Giosuè Carducci

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sen. Giosuè Carducci
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Giosuè Carducci
Luogo nascita Valdicastello (Pietrasanta, Lucca)
Data nascita 27 luglio 1835
Luogo morte Bologna
Data morte 16 febbraio 1907
Titolo di studio Laurea in Filosofia e filologia
Professione Docente universitario, poeta
Legislatura XVII
Senatore a vita
Investitura Categoria 19 (Membri ordinarii del Consiglio superiore d'Istruzione pubblica),
Categoria 20 (Coloro che con servizi o meriti eminenti hanno illustrata la Patria)
Data 4 dicembre 1890
Pagina istituzionale
Giosuè Carducci
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Legislatura XIII
Gruppo Gruppo radicale - estrema sinistra
Collegio Lugo
Pagina istituzionale
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1906

Giosuè[1] Alessandro Giuseppe Carducci (Valdicastello, 27 luglio 1835Bologna, 16 febbraio 1907) è stato un poeta e scrittore italiano.

Indice

[modifica] Biografia

La casa natale di Valdicastello di Pietrasanta
Carducci raffigurato in busto nella Biblioteca Civica di Verona

[modifica] Origini familiari

Michele Carducci, studente di medicina a Pisa, figlio di un leopoldino conservatore e di Lucia Galleni, era uomo dalle forti passioni politiche e di tempra irascibile. Da giovane fu un cospiratore rivoluzionario, e in seguito ai moti francesi del 1830 sognò che anche in Italia il corso degli eventi potesse prendere una direzione simile. Dopo che le autorità intercettarono una sua lettera, fu arrestato e confinato per un anno a Volterra, dove conobbe la bella e colta Ildegonda Celli, figlia di un orefice fiorentino ridotta come lui in condizioni di povertà.[2]

Al termine del confino tornò a Pisa dove completò gli studi e sposò la Celli, con cui andò a vivere in Versilia a Valdicastello, una frazione di Pietrasanta, sua terra natale, nel lucchese.[3]

[modifica] L'infanzia

È qui che il figlio primogenito di Michele e Ildegonda, Giosuè Carducci nacque la sera di martedì 27 luglio 1835, venendo battezzato nella chiesa locale il giorno successivo. La scelta del nome fu contesa dai genitori; il padre voleva chiamare il nascituro Giosuè, come un amico che dopo lungo tempo aveva rivisto nel periodo della gravidanza della moglie, mentre Ildegonda avrebbe preferito Alessandro, come suo padre in quel momento gravemente malato. La spuntò Michele, ma Alessandro fu comunque il secondo nome del futuro poeta.[4] Giuseppe, il terzo nome, gli fu assegnato in omaggio al nonno paterno. I problemi finanziari del padre si acuirono, costringendolo a lasciare Valdicastello, conducendolo a Serravezza, dove nacque il secondogenito Dante (1837), e nei pressi di Ponte Stazzemese, finché nel 1838 la famiglia si trasferì a Bolgheri, in piazza Alberto, dove Michele ottenne una condotta nel feudo della Gherardesca.[5] A Bolgheri nacque il terzo figlio, Valfredo (1841), in ossequio alle inclinazioni romantiche del padre. Michele disponeva di una discreta biblioteca, in cui vi si riflettevano le predilezioni classico-romantiche e quelle rivoluzionarie. Qui Carducci poté voracemente impegnarsi nelle prime letture, e scoprire l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide, la Gerusalemme liberata, la Storia romana di Charles Rollin e la Storia della Rivoluzione francese di Adolphe Thiers.[6]

Il castello di Bolgheri

[modifica] Gli studi

Nei dieci anni a Bolgheri la famiglia visse in povertà e non era possibile per Giosuè frequentare le scuole; il padre incaricò così il sacerdote Giovanni Bertinelli di dargli lezioni di latino durante il giorno, mentre la sera era direttamente Michele a impartirgli l'insegnamento di questa lingua che il giovane amò profondamente sin dall'inizio.[7] Già in questi anni cominciò a cimentarsi nella composizione di qualche verso, la Satira a una donna (1845) e l'appassionato Canto all'Italia (1847), entrambi in terzine. Il 1848 è l'anno del sonetto A Dio e del racconto in ottave La presa del castello di Bolgheri. Il progetto didattico paterno prevedeva la lettura dei classici latini (si dice che il ragazzo sapesse a memoria i primi quattro libri delle Metamorfosi) ma anche del Manzoni e del Pellico, che il figlio obbedientemente studiava, pur covando una vena antimanzoniana che andrà acuendosi negli anni appresso.[8]

Le idee politiche di Michele Carducci, intanto, cominciarono a rendergli la vita impossibile in paese,[9] tanto che dovette migrare dapprima a Castagneto (oggi Castagneto Carducci ingloba gli antichi borghi di Castagneto e Bolgheri) e poi a Lajatico, dove in breve si ripropose lo stesso problema, che convinse il dottore a cercar rifugio nella grande città.[10]

Fu così che il 28 aprile 1849 i Carducci si stabilirono a Firenze (in una misera abitazione di via Romana) dove il primogenito, quattordicenne, conobbe la quindicenne Elvira, figlia del sarto Francesco Menicucci e della sua prima moglie. Menicucci aveva sposato in seconde nozze la sorella di Ildegonda Celli ed era divenuto così parente della famiglia, instaurando una assidua frequentazione che permise ai due ragazzi di vedersi spesso.[11]

Il 15 maggio cominciò a frequentare il liceo nelle Scuole Pie degli Scolopi di san Giovannino acquisendo una sempre più sorprendente preparazione in campo letterario e retorico. Nei primi mesi suo docente di umanità fu don Michele Benetti. Prima di iscriverlo al biennale corso di retorica (1849-1851), il padre pensò per un istante di introdurlo nel Liceo Militare ma abbandonò presto l'idea.[12]

Continuò così la frequentazione delle Scuole Pie, dove l'insegnante di retorica era padre Geremia Barsottini, sacerdote con fama di liberale e poeta dilettante d'ispirazione romantica. Carducci strinse amicizia in particolare con due compagni, Giuseppe Torquato Gargani ed Enrico Nencioni, i quali notarono subito il suo talento superiore alla norma. È noto l'episodio, riferito dal Nencioni stesso, di quando ad un'interrogazione di latino in cui ciascuno doveva tradurre e spiegare oralmente un passo ad libitum, Giosuè estrasse un libro non annotato di Persio, e lo espose con sbalorditiva maestria.[13]

