cangrande della Scala a risiedere presso la sua corte di Verona[29]. Dante ebbe già modo, in passato, di risiedere nella città veneta, in quegli anni nel pieno della sua potenza. Petrocchi, come delineato prima nel suo saggio Itinerari danteschi e poi nella Vita di Dante[61], ricorda come Dante fosse già stato ospite, per pochi mesi tra il 1303 e il 1304, presso Bartolomeo della Scala, fratello maggiore di Cangrande. Quando poi questi morì nel marzo del 1304, Dante fu costretto a lasciare Verona in quanto il suo successore, Alboino, non era in buoni rapporti col poeta[62]. Quando poi Alboino morì nel 1312, divenne suo successore il di lui fratello Cangrande[63], leader dei ghibellini italiani e protettore (oltreché amico) di Dante stesso[63]. Fu in virtù di questo legame che Cangrande chiamò a sé l'esule fiorentino e i suoi figli, dando loro sicurezza e protezione dai vari nemici che si erano fatti negli anni. L'amicizia e la stima tra i due uomini fu tale che Dante esaltò, nella cantica del Paradiso composta (per la maggior parte) durante il soggiorno veronese, il suo generoso patrono in un panegirico messo in bocca all'avo Cacciaguida:

Cangrande della Scala, in un ritratto immaginario del XVII secolo. Abilissimo politico e grande condottiero, Cangrande fu mecenate della cultura e dei letterati in particolare, stringendo amicizia con Dante.
« Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che ’n su la scala porta il santo uccello;


ch’in te avrà sì benigno riguardo,

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che tra li altri è più tardo.

[...]

Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che ’ suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.


A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici; »

(Paradiso, XVII, vv. 70-75; 85-90)

Il soggiorno ravennate (1318-1321)[modifica | modifica wikitesto]

Dante, per motivi ancora sconosciuti, si allontanò da Verona per approdare, nel 1318, a Ravenna, dove trovò asilo presso la corte di Guido Novello da Polenta. I critici hanno cercato di comprendere le cause dell'allontanamento di Dante dalla città scaligera, visti gli ottimi rapporti che intercorrevano tra Dante e Cangrande. Augusto Torre ipotizzò una missione politica a Ravenna, affidatagli dallo stesso suo prottetore[64]; altri pongono le cause in una crisi momentanea tra Dante e Cangrande, oppure nell'attrattiva da parte del pota di far parte di una corte ove il signore stesso (cioè Guido Novello) si professava tale[65]. Tuttavia, i rapporti con Verona non cessarono del tutto, come testimoniato dalla sua presenza nella città veneta il 20 gennaio 1320, per discutere la Quaestio de aqua et terra, l'ultima sua opera latina[66]. Gli ultimi tre anni di vita trascorsero relativamente tranquilli nella pacifica città romagnola, durante i quali Dante creò un cenacolo letterario frequentato dai figli Pietro e Jacopo[67][68] e da alcuni giovani letterati ravennati, tra i quali Pieraccio Tedaldi e Giovanni Quirini[69]. Per conto del signore di Ravenna svolse occasionali ambascerie politiche[70], come quella che lo condusse a Venezia. All'epoca, la città lagunare in attrito con Ravenna a causa dell'abbattimento di alcune navi veneziane ad opera di galee ravennati. Il doge, infuriato, si alleò con Forlì per muovere guerra a Guido Novello. Questi, ben sapendo che non disponeva dei mezzi necessari per fronteggiare tale invasione, chiese a Dante di intercedere per lui davanti al Senato veneziano. Gli studiosi si sono domandati perché Guido Novello avesse pensato proprio all'ultracinquantenne poeta come suo rappresentante. Alcuni ritengono che sia stato scelto Dante per quella missione in quanto amico degli Ordelaffi signori di Forlì, e quindi in grado di trovare più facilmente una via per comporre le divergenze in campo.

La morte e i funerali[modifica | modifica wikitesto]

L'ambasceria di Dante sortì un buon effetto per la sicurezza di Ravenna, ma fu fatale al poeta. Di ritorno dalla città lagunare, infatti, Dante contrasse la malaria, mentre passava dalle paludose Valli di Comacchio[71]. Le febbri portarono velocemente il poeta cinquantaseienne alla morte, che avvenne a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321[71][72]. I funerali, in pompa magna, furono officiati nella chiesa di San Pier Maggiore (oggi San Francesco) a Ravenna[73], alla presenza delle massime autorità cittadine e dei figli. La morte improvvisa di Dante suscitò ampio rammarico nel mondo letterario, come dimostrato da Cino da Pistoia nella sua Canzone Su per la costa, Amor, de l’alto monte[74].

Le spoglie mortali[modifica | modifica wikitesto]

Le "tombe" di Dante[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Tomba di Dante.
La tomba di Dante a Ravenna

Dante trovò inizialmente sepoltura in un'urna di marmo posta nella chiesa ove si tennero i funerali[73]. Quando, poi, la città di Ravenna passò sotto il controllo della Serenissima, il podestà Bernardo Bembo (padre del ben più celebre Pietro) ordinò all'archittetto Pietro Lombardi, nel 1483, di realizzare un grande monumento che ornasse la tomba del poeta[73]. Ritornata la città, al principio del XVI secolo, agli Stati della Chiesa, i legati pontifici trascurarono le sorti della tomba di Dante, la quale cadde presto in rovina. Nel corso dei due secoli successivi furono compiuti, infatti, solo due tentativi per porre rimedio alle disastrose condizioni in cui il sepolcro versava. Il primo fu nel 1692, quando il cardinale legato per le Romagne Domenico Maria Corsi e il prolegato Giovanni Salviati, entrambi di nobile famiglie fiorentine, provvidero a restaurarla[73]. Nonostante fossero passati pochi decenni, il monumento funebre fu rovinato a causa del sollevamento del terreno sottostante la chiesa, cosa che spinse il cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga ad incaricare l'architetto Camillo Morigia, nel 1780, di progettare il tempietto neoclassico tuttora visibile[73].

Le travagliate vicende dei resti[modifica | modifica wikitesto]

I resti mortali di Dante furono oggetto di diatribe tra i ravennati e i fiorentini già dopo qualche decennio la sua morte, quando l'autore della Commedia fu "riscoperto" dai suoi concittadini grazie alla propaganda operata da Boccaccio[75]. Se i fiorentini le rivendicavano in quanto concittadini dello scomparso, i ravennati volevano che le spoglie rimanessero nel luogo ove il poeta morì[76], ritenendo che i fiorentini non si meritassero i resti di un uomo che avevano dispregiato in vita. Per sottrarre i resti del poeta a un possibile trafugamento da parte di Firenze (rischio divenuto concreto sotto i papi medicei Leone X e Clemente VII[76]), i frati francescani tolsero le ossa dal sepolcro realizzato da Pietro Lombardi, nascondendole in un luogo segreto[76] e rendendo poi, di fatto, il monumento del Morigia un cenotafio. Quando nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione degli ordini religiosi, i frati, che di generazione si erano tramandati il luogo ove si trovavano i resti, decisero di nasconderle in una porta murata dell'attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte[76]. Le spoglie rimasero in quel luogo fino al 1865, allorché un muratore, intento a restaurare il convento in occasione del VI centenario della nascita del poeta, scoprì casualmente sotto una porta murata una piccola cassetta di legno, recante delle iscrizioni in latino a firma di un certo frate Antonio Santi (1677[76]), le quali riportavano che nella scatola erano contenute le ossa di Dante[76]. Effettivamente, all'interno della cassetta fu ritrovato uno scheletro pressoché integro; si provvide allora a riaprire l'urna nel tempietto del Morigia, che fu trovata vuota, fatte salve tre falangi, che risultarono combaciare con i resti rinvenuti sotto la porta murata, certificandone l'effettiva autenticità. La salma fu ricomposta, esposta per qualche mese in un'urna di cristallo e quindi ritumulata all'interno del tempietto del Morigia, in una cassa di noce protetta da un cofano di piombo. Nel sepolcro di Dante, sotto un piccolo altare si trova l'epigrafe in versi latini dettati da Bernardo da Canaccio per volere di Guido Novello, ma incisi soltanto nel 1357[77]:

(LA)

« Iura Monarchiae, Superos Flegetonta, lacusque Lustrando cecini, voluerunt fata quousque. Sed quia pars cessit melioribus hospita castris Auctoremque suum petiit feliciter astris, Hic clauditur Dantes, patriis exterris ab oris, Quem genuit parvi Florentia mater amoris. »

(IT)

« I diritti della monarchia, i cieli e le acque di Flegetonte [gli inferi] visitando cantai finché volsero i miei destini mortali. Poiché però la mia anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sto racchiuso, [io] Dante, esule dalla patria terra, cui generò Firenze, madre di poco amore. »

(Epigrafe)

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo del volgare e l'ottica "civile" della letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo della lingua volgare, definita da Dante nel De Vulgari come Hec est nostra vera prima locutio[78] («il nostro vero primo linguaggio», nella traduzione italiana[79]), fu fondamentale per lo sviluppo del programma letterario di Dante. Con costui, infatti, il volgare assunse lo status di lingua colta e letteraria, grazie alla ferrea volontà, da parte del poeta fiorentino, di trovare un veicolo linguistico comune tra gli italiani, perlomeno tra i governanti[80]. Dante, nei primi passi del De Vulgari, esporrà chiaramente la sua predilizione per la lingua colloquiale e materna rispetto a quella latina, finta e artificiale:

(LA)

« Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia naturalis est nobis, cum illa potius artificialis existat. »

(ITA)

« La più nobile di queste due lingue è il volgare, sia perché fu la prima a essere usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce (pur nelle diversità di pronuncia e di vocabolario che la dividono), sia perché ci è naturale, mentre l’altra è piuttosto artificiale. »

(De Vulgari Eloquentia, I, 1,4)

Proposito della produzione letteraria volgare dantesca, infatti, è quella di essere fruibile da parte del pubblico dei lettori, cercando di abbattere il muro tra i ceti colti (abituati ad interagire fra di loro in latino) e quelli più popolari, affinché anche questi ultimi potessero apprendere contenuti filosofici e morali fino ad allora relegati nell'ambiente accademico. Si ha, quindi, una visione della letteratura intesa come strumento al servizio della società, come verrà esposto programmaticamente nel Convivio:

« E io adunque...a’ piedi di coloro che seggiono [nella mensa dei dotti] ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi. »
(Convivio, I, 10)

Alla scelta di Dante di utilizzare la lingua volgare per scrivere alcune delle sue opere possono avere influito notevolmente le opere di Andrea da Grosseto, letterato del Duecento che utilizzava la lingua volgare da lui parlata, il dialetto grossetano dell'epoca, per la traduzione di opere prosaiche in latino, come i trattati di Albertano da Brescia[81].

La Poetica[modifica | modifica wikitesto]

Il «plurilinguismo» dantesco[modifica | modifica wikitesto]

Con questa felice espressione, il critico letterario Gianfranco Contini ha individuato la straordinaria versatilità di Dante, all'interno delle Rime, nel saper usare più registri linguistici con disinvoltura e grazia armonica[82]. Come già esposto prima, Dante manifesta un'aperta curiosità per la struttura "genetica" della lingua materna degli italiani, concentrandosi sulle espressioni dell'eloquio quotidiano, sui motti e battute più o meno raffinate. Questa tendenza ad inquadrare la ricchezza testuale della lingua materna spinge il letterato fiorentino a realizzare un affresco variopinto finora mai creato nella lirica volgare italiana, come esposto lucidamente da Giulio Ferroni:

« Rispetto alla produzione poetica del volgare italiano della seconda metà del secolo XIII, la Commedia amplia notevolmente gli orizzonti sintattici e lessicali: la varietà stilistica...crea una variazione di registri, attingendo sia alla lingua bassa sia a quella nobile. Dante trae spunti dalla letteratura latina..o da quella in volgare, ma nello stesso tempo ha uno spiccato interesse per il linguaggio parlato, colloquiale, anche nelle forme più vivaci, aggressive e popolaresche. »
(Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380), in Storia della letteratura italiana, vol.2, p. 28)
Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, dettaglio raffigurante Dante, 1509-1510 ca, Stanza della Segnatura, Palazzo Pontificio, Vaticano. Raffaello inserisce Dante tra teologi e dottori della Chiesa, in quanto il poeta fiorentino era ritenuto filosofo e teologo di chiara fama per le opere da lui lasciate in materia religiosa.

