Laelius de amicitia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Sull'amicizia
Titolo originale Laelius de amicitia
Altri titoli De amicitia
Cicero De amicitia Bibliotheca Palatina.jpg
De Amicitia, manoscritto delle 1400, Biblioteca apostolica vaticana
Autore Marco Tullio Cicerone
1ª ed. originale 44 a.C.
Genere dialogo filosofico
Lingua originale latino
Protagonisti Gaio Lelio Sapiente, Quinto Mucio Scevola, Gaio Fannio Strabone

Il Laelius de amicitia (titolo completo Laelius seu De amicitia - più noto come De amicitia: "Sull'amicizia"), opera dell'ultimo periodo ciceroniano, è un dialogo di carattere filosofico (immaginato svolgersi nel 129 a.C.) scritto da Cicerone tra l'estate e l'autunno del 44 a.C. e dedicato a Tito Pomponio Attico. Delinea, in un dialogo tenuto da Mucio Scevola, Gaio Fannio e Lelio, tutte le sfumature dell'amicizia, unendo la visione epicurea (tipicamente attichiana) e quella stoica (ciceroniana).

Nell'antichità soltanto l'epicureismo aveva cercato di svincolare il valore di amicizia da quello di utilitas[1]. In questo trattato, che a prima vista potrebbe sembrare un dialogo tra amici, in realtà Cicerone utilizza autorevoli fonti per sostenere l'amicizia libera dal vincolo politico.

Il 44 a.C. e l'ultimo periodo della vita di Cicerone[modifica | modifica wikitesto]

Cicerone, maestro dell'eloquenza, filosofo, storico, poeta, epistolografo, fu un uomo ecclettico in poesia quanto in filosofia.

Gli ultimi anni della vita di Cicerone sono permeati dal dolore. Al ritorno dalla Cilicia, era ansioso sia per le sorti della sua piccola Tullia, che per gli avvenimenti politici che impetuavano. Infatti vi era l'intervento armato tra Cesare e Pompeo[2].

Legatosi due volte a Cesare e avendo violato i patti del triumvirato, sembrava che Pompeo avesse fatto di tutto per cercare lo scontro armato, credendo fermamente di uscirne vincitore[3]. Era infatti inevitabile che Cesare rifiutasse la decisione estrema del Senato, non ritenendola costituzionale, e che decidesse di passare il Rubicone.

Cicerone, attento uomo politico, non riuscì a restare neutrale. Dopo un'attenta analisi, seppur senza entusiasmo, decise di schierarsi con Pompeo, nonostante questa sembrasse la causa più debole ma anche più giusta. Infatti nell'epistola del 27 febbraio del 49 ad Attico, Cicerone esprime la propria delusione in quanto questi non incarnava l'ideale di moderator rei publicae[4]

Per molti mesi, nonostante la situazione domestica non fosse delle migliori – infatti il suo animo era dilaniato da ragioni private e pubbliche - decise di attendere a Brindisi il ritorno del vincitore.

In seguito ripudiò la moglie Terenzia, dopo trent'anni di vita matrimoniale condivisa, perché questa aveva dilapidato l'intero patrimonio ciceroniano.

Sposò così Publilia, una donna giovanissima e ricchissima, ma quando la figlia prediletta Tullia muore di parto, la giovane moglie viene accusata di essersene rallegrata, così anch'essa è ripudiata.

La morte della figlia lo turbò profondamente causando la perdita di fiducia anche nel presente. A questi accadimenti della vita privata, si aggiunse anche il disprezzo degli antichi compagni che lo accusavano di tradimento, poiché alleato a Pompeo, e gli antichi avversari che lo corteggiavano[5]. Per un periodo aveva sperato che Cesare, uomo dotto e generoso, potesse restaurare la repubblica, per questo gli pronunciò le Cesariane. In realtà la dittatura cesariana si fece troppo dura fino alle Idi di marzo del 44 a.C., quando questi fu ucciso e Cicerone subito osannò la punizione meritata.

Cicerone credette che, come una fenice, l'antica repubblica potesse risorgere dalle sue ceneri, ma questa apparve solo come una breve illusione, in quanto i congiurati non riuscirono a controllare il potere.

Antonio si proclamava vendicatore e successore di Cesare e anche instauratore di una tirannide. Proprio per questo Cicerone decise di lottare contro Antonio, mettendo in pericolo la sua vita e pronunciando le famose Filippiche.

Alla luce di questo contesto storico e di questi forti contrasti interiori, che Cicerone redige le sue ultime opere.

Argomento[modifica | modifica wikitesto]

Esso contiene l'elogio dell'amicizia, adottando l'ideale ellenico della filantropia, che però viene calato nel contesto della realtà romana, tanto da diventare “legame interessato”, fra persone aventi gli stessi ideali politici. Rievocando la figura dell'amico Scipione Emiliano da poco scomparso (che viene celebrato nella parte iniziale e al quale vengono fatti molti riferimenti nel testo), Gaio Lelio intrattiene i propri interlocutori (i suoi due generi Gaio Fannio Strabone e Quinto Mucio Scevola) tracciando un profilo del valore e della natura dell'amicizia e disprezzando forme di amicizia non dettate dalla natura, motivo per il quale più volte verranno attaccati, in maniera più o meno diretta, gli epicurei.

L'Amicitia per i Romani era anzitutto la creazione di legami personali a scopo di sostegno politico. Il dialogo muove alla ricerca dei fondamenti etici della società nel rapporto che lega fra loro le volontà degli amici.

La novità dell'impostazione ciceroniana consiste soprattutto nello sforzo di allargare la base sociale delle amicizie (ponendovi alla fondamenta valori come virtus e probitas) al di là della cerchia ristretta della nobilitas. Quella propagandata da Lelio non si configura unicamente come amicitia politica: ciò si evince dal fatto che l'opera trasuda di una disperata necessità di rapporti sinceri, quali Cicerone, preso nel vortice delle convenienze imposte dalla vita pubblica, poté forse trovare solo nel dedicatario.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cicerone, La vecchiaia, l'amicizia, introduzione di Nicoletta Marini, , pag. XXXV, Garzanti.
  2. ^ cicerone, Catone maggiore: della vecchiezza; Lelio: dell'amicizia, testo latino, traduzione e note di Dario Arfelli, pag XI, zanichelli.
  3. ^ Luigi Pareti, Storia di Roma, vol. IV, pag. 171-172, tipografia sociale torinese.
  4. ^ Luigi Pareti, Storia di Roma, pag. 184, tipografia sociale torinese.
  5. ^ Cicerone, Catone maggiore: della vecchiezza; Lelio: dell'amicizia, testo latino, traduzione e note di Dario Arfelli, zanichelli.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. Rawson, L'aristocrazia ciceroniana e le sue proprietà, in M.I. Finley (a cura di). La proprietà a Roma, Bari, Laterza, 1980.
  • D. L. Stockton, Cicerone. Biografia politica, Milano, Rusconi Libri, 1984. ISBN 8818180029
  • Wilfried Stroh, Cicerone, Bologna, Il Mulino, 2010. ISBN 9788815137661
  • Giusto Traina, Marco Antonio, Laterza, 2003. ISBN 8842067377
  • S. C. Utcenko, Cicerone e il suo tempo, Editori Riuniti, 1975. ISBN 883590854X
  • J. Vogt, La repubblica romana, Bari, Laterza, 1975.
Controllo di autorità GND: (DE4122446-2