Nel frattempo, nell'aprile 1851, la famiglia si trasferì a Celle sul Rigo sulle pendici del Monte Amiata, ma il giovane Carducci rimase a Firenze per continuare gli studi. Il maggior tempo libero gli permise di vedere più frequentemente Elvira Menicucci, e la simpatia che si era subito venuta a creare si alimentò, se è vero che il 6 settembre Carducci scriveva versi di questo stampo:

« E se 'l tempo e i suoi corrucci
a' miei canti piegherà
Oh! l'Elvira di Carducci
forse no, che non morrà »

Una breve digressione letteraria si rivela necessaria sin da ora, perché la produzione poetica fu precoce, e c'è chi, forse esagerando, vi ha visto presente in nuce il poeta maturo.[14] Sono in ogni caso anni di intensa sperimentazione poetica, anni in cui Carducci cerca in tutti i modi di affrancarsi da un'impostazione romantica che l'educazione ricevuta e la corrente dominante avevano inevitabilmente imposto al ragazzo e ai componimenti della prima adolescenza. Tra il 1850 e il 1853 si fanno strada l'ode saffica (Invocazione e A O.T.Tozzetti) e alcaica (A Giulio), gli inni (A Febo Apolline, A Diana Trivia) e i brani d'ispirazione oraziana. Nonostante ciò, il gusto pratesco resiste ed è riscontrabile nei Lai d'un trovatore piuttosto che nell'Ultimo canto del poeta.

Oltre all'amore e alla contemplazione rugge nell'irruente spirito carducciano un patriottismo impregnato di motivi pariniani, foscoliani e leopardiani, in una convinta condanna della situazione politica attuale. Accanto al tema della morte, leitmotiv che sarà ricorrente nell'intera vicenda artistica del Nostro, vi è un senso autentico e profondo del religioso, un lancinante e post-manzoniano arrovellarsi attorno all'esistenza di Dio (nel sonetto Il dubbio per esempio), una spiritualità nobile che si tramuterà in anticlericalismo negli anni a venire, certamente per lo scontro con la mentalità bigotta con cui venne frequentemente in contatto.[15]

Alla scuola fu ammesso per l'anno 1851-1852 al corso di scienze, dove la geometria e la filosofia gli furono impartite da padre Celestino Zini, futuro arcivescovo di Siena. In quel periodo il Carducci, che si dava anima e corpo allo studio anche a prezzo di grandi sacrifici (d'inverno si recava a scuola senza mantello e senza sciarpa a causa delle ristrettezze economiche), andava rafforzando una predilezione per i poeti classici dell'antichità, sprone morale e patriottico per l'età presente. Tuttavia, la sua indole passionale lo portò a contatto anche con i romantici, soprattutto Schiller e Scott, mentre si entusiasmò per Leopardi[16] e Foscolo.[17]

Siccome vicino a via Romana viveva lo stampatore Emilio Torelli, riuscì a far comparire in forma anonima un sonetto arcadico alla maniera di Angelo Mazza, mentre sempre nel 1852 compose la novella romantica Amore e morte, in cui combinando confusamente assieme vari metri raccontava di un torneo in Provenza e della fuga del vincitore, un cavaliere italiano, con la bella regina della manifestazione; un ratto che dovette tragicamente concludersi a Napoli dove il fratello dell'avvenente tolosana uccise l'amante e la costrinse alla monacazione. L'abate Stefano Fiorelli che curava allora una rivista letteraria non gliela volle tuttavia pubblicare, e Carducci gliene sarà riconoscente, avendo evitato di farsi passare per poeta romantico.[18]

Intanto, completati gli studi superiori, nel 1852 raggiunse la famiglia a Celle sul Rigo, che era un piccolo borgo. Rimpianse ben presto la città, e si mantenne lontano dai contatti con la gente del luogo, di mentalità ristretta e bigotta. L'unico conforto gli venne dalla frequentazione di Ercole Scaramucci, trentacinquenne padre di famiglia, proprietario terriero e appassionato di letteratura. Insieme facevano lunghe passeggiate nei campi, sorvegliando con amore il lavoro dei contadini e parlando di poesia, mentre d'inverno in casa Scaramucci inscenavano, assieme alla bella e colta padrona di casa, le tragedie degli autori preferiti, Alfieri, Monti, Niccolini, Metastasio, Pellico.[19]

Quando, il 13 ottobre, Scaramucci morì, Giosuè sbalordì tutti alle esequie, recitando un panegirico pieno di citazioni classiche e bibliche.[20]

Il giovane Carducci in una foto d'epoca

Il padre cominciava a sentirsi orgoglioso del figlio, mentre contemporaneamente iniziava a dargli serie preoccupazioni il secondogenito Dante, ragazzo buono e dalle molte qualità, ma fragile e abulico. Sempre più spesso faceva nottate da bagordo con amici scioperati, mentre di giorno in giorno sembrava lasciarsi andare. Michele pensò quindi di avviarlo alla carriera militare. Lo fece accompagnare a Siena perché di lì Giosuè lo portasse a Firenze, ma Dante avvisò previamente il fratello dicendo che da Siena sarebbero tornati insieme a Celle, e così fu.[21]

Esisteva, presso le Scuole Pie, l'Accademia dei «Risoluti e Fecondi», detta anche dei «Filomusi», presieduta dal Barsottini, di cui facevano parte i migliori alunni, come Carducci, Nencioni e Gargani. In una delle tornate di questa Accademia, nel 1853, furono letti alcuni versi carducciani che colpirono il canonico Ranieri Sbragia, allora rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa, il quale incitò Barsottini a far in modo che il giovane concorresse per ottenere una borsa per la prestigiosa Università: «il Barsottini non si fece pregare, come non si fece pregare il Carducci, il quale concorse, ottenne e andò».[22]

Così, alla fine del 1853, si iscrisse alla Facoltà di Lettere, dove divenne amico di Ferdinando Cristiani e Giuseppe Puccianti, poi professori come lui. Alla Normale Carducci si diede allo studio anima e corpo, con quell'amore estremo di cui già aveva dato prova negli anni precedenti. All'infuori dell'orario di lezione, le giornate si consumavano abitualmente entro le pareti della sua stanza. Gli amici qualche volta gli facevano degli scherzi inneggiando al Manzoni, quando la sera rientravano sul tardi, e Pinini[23] usciva furibondo facendoli scappare terrorizzati.[24]