Pertanto, come rimarca Guglielmo Barucci: «Non siamo dunque di fronte [nelle Rime] a una progressiva evoluzione dello stile di Dante, ma alla compresenza - anche nello stesso periodo - di forme e stili diversi»[83]. La capacità con cui Dante passa, all'interno delle Rime, da tematiche amorose a quelle politiche, da quelle morali a quelle burlesche, troverà il supremo raffinamento all'interno della Commedia, riuscendo a calibrare la tripartizione stilistica denominata Rota Virgili, secondo la quale ad un determinato argomento deve corrispondere ad un determinato registro stilistico[84]. Nella Commedia infatti, in cui le tre cantiche corrispondono ai tre stili "umile", "mezzano" e "sublime", la rigida tripartizione teorica scema davanti alle esigenze narrative dello scrittore, per cui all'interno dell'Inferno, che dovrebbe corrispondere allo stile più basso, troviamo passi e luoghi di intensissima elevatura stilistica e drammatica, quali l'incontro con Francesca da Rimini e Ulisse. Il plurilinguismo, secondo un'analisi più strettamente lessicale, risente anch'esso dei numerosi idiomi di cui era infarcita la lingua letteraria dell'epoca: vi si trovano, infatti, latinismi, gallicismi e, ovviamente, volgare fiorentino[85].

Lo Stilnovismo dantesco: tra biografismo e spiritualizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Dante ebbe un ruolo fondamentale nel far approdare la lirica volgare a nuove conquiste non soltanto dal punto di vista tecnico-linguistico, ma anche da quello prettamente contenutistico. La spiritualizzazione della figura dell'amata Beatrice e l'impianto vagamente storico in cui la vicenda amorosa è inserita, determinarono la nascita di tratti del tutto particolari all'interno dello stilnovismo[86]. La presenza della figura idealizzata della donna amata (la cosiddetta donna angelo) è un topos ricorrente in Lapo Gianni, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia, ma in Dante assume una dimensione più storicizzata di quella degli altri rimatori. La produzione dantesca, per la sua profondità filosofica può essere confrontata soltanto con quella del maestro Cavalcanti, rispetto alla quale la divergenza verte sulla stessa concezione dell'amore. Se Beatrice è l'angelo che opera la conversione spirituale di Dante sulla Terra e che gli dona la beatitudine celeste[87], la donna amata da Cavalcanti è invece foriera di sofferenza, dolore che allontanerà progressivamnte l'uomo da quella catarsi divina teorizzata dall'Alighieri[88]. Altro traguardo raggiunto da Dante è l'aver saputo far emergere l'introspezione psicologica e l'autobiografismo: praticamente ignoti al Medioevo, queste due dimensioni guardano già al Petrarca e, più lontano ancora, alla letteratura umanistica. Dante così è il primo, tra i letterati italiani, a "scomporsi" tra il sé inteso come personaggio, e l'altro io inteso come narratore delle proprie vicende. Così Contini, riprendendo il filo tracciato dallo studioso statunitense Charles Singleton, parla dell'operazione poetica e narrativa dantesca:

« Va citato a titolo d'onor l'italianista americano Charles Signleton, che in un suo saggio penetrante...ha notato come nell' io di Dante....convergano l'uomo in generale, soggetto del vivere e dell'agire, e l'individuo storico, titolare di un'esperienza determinata hic et nunc, in un certo spazio e in un certo tempo; Io trascendentale (con la maiuscola), diremmo oggi, e io (con la minuscola) esistenziale. »
(Gianfranco Contini, Un'idea di Dante, pp. 34-35)

Beatrice e la «donna angelo»[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Beatrice Portinari.
Henry Holiday, Dante incontra Beatrice al ponte Santa Trinita, 1883
« L'amore per la bella fanciulla involta di drappo sanguigno, ch'egli chiama Beatrice, ha tutt'i caratteri di un primo amore giovanile, nella sua purezza e verginità, più nell'immaginazione che nel cuore. Beatrice è più simile a sogno, a fantasma, a ideale celeste, che a realtà distinta e che procura effetti proprii. Uno sguardo, un saluto è tutta la storia di questo amore. Beatrice morì angiolo, prima che fosse donna, e l'amore non ebbe tempo di divenire una passione, come si direbbe oggi, rimase un sogno ed un sospiro. »
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana [1870], Morano, Napoli 1890, p. 59.)

Così De Sanctis, padre della storiografia letteraria italiana, scrisse sulla donna amata dal poeta, Beatrice. Benché si cerchi tutt'oggi di comprendere in che cosa consistesse realmente, per Dante, l'amore nei confronti di Beatrice Portinari (presunta identificazione storica della Beatrice della Vita Nova), si può solo concludere con certezza l'importanza che tale amore ebbe per la cultura letteraria italiana. È nel nome di questo amore che Dante, infatti, ha dato la sua impronta al Dolce stil novo, aprendo la sua "seconda fase poetica" (in cui manifesta la sua piena originalità rispetto ai modelli passati)[89] e conducendo i poeti e gli scrittori a scoprire i temi dell'amore in un modo mai così enfatizzato prima. L'amore per Beatrice (come in modo differente Francesco Petrarca mostrerà per la sua Laura) sarà il punto di partenza per la formulazione del suo manifesto poetico, nuova concezione dell'amor cortese sublimato dalla sua intensa sensibilità religiosa (il culto mariano con le laudi arrivato a Dante attraverso le correnti pauperistiche del Duecento, dai Francescani in poi), e, pertanto, privata degli elementi sensuali e carnali tipici della lirica provenzale. Tale formulazione poeta, culminata con la poesia della lode[90], approderà, dopo la morte della Beatrice "terrena", alla ricerca filosofica prima (la Donna pietosa), e da quella teologica poi (il ritorno in sogno di Beatrice, che spinge Dante a ritornare a lei dopo il traviamento filosofico, critica che si farà più durante in Purgatorio XXX[91]). Tale allegorizzazione dell'amata, intesa come veicolo di salvezza, segna definitivamente il distacco dalla tematica amorosa e spinge Dante verso la vera Sapienza, cioè luce abbacinante e impenetrabile che avvolge Dio nel Paradiso. Beatrice si conferma, pertanto, in quel ruolo salvifico tipico degli angeli che reca non solo all'amato, ma a tutti gli uomini quella beatitudine di cui si accennava prima[92].

Dalle rime amorose a quelle «petrose»[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la fine dell'esperienza amorosa, Dante si concentrò sempre più su una poesia caratterizzata dalla riflessione filosofico-politica, che assumerà tratti duri e sofferenti nelle rime della seconda metà degli anni '90, chiamate anche rime «petrose», in quanto incentrate sulla figura di una certa «donna petra». Infatti, come riportano Salvatore Guglielmo ed Hermann Grosser, la poesia dantsca perse quella dolczza e lggiadria propria della lirica della Vita Nova, per assumere dei connotati aspri e difficili:

« ...l'esperienza delle rime petrose, che si riallacciano all'esperienza del trobar clus [poetare difficile] di Arnaut Daniel, costituisce un fondamentale esercizio di stile aspro (di contro a quello dolce dello stilnovismo). »
(S.Guglielmino - H.Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento, in Il sistema letterario, vol.I, cit., p.151)

Le fonti e i modelli letterari[modifica | modifica wikitesto]

Rafael Flores, Dante y Virgilio visitando el Infierno, pittura ad olio, 1855, Museo nacional de arte, Città del Messico.

Dante e il mondo classico[modifica | modifica wikitesto]

Dante ebbe un profondo amore nei confronti dell'antichità classica e della sua cultura: ne sono prova la devozione per Virgilio, l'altissimo rispetto per Cesare e per le numerose fonti greche e latine da lui usate per la costruzione del mondo immaginario della Commedia (e di cui la citazione de «li spiriti magni» in If IV sono un riferimento esplicito degli autori su cui si poggiava la cultura dantesca[93]). Nella Commedia, il poeta glorifica l'élite morale ed intellettuale del mondo antico nel Limbo, luogo piacevole e ameno alle porte dell'Inferno ove i giusti morti senza battesimo vivevano, senza però non provare dolore per la mancata beatitudine[94]. Al contrario di quanto faranno Petrarca e Boccaccio, si dimostrò un uomo ancora legato appieno alla visione medievale che l'uomo aveva della civiltà greca e latina, poiché inquadrava quest'ultima all'interno della storia della salvezza propugnata dal cristianesimo, certezza basata sulla dottrina medievale dell'esegesi detta dei quattro sensi (letterale, simbolico, allegorico, anagogico) con cui si cercava di individuar il messaggio cristiano negli autori antichi[95]. Virgilio è visto da Dante non nella sua dimensione storica e culturale di intellettuale latino dell'età augustea, quanto in quella profetico-soteriologica[96]: fu lui, infatti, a predire la nascita di Cristo nella IV Egloga delle Bucoliche, e così fu glorificato dai cristiani medievali[97]. Oltre a questa dimensione mitica della figura di Virgilio, Dante guardò a lui come supremo modello letterario e morale:

« O de li altri poeti onore e lume,

vagliami 'l lungo studio e l' grande amore

che m'ha fatto crcar lo tuo volume.

Tu s' lo mio maestro e 'l mio autore,

tu s' solo colui da cu' io tolsi

lo bello stilo che m'ha fatto onore. »

( Inferno, I, 82-87)
Gustave Doré, Lucifero, 1861-1868. L'incisione dell'artista francese riprende la descrizione fatta dal poeta in If XXXIV, la quale a sua volta era tratta da un affresco presente nel Battistero di San Giovanni.

L'iconografia medievale[modifica | modifica wikitesto]

Dante fu influenzato moltissimo dal mondo che lo circondava, traendo spunto sia dalla dimensione artistica in senso stretto (busti, bassorilievi e affreschi presenti nelle chiese), sia da quanto poteva vedere nella sua vita quotidiana. Barbara Reynolds riporta di come

« Dante [fosse] aduso a casi di tortura, morte di stenti, omicidio, tradimento, adulterio, sodomia e bestialità. Immagini del male si trovavano illustrate ovunque. La cupola del battistero [battistero di San Giovanni Battista], ad esempio, era decorata a mosaici...ove si trovavano raffigurati l'inferno, il purgatorio, il paradiso, il giudizio universale e, di particolare rilevanza nella Commedia, una grottesca immagine di Satana [...] I diavoli e i tormenti dell'Inferno non sono invenzioni dlla personale fantasia dantsca. Tali terrificanti moniti...erano recitati in rima dai cantastorie ambulanti, costituivano temi di prediche e di allestimenti scenici. »
(Barbara Reynolds, Dante: la vita e l'opera, cit., pp. 27-28)

Gli episodi di Malacoda, Barbariccia e della masnada comparsi in If XXI, XXII e XXIII, dunque, non sono ascrivibili soltanto all'immaginario personale del poeta, ma sono ricavati, nella loro potente e degradante caricatura iconografica, da quanto il poeta poteva scorgere nelle chiese e/o nelle vie di Firenze attraverso spettacoli allegorici. Oltre alle fonti iconografiche, c'erano però anche dei testi che presentavano il demonio con tratti disumani e bestiali: in primo luogo, La visione di Tundale dell'XI secolo, in cui è descritto il demonio che divora le anime dei dannati, ma anche le cronache di Giacomino da Verona e di Bonvesin de la Riva[98]. Gli stessi paesaggi della Commedia ricalcano la descrizione delle città medievali: la presenza di fortificazioni (il castello del Limbo, le mura della città di Dite), i ponti presenti sulle Malebolge, gli accenni, nel canto XV, alle imponenti dighe di Bruges e di Padova[99] e le stesse pene infernali sono una trasposizione visiva della "cultura" medievale in senso lato.

Dante tra cristianesimo e islam[modifica | modifica wikitesto]

Influenza fondamentale fu anche quella esercitata dalla produzione letteraria appartenente al cristianesimo e, in un certo grado, anche alla religione islamica. La Bibbia è sicuramente il libro cui Dante attinge maggiormente: echi ne troviamo, oltre ai tantissimi della Commedia, anche nella Vita Nova (pe esempio, l'episodio della morte di Beatrice ricalca quello di Cristo sul Calvario) e nel De Vulgari Eloquentia (l'episodio della Torre di Babele quale origine delle lingue, presente nel I libro). Oltre alla produzione strettamente sacra, Dante attinse anche alla produzione religiosa medievale, prendendo spunto, per esempio, dalla Visio sancti Pauli del V secolo, opera narrante l'ascesa dell'Apostolo delle Genti al terzo cielo del Paradiso[100]. Oltre alle fonti letterarie cristiane, Dante sarebbe giunto in possesso, sulla base di quanto ha scritto la filologa Maria Corti, del Libro della Scala, opera escatologica araba tradotta in castigliano, francese antico e latino per conto del re Alfonso X[100].

Il ruolo della filosofia nella produzione dantesca[modifica | modifica wikitesto]

Aristotele, copia romana del 117-138 d.C circa.