L'umore però variava a seconda dei giorni, ogni tanto la porta era aperta in segno di accoglienza, e i compagni chiassosamente entravano e si sdraiavano sul suo letto, mentre il suo carattere sanguigno non gli negò talvolta lunghe fuoriuscite per la città con gli amici, e appassionate serate al Caffè Ebe, dove si riunivano alcuni intellettuali pisani e il futuro vate dibatteva appassionatamente per ore di politica e letteratura bevendo il ponce. D'altra parte, i normalisti lo ammiravano e gli volevano bene, consci inoltre del fatto che quando si avvicinavano gli esami era opportuno "tenerselo buono".[25]

Pisa aveva reagito con veemenza ai moti rivoluzionari da poco trascorsi. Alla Normale non solo erano obbligatori la Messa mattutina e il Rosario serale, ma, racconta Cristiani, «Ogni mese dovevamo pure intervenire, cogli altri scolari della Università, alla congregazione, nella chiesetta di san Sisto. Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all'appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori. … Tutte queste pratiche di religione toglievano del tempo allo studio; e il Carducci, che del tempo era economo come l'avaro della borsa, portava anche alla messa, in cambio del libro d'orazioni, un qualche classico del formato in sedicesimo».[26]

Questo spirito non doveva certo piacere al Carducci, che scrisse la poesia satirica Al beato Giovanni della Pace (poi inserita nei Juvenilia), prendendosi gioco delle reliquie di un frate del Duecento che erano state superstiziosamente fatte tornare alla luce per essere usate nelle processioni cittadine. Si figuri quindi come Giosuè dovesse mettere in guardia Giuseppe Chiarini, quando questi gli manifestò il desiderio di andare a studiare a Pisa. «Guai, guai nella Scuola Normale a colui che pensa», scrisse nella risposta, lamentando il fatto che gli insegnanti conoscessero nozioni e date, ma senza avere alcuna capacità di sviluppare un ragionamento o manifestare una propria identità.[27]

Pietro Thouar
Gargani, Carducci e Chiarini

Intanto, ancora in una seduta dei «Filomusi», nel settembre 1854 era stato notato da Pietro Thouar, il fondatore del giornale Letture di famiglia, il quale mensilmente pubblicava un'appendice intitolata L'Arpa del popolo, in cui alcune poesie "facili" venivano spiegate ad uso della gente comune. Tramite Barsottini, Thouar offrì a Carducci di lavorare per questo supplemento, ed egli accettò con entusiasmo, dal momento che poteva così anche guadagnare qualche soldo, mentre la famiglia continuava a non avere requie, ed era stata costretta a trasferirsi a Piancastagnaio.[28]

Il 2 luglio 1856[29] conseguì la laurea in filosofia e filologia, con una tesi intitolata Della poesia cavalleresca o trovadorica, inno, vi si legge, al «risorgimento intellettuale (il risorgimento della letteratura e dell'arte in Italia sul finire del medio evo)», lode a Cielo d'Alcamo, ai poeti dello stilnovo, a san Francesco d'Assisi e naturalmente a Dante, nell'esaltazione dei modelli classici latini imprescindibile modello anche per la letteratura presente.[30]

Nel periodo universitario Carducci era solito recarsi nei giorni liberi a Firenze, per trascorrere del tempo in compagnia degli amici, tra cui spiccavano Giuseppe Torquato Gargani (1834-1862), Giuseppe Chiarini (1833-1908), Ottaviano Targioni Tozzetti (1833-1899), Enrico Nencioni (1837-1896) ed altri. Assieme a Nencioni e Chiarini cominciò a stampare, a partire dal 1855, dei versi nell'Almanacco delle dame edito dal cartolaio Chiari, e nel 1856 Giosuè fece uscire nell'Appendice alle Letture di Famiglia (diretta e fondata ancora dal Thouar) una traduzione e un commento dei versi 43-71 della prima Georgica e dell'Epodo VII di Orazio.[31]

Con gli amici fiorentini diede anche vita al gruppo antiromantico - e di strenua difesa del classicismo - degli Amici pedanti, assieme ai quali attaccò la corrente "odiernissima" dominante in città, appoggiando il Gargani nella stesura della sua Diceria e curando una Giunta alla derrata in cui replicava alle sprezzanti critiche piovute addosso agli Amici dai periodici locali, primo fra tutti il fanfaniano settimanale Il Passatempo.[32]

[modifica] Il debutto nell'insegnamento e l'edizione delle Rime

Una veduta di San Miniato al Tedesco, oggi San Miniato

Carducci aveva la vocazione per l'insegnamento pubblico. Durante le vacanze del 1853 a Celle, per esempio, prendeva da parte i ragazzi e parlava loro di letteratura. Inoltre, si è già visto il suo ruolo trainante con i colleghi e gli amici a Firenze prima e a Pisa poi. Gargani e Nencioni erano precettori privati, e in un primo momento Pietro Thouar propose anche a Giosuè di intraprendere questa via. La risposta fu però chiara: egli voleva impiegarsi nell'insegnamento pubblico.[33]

Nel 1856, dopo aver passato l'estate nella ridente Santa Maria a Monte, piccolo borgo nell'odierna provincia di Pisa cantato nel sonetto O cara al pensier mio terra gentile,[34] fu ammesso, per interessamento del direttore della scuola, Giuseppe Pecchioli, al Ginnasio di San Miniato al Tedesco. Lo accompagnarono Ferdinando Cristiani e Pietro Luperini, due normalisti cui furono assegnati rispettivamente l'insegnamento della grammatica e delle umanità. Il Nostro ebbe la cattedra di retorica per la quarta e quinta classe. I tre abitavano a pigione subito fuori Porta Fiorentina, in una casetta nota nel vicinato come «casa de' maestri», e da loro definita Torre Bianca.[35]

Dalla squallida scuola, «grand'edificio monacale», si poteva ammirare il paesaggio del Valdarno e Carducci faceva studiare, tradurre e commentare ai ragazzi soprattutto Virgilio, Tacito, Orazio e Dante, buttando «fuor di finestra gli Inni Sacri del Manzoni».[36] L'entusiasmo iniziale - «Insegno greco: evviva: faccio spiegare Lucrezio ai miei ragazzi: evviva me», scriveva a Chiarini - durò tuttavia poco, e presto il grigiore di un borgo chiuso e gretto doveva prendere il sopravvento.[37]

Nella Torre Bianca si mangiava e beveva, e gli schiamazzi indispettivano la gente del luogo. Sebbene Carducci abbia sentenziato che queste, assieme a «giocare, amare, dir male del prossimo e del governo» fossero le occupazioni più degne dell'homo sapiens,[38] era quello un costume che non gli si confaceva e che tradiva l'insoddisfazione latente. Non studiava né scriveva più, e persino la letteratura e la gloria gli parevano vane. «Perché perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie?» scriveva ai fiorentini, «No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene».

Gli fu intanto pretestuosamente affibbiata l'etichetta di «misocristismo», e qualcuno sparse la voce che il Venerdì Santo del 1857 fosse sceso in paese e in una taverna avesse chiesto all'oste: «Portami una costola di quel p... di Gesù Cristo». «È vero» ammetterà, «che io in quell'anno andavo pensando un inno a Gesù con a motto un verso e mezzo di Dante, Io non so chi tu sie né per che modo / venuto se' quaggiù», ma è altrettanto vero che quel giorno si trovava a Firenze e in quei mesi aveva salutato Iacopone da Todi come Pindaro cristiano, componendo pure una laude al Corpo del Signore. Ne nacque una sorta di processo che il buon senso fece però presto naufragare.[39]

Tuttavia i debiti contratti presso Afrodisio, come veniva chiamato colui che li ospitava, e presso il proprietario del Caffé Micheletti, cominciarono ad assumere proporzioni preoccupanti. Fu così che Cristiani ebbe l'idea di far pubblicare le poesie di Carducci. Questi, offeso, rifiutò di prostituire i propri versi per un pubblico che non li avrebbe intesi,

« Raccogliere ed esporre io le mie poesie in un libretto a prezzo come in un bordello, e abbandonarle ai contatti del pubblico che le mantrugiasse e stazzonasse come ragazze a cinque o a tre paoli, ohimè! Le poesie, massime allora, io le faceva proprio per me: per me era de' rarissimi piaceri della gioventù gittare a pezzi e brani in furia il mio pensiero o il sentimento nella materia della lingua e nei canali del verso[40] »

ma infine, siccome l'editore Ristori «offeriva un'edizione economica e trattamento da amico», il poeta fu costretto a cedere.

L'edizione Ristori del 1857

A partire dal mese di maggio lavorò alla correzione dei testi che sarebbero dovuti comparire nel volumetto. Spaziando dalla patriottica ode Agli italiani ai Saggi di un Canto alle Muse, per giungere all'ode A Febo Apolline, ripresa e completamento di un componimento adolescenziale, fino ai sonetti e alle ballate, dopo un intenso labor limae, il libro vide la luce il 23 luglio 1857 per i tipi di Ristori, composto da 25 sonetti, 12 Canti e i Saggi. L'ode oraziana - e in minor misura quella alcaica - la fa da protagonista, in un contesto chiaramente improntato alla ripresa di modelli classici, e non mancano laudi, come quella per la processione del Corpus Domini, o componimenti impregnati da spirito religioso.[41]

Certo, però, i debiti non si estinsero, al contrario aumentarono, tanto che alla fine furono i genitori dei ragazzi a pagarli, mentre «le Rime rimasero esposte ai compatimenti di Francesco Silvio Orlandini, ai disprezzi di Paolo Emiliano Giudici, agl'insulti di Pietro Fanfani».[42]

Il volume non passò certo inosservato né fu soltanto vituperato. La guerra che Gargani e gli Amici avevano scatenato con la Diceria si rinfocolò all'apparizione delle Rime, con Fanfani in prima linea.[43] Questi pubblicò molti articoli denigratori ne La Lanterna di Diogene, scandalizzandosi del fatto che un certo E.M. avesse avuto l'ardire, ne La Lente, di definire Carducci miglior poeta italiano dopo Niccolini e Mamiani.[44]

E.M. altri non era che l'avvocato Elpidio Micciarelli, un amico del Targioni che nel gennaio 1858 fondò il settimanale Momo, mettendolo a disposizione degli Amici. Momo pubblicò alcuni sonetti satirici del Carducci, uno diretto contro Fanfani[45] e uno contro Giuseppe Polverini, editore e proprietario de Il Passatempo. La polemica continuò per mesi, a colpi di caricature e sonetti caudati, coinvolgendo anche il Guerrazzi che, in risposta alla richiesta di un parere sulle Rime inviatagli da Silvio Giannini (un amico di Carducci), riconosceva il grande talento del poeta rimproverandogli però il disprezzo per le letterature straniere e il fatto di copiare gli antichi, perché egli non viveva al tempo di Orazio o Pindaro, e doveva sentire e pensare da sè.[46]

Alla fine dell'anno scolastico, nell'estate 1857, prese in affitto alcune stanze a Firenze in via Mazzetta di fronte alla famiglia Menicucci, e decise di rinunciare al posto samminiatese. Fu un periodo di frequenti riunioni degli Amici pedanti. Insieme parlavano di letteratura, leggevano e improvvisavano componimenti. Talvolta i raduni si svolgevano in casa di Francesco Menicucci - più spesso dal Chiarini -, uomo di grande bontà d'animo che con entusiamo aveva preso parte ai moti del 1848, e amava sentire parlare di letteratura e storia, anche se le sue conoscenze in materia erano piuttosto confuse, e una sera in cui si era deciso di leggere Orazio egli infaustamente chiese: «Sono le poesie di Orazio Coclite?». Menicucci venerava il Carducci, e si rallegrava del fidanzamento con Elvira, ormai ufficiale.[47]

Alcune riunioni avevano un anfitrione illustre; si tenevano nella cella del padre Scolopio Francesco Donati - da Giosuè scherzosamente soprannominato Padre Consagrata -, insegnante alle Scuole Pie dal 1856, studioso della tradizione popolare della Versilia e autore di ballate tradizionali, oltre che di un Saggio di un glossario etimologico di voci proprie della Versilia e un Discorso Della poesia popolare scritta.

Nel 1883, nello scritto autobiografico Le «Risorse» di San Miniato al Tedesco, ricorderà con dovizia di dettagli l'esperienza samminiatese. Dopo aver fatto un veloce pensiero alla cattedra di letteratura italiana dell'Università di Torino, che aveva bandito un concorso, alla fine dell'estate fece domanda per insegnare al liceo di Arezzo, ma fu respinto.[48]

[modifica] Dopo San Miniato: la collaborazione con l'editore Barbera e i primi lutti

Così, senza lavoro, in una situazione familiare che continuava ad essere attanagliata dalla precarietà economica, ai primi d'ottobre il giovane poeta propose a Gaspero Barbera un'edizione di tutte le opere italiane di Angelo Poliziano. Il Barbera aveva recentemente fondato una casa editrice, destinata poi a gran fama, e cercava giustappunto qualcuno che curasse le proprie edizioni di opere letterarie. Oltre ad accettare il lavoro polizianeo, offrì al Carducci cento lire toscane per ogni volume di cui avesse curato la parte filogica e tipografica. Giosuè accettò con entusiasmo, e lavorò brillantemente alle Satire e poesie minori di Vittorio Alfieri e a La Secchia rapita del Tassoni.[49]