Come si è detto già nella parte biografica Dante, dopo la morte di Beatrice, si buttò nello studio della filosofia. Dal Convivio sappiamo che Dante aveva letto il De consolatione philosophiae di Boezio e il De amicitia di Cicerone e che poi cominciò a prender parte alle dispute filosofiche che i due principali ordini religiosi (Francescani e Domenicani) pubblicamente o indirettamente tennero in Firenze, gli uni spiegando la dottrina dei mistici e di San Bonaventura, gli altri presentando le teorie di San Tommaso d'Aquino. Il critico Bruno Nardi[101] evidenzia i tratti salienti del pensiero filosofico dantesco che, pur avendo una base nel tomismo, presenta anche altri aspetti tra cui un evidente influsso del neoplatonismo (ad esempio dallo Pseudo-Dionigi l'Areopagita nelle gerarchie angeliche del Paradiso)[102]. Nonostante gli influssi di scuola platonica, Dante subì maggiormente l'influsso di Aristotele, che nella seconda metà del XIII secolo conobbe l'apogeo nell'Europa medievale.

Aristotele nella produzione poetica[modifica | modifica wikitesto]

La produzione poetica dantesca risentì di due opere aristoteliche in particolare: la Fisica e l'Etica Nicomachea. La descrizione del mondo naturale da parte del filosofo di Stagira fu la fonte principale cui Dante e Cavalcanti attinsero per l'elaborazione della cosiddetta «dottrina degli spiriti». Attraverso i commenti redatti da Averroè[103] e da Alberto Magno[104], Dante affermò che il funzionamento del corpo umano fosse dovuto alla presenza di vari spiriti in determinati organi, dai quali nascevano poi sentimenti corrispondenti allo stimolo proveniente dall'esterno. Alla presenza di Beatrice, tali spiriti entravano in subbuglio, suscitando in Dante violente reazioni emotive e assumendo, come nel caso sotto riportato, anche una volontà propria, resa efficace attraverso la figura retorica della prosopopea:


« Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia.

In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare sì fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribilmente; e tremando disse queste parole: "Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi".

In quello punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li spiriti del viso, sì disse queste parole: "Apparuit iam beatitudo vestra".

In quello punto lo spirito naturale, lo quale dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro, cominciò a piangere, e piangendo disse queste parole: "Heu miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!". »

(Vita Nova, II, 3-6)
Sandro Botticelli, La mappa dell'Inferno, tra il 1480 e il 1490, Biblioteca Apostolica Vaticana. La divisione dell'Inferno e degli altri due regni dell'Oltretomba sono debitori dell'etica aristotelica.

Ancor più significativa fu l'influenza di Aristotele all'interno della Commedia ove, oltre si fece sentire potentemente anche la presenza dell'Etica Nicomachea. Dalla concezione della natura aristotelica, Dante accolse la struttura cosmologica del Creato, struttura profondamente debitrice anche dell'astronomo egiziano Tolomeo[105], adattandola alla fede cristiana[104]. Dall'Etica, invece, Dante prese spunto per l'ordinata e razionale organizzazione del suo mondo ultraterreno, suddividendo i tre regni in varie sottounità (gironi nell'Inferno, cornici nel Purgatorio e cieli nel Paradiso) dove porre determinate categorie di anime in base alle colpe/virtù commesse in vita[106].

Aristotele nella produzione socio-politica[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito politico, Dante crede con Aristotele e san Tommaso d'Aquino che lo Stato abbia un fondamento razionale e naturale, basato su legami gerarchici in grado di dare stabilità e ordine interno. Nardi aggiunge poi che "pur riconoscendo che lo schema generale della sua metafisica è quello della Scolastica cristiana, è certo che egli vi ha inserito taluni particolari caratteristici, come la produzione mediata del mondo inferiore, e quella intorno all'origine dell'anima umana risultante del concorso dell'atto creatore coll'opera della natura"[101]. Nel trattato De Monarchia "è notevole la vigorosa affermazione dell'unità del genere umano, dedotta dal principio averroistico che tutti gli uomini tendono ad un unico fine, cioè a che, per mezzo dello sforzo comune, la potenza dell'intelletto possibile sia in ogni momento tutta quanta spiegata".

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Il Fiore e Detto d'Amore[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Il Fiore e Detto d'Amore.

Due opere poetiche in volgare di argomento, lessico e stile affini e collocate in un periodo cronologico che va dal 1283 al 1287, sono state attribuite con una certa sicurezza a Dante dalla critica novecentesca, soprattutto a partire dal lavoro del filologo dantesco Gianfranco Contini[107].

Le Rime[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Le Rime.

Le Rime sono una raccolta messa insieme e ordinata da moderni editori, che riunisce il complesso della produzione lirica dantesca dalle prove giovanili a quelle dell'età matura (le prime sono datate intorno al 1284[108]), divise tra Rime giovanili e Rime dell'esilio per distinguere due gruppi di liriche assai distanti per il tono e gli argomenti affrontati. Le Rime Giovanili comprendono componimenti che riflettono le varie tendenze della lirica cortese del tempo, quella guittoniana, quella guinizzelliana e quella cavalcantiana, passando da tematiche amorose a giocose tenzoni dallo sfondo velatamente erotico-giocoso con Forese Donati e con Dante da Maiano.

Vita Nova[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Vita Nova.
Il più antico ritratto documentato di Dante Alighieri conosciuto, Palazzo dell'Arte dei Giudici e Notai, Firenze

La Vita Nova può essere considerata il "romanzo" autobiografico di Dante, in cui si celebra l'amore per Beatrice, presentata con tutte le caratteristiche proprie dello stilnovismo dantesco. Racconto della vita spirituale e della evoluzione poetica del Poeta, resa come exemplum, la Vita Nova è un prosimetro (brano caratterizzato dall'alternanza tra prosa e versi) e risulta strutturata in quarantadue (o trentuno[109]) capitoli in prosa collegati in una storia omogenea, che spiega una serie di testi poetici composti in tempi differenti, tra cui hanno particolare rilevanza la canzone-manifesto Donne ch'avete intelletto d'amore e il celebre sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare. Secondo buona parte degli studiosi, Dante per la forma del prosimetro, si sarebbe ispirato alle razos provenzali (ovvero le "ragioni") che servivano a spiegare le ragioni da cui scaturivano le liriche; e alla De consolatione philosophiae di Severino Boezio[110]. L'opera è consacrata all'amore per Beatrice e fu composta probabilmente tra il 1292 e il 1293[110]. La composizione delle rime si può far risalire, secondo la cronologia che Dante fornisce, tra il 1283 come risulta dal sonetto A ciascun alma presa e dopo il giugno del 1291, anniversario della morte di Beatrice. Per stabilire con una certa sicurezza la data della composizione del libro nel suo insieme organico, ultimamente la critica è propensa ad avvalersi del 1300, data non superabile, che corrisponde alla morte del destinatario Guido Cavalcanti: "Questo mio primo amico a cui io ciò scrivo" (Vita Nova, XXX, 3). Quest'opera ha avuto una particolare fortuna negli Stati Uniti, dove fu tradotta dal grande filosofo e letterato Ralph Waldo Emerson[111].

Convivio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Convivio.

Il Convivio (scritta tra il 1303 e il 1308[112]) dal latino convivium, ovvero "banchetto" (di sapienza), è la prima delle opere di Dante scritta subito dopo il forzato allontanamento di Firenze ed è il grande manifesto del fine "civile" che la letteratura deve avere nel consorzio umano. L'opera consiste in un commento a varie canzoni dottrinali poste all'incipit, una vera e propria enciclopedia dei saperi più importanti per coloro che vogliano dedicarsi all'attività pubblica e civile senza aver compiuto gli studi regolari[113]. È, pertanto, scritta in volgare per essere appunto capita da chi non ha avuto la possibilità in precedenza di studiare il latino. L'incipit del Convivio fa capire chiaramente che l'autore è un grande conoscitore e seguace di Aristotele; questi, infatti, viene citato con il termine "Lo Filosofo"[114]. L'incipit in questo caso spiega a chi è rivolta quest'opera e a chi non è rivolta: soltanto coloro che non hanno potuto conoscere la scienza dovrebbero accedervi. Questi sono stati impediti da due tipi di ragioni:

  • Interne: malformazioni fisiche, vizi e malizia.
  • Esterne: cura familiare, civile e difetto di luogo di nascita.

Dante ritiene beati i pochi che possono partecipare alla mensa della scienza, dove si mangia il "pane degli angeli", e miseri coloro che si accontentano di mangiare il cibo delle pecore. Dante non siede alla mensa, ma è fuggito da coloro che mangiano il pastume e ha raccolto quello che cade dalla mensa degli eletti per crearne un altro banchetto. L'autore allestirà un banchetto e servirà una vivanda (i componimenti in versi) accompagnata dal pane (la prosa) necessario per assimilarne l'essenza. Saranno invitati a sedersi solo coloro che erano stati impediti da cura familiare e civile, mentre i pigri sarebbero stati ai loro piedi per raccogliere le briciole[115].

Monumento a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze (1865)

De vulgari eloquentia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De vulgari eloquentia.

Contemporaneo al Convivio, il De vulgari eloquentia è un trattato in lingua latina scritto da Dante Alighieri tra il 1303 e il 1304[116]. Composto da un primo libro intero e da 14 capitoli del secondo libro, era inizialmente destinato a comprendere quattro libri. Pur affrontando il tema della lingua volgare, fu scritto in latino perché gli interlocutori a cui Dante si rivolse appartenevano all'élite culturale del tempo, che forte della tradizione della letteratura classica riteneva il latino senz'altro superiore a qualsiasi volgare, ma anche per conferire alla lingua volgare una maggior dignità: il latino era infatti usato soltanto per scrivere di legge, religione e trattati internazionali, cioè argomenti della massima importanza. Dante si lanciò in un'appassionata difesa del volgare, dicendo che meritava di diventare una lingua illustre in grado di competere se non uguagliare la lingua di Virgilio, sostenendo però che per diventare una lingua in grado di trattare argomenti importanti il volgare doveva essere[117]:

  • illustre (in quanto luminoso e quindi capace di dare lustro a chi ne fa uso nello scritto).
  • cardinale (tale che intorno ad esso ruotassero come una porta intorno al cardine, i volgari regionali).
  • aulico (reso nobile dal suo uso dotto, tale da esser parlato nella reggia).
  • curiale (come linguaggio delle corti italiane, e da essere adoperato negli atti politici di un sovrano).

Con tali termini intendeva l'assoluta dignità del volgare anche come lingua letteraria, non più come lingua esclusivamente popolare. Dopo avere ammesso la grande dignità del siciliano illustre, la prima lingua letteraria assunta a dignità nazionale, passa in rassegna tutti gli altri volgari italiani trovando nell'uno alcune, nell'altro altre delle qualità che sommate dovrebbero costituire la lingua italiana. Dante vede nell'italiano la panthera redolens dei bestiari medievali, animale che attrae la sua preda (qui lo scrittore) con il suo irresistibile profumo, che Dante sente in tutti i volgari regionali, e in particolare nel siciliano, senza però riuscire mai a vederla materializzarsi[118]: manca in effetti ancora una lingua italiana utilizzabile in tutti i suoi registri, da tutti gli strati della popolazione della penisola italica. Per farla riapparire era dunque necessario attingere alle opere dei migliori scrittori italiani, ma molti di quei libri attendevano ancora di essere scritti, e in questo senso il trattato di Dante è un appello ai dotti lettori alla cui penna chiedeva disperatamente aiuto.

De Monarchia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De Monarchia.

L'opera venne composta in occasione della discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII di Lussemburgo tra il 1310 e il 1313. Si compone di tre libri, ed è la summa del pensiero politico dantesco[119]. Nel primo Dante afferma la necessità di un impero universale e autonomo, e riconosce questo impero come unica forma di governo capace di garantire unità e pace. Nel secondo riconosce la legittimità del diritto dell'impero da parte dei Romani. Nel terzo libro Dante dimostra che l'autorità del monarca è una volontà divina, e quindi dipende da Dio: non è soggetta all'autorità del pontefice; al contempo, però, l'imperatore deve mostrare rispetto nei confronti del pontefice, Vicario di Dio in Terra. La posizione dantesca è per più aspetti originale, poiché si oppone decisivamente alla tradizione politica narrata dalla Donazione di Costantino: il De Monarchia è in contrasto tanto con i sostenitori della concezione ierocratica[120], quanto con i sostenitori dell'autonomia politica e religiosa dei sovrani nazionali rispetto all'imperatore e al papa.

Commedia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Divina Commedia.
Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore.