La tragedia, però, era dietro l'angolo. Il fratello Dante era ancora senza lavoro e la sua vita era sempre più dissipata. La sera del 4 novembre 1857, a Santa Maria a Monte, Dante arrivò in ritardo per cena, con al collo una sciarpa non sua. Al padre disse di averla ricevuta da una donna che aveva fama di facili costumi, e pare che Michele, irritato, sia uscito dalla stanza seguito dalla moglie, che cercava di calmarlo. L'attimo fu fatale, e rientrando trovarono il figlio che si era inferto una ferita mortale al petto.[50]

A partire dal 1925 sono state diffuse teorie che avallavano l'ipotesi di un omicidio da parte del padre,[51] ma studi seri le hanno confutate, e oggi si propende con una certa sicurezza per la tesi del suicidio.[52] Giosuè era a Firenze; avvertito, accorse al piccolo borgo e scrisse la canzone In memoria di D.C.. Il padre, profondamente scosso, non si riebbe più, ammalandosi progressivamente.

Nelle riunioni con gli Amici Carducci trovò la forza per reagire: si leggevano Ariosto e Berni, e in generale i poeti satirici che tanta parte ebbero nel primo Carducci e nelle polemiche antiromantiche.[53] Il padre però peggiorava rapidamente, e il 15 agosto 1858 una lettera richiamò il figlio a casa. Quando arrivò Michele era già morto. Giosuè dovette quindi prendersi cura della famiglia, e tutti insieme si trasferirono a Firenze, andando ad abitare in affitto in una soffitta di Borg'Ognissanti.

Si rimise a studiare alacremente, mentre gli Amici sentirono l'esigenza di lasciar perdere le polemiche letterarie e fondare un giornale di studi letterari. Così nacque il Poliziano, mensile che vide la luce nel gennaio dell'anno successivo. Oltre a Carducci, Targioni e Chiarini, vi scrissero Antonio Gussalli (l'editore principe di Pietro Giordani, forse il prosatore più amato dai Pedanti), Donati, Puccianti e molti altri. Il discorso programmatico uscito nel primo numero, Di un migliore avviamento delle lettere italiane moderne al loro proprio fine, fu naturalmente opera carducciana. Gli eventi politici, tuttavia, entravano nel vivo, e il giornale cessò in giugno le proprie pubblicazioni.[54]

Accanto alla collaborazione al Poliziano, Carducci andava intensificando il lavoro per Barbera; fra i tanti titoli di cui curò l'edizione troviamo Del principe e delle lettere, le Poesie di Lorenzo il Magnifico, le Liriche del Monti, le Rime di Giuseppe Giusti, le Satire e odi di Salvator Rosa e le Poesie di Dante Gabriel Rossetti, una virata, quest'ultima, che offese il Donati, purista rigorosissimo.[55]

[modifica] Il matrimonio e il periodo pistoiese

Vincenzo Salvagnoli

Il 7 marzo 1859 si celebrarono molto semplicemente le nozze con Elvira Menicucci, dalla quale avrà cinque figli (Francesco morto dopo pochi giorni dalla nascita, Dante, Bice, Laura e Libertà, detta Tittì). Carducci la portò provvisoriamente nella casa di Borg'Ognissanti, e poi, due mesi dopo, si trasferirono tutti in via dell'Albero, dove Giosuè riprese a lavorare e studiare. Le riunioni serotine si tenevano ora al Caffè Galileo, all'angolo tra via de' Cerretani e via Rondinelli, e coinvolgevano un gruppo più ampio, composto tra gli altri da Luigi Billi, Fortunato Pagani, Olinto Barsanti, Emilio Puccioni, Luigi Prezzolini e lo stesso editore Barbera.[56]

Frattanto il Granduca Leopoldo II era stato cacciato il 27 aprile, segnando l'avvento del governo provvisorio di Bettino Ricasoli, e Carducci si dedicò alla composizione della canzone a lode di Vittorio Emanuele, pubblicata anni dopo ma già circolante manoscritta. Ebbe grande successo, come la coeva ode Alla Croce di Savoia, che Silvio Giannini volle a tutti i costi mettere in musica. Malgrado l'opposizione del diretto interessato, l'opera fu musicata da Carlo Romani e cantata alla Pergola da Marietta Piccolomini. Presentato in quella circostanza al Ministro del culto Vincenzo Salvagnoli, si vide nuovamente offrire un posto al liceo aretino, ma rifiutò. Accettò invece la nomina a professore di greco del liceo Niccolò Forteguerri di Pistoia.[57]

Carducci indicò quindi chiaramente la propria appartenenza ideologica alla fazione che voleva l'Italia unita e il ricongiungimento con il Piemonte, in opposizione agli obiettivi dei filo-granducali e a quelli del circolo facente capo a Gino Capponi (il cosiddetto circolo di san Bastiano), propugnatore di un ritorno alla libertà municipale.[58]

Il 12 dicembre, settimina, nacque Beatrice (Bice), la prima figlia, e la famiglia si trasferì a Pistoia tra il 7 e l'8 gennaio 1860. Al fine di trovare prima una sistemazione, Carducci non portò subito con sè la famiglia, ma lo fece solo dopo aver preso dimora in un appartamento di proprietà del professor Giovanni Procacci.[59] La legge sui licei toscani del 10 marzo gli mutò l'insegnamento del greco in quello dell'italiano e del latino - la cattedra di greco fu affidata a Raffaello Fornaciari - ma infine, essendo l'anno scolastico già nella seconda parte, Carducci si risolse, in accordo col direttore della scuola, a fare solo lezioni cattedratiche.