La Comedìa — titolo originale dell'opera: successivamente Giovanni Boccaccio attribuì l'aggettivo "Divina" al poema dantesco[121] — è il capolavoro del poeta fiorentino ed è considerata la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale nonché una delle più grandi opere della letteratura universale[122]. Viene definita "comedia" in quanto scritta in stile "comico", ovvero non aulico. Un'altra interpretazione si fonda sul fatto che il poema inizia da situazioni piene di dolore e paura e finisce con la pace e la sublimità della visione di Dio. Dante iniziò a lavorare all'opera intorno al 1300 (anno giubilare, tanto che egli data al 7 aprile di quell'anno il suo viaggio nella selva oscura) e la continuò nel resto della vita, pubblicando le cantiche man mano che le completava. Si hanno notizie di copie manoscritte dell'Inferno intorno al 1313, mentre il Purgatorio fu pubblicato nei due anni successivi. Il Paradiso, iniziato forse nel 1316, fu pubblicato man mano che si completavano i canti negli ultimi anni di vita del poeta. Il poema è diviso in tre libri o cantiche, ciascuno formato da 33 canti (tranne l'Inferno che ne presenta 34, poiché il primo funge da proemio all'intero poema) e a cui corrispondono i tre stili della Rota Virgilii[123]; ogni canto si compone di terzine di endecasillabi (la terzina dantesca). La Commedia tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla pedante poesia didattica medievale, ma intrisa di una spiritualità cristiana nuova che si mescola alla passione politica e agli interessi letterari del poeta. Si narra di un viaggio immaginario nei tre regni dell'aldilà, nei quali si proiettano il bene e il male del mondo terreno, compiuto dal poeta stesso, quale "simbolo" dell'umanità[105], sotto la guida della ragione e della fede. Il percorso tortuoso e arduo di Dante, il cui linguaggio diventa sempre più complesso quanto più egli sale verso il Paradiso, rappresenta, sotto metafora, anche il difficile processo di maturazione linguistica del volgare illustre, che si emancipa dai confini angusti entro i quali lo aveva rinchiuso il pregiudizio scolastico medievale. Dante è accompagnato sia nell'Inferno che nel Purgatorio dal suo maestro Virgilio; in Paradiso da Beatrice e, infine, da san Bernardo.

Le Epistole e l'Epistola XIII a Cangrande della Scala[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Epistole (Dante Alighieri) e Epistola XIII a Cangrande della Scala.

Ruolo rilevante hanno le 13 Epistole scritte da Dante durante gli anni dell'esilio. Tra le principali epistole, incentrate principalmente su questioni politiche (relative alla discesa di Arrigo VII) e religiose (lettera indirizzata ai cardinali italiani riuniti, nel 1314, per eleggere il successore di Clemente V)[124]. L'Epistola XIII a Cangrande I della Scala, risalente agli anni tra il 1316 e 1320[125], è l'ultima e la più rilevante delle epistole attualmente conservate (benché si dubiti in parte della sua autenticità[125]). Essa contiene la dedica del Paradiso al signore di Verona, nonché importanti indicazioni per la lettura della Commedia: il soggetto (la condizione delle anime dopo la morte), la pluralità dei sensi, il titolo (che deriva dal fatto che inizia in modo aspro e triste e si conclude con il lieto fine), la finalità dell'opera che non è solo speculativa, ma pratica poiché mira a rimuovere i viventi dallo stato di miseria per portarli alla felicità.

Egloghe[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Egloghe (Dante Alighieri).

Le Egloghe sono due componimenti di carattere bucolico scritti in lingua latina tra il 1319 e il 1321 a Ravenna, facenti parte di una corrispondenza con Giovanni del Virgilio, intellettuale bolognese, i cui due componimenti finiscono sotto il titolo di Egloga I e Egloga III, mentre quelli danteschi sono l'Egloga II e Egloga IV. La corrispondenza/tenzone fra i due nacque quando il del Virgilio rimproverò Dante di voler conquistare la corona poetica scrivendo in volgare e non in latino, critica che suscitò la reazione di Dante e la composizione delle Egloghe, visto che Giovanni del Virgilio aveva inviato a Dante tale componimento latino e che, secondo la dottrina medievale della responsio, l'interlocutore doveva rispondere con il genere usato per primo[126].

La Quaestio de aqua et terra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Quaestio de aqua et terra.

La trattazione filosofica continuò fino alla fine della vita del poeta. Il 20 gennaio 1320, Dante si recò nuovamente a Verona per discutere, nella chiesa di Sant'Elena, la struttura del cosmo secondo i cardini aristotelico-tolemaici che, in quel periodo, erano già oggetto di studio privilegiato per la composizione del Paradiso. Dante, qui, sostiene come la Terra si trovasse al centro dell'universo, circondata dal mondo sublunare (composto da terra, acqua, aria e fuoco) e di come l'acqua si trovi al di sopra della sfera terrestre. Da qui, la trattazione filosofica caratterizzata dalla disputatio con gli avversari[127].

La fortuna in Italia e nel Mondo[modifica | modifica wikitesto]

Il XIV secolo[modifica | modifica wikitesto]

Petrarca e Boccaccio[modifica | modifica wikitesto]

William Bell Scott, Boccaccio fa visita alla figlia di Dante, Olio su tela, anno ?.

Già all'indomani della sua morte, Dante fu celebrato quale grande poeta e filosofo: presso il pubblico, grazie a degli aneddoti raccontatici da Boccaccio, era già osannato per l'affresco umano e drammatico narrato nella cantica dell'Inferno. Primi cultori della memoria dantesca furono i suoi stessi figli Pietro e Jacopo, autori di alcuni commentari finalizzati alla spiegazione del messaggio paterno. Bisognerà però aspettare Giovanni Boccaccio prima che si arrivi alla diffusione propagandistica dell'opera e della figura umana di Dante. Considerato come esempio sommo di virtù e suo maestro stilistico fin dalla prima giovinezza[128], Dante fu esaltato da Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (1361), opera che segue il genere agiografico e anche enciclopedico (cioè mischia eventi miracolosi e anche notizie quali l'aspetto fisico, il carattere, il soggiorno bolognese e le prime esperienze con la lingua latina. Boccaccio fu anche un raccoglitore delle memorie dantesche, copiando tre codici della Commedia[129], visitando Forlì nel 1347/48 e incontrando personalmente la figlia Antonia/Suor Beatrice a Ravenna, in una missione diplomatica del 1350. Di tutt'altro avviso fu invece Francesco Petrarca, che mostrò sempre un sentimento di insofferenza e incomprensione nei confronti dell'Alighieri: insofferenza perché popolare e amato, incomprensione per la distanza culturale tra i due uomini. Questo legame così teso, basato su di una cordiale ostilità, è espresso appieno dalla Familiare XXI, 15, in cui il poeta aretino risponde ad una missiva dell'amico Boccaccio sui rapporti tra lui e Dante. Petrarca afferma che egli non può provare odio per un uomo che conobbe fanciullo e disprezzo per la sua produzione volgare, campo ove anzi Dante eccelle sopra chiunque altro[130]; però, riafferma la sua preferenza per la lingua latina, in quanto il volgare è più facilmente manomissibile da parte del pubblico[131] e che, scrivendo in volgare, rischiasse di diventare un imitatore[132]. D'altro canto, però, l'influenza dantesca nella produzione poetica volgare del Petrarca (quindi in referimento al Canzoniere e ai Trionfi, questi ultimi scritti in terzine dantesche) è significativa, tanto che ha spinto Marco Santagata a parlare di "Dante in Petrarca"[133].

La Commedia sbarca in Inghilterra. Chaucher[modifica | modifica wikitesto]

I primi influssi danteschi nella produzione letteraria europea giunsero nella seconda metà del XIV secolo. Per quanto riguarda l'Inghilterra, il nome di Dante cominciò ad essere conosciuto allorché il letterato inglese Geoffrey Chaucher (1340-1400 ca) compì un viaggio in Italia, entrando così in contatto con il mondo letterario nostrano. Nonostante il suo modello principale risultò il Decameron di Boccaccio, Chaucer rimase fortemente colpito dall'alta poesia dantesca: definito come il «The grete poete of Itaille– that highte Dant [ovvero Il grande poeeta dell'Italia- l'eccelso Dante]» nei suoi Canterbury Tales, Chaucher mise in bocca ad uno dei suoi pellgrini il racconto di un tale De Hugelino comite de Pise, richiamo alla vicenda di Ugolino della Gherardesca ma trattata con toni differenti[134].

Tra XV e XVII secolo[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Incipit della primissima edizione della Divina Commedia in caratteri mobili del 1472[135].

Gli effetti della propaganda boccacciana presso il pubblico fiorentino ebbero un successo duraturo. In seguito alla pubblicazione del Trattatello nel 1361, infatti, Firenze cominciò a riprovare affetto e stima nei confronti di quel concittadino da lei offeso col bando dell'esilio, tanto che affidò allo stesso Boccaccio, nel 1373, il compito di tenere pubbliche lezioni nella chiesa di Santo Stefano in Badia[136]. Benché il Certaldese non fosse riuscito ad espletare esaustivamente questo suo compito (si fermò al commento del XVII canto dell'Inferno per problemi di salute[136]), i giovani intellettuali fiorentini mostrarono, nonostante le loro nuove inclinazioni in quanto umanisti, un senso di profonda stima e devozione per l'Alighieri. Ne è prova la militanza dantesca del futuro cancelliere della Repubblica, l'aretino Leonardo Bruni, il quale difenderà la Commedia dantesca dagli attacchi di Niccolò Niccoli nei suoi Dialogi ad Petrum Paulum Histrum[137], ed esalterà poi lo stesso Dante in una sua Vita di Dante e Petrarca del 1436, basata quest'ultima sul modello biografico lanciato dal Boccaccio[138]. Anche Filippo Villani e Giannozzo Manetti scrissero delle vite dantesche[138]. Nella seconda metà del secolo, quando ormai la parabola dell'umanesimo prettamente "classicista" lasciò il posto a quello "volgare" di Lorenzo il Magnifico e Agnolo Poliziano, l'opera dantesca ritornò ad essere pienamente apprezzata all'unanimità degli intellettuali gravitanti intorno alla corte medicea. Lorenzo, il Poliziano e lo scrittore eroicomico Luigi Pulci, autore del Morgante, ne ricavarono un modelloe poetico per la miniera lessicale del suo repertorio, specie per quanto riguardava quello comico-burlesco[139]. Nonostante l'amore per Dante fu testimoniato, in piena età rinascimentale, dal grande artista Michelangelo Buonarroti, la critica letteraria cominciò a dirigere la sua attenzione maggiormente verso il modello petrarchesco e boccacciano: ne sono prova le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo (1525), in cui l'opera dantesca viene scartata quale modello imitativo a causa del suo plurilinguismo, difficile da imitare[139]. Da questo momento in poi, la parabola dantesca scemò progressivamente nel corso dei decenni: nonostante la forte presenza dantesca nell'Orlando Furioso dell'Ariosto[140], nelle Rime del Tasso e l'interesse mostrato dal Galilei per il mondo della Commedia[141], «nel Seicento la fortuna di Dante raggiunge il suo punto più basso: nel periodo dal 1596 al 1702 si ebbero solo tre edizioni della Commedia e nessun commento»[139]. Al fianco della produzione letteraria, bisogna ricordare anche la produzione iconografica su Dante e la sua opera. Egli fu un vero e proprio oggetto di culto da parte dei pittori rinascimentali: Domenico di Michelino e Andrea del Castagno furono alcuni degli artisti "minori" che celebrarono Dante nei loro affreschi; mentre Botticelli e Raffaello l'immortalarono uno nelle miniature realizzate per l'edizione della Commedia, il secondo nelle Stanze Vaticane.

L'Europa[modifica | modifica wikitesto]

La Francia[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi secoli dell'età moderna, il culto dantesco raggiunse anche gli altri Paesi europei. La Francia, dopo aver avuto una conoscenza pressoché superficiale e limitata dell'Alighieri, cominciò a manifestare un più vivo e diffuso interesse a partire dalla prima campagna italiana di Carlo VIII[142]. Nel corso del XVI secolo, infatti, l'amore che Margherita di Navarra e il fratello e sovrano Francesco I nutrirono per il poeta fu dovuto alla presenza di un codice della Commedia nella loro biblioteca paterna: entrambi provvidero a fornire le biblioteche reali di manoscritti danteschi[142]. La città di Lione, centro frequentato da mercanti italiani (specialmente fiorentini), contribuì al radicamento dei versi danteschi in terra di Francia, favorendo la nascita della Scuola di Lione[142]. Con la diffusione delle teorie bembiane, i letterati francesi della Pleiade (seconda metà del secolo) raffreddarono il loro interesse per il poeta; nonosante ciò, nel 1577 Iacopo Corbinelli pubblicò a Parigi la prima edizione del De vulgari Eloquentia, mentre nel 1596 fu tradotta in francese la Commedia[142]. Nel corso del classicismo francese, che toccò il suo culmine sotto Luigi XIV, la cultura straniera fu messa da parte a favore di quella nazionale.

L'Inghilterra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Chaucher, la memoria dantesca cadde nell'oblio, favorita in ciò anche a causa della guerra dei cent'anni prima e delle due rose poi che minavano la stabilità politica inglese: solo in John Lydgate abbiamo dei ricordi danteschi. Neanche nel primo rinascimento inglese ci sono significative riscoperte dantesche. Bisognerà aspettare l'età elisabettiana prima di vedere una parziale traduzione di passi danteschi in inglese ad opera di William Barker nel The Fearful Fansies of the Florentine Couper, ma l'indifferenza mostrata da Marlow e Shakespeare sono prova ancora di una generale apatia del mondo intellettuale britannico[134]. La situazione cambiò radicalmente nel XVII secolo con il principale poeta inglese di quel secolo, John Milton che, in seguito ad un viaggio compiuto a Firenze tra il 1638 e il 1639, si ispirò alle immagini ultraterrene dell'Inferno per il suo Paradise Lost[134].

Gli altri Paesi[modifica | modifica wikitesto]

In Spagna, il Cancionero de Baena e Fernàn Pérez de Guzmàn (1376?-1460?) rappresentano i due principali esponenti del filone del dantismo in quella terra. La prima edizione della Commedia in prosa castigliana avverrà sotto la mano di Enrique de Aragón e risulterà fondamentale in quanto sarà l'unica versione disponibile in tale idioma fino al XIX secolo. Sorprendente è invece l'edizione catalana in terzine dantesche ad opera di Andreu Febrer (1429), in quanto è tra le prime (se non la prima) traduzione al di fuori dei confini italiani. Per assistere alla massima fioritura del dantismo in Spagna bisognerà aspettare gli anni a cavallo tra il '400 e il '500, grazie ai poeti Diego Guillén de Avila (? -?), Pedro Fernàndez de Villegas (1453-1536) e Juan de Padilla (1468-1522?), ma il connubio tra il giudizio espresso da Bembo e l'influenza dell'Inquisizione favorì il progressivo disinteresse verso Dante, sentimento che perdurerà fino al romanticismo[143].

Diverso percorso fu quello tedesco. Il Liber Chronicarum di Hartmann Schedel (1440-1514) fu il primo libro a dare informazioni precise sulla vita e l'opera di Dante, e lo Schedel fu il primo ad avere (inseme all'umanista e patrizio di Norimberga, Willibald Pirckheimer) un codice italiano della Commedia. Se negli altri Paesi, a causa dei motivi prima esposti, l'interesse per Dante scemò progressivamente, in Germania il filone antipapista e anticlericale di alcuni suoi passi ne favorì invece un'enorme diffusione. La Riforma, infatti, si innamorò del Dante del De Monarchia, grazie alla propaganda dell'umanista italiano (convertito presto al luteranesimo) Mattia Flacio Illirico. Nel corso del secolo successivo, la Germania luterana riscopre il Dante della Commedia, quando cominciarono a circolarone le prime traduzioni in tedesco[144].

Dall'Illuminismo al Romanticismo[modifica | modifica wikitesto]

Dante e i Lumi[modifica | modifica wikitesto]

Saverio Bettinelli, Illustrazione della copertina delle Dieci lettere di Publio Virgilio Marone. Scritte dagli Elisj all'Arcadia di Roma sopra gli abusi introdutti nella poesia italiana, Modesto Fenzo, Venezia 1758.

Dante non conobbe una buona accoglienza durante l'Illuminismo, sia in Italia che in Europa. In Italia, per esempio, si ebbero le Lettere Virgiliane di Saverio Bettinelli (1757), considerato in « vero e proprio pamphlet contro la Commedia»[139] dove il gesuita affermò sprezzante:«Sia posto tra i libri di erudizione, e della Commedia si lascino solo taluni pezzi che, raccolti e, come meglio si può, ordinati, formino non più di cinque canti»[145]. Ci furono, però, anche voci contrarie: Giambattista Vico, per esempio, continuò a glorificare la memoria dantesca, ma fu un unicum. Se la Spagna[143] rimase sulle posizioni antidantesche del Seicento e l'Inghilterra non assorbì ancora la passione che scosse la poetica di Milton, la temperie culturale razionalista e illuminista rifiutava il Dio medievaleggiante, emblema dell'oscurantismo religioso di quell'epoca. Il più fiero critico di Dante fu, non a caso, il filosofo francese Voltaire che, nella sua Suite des mélanges, scrisse:

(FR)

« Vous voulez connaître le Dante. Les Italiens l’appellent divin ; mais c’est une divinité cachée: peu de gens entendent ses oracles; il a des commentateurs, c’est peut-être encore une raison de plus pour n’être pas compris. Sa réputation s’affermira toujours, parce qu’on ne le lit guère. Il y a de lui une vingtaine de traits qu’on sait par cœur: cela suffit pour s’épargner la peine d’examiner le reste »

(ITA)

« Voi volete conoscere Dante. Gli Italiani lo chiamano divino; ma è una divinità celata: poca gente comprende i suoi oracoli; lui ha dei commentatori, e questa può essere ancora una ragione in più per non essere compresa. La sua reputazione s'affermerà sempre, perché noi non leggiamo abbastanza. C'ha lasciato di lui una ventina di versi che conosciamo a memoria: è sufficiente per risparmiarci la pena di esaminare il resto. »

(Voltaire, Suite des mélanges, p. 201)

Il Romanticismo[modifica | modifica wikitesto]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

A partire dallo Sturm und Drang e dalla ricezione delle prime istanze romantiche in Italia, il culto di Dante si ravvivò: la passionalità, gli episodi drammatici dell'Inferno e il pathos scaturito dalle Rime e dalla Vita Nova, decretarono Dante quale poeta per eccellenza della nuova letteratura romantica. Già Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo, con la loro letteratura improntata di un sapore fortemente biografico, esaltarono l'esule nei loro versi: il primo ne apprezzò la poetica, basata sull'«altamente pensare e di robustissimamente scrivere»; il secondo, oltre al celebre epiteto tratto dai Dei sepolcri, paragonò Dante «a un gran lago circondato di burroni e di selve sotto un cielo oscurissimo, sul quale si poteva andare a vela in burrasca»[139] e lo celebrò quale «padre degli esuli»[146]. Gli stessi scrittori più vicini alla temperie neoclassica, quali Giuseppe Parini e Vincenzo Monti, ne celebrarono la memoria in quanto esempio di virtù civica e di poesia altissima[139]. Fu, però, dopo il 1815 e la Restaurazione, che Dante assurse a simbolo stesso dell'italianità in lotta contro l'oppressore austriaco: oltre ai connotati propri del romanticismo, dunque, Dante divenne simbolo del Risorgimento[147] ed immagine artistica in ogni campo: dalla musica (Gaetano Donizetti si ispirò a Pia de' Tolomei e al Conte Ugolino per le sue opere, mentre Giovanni Mercadante alla tragica vicenda di Francesca da Rimini[148]) all'arte visiva con Francesco Hayez, fino alla letteratura. In quest'ultimo ramo, esplicative di tale amore per Dante furono la canzone di Giacomo Leopardi Sopra il monumento di Dante che si preparava a Firenze, il commento sulla Commedia di Niccolò Tommaseo[139] e la tragedia di Silvio Pellico Francesca da Rimini. Nel secondo ottocento, la nascita della storiografia letteraria con De Sanctis diede sfogo alla vena interpretativa degli intellettuali italiani lui contemporanei: Giosué Carducci, Giovanni Pascoli e i membri della Scuola storica scrissero numerosi articoli sul poeta.

Francia[modifica | modifica wikitesto]

William Blake, Dante in Inferno X conversa con Farinata, dipinto, 1824-27, British Museum, Londra.

La corrente romantica portò la poesia dantesca ad essere apprezzata e amata in ogni parte di quell'Europa che, fino ad ora, l'aveva guardato con diffidenza. In Francia, a partire dagli anni dopo la Restaurazione, gli esuli politici italiani contribuirono a tenere lezioni su Dante, contribuendo alla diffusione delle terzine dantesche e favorendo così la loro traduzione in versi. Di queste, la più importante fu senza dubbio quella operata da Antoine Deschamps nel 1827. Centrali furono poi le lezioni, tenute entrambe alla Sorbona, da Abel-François Villemain e da Claude Fauriel. Il clima romantico francese proseguirà anche nella seconda metà del secolo, grazie alle celebri incisioni di Gustave Doré, a La barca di Dante di Eugène Delacroix e a nuove traduzioni, nonostante si facessero presenti voci più critiche della poetica dantesca, quali quelle del Sainte-Beuve[142].

La Gran Bretagna[modifica | modifica wikitesto]

Anche in Inghilterra Dante fu oggetto di una grande riscoperta da parte dei letterati inglesi. In primo luogo, fondamentale è il ruolo svolto nella fase pre-romantica da William Blake nel recuperare la dimensione onirica e profetica di Dante nei dipinti sulla Commedia, e da Henry Francis Cary. Dal punto di vista più strettamente filologico, altrettanto importante fu la prima traduzione organica in inglese del capolavoro dantesco ad opera di Henry Boyd, nel 1785. I romantici veri e propri testimoniarono il loro amore per Dante in maniera incondizionata: Coleridge, Wordsworth, Byron e Shelley imitarono il poeta soprattutto nella lirica amorosa, riconoscendone uno spirito affascinante e misterioso al contempo. La propaganda romantica influenzò la cultura, seppur in forma meno preponderante, quella dell'Età Vittoriana: i cicli pittorici dei Preraffaelliti e l'Ulysses di Alfred Tennyson sono debitori della figura di Dante[134].

Gli altri Paesi[modifica | modifica wikitesto]

La Spagna "riscoprì" Dante dal 1823, quando la rivista romantica «El Europeo» ne diffuse la poetica presso gli intellettuali spagnoli, sancendone il definitivo apprezzamento da parte della critica ispanica: M. Milá y Fontanals (1818-1884), nel 1856, si dedicò all'indagine della natura poetica del fiorentino, mentre José Amador de los Ríos (1818-1878) e Marcelino Menédenz y Pelayo (1856-1912) indagarono i debiti danteschi della letteratura castigliana. Nel corso della seconda metà dell'800, si segnalano Gustavo Adolfo Bécquer e G. Núñez de Arce (1834-1903) quali maturi imitatori delle terzine, e le traduzioni in prosa della Commedia di M. Aranda y Sanjuán (1868), ed in versi di Conde de Cheste (1879)[143].

La Germania, anch'essa interessata fino al '700 inoltrato ad una conoscenza frammentaria e critica di Dante, fu profondamente attratta dalla mistica dell'Alighieri. Grazie ad August Wilhelm von Schlegel e alla sua pubblicazione dell'articolo «Akademie der schönen Redekünste» nel 1791, la Commedia divenne il prototipo della poesia per eccellenza, spingendone la traduzione ad opera di Kannegiesser e di Streckfuss ed influenzando così anche la filosofia idealista di Schelling e d Hegel. Importantissimi furono gli studi storico-filologici compiuti da Karl Witte, la cui figura dominò gli studi danteschi fino al 1883, anno della sua morte[144].

Francesco Mazzoni e Gianfranco Contini, 1965, Firenze, Pian dei Giullari, conservato presso l'«Archivio privato Francesco e Stefano Mazzoni». Gianfranco Contini fu uno dei più celebri filologi italiani del XX secolo, iniziatore della "critica delle varianti". Francesco Mazzoni, anche lui filologo, collaborò alla realizzazione dell'Enciclopedia Dantesca.

Il Novecento e gli anni '2000[modifica | modifica wikitesto]

Il panorama italiano[modifica | modifica wikitesto]

L'apprezzamento nei confronti di Dante non scemò neanche nel corso del XX secolo. Dopo le interpretazioni Clemente Rebora e di Giuseppe Ungaretti, dal Montale del Le Occasioni, in cui c'è la frequente ripresa di termini e formule del Dante lirico e del Dante della Commedia, specialmente per quanto riguarda la comparsa improvvisata della donna amata[149]. Contemporaneo di Montale fu il poeta ermetico Mario Luzi, che ha utilizzato più volte temi danteschi e in particolare 'purgatoriali', come ad esempio nella lirica La notte lava la mente[149]. Nel secondo Novecento, tra i più significativi imitatori danteschi troviamo: il Primo Levi di Se questo è un uomo, si trovano numerosi riferimenti alla discesa dantesca agli Inferi; uno dei capitoli (l'undicesimo, intitolato Il canto di Ulisse) è inoltre strutturato come una ripresa del viaggio di Ulisse nel canto XXVI dell' Inferno, che Levi ripete a memoria mentre è ai lavori forzati, con il fine di risparmiare il suo essere creatura umana dall'abbrutimento del lager nazista[150]; Pier Paolo Pasolini, la cui opera La Divina Mimesis di è chiaramente ispirata alla Commedia dantesca[151]. Infine, per quanto riguarda la critica, furono innumerevoli i filologi e critici letterari ad occuparsi di Dante: oltre a Gianfranco Contini, più volte citato, si ricordano Natalino Sapegno, Umberto Bosco e Maria Corti. La figura di Dante ha ispirato diversi autori che ne hanno fatto il protagonista dei loro romanzi, quali Giulio Leoni e Francesco Fioretti. Con l'avvento dei nuovi dispositivi touch quale iPhone e iPod touch, appaiono le prime edizioni interattive delle Divina Commedia. A partire dal 2010, inoltr, compare un'edizione interattiva per iPad in cui i testi vengono associati ad illustrazioni ricolorate di Gustave Doré, oltre a ricostruzioni virtuali e mappe sinottiche degli ambienti immaginati da Dante durante il suo viaggio.