In città frequentò la casa della poetessa inglese d'origine italiana Louise Grace Bartolini, nativa di Bristol e sposa dell'ingegnere toscano Francesco Bartolini. Convenivano abitualmente nel salotto Giovanni Procacci e Fornaciari, e talvolta vi si univano Gargani e Chiarini, che non avevano perso l'abitudine di andare a trovare l'amico ovunque si trovasse. Per Louisa Grace Carducci nutriva un'ammirazione sconfinata, e bastino a dimostrarlo le parole che antepose all'ode che le dedicò in Levia Gravia: «Quelli che solo abbian visto di lei le versioni dei canti di T.B.Macaulay e E.W.Longfellow e le Rime e Prose ... non potrebbero ancora farsi un'idea giusta del suo ingegno, della dottrina in più lingue e letterature e dell'ancor più grande gentilezza e generosità dell'animo suo».[60]

Appena iniziate le lezioni Carducci venne a sapere della spedizione di Garibaldi in Sicilia, e pensando che il Targioni e il Gargani erano partiti a combattere per la patria gli si strinse il cuore. Lui era rimasto ad accudire la madre sofferente per le recenti perdite del figlio e del marito. La passione si profuse quindi nell'ode in decasillabi manzoniani Sicilia e la Rivoluzione, e venne apposta a Firenze per recitarla agli amici entusiasti in casa di Luigi Billi, mentre nel comune obiettivo si dimenticavano le "imperfezioni romantiche" del testo:[61]

« In quell'uno che tutti ci fiede,
che si pasce del sangue di tutti,
di giustizia d'amore di fede
tutti armati leviamoci su.
E tu, fine de gli odii e de i lutti,
ardi, o face di guerra, ogni lido!
Uno il cuore, uno il patto, uno il grido:
né stranier né oppressori mai più. »
(Sicilia e la Rivoluzione, vv.125-132)

[modifica] Bologna

Terenzio Mamiani

Nel gennaio 1860 a Torino era stato nominato ministro dell'istruzione Terenzio Mamiani della Rovere. Nonostante questi fosse in uggia al cugino Leopardi, che ne celebrò ironicamente «le magnifiche sorti e progressive»[62], né fosse gradito al Mazzini, Carducci lo aveva sempre tenuto in grande stima, tanto da includerlo nel ristretto gruppo dei sei dedicatari delle Rime del 1857, al cui interno vi erano una dedica e un sonetto a lui dedicati.[63]

È del tutto naturale quindi che il nome di Giosuè gli fosse amico, e conscio del suo straordinario talento, già il 4 marzo così gli scrisse: «La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra di eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito», aggiungendo che per il momento gli sarebbe stato grato se avesse accettato un liceo a Torino o Milano in attesa di arrivare a breve più in alto.[64]

Con grande gratitudine Carducci, pur declinando i venti del Nord della penisola - per non allontanarsi troppo dalla famiglia - si dimostrò pronto ad accettare la nomina presso qualsiasi università. Intanto i mesi passavano e il periodo pistoiese diventava gradevole, in quanto consentiva numerose sortite fiorentine, nella città in cui sognava di insegnare. Il 18 agosto, però, Carducci ricevette da Mamiani una lettera in cui gli comunicava che Giovanni Prati, «per ragioni al tutto speciali», aveva ricusato la nomina a professore di Eloquenza presso l'Ateneo Felsineo, e sarebbe quindi stato onorato nel sapere il Carducci disposto ad accettare la cattedra.[65]

Così, con decreto del 26 settembre 1860 venne incaricato dal Mamiani a tenere la cattedra di Eloquenza italiana, in seguito chiamata Letteratura italiana presso l'Università di Bologna, dove rimarrà in carica fino al 1904.

Emilio Teza
« La sera del 10 novembre 1860 la diligenza di Firenze si fermava dinnanzi alla posta di Bologna, e ne saltava giù un giovane dall'aspetto irsuto e quasi selvatico, impaziente di uscir fuori dall'aria soffocante della vettura chiusa durante un così lungo viaggio.[66] »

Ad accoglierlo c'era un giovane insegnante veneto, Emilio Teza, nominato quell'anno professore di Letterature comparate nell'Ateneo. Questi l'accompagnò in un alloggio provvisorio sito in Piazza dei Caprara, e gli mostrò poi la città, che apprezzò molto. Nei primi tempi passarono assieme molto tempo, e anche successivamente fu uno dei pochi che Carducci frequentò, chiuso in casa a studiare e preparare i corsi o nell'aula universitaria a fare lezione.[67]

Carducci prendeva il posto di monsignor Gaetano Golfieri, bolognese, estroso poeta estemporaneo i cui sonetti celebrativi per eventi di ogni sorta - lauree, matrimoni, guarigioni, ecc. - erano noti in tutta Bologna e venivano affissi alle colonne della città. La loro fama si diffuse anche nella campagna circostante. Avendo rifiutato di partecipare al Te Deum nella basilica di San Petronio in occasione del plebiscito, fu esonerato dall'incarico di professore, e perdette anche il titolo di dottore collegiato della Facoltà, quando rifiutò di prestare giuramento al re d'Italia. Si consolò quindi mantenendo il ruolo indiscusso di autore ufficiale di sonetti.[68]

La prima fatica di Carducci consistette nella preparazione della prolusione, pronunciata a fine novembre in un'aula gremita e che, ampliata notevolmente, andò a comporre i cinque discorsi Dello svolgimento della letteratura nazionale. Il 3 dicembre fu raggiunto dalla famiglia, con cui si accomodò alla meglio in una piccola abitazione presso San Salvatore, per passare a maggio - che a Bologna è il tempo degli sgomberi - in via Broccaindosso, stradina fra le più modeste della città in cui sarebbe rimasto fino al 1876.[69]

Il 15 gennaio cominciò le lezioni: il programma prevedeva lo studio della letteratura italiana prima di Dante. L'università felsinea viveva un periodo di degrado cronico, e non era che l'ombra dello splendore dei secoli passati. Il numero degli allievi del neoprofessore andò via via calando, «perché la lezione di diritto commerciale messa su ultimamente mi toglie tutti i giovani», finché la mattina del 22 non poté nemmeno fare lezione, essendosi presentati solo in tre.[70]

Intanto molte idee si affastellavano nella testa del Carducci, e molti progetti. Scriveva un saggio su Giovita Scalvini, pensava ad una biografia leopardiana per la Galleria contemporanea e continuava a lavorare all'edizione polizianea. Tutto ciò gli toglieva tempo per le creazioni poetiche, ma non si arrendeva, tanto che aveva in mente di comporre una canzone sul monumento a Leopardi, un canto in terzine su Roma, un'ode intitolata La plebe e molto altro, senza contare la prosecuzione dell'avventura barberiana, per la cui collezione Diamante erano ormai pronte le Rime di Cino e d'altri del secolo XIV, per le quali chiedeva notizie agli amici fiorentini che potevano vedere direttamente i codici.

E poi? Poemi filosofici, e una «marsigliese italiana per le future battaglie». Voleva far uscire entro la fine del 1861 anche un volume di prose, ma non se ne fece nulla. Tutto questo lungo elenco di opere restava a livello di abbozzo - in parte poi tradotto in pratica - perché l'occupazione primaria rimanevano il lavoro e lo studio, fondamentali per forgiare nel modo più compiuto l'autore degli anni a venire.[71]

Agli ultimi di luglio del 1861 Gargani raggiunse l'amico, alquanto lieto, a Bologna, e insieme passarono il mese di agosto a Firenze, dove il mese successivo li raggiunse anche Chiarini, che nel frattempo si era stabilito a Torino per collaborare alla Rivista italiana. Fu una una riunione felicissima, e trascorsero giorni indimenticabili, mentre Gargani sprizzava gioia da tutti i pori: era promesso sposo della sorella di un amico comune.