Dante e i Papi[modifica | modifica wikitesto]

Alla figura di Dante, i pontefici del XX secolo dedicarono varie encicliche o pensieri. Per esempio papa Benedetto XV dedicò l'enciclica In Praeclara Summorum, firmata il 30 aprile 1921[152], nel sesto centenario della morte, mentre papa Paolo VI dedicò al poeta la lettera apostolica data in forma di motu proprio Altissimi cantus il 7 dicembre 1965, in occasione del settimo centenario della nascita[153]. Papa Wojtila ricordò Dante nella sua enciclica Redemptoris Mater[154], mentre Benedetto XVI nell'Angelus dell'8 dicembre del 2006, rievocando la preghiera di san Bernardo alla Vergine[155].

Auguste Rodin, Il pensatore. Il celebre scultore francese si ispirò alla Commedia, e più precisamente a Dante davanti alla porta dell'Inferno[156].

Dante e la letteratura contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del XX secolo, l'attrazione per Dante non scemò presso gli artisti dei Paesi europei ed extraeuropei. Negli Stati Uniti, Il poeta Thomas Stearns Eliot trae ispirazione da Dante e al v. 63 del poema La terra desolata traduce letteralmente i versi 56-57 del canto terzo dell'Inferno: «i' non averei creduto / che morte tanta n'avesse disfatta». Il passo descrive una mattina londinese nella quale la folla delle persone che vanno al lavoro è associata all'immagine dantesca degli ignavi. Sempre in The waste land, in What the thunder said cita esplicitamente il v. 148 del canto XXVI del Purgatorio: «Poi s'ascose nel fuoco che gli affina». Inoltre riporta i vs 61-66 del XXVII canto dell'Inferno ad introduzione della poesia The Love Song of J. Alfred Prufrock. Celebre inoltre, nei Quattro quartetti, il rimando alla vasta landa che fa da sfondo all'incontro con Brunetto Latini nel canto XV, ma già introdotta nel canto precedente. Altri due statunitesti, Ezra Pound ed Henry Miller, furono influenzati da Dante. Il primo fu un profondo conoscitore della poesia dantesca, che riprese in alcuni passaggi della sua opera principale, The Cantos. Il secondo, invece, cita sovente Dante nei suoi libri Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Nel racconto L'omnibus celeste lo scrittore inglese Edward Morgan Forster introduce un misterioso personaggio «giallastro, dalla mascella poderosa e dagli occhi infossati», che «si chiama Dan eccetera» che guida una strana vettura a cavalli, dentro la quale si trova la scritta «"Lasciate ogni baldanza voi ch'entrate"; al che il signor Bons borbottò un: satire intellettualoidi o che so io; e che baldanza era locuzione sbagliata, per speranza.» Alla fine di un percorso in mondi abitati dai grandi personaggi del mito e della poesia, il ragazzo che compie il viaggio «avvertì sulla fronte un fresco contatto di foglie. Qualcuno lo aveva cinto di una corona»[157]. Infine, il poeta argentino Jorge Luis Borges ammirò la Commedia di Dante fino a dire che è la migliore opera letteraria di tutti i tempi, l'apice delle letterature. Ha scritto Nove saggi danteschi e ha tenuto molte conferenze sul "sacro poema". Nella sua opera a volte traduce dei brani della Commedia che inserisce nelle sue poesie come nel "Poema conjetural" che riprende l'episodio di Bonconte in Purgatorio, V. Recentemente, Dante è ritornato alla ribalda negli Stati Uniti grazie a Dan Brown che, per il suo romanzo Inferno (2013), si è ispirato all'Inferno dantesco per la struttura e la topografia del regno subtellurico[158].

Dante nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Moneta commemorativa italiana da 500 lire

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

Da Benigni a Topolino[modifica | modifica wikitesto]

Al di fuori della cerchia letteraria, il pubblico ha imparato a conoscere Dante grazie ad una serie di iniziative scolastiche (lo studio di alcuni passi della Divina Commedia obbligatorio durante l'iter degli studi) ed extrascolastiche. Per esempio, nel 1965, in occasione del settecenentesimo anno della nascita di Dante, il poeta venne raffigurato sulla moneta da 500 lire italiane; dal 1948 al 1963, sulla banconota da 10.000 lire italiane[159] e nel 1997 sulle monete da 2 lire sammarinesi. Dal 2002, con l'entrata della nuova moneta dell'euro, venne raffigurato sulla moneta da 2 euro. Sempre nel 1965, la RAI ha dedicato al Sommo Poeta uno sceneggiato televisivo dal titolo Vita di Dante, interpretato da Giorgio Albertazzi. Nel corso dei decenni successivi, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassmann[160] e Vittorio Sermonti recitarono e/o lessero pubblicamente i canti della Commedia, iniziative che raggiunsero il culmine della popolarità con Roberto Benigni.

Nel mondo dei fumetti, Guido Martina e Angelo Bioletto, nei numeri 7-12 di Topolino (ottobre 1949-marzo 1950), pubblicarono la prima Grande Parodia Disney, L'Inferno di Topolino[161]. Se nei disegni è facile ritrovare le atmosfere delle illustrazioni di Gustave Doré, la particolarità di questa storia sta nelle terzine dantesche create da Martina a mo' di discalia. Alla fine della lunga versione disneyana dell'opera compare Dante in persona, in veste di giudice dei due fumettisti, ritratti incappucciati come "peccatori massimi", rei di aver scherzato troppo con un capolavoro immortale della letteratura, per poi essere perdonati grazie all'intercessione di Topolino. Nel 1987, sempre per Topolino, Giulio Chierchini riprende le atmosfere dell'Inferno dantesco per realizzare la sua versione: L'Inferno di Paperino. Pregevoli, infine, le 78 carte intitolate "Tarocchi di Dante", ideate dallo scrittore Giordano Berti e illustrate da Andrea Serio[162].

Nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel film Seven (1995) di David Fincher il serial killer scandisce i delitti secondo i sette peccati capitali come sono scanditi nel Purgatorio, mentre in Hannibal vi è una "interpretazione del suicidio di Pier delle Vigne"[163]. Inoltre in Hannibal il brano Vide cor meum, interpretato da Danielle De Niese e Bruno Lazzaretti, è un libretto di Patrick Cassidy, tratto dalla Vita Nova, il cui tema riguarda la simbologia del "cuore mangiato".

I manga giapponesi e Dante[modifica | modifica wikitesto]