Passata l'estate, però, il 24 ottobre Chiarini ricevette da colui che doveva convogliare alle fiaccole imenee una lettera disperata; era stato abbandonato, e quella sera stessa il Carducci sarebbe corso a Firenze per chiederne ragione. La spedizione non ebbe successo, e il Gargani, da sempre cagionevole di salute, si ammalò di tisi, e la malattia peggiorò rapidamente. Tra febbraio e marzo Giosuè andava e veniva dal suo capezzale, finché il 29 marzo Gargani morì. Fu un lutto severo per il Nostro; un mese dopo faceva comparire sul giornale fiorentino Le veglie letterarie uno scritto in sua memoria, e gli dedicò poi alcuni versi della poesia Congedo che avrebbe chiuso l'edizione dei Levia Gravia nel 1868.[72]

Nel secondo anno bolognese tenne un corso su Petrarca, mentre scriveva al Chiarini come fosse sua intenzione non staccarsi per molti anni dall'approfondimento della triade portante - Dante, Petrarca, Boccaccio - della letteratura italiana. Solo in seguito si sarebbe potuti passare «agli architravi e alle parti del tempio».[73] L'alleanza di Ricasoli con il Papa intanto lo metteva di cattivo umore e andò inasprendo la sua tendenza anti-cattolica, aiutato in questo da una città che meno di Firenze scendeva a compromessi.[74]

Nel 1861 la Massoneria, in letargo dai tempi di Waterloo e della Dea Ragione, aveva ritrovato una grande influenza politica, incarnando i valori del patriottismo e del Risorgimento italiano.[75] Diventò un punto di passaggio obbligato per i fautori dell'unità nazionale, tanto che nel marzo 1862 lo stesso Garibaldi si fece massone, mentre Giosuè vi entrò - nella «Loggia Severa» - subito dopo la Giornata dell'Aspromonte, e la poesia Dopo Aspromonte volle essere il manifesto di questo ingresso, un'esaltazione del «Trasibul di Caprera» unita a un'aspra critica verso Napoleone III, all'interno di un tessuto narrativo pesantemente segnato dalla lettura degli Châtiments di Victor Hugo, cui Carducci unì un anti-cattolicismo più sferzante.[76]

Nel 1866 fondò la «Loggia Felsinea», dal 1881 fu membro della «Loggia Rizzoli», dal 1886 della «Loggia VIII Agosto» e il 21 febbraio 1888 fu elevato al 33º grado del rito scozzese antico. Nell'istituzione massonica fu sempre attivo, come testimonia il nutrito carteggio con il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Adriano Lemmi.

Negli anni del trasformismo il poeta conquistò un posto centrale nella struttura ideologica e culturale dell'Italia umbertina, giungendo ad abbracciare le idee politiche di Francesco Crispi. Il 30 settembre 1894 pronunciò il discorso per l'inaugurazione del nuovo Palazzo degli Offici (ora Palazzo Pubblico) nella Repubblica di San Marino.

Nel 1863 pubblicò con lo pseudonimo di Enotrio Romano l'Inno a Satana che, pur ottenendo successo, fomentò vivaci polemiche. Sempre di quell'anno è la pubblicazione Delle poesie toscane di A. Poliziano.

[modifica] La poesia laica

La sua poesia, intanto, sotto l'influsso delle Letterature straniere ed in particolare di quella francese e tedesca, divenne sempre più improntata di laicismo, mentre le sue idee politiche andavano orientandosi in senso repubblicano. Oltre all'Inno a Satana pubblicò, nel 1868, la raccolta maggiormente impegnata dal punto di vista politico Levia Gravia.

Fu di nuovo colpito da gravi lutti familiari nel 1870 con la morte della madre e del figlio Dante, deceduto in tenera età, a cui dedicò la poesia Pianto antico.

[modifica] L'amore con Carolina Cristofori Piva

Nel 1871 il poeta conobbe Carolina Cristofori (moglie dell'ex-garibaldino Domenico Piva e madre di Gino Piva), una donna ricca di ambizioni culturali. Fu Maria Antonietta Torriani che aveva intrecciato una relazione con Enrico Panzacchi a parlare della Piva, sua amica, a Carducci il quale con lei iniziò un fitto scambio epistolare, che nel 1872 sfocerà in una relazione amorosa: a lei (chiamata Lina o Lidia nelle lettere e in alcune poesie) dedicherà inoltre molti dei suoi versi. La relazione culminerà nel 1873 con la nascita di Gino Piva, ritenuto figlio legittimo del generale garibaldino Domenico Piva.[77]

Carducci, tuttavia, nutriva una profonda gelosia per l'amico Panzacchi che era in confidenza con la Piva e che con lei (dopo che con la Torriani) aveva avuto dei trascorsi. Si arrivò addirittura al punto in cui Carducci ruppe con Panzacchi e gli rimandò indietro i suoi libri. Panzacchi, invece, non fece altrettanto, nutrendo una vera e propria venerazione per il vate: con il tempo il dissidio si placò.[78]

[modifica] Poeta nazionale

Fu durante il periodo della conoscenza con la Piva che la fama del poeta, come guida nazionale della cultura italiana, si consolidò. Di questi anni è l'ampia produzione poetica che verrà raccolta in Rime Nuove (1861-1887) e in Odi barbare (1877-1889). Proseguì l'insegnamento universitario e alla sua scuola si formarono personalità come Giovanni Pascoli[79], Severino Ferrari[80], Renato Serra, Alfredo Panzini[81], Manara Valgimigli[82] ed Emma Tettoni.

Nel 1873 si recò per la prima volta a Roma e pubblicò A proposito di alcuni giudizi su A. Manzoni e Del rinnovamento letterario d'Italia. Nel 1874, fece pubblicare la prima edizione a stampa dell'opera di Leone Cobelli, storico del XV secolo, le "Cronache Forlivesi", di cui aveva curato l'edizione insieme ad Enrico Frati.

Nel 1878, in occasione di una visita della famiglia regnante a Bologna, scrisse l'Ode Alla Regina d'Italia in onore della regina Margherita, ammiratrice dei suoi versi. L'ode pare sia stata terminata il 17 novembre, lo stesso giorno in cui il re Umberto I fu vittima di un mancato regicidio da parte dell'anarchico Giovanni Passannante, durante una parata reale a Napoli.[83] Venne accusato di essersi convertito alla monarchia, suscitando quindi forti polemiche da parte dei repubblicani.