Videogiochi
  • In Devil May Cry e nei rispettivi seguiti il protagonista è Dante, un ibrido uomo-demone. Inoltre vi sono varie allusioni alla Divina Commedia:la partner di Dante si chiama Trish (abbreviativo di Beatrish), suo fratello si chiama Vergil (Virgilio) e il suo più grande nemico è Mundus (Satana). Inoltre nel terzo capitolo Dante attraverserà i gironi dell'Inferno[167].
  • In Dante's Inferno (ispirato alla divina commedia) è un uomo fiorentino che durante le crociate fece strage di eretici e per questo la sua anima è destinata all'Inferno. Tuttavia egli sconfiggerà la Morte per poi tornare all'Inferno per salvare Beatrice da Lucifero.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Harold Bloom, Il Canone occidentale. I libri e le scuole delle età, tradotto da Francesco Saba Sardi, Milano, Bompiani, 1996, ISBN 88-452-2869-X.
  2. ^ Gianfranco Contini, Il Fiore in Umberto Bosco (a cura di), Enciclopedia Dantesca, II, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, pp. 895-901, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867.
    «l'Alighieri era per solito designato con l'ipocorismo 'Dante' (unicamente in un atto del 1343, rogato in favore del figlio Iacopo, il defunto padre è denominato "Durante, ol. vocatus Dante, cd. Alagherii")».
  3. ^ Dante espone questa sua convinzione in Convivio IV, XXIII 9: «Là dove sia lo punto sommo di questo arco, per quella disaguaglianza che detta è di sopra, è forte da sapere; ma ne li più io credo tra il trentesimo e quarantesimo anno, e io credo che ne li perfettamente naturati esso ne sia nel trentacinquesimo anno».
  4. ^ I critici letterari Umberto Bosco e Giovanni Reggio sostengono che Dante fu influenzato da un passo estratto dalla Bibbia: «L'opinione era ricalcata d'altronde su un passo biblico: dies annorum nostrorum...septuaginta anni (Ps. LXXXIX 10)» (Dante Alighieri, La Divina Commedia, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Vol.1 Inferno, p. 7).
  5. ^ Giulio Ferroni (a cura di), Dante e il nuovo mondo letterario. La crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, p. 3.
  6. ^ Giambattista Moreali, Il Duomo in chiaro - Pietre, versi ed enigmi, Modena, Edizioni SIGEM, 2014, p. 457
  7. ^ Cesare Marchi, Dante, Bergamo, RCS, 2006, p. 15.
  8. ^ Giovanni Boccaccio, Trattatello in Laude di Dante, Capitolo II - Patria e maggiori di Dante. URL consultato il 20 maggio 2015.
  9. ^ a b c d Cesare Marchi, Dante, p. 14.
  10. ^ Cfr. Inferno, Canto XV, 76
  11. ^ Si veda Pd, XV 135
  12. ^ Barbara Reynolds, Dante: la vita e l'opera, a cura di Alessio Catania, p. 15.
  13. ^ Bella è diminutivo per Gabriella.
  14. ^ a b c Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 12.
  15. ^ a b c d e Giulio Ferroni (a cura di), Dante e il nuovo mondo letterario. La crisi del mondo comunalee (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, p. 4.
  16. ^ Luigi Di Marco, La compagnia dei magi: per la formazione degli strateghi d'impresa, p. 56. URL consultato il 16 maggio 2015.
  17. ^ a b Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 13.
  18. ^ Francesco Mazzoni, Latini, Brunetto in Umberto Bosco (a cura di), Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970. URL consultato il 16 maggio 2015.
  19. ^ Giorgio Inglese, Latini, Brunetto in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 64, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2005. URL consultato il 16 maggio 2015.
  20. ^ Umberto Bosco e Giovanni Reggio (a cura di), Inferno in Divina Commedia, p. 248, nota 85.
    «Gloria dona al prode uomo una seconda vita, cioè a dir che, dopo la sua morte, la nominanza che riman di sue opere buone mostra che egli sia ancora in vita».
  21. ^ Andrea Mazzucchi, I francescani di Santa Croce e i domenicani di Santa Maria Novella, Internet Culturale. URL consultato il 18 maggio 2015.
  22. ^ Barbara Reynolds, Dante: la vita e l'opera, a cura di Alessio Catania, p. 20.
  23. ^ Etienne Gilson, Dante e la filosofia, pp. 136-137.
    «...per Dante, come per quasi tutti i pensatori del suo tempo, Aristotele e l'autorità filosofica più alta [...] Noi dicevamo di buon grado: il medioevo è il Papa e l'Imperatore; avvertiti da Dante, diciamo ormai: il Papa, l'Imperatore e Aristotele.».
  24. ^ Andrea Mazzucchi, Dante Alighieri. Aristotele: ’l maestro di color che sanno su http://www.internetculturale.it, Intenet Culturale. URL consultato il 17 maggio 2015.
  25. ^ Tra questi Giorgio Petrocchi, come si evince dalla sua Vita di Dante, cit., p. 22: «L'anno successivo, il 1287, ci consente invece una certezza: il soggiorno a Bologna, breve ma sicuro». Anche Giulio Ferroni ritiene certa la presenza di Dante a Bologna: «Un memoriale bolognese del notaio Enrichetto delle Querce attesta (in una forma linguistica locale) il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data» (Cronologia della vita di Dante - 1287).
  26. ^ Carlo Marchesi, Dante Alighieri. Soggiorno a Bologna, Bologna racconta. URL consultato il 20 maggio 2015.
  27. ^ Pd, X, 133-138
  28. ^ a b Andrea Mazzucchi, I primi anni dell’esilio (1302-1310), Internet Culturale. URL consultato il 17 maggio 2015.
  29. ^ a b c d e f g Giulio Ferroni (a cura di), Dante e il nuovo mondo letterario: la crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 6.
  30. ^ Enciclopedia dantesca (1970) alla voce corrispondente
  31. ^ Dizionario Biografico degli Italiani alla voce corrispondente
  32. ^ Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, I cosiddetti siculo-toscani. Guittone d'Arezzo (pp.75-76).
  33. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario: la crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, II, p. 7.
    «Le primissime rime si legano ancora agli schemi guittoniani e a qulli della lirica cortese toscana, ma hanno una maggiore leggerezza di tono, dovuta a un rapporto più diretto con la lirica siciliana.».
  34. ^ Si veda il rapporto polemico con l'Orbicciani in Purgatorio, Canto XXIV, 52-62, ove viene stesa anche la prima definizione di Stil novo.
  35. ^ La conoscenza del provenzale da parte di Dante è ricostruibile sia dalle citazioni contenute nel De vulgari eloquentia sia dai versi provenzali inseriti nel Purgatorio (Canto XXVI, 140-147).
  36. ^ Si veda, come approfondimento, Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, cit., pp. 35-48 ("Dalle rime guittoniane alla Vita Nova")
  37. ^ a b c Renato Piattoli, Donati, Gemma in Enciclopedia Dantesca. URL consultato il 16 maggio 2015.
  38. ^ Andrea Mazzucchi, La moglie: Gemma Donati, Internet culturale. URL consultato il 20 maggio 2015.
  39. ^ Un atto del 21 ottobre 1308 a Lucca testimonia che Giovanni fosse figlio suo, in quanto vi si trova scritto di un "Iohannes filius Dantis Aligherii de Florentia".
  40. ^ Dante accenna alla morte violenta di Corso Donati in Pg, XXIV, 82-84, mettendo la profezia post eventum in bocca al fratello di lui, Forese: «"Or va", diss'el; "che quei che più n'ha colpa,/vegg'ïo a coda d'una bestia tratto/ inver' la valle ove mai non si scolpa.// La bestia ad ogne passo va più ratto,/ crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,/ e lascia il corpo vilmente disfatto». La tematica della cavalcata infernale è un topos letterario ben noto nella letteratura medievale: verrà ripreso, infatti, sia da Giovanni Boccaccio, sia da Jacopo Passavanti.
  41. ^ Dante stesso citerà Carlo Martello d'Angiò nella Divina Commedia (Paradiso, Canto VIII, 31 e Canto IX, 1).
  42. ^ a b c d e Giulio Ferroni (a cura di), Dante e il nuovo mondo letterario: la crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 5.
  43. ^ a b Guido Pampaloni, Bianchi e Neri in Enciclopedia Dantesca, 1970. URL consultato il 17 maggio 2015.
  44. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 80.
  45. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 79.
  46. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 81.
  47. ^ a b c Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 82.
  48. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 82.
    «La balì del cardinale Matteo non si esercita nella giusta direzione: i Neri non sono puniti, e anzi il paciaro cerca di otteneeree milizie da Lucca per imporre con la forza il suo arbitrato.».
  49. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 87.
  50. ^ Marco Santagata, La condanna a morte, Mondadori, 2012. URL consultato il 17 maggio 2015.
    «Quasi sicuramente si trovava ancora a Roma al momento del colpo di Stato dei primi di novembre; Leonardo Bruni riferisce che Dante, partito da Roma, a Siena era venuto a sapere che la situazione di Firenze era irreparabile, e che perciò avrebbe deciso di riunirsi con i compagni di partito...».
  51. ^ Giovanni Ciappelli, Gabrielli, Cante in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 51. URL consultato il 17 maggio 2015.
    «Il 1° nov. 1301 Carlo di Valois entrò in Firenze. Al suo seguito, alla testa dei cavalieri senesi che lo accompagnavano, si trovava anche il Gabrielli.».
  52. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 93.
  53. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 97.
    «...10 giugno: Niccolò da Prato lascia Firenze; ultima decade di giugno: i Neri consolidano il loro potere in città impadronendosi di tutte le cariche pubbliche».
  54. ^ Giorgio Petrocchi, 'Vita di Dante, p. 95.
  55. ^ a b Giorgio Petrocchi, 'Vita di Dante, p. 97.
  56. ^ Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 145.
  57. ^ Marco Santagata, Dante in Lunigiana, Mondadori, 2012. URL consultato il 17 maggio 2015.
  58. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 148.
  59. ^ Marco Santagata, Dante a Milano, Mondadori, 2012. URL consultato il 17 maggio 2015.
    «Nella lettera che invierà a Enrico in aprile, Dante afferma di avere avuto l’onore di essere ricevuto in udienza.».
  60. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 154.
  61. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 94.
  62. ^ Dante stesso, in Convivio IV, XVI, 6, non ne elogia le qualità umane. Si veda: Gian Maria Varanini, Della Scala, Alboino in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 37, 1989. URL consultato il 18 maggio 2015.
  63. ^ a b Andrea Mazzucchi, Cangrande della Scala su www.internetculturale.it, Internet Culturale. URL consultato il 18 maggio 2015.
  64. ^ A. Torre, L'ambasceria di Dante a Venezia in Almanacco Ravennate, Ravenna, 1959, pp. 385-400.
  65. ^ Marco Santagata, Cronologia della vita di Dante, Mondadori, 2012. URL consultato il 18 maggio 2015.
    «Le cause della partenza sono ignote: forse un accresciuto disagio per l’ambiente scaligero (di cui resterebbe testimonianza nell’aneddoto riferito da Petrarca, Rerum memorandarum libri II 83: Cangrande chiede a Dante come mai non riesce a rendersi gradito al pari di un buffone di corte, il poeta risponde che gli uomini apprezzano chi è simile a loro), forse la fama di amico delle lettere goduta dal nuovo signore o la possibilità di trovare una sistemazione ai figli (in questo periodo Pietro ottiene il rettorato di due chiese ravennati, S. Maria in Zenzanigola e S. Simone del Muro).».
  66. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 199.
  67. ^ Come sottolineato da Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, cit., pp. 198-199, Dante fu raggiunto dal resto della famiglia, compresa (forse) la moglie Gemma.
  68. ^ Giulio Ferroni (a cura di), Dante e il nuovo mondo letterario : la crisi del mondo comunale (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 7.
  69. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 198.
  70. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 198.
    «...si può dedurre che il signore di Ravenna volle impegnarlo, e forse più volte, in ambascerie e relazioni cancelleresche, mai in un servizio continuo e ufficiale di segretario...».
  71. ^ a b Marco Santagata, Cronologia della vita di Dante, Mondadori, 2012. URL consultato il 18 maggio 2015.
  72. ^ Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 222.
    «Ma quale giorno? Il Boccaccio è i codici del cosiddetto "gruppo del Cento" non esistano al riguardo: il 14 settembre: "nel dì che la esaltazione della Santa Croce si celebra dalla Chiesa", dice il Boccaccio. Invece gli epitafi [sic] di Giovanni del Virgilio (Theologus Dantes) e di Meneghino Mezzani (Inclita fama) danno la data del 13 settembre.».
  73. ^ a b c d e Direzione del Giornale del Centenario (a cura di), Il Sarcofago di Dante in La Festa di Dante, Firenze, M. Cellini e C., 1865, p. 85. URL consultato il 18 maggio 2015.
  74. ^ Andrea Mazzucchelli, La morte e le celebrazioni funebri, Internet Culturale. URL consultato il 20 maggio 2015.
  75. ^ Barbara Reynolds, Dante: la vita e l'opera, a cura di Alessio Catania, p. 430.
    «La diffusione della biografia di Boccaccio sortì i suoi effetti. Nel 1373 i cittadini di Firenze avanzarono istanza ai priori per l'organizzazione di una serie di pubbliche lezioni sulla Commedia».
  76. ^ a b c d e f Toni di Rossi, Ravenna - Tomba di Dante. URL consultato il 18 maggio 2015.
  77. ^ Sergio Marconi, Canaccio, Bernardo in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 17, 1974. URL consultato il 18 maggio 2015.
    «Giovanni Boccaccio, nella vita di Dante, racconta che Guido Novello aveva bandito un concorso per l'epigrafe sulla nuova tomba di Dante che egli aveva intenzione di far erigere; in questa occasione appunto il C. avrebbe composto l'esastico "Iura monarchiae" fatto incidere da lui intorno al 1357, dopo la morte di Guido Novello, sul vecchio sepolcro.».
  78. ^ De Vulgari Eloquentia I, II 1
  79. ^ Dante Alighieri, De Vulgari Eloquentia in Sergio Cecchin (a cura di), Opere minori di Dante Alighieri, vol. 2, Torino, UTET, 1986.
  80. ^ Marco Santagata, La promozione del volgare, Mondadori, 2012. URL consultato il 19 maggio 2015.
    «Dante si rende conto che i ceti dirigenti italiani mancano di una lingua comune».
  81. ^ Francesco Selmi, Dei Trattati morali di Albertano da Brescia, volgarizzamento inedito fatto nel 1268 da Andrea da Grosseto, Bologna, G. Romagnoli, 1873, p. 389.
  82. ^ Francesco Petrarca, Canzoniere, a cura di Gianfranco Contini, Torino, Einaudi, 1992, Introduzione, p. XXVIII.
    «Dei più visibili e sommari attributi che pertengono a Dante, il primo è il plurilinguismo.».
  83. ^ Guglielmo Barucci, Dante e il pluristilismo delle "Rime" su www.oilproject.org, oilproject. URL consultato il 19 maggio 2015.
  84. ^ Pier Vincenzo Mengaldo, stili, Dottrina degli in Enciclopedia Dantesca, 1970. URL consultato il 19 maggio 2015.
    «...Dante non fa che ereditare una nozione, la tripartizione degli stili, che è un luogo comune di tutta la retorica medievale, a sua volta derivato da più modelli della latinità classica e tarda [...] Momento fondamentale nella storia di queste dottrine è quello in cui, dapprima con Donato e con Servio, lo schema dei tre gradi di stili è applicato alle tre opere di Virgilio, che ne divengono esempio paradigmatico, rispettivamente le Bucoliche di stile umile o basso, le Georgiche del mezzano o mediocre, l'Eneide del grave o sublime o grandiloquus».
  85. ^ Salvatore Guglielmino e Hermann Grosse, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 170.
  86. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 8.
  87. ^ Il nome Beatrice assumerà soprattutto nella Divina Commedia la sua reale importanza, in quanto, etimologicamente parlando, significa Portatrice di Beatitudine, tanto che solo questa figura potrà condurre Dante lungo il percorso del Paradiso.
  88. ^ Matilde Quarti, Guido Cavalcanti: la poetica e lo Stilnovo, oilproject. URL consultato il 19 maggio 2015.
    «Se quindi Cavalcanti getta le basi per la spiritualizzazione dell’amore degli stilnovisti, egli tuttavia non giunge mai a teorizzare la donna-angelo (e quindi l’idea che la bellezza terrena sia tramite per la salvezza ultraterrena, come nel caso di Beatrice nella Vita Nova). Anzi, come detto nella canzone dottrinale Donna me prega, Amore allontana sempre l’uomo dal perfezionamento di sé».
  89. ^ Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 147.
  90. ^ Matilde Quarti, La “Vita Nova” di Dante: il capitolo 26 e la poesia della lode, Oilproject. URL consultato il 21 maggio 2015.
  91. ^ Andrea Cortellessa, "Purgatorio", Canto 30: commento critico, Oilproject. URL consultato il 21 maggio 2015.
    «Quando Beatrice “passa a seconda vita”, cioè muore, Dante commise la sua colpa: mutò vita; perse la diritta via, la retta via; “si tolse a me e diessi altrui”. Questa non è gelosia di donna viva, ma è allegoria di una perdita di ruolo, di significato dell’esistenza che Dante evidentemente aveva sofferto.».
  92. ^ Come manifestato nel sonetto programmatico Tanto gentile e tanto onesta pare (Vita Nova XXVI), Dante estende a tutti gli uomini i benefici della vista di Beatrice («Mostrasi sì piacente a chi la mira, / che dà per li occhi una dolcezza al core, / che ’ntender no la può chi no la prova»).
  93. ^ Barbara Reynolds, Dante: la vita e l'opera, p. 150.
    «Tutto questo consesso di filosofi, poeti, moralisti e scienziati rappresenta le credenziali scientifiche di Dante, la sua "bibliografia" di riferimento, le fonti autorevoli di quanto si accingeva a scrivere su inferno, purgatorio e paradiso».
  94. ^ «Quivi, secondo che per ascoltare, / non avea pianto mai che di sospiri / che l’aura etterna facevan tremare» (Inferno IV, 25-27); «...s’elli hanno mercedi, / non basta, perché non ebber battesmo,/ch’è porta de la fede che tu credi; // e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, / non adorar debitamente a Dio: / e di questi cotai son io medesmo. // Per tai difetti, non per altro rio, / semo perduti, e sol di tanto offesi / che sanza speme vivemo in disio» (Inferno IV, 34-42).

  95. ^ Lisa Pericoli, La "Commedia" di Dante: fonti e modelli, oilproject. URL consultato il 21 maggio 2015.
    «Nè si può dimenticare che alla base della rilettura dei “classici” c’è sempre, nella mentalità medievale, la teoria dei “quattro sensi” dell’interpretazione: il senso letterale (che trasmette la “lettera” del testo, ovvero il suo riferirsi al mondo reale), quello allegorico (in cui dietro la storia fittizia c’è un senso recondito da scoprire), quello morale (relativo all’insegnamento etico che si può desumere dalle pagine scritte) e quello anagogico (che reinterpreta il contenuto dell’opera in ottica spiritual-salvifica).».
  96. ^ Francesco Lamendola, Il culto di Virgilio nel medioevo, Centro Studi La Runa, 2 aprile 2010. URL consultato il 21 maggio 2015.
  97. ^ P. V. Cova, Arbusta iuvant. Le Bucoliche e scelta delle Georgiche di Virgilio, G. B. Petrini, 1961, p. 66.
    «I medioevali vollero vedervi una profezia del Cristo redentore, cantata da un pagano che sentiva la pienezza dei tempi; l’accenno a una Vergine, al Bimbo nascente e al serpente che muore erano elementi letterali più che sufficienti a giustificare questa interpretazione».
  98. ^ Gabriella Giudici, Il diavolo, ossessione medievale. URL consultato il 22 maggio 2015.
  99. ^ Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, / temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, / fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; // e quali Padoan lungo la Brenta, / per difender lor ville e lor castelli, / anzi che Carentana il caldo senta (If XV, 4-9)
  100. ^ a b Lisa Pericoli, La Commedia di Dante: fonti e modelli, Oilproject. URL consultato il 21 maggio 2015.
  101. ^ a b Bruno Nardi, La filosofia di Dante in Grande antologia filosofica, IV, Milano, Marzorati, 1954, pp. 1150-1253.
  102. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 23.
  103. ^ Essendo Cavalcanti seguace di Averroè, ed avendo usato la dottrina degli spiriti all'interno della sua poetica, è plausibile l'idea che questi abbia appreso tale dottrina dai commenti di Averroè, esegesi che Dante conobbe sia per il legame che lo stringeva a Cavalcanti, sia per il suo raffinamento di nozioni filosofiche avvenute negli anni '90 a Firenze.
  104. ^ a b A. Dendi, E. Severina, A. Aretini, Moduli di letteratura italiana ed europea, Milano, Carlo Signorelli Editore, 2002. URL consultato il 21 maggio 2015.
  105. ^ a b Salvatore Guglielmino e Herman Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 164.
  106. ^ Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi, Luoghi della letteratura italiana, p. 223. URL consultato il 21 maggio 2015.
    «...l'inferno dantesco è fondamentalmente tripartito. Nei primi sei cerchi sono punti i colpevoli di incontinenza, nel settimo quelli di violenza, nell'ottavo e nel nono quelli di frode. Questa tripartizione è dovuta in parte allEtica Nicomachea di Aristotele, dall'altra al De Officiis di Cicerone, quest'ultimo mediato dal Corpus iuris civilis di Giustiniano».
  107. ^ Gianfranco Contini, Il Fiore - Introduzione in Dante Alighieri, Opere minori, I Classici Ricciardi, 1995. URL consultato il 22 maggio 2015.
  108. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1384) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 7.
  109. ^ L'edizione critica tradizionale di Barbi, 1921, conta 42 capitoli; quella di Gorni, 1996, ne rivede la suddivisione, contandone 31.
  110. ^ a b Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 8.
  111. ^ Ralph Waldo Emerson-Dante Alighieri - VITA NUOVA, Nino Aragno Editore. URL consultato il 22 maggio 2015.
  112. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 12.
  113. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 8.
  114. ^ «Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere.» (Cv I, 1)
  115. ^ «Ma vegna qua qualunque è [per cura] familiare o civile ne la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s’assetti; e a li loro piedi si pongano tutti quelli che per pigrizia si sono stati, che non sono degni di più alto sedere: e quelli e questi prendano la mia vivanda col pane, che la far[à] loro e gustare e patire.» (Cv I, 13)
  116. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 14.
  117. ^ Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 15.
  118. ^ Andrea Cortellessa, Il "De vulgari eloquentia" di Dante: riassunto e analisi del testo, oilproject. URL consultato il 22 maggio 2015.
  119. ^ Pier Giorgio Ricci, Monarchia in Enciclopedia Dantesca. URL consultato il 22 maggio 2015.
  120. ^ Salvatore Guglielmino e Herman Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 157.
  121. ^ Luca Ghirimoldi, "Divina Commedia": riassunto e analisi dell'opera, Oilproject. URL consultato il 22 maggio 2015.
  122. ^ Salvatore Guglielmino e Herman Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, I, p. 158.
  123. ^ Si guardi la sezione dedicata allo stile
  124. ^ Manlio Pastore Stocchi, Epistole in Enciclopedia dantesca. URL consultato il 22 maggio 2015.
  125. ^ a b Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380) in Storia della letteratura italiana, vol. 2, p. 18.
  126. ^ Guido Martellotti, Egloghe in Enciclopedia Dantesca. URL consultato il 22 maggio 2015.
  127. ^ Manlio Pastore Stocchi, Questio de aqua et terra, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, SBN IT\ICCU\RAV\0018895. URL consultato il 22 maggio 2015.
  128. ^ [[#CITEREFPetrarca in XXI 15, 2 l'ammirazione di Boccaccio per Dante viene testimoniata con queste parole:«Inseris nominatim hanc huius officii tui excusationem, quod ille tibi adolescentulo primus studiorum dux et prima fax fuerit»|Petrarca in XXI 15, 2 l'ammirazione di Boccaccio per Dante viene testimoniata con queste parole:«Inseris nominatim hanc huius officii tui excusationem, quod ille tibi adolescentulo primus studiorum dux et prima fax fuerit»]]
  129. ^ Indice dei manoscritti su www.danteonline.it. URL consultato il 22 maggio 2015.
  130. ^ Sulla prima affermazione, si veda paragrafo 7:«In primis quidem odii causa prorsus nulla est erga hominem nunquam michi nisi semel, idque prima pueritie mee parte, monstratum»; sulla seconda, il 9:«stilus in suo genere optimus»
  131. ^ Paragrafo 17:«timui enim in meis quod in aliorum scriptis, precipueque huius de quo loquimur, videbam, neque volubiliores vulgi linguas aut spiritus molliores meis in rebus speravi, quam in illorum essent, quos vetustas et prescriptus favor theatris ac compitis urbium celebrassent»
  132. ^ Paragrafo 11:«Eidem tunc stilo deditus, vulgari eloquio ingenium exercebam; nichil rebar elegantius necdum altius aspirare didiceram, sed verebar ne si huius aut alterius dictis imbuerer, ut est etas illa flexibilis et miratrix omnium, vel invitus ac nesciens imitator evaderem»
  133. ^ Marco Santagata, Dante in Petrarca in Giornale storico della letteratura italiana, 1 gennaio 1980, pp. 445-452.
  134. ^ a b c d Vincenzo Salerno, La “Commedia” di Dante in Inghilterra. Da Geoffrey Chaucer a W. M. Rossetti su http://web.tiscali.it, LIBROITALIANO. Editrice Letteraria Internazionale. URL consultato il 23 maggio 2015.
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  136. ^ a b Andrea Mazzucchi, Giovanni Boccaccio, Internet culturale. URL consultato il 23 maggio 2015.
  137. ^ Il Niccoli fu umanista in senso stretto, amante solamente della cultura classica e disprgiatore di Dante non soltanto per il suo cattivo latino, ma anche per aver preferito la lingua volgare a quella degli antichi romani
  138. ^ a b Carlo Alberto Madrignani, Di alcune biografie umanistiche di Dante e Petrarca in Belfagor, 1 gennaio 1963, pp. 29-48.
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  140. ^ [[#CITEREFIl viaggio di Astolfo sulla Luna per recuperare il cervello di Orlando è palese recupero del viaggio immaginario dantesco|Il viaggio di Astolfo sulla Luna per recuperare il cervello di Orlando è palese recupero del viaggio immaginario dantesco]]
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  147. ^ Giovanni Belardelli, Patriota Dante, padre di tutti gli esuli in Corriere della Sera, 1 settembre 2008, p. 35. URL consultato il 23 maggio 2015.
    «Ma ancora più importante era il fatto che Dante venisse considerato come una sorta di padre della nazione, perché ne aveva creato la lingua e la poesia: era questo che consentiva di definire la «Commedia», sempre secondo Foscolo, «il libro degli italiani». Accentuando questa lettura, Mazzini volle vedere in Dante un precursore dell' unità nazionale e della stessa moderna civiltà europea,».
  148. ^ Luciano Chailli, Dante in musica? Una selva oscura in Corriere della Sera, 6 marzo 2002, p. 33.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia su Dante.

La bibliografia sulla vita e sull'opera di Dante è sterminata; normalmente, il primo strumento di ricerca è l'Enciclopedia Dantesca, dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, Roma, 1970-1978, consultabile anche on line. Si possono utilizzare anche le risorse informatiche, in primo luogo la bibliografia consultabile sul sito della Società Dantesca Italiana. Per la bibliografia cartacea si rimanda alla voce Bibliografia su Dante. In questo luogo, si segnala la bibliografia utilizzata per la redazione scientifica della voce:

  • Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi (a cura di), Luoghi della letteratura italiana, Milano, B. Mondadori, 2003, ISBN 88-424-9017-2.
  • Giovanni Belardelli, Patriota Dante, padre di tutti gli italiani in Corriere della Sera, 1° settembre 2008, p. 35. URL consultato il 23 maggio 2015.
  • Simonetta Saffiotti Bernardi, Remo Ceserani, Francia in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867. URL consultato il 23 maggio 2015.
  • Harold Bloom, Il Canone occidentale. I libri e le scuole delle età, a cura di Francesco Saba Sardi, Milano, Bompiani, 1996, ISBN 88-452-2869-X.
  • Filippo Brancucci e Joaquín Arce, Spagna in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867. URL consultato il 23 maggio 2015.
  • Filippo Brancucci e W. Theodor Elwert, Germania in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867. URL consultato il 23 maggio 2015.
  • Sergio Cecchin (a cura di), Opere minori di Dante Alighieri, II, Torino, UTET, 1986.
  • Luciano Chailly, Dante in musica? Una selva oscura in Corriere della Sera, 6 marzo 2002, p. 33.
  • Giovanni Ciappelli, Gabrielli, Cante in Dizionario Biografico degli Itailani, vol. 51, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1998, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867. URL consultato il 17 maggio 2015.
  • Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, 3ª ed., Firenze, Sansoni Editore [1970], 2006, ISBN 88-383-1866-2.
  • Gianfranco Contini, Il Fiore e il Detto d'amore: attribuibili a Dante Alighieri in Opere minori di Dante Alighieri, Milano, Classici Ricciardi-Mondadori, 1995, ISBN 88-7817-104-2.
  • Pier Vincenzo Cova, Arbusta iuvant : le Bucoliche e scelta delle Georgiche di Virgilio, 2ª ed., Torino, G. B. Petrini, 1961, SBN IT\ICCU\SBL\0138688.
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  • Galileo Galilei,Due lezioni all'Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante, 1588 ora in Galileo Galilei, Due lezioni all'Accademia Fiorentina circa la figura, sito e grandezza dell'Inferno di Dante, a cura di Riccardo Pratesi, Livorno, Sillabe, 2011, ISBN 978-88-8347-603-7.
  • Etienne Gilson, Dante e la filosofia, a cura di Sergio Cristaldi, Milano, Jaca Book, 1987, ISBN 88-16-40193-1.
  • Salvatore Guglielmino e Hermann Grosser, Storia letteraria dal Duecento al Cinquecento in Il sistema letterario, vol. 1, 1ª ed., Milano, G.Principato, marzo 2000, ISBN 88-416-1309-2.
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  • Bruno Nardi, Filosofia di Dante in Grande antologia filosofica, IV, Milano, Marzorati, 1954, pp. 1150-1253, SBN IT\ICCU\RAV\0161593.
  • Guido Pampaloni, Bianchi e Neri in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970, SBN IT\ICCU\RLZ\0163867. URL consultato il 18 maggio 2015.
  • (LA) Paolo VI, Altissimi cantus, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 7 dicembre 1965. URL consultato il 24 maggio 2015.

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