Negli anni che seguirono collaborò con il giornale "Fanfulla della Domenica", di impronta filo-governativa (1878), pubblicò le Nuove Odi Barbare e i Giambi ed epodi, collaborò alla Cronaca bizantina e lesse il famoso discorso Per la morte di Garibaldi (1882). Sulla Cronaca bizantina uscirono nel 1883 i sonetti del Ça ira e nel 1887 pubblicò Rime nuove. Il corso che tenne all'Università nel 1888 sul poema Il giorno di Parini produsse l'importante saggio Storia del "Giorno" di G. Parini. Nel 1889, dopo la pubblicazione della terza edizione delle Odi Barbare, il poeta iniziò ad assemblare l'edizione delle sue Opere in venti volumi, lavoro che si concluse nel 1899.

[modifica] La nomina a senatore

Nel 1890 venne nominato senatore e negli anni del suo mandato sostenne la politica di Crispi, che attuava un governo di stampo conservatore. Conobbe in quello stesso anno la scrittrice Annie Vivanti con la quale instaurò un'intensa amicizia sentimentale. Nel maggio del 1890 si trasferì con Elvira nella casa delle Mura Mazzini, in via del Piombo, allora quasi fuori Bologna, la quale denominata Casa Carducci, è oggi un importante museo e conserva la grande biblioteca e l'archivio privato dello scrittore.

[modifica] Gli ultimi anni di vita

Carducci e Bonci a Villa Silvia, Cesena.

Nel 1899 pubblicò la sua ultima raccolta di versi, Rime e Ritmi, che comprende, fra l'altro, l'ode La chiesa di Polenta, con cui lega questa località alla storia di Paolo e Francesca ed alla vita stessa di Dante. Nel 1904 fu costretto a lasciare l'insegnamento per motivi di salute. Nel 1906 l'Accademia di Svezia gli conferì il Premio Nobel per la letteratura, ma il poeta, già ammalato, non si recò a Stoccolma, limitandosi a ricevere in casa propria l'ambasciatore di Svezia in Italia. La morte (per cirrosi epatica) lo colse nella sua abitazione di Bologna il 16 febbraio 1907. Fu sepolto con esequie solenni alla Certosa di Bologna.

[modifica] Onori

Francobollo emesso nel centenario della morte
« Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica »
(Motivazione del Premio Nobel)
  • Nel 1907 il comune di Castagneto Marittimo, dove il poeta trascorse l'infanzia, modifica il suo nome in Castagneto Carducci.
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia
Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Commendatore dell'Ordine della Rosa (Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Rosa (Brasile)

[modifica] Storicismo e classicismo in Giosuè Carducci

Conoscitore delle correnti letterarie straniere, tra le quali quella tedesca, la francese e l'inglese, egli concepì la letteratura in senso storicistico, come linguaggio di popolo che, riandando alle proprie radici, interpreta il suo processo presente e futuro secondo leggi e prospettive ben precise, pur con le variabili che di volta in volta emergono. Di qui il collegamento con il pensiero filosofico di Kant e di Dilthey; e con quello critico letterario di De Sanctis e Puoti, considerati suoi maestri.

Carducci s'impegnò inoltre nell'indagine filologica per sondare ancor più quanto letterariamente e storicamente egli andava cercando. E assieme all'Ascoli, Manzoni, Puoti, si sforzava di riproporre la purezza linguistica, libera dalle intrusioni che si erano andate accumulando nei secoli scorsi a seguito delle invasioni straniere; e sull'esempio di quanto aveva attuato in Francia Malherbe.

Egli fu influenzato dal pensiero di Wilhelm Dilthey: in particolare da "La introduzione alle scienze e dello spirito" (1883) e dagli studi da questi condotti sul pensiero di Schleiermacher, che nel campo estetico avrebbero avuto approfondimenti in Croce e in quello filosofico da Heidegger.

Carducci ritiene che il processo storico dei popoli debba trovare sostegno nelle radici culturali, base della loro civiltà. È pure convinto che la storia non ripeta gli schemi del passato per le diverse situazioni da affrontare e il più vasto numero dei popoli con i quali si viene a contatto. Per cui, se necessaria risulta l'analisi storica (compresa quella letteraria artistica e filosofica) per aver coscienza delle proprie radici, nel contempo occorre operare intuitivamente nella risoluzione dei nuovi problemi, di qualunque natura essi siano: letterari, artistici, religiosi e filosofici. Donde la necessità congeniale delle persone preposte alla cosa pubblica , culturale e economica; senza della quale si rischia di avvizzire nei meandri di un passato incapace di alternative.

Ritiene che i poeti, gli artisti siano gli antesignani di tale processo; magari in un primo momento oggetto di contestazione e di critica negativa perché non capiti, dato che per natura la massa è piuttosto conservatrice. Da qui il concetto di poeta vate, a lui attribuito: del resto non si spiegherebbe il percorso della poetica carducciana, tanto osannata quanto criticata.

Tuttavia l'enfasi, relativa all'indagine storica, considerata sotto l'aspetto filosofico, riguarda chi è impegnato socialmente e culturalmente, tanto da porsi in polemica aperta con la classe dirigente e politica dell'epoca, che, benché legata agli ambienti massonici, voleva mantenere un certo equilibrio con la gerarchia cattolica, soprattutto dopo la presa di Roma nel 1870.

È questo il momento dell'inno "A Satana": un tributo alle conquiste della scienza e del progresso in genere; e di "Dopo Aspromonte", di "Ça Ira", di "Piemonte". Momenti fugaci che con l'andar del tempo e soprattutto con il sopravvenire di un maggior equilibrio interiore il poeta entra in un'area, forse più consona al suo io: la poesia dei ricordi e degli affetti, supportata da una cultura classica che in lui non era mai venuta meno. È questa l'epoca delle "Rime Nuove", dell'ammirazione della campagna toscana, degli amori giovanili mai dimenticati, degli affetti famigliari, dei sogni mitici dell'antica Ellade e della grandezza di Roma, dei desideri di un tempo e realizzati solo in parte. "Davanti a S. Guido" del 1874 e rivista nel 1886, segna l'avvio di un traguardo poetico che trova nell'antica poesia greca e nei ricordi più cari dell'infanzia il motivo più puro.

I cipressi costituiscono nell'intenzione poetica il coro della tragedia ellenica il quale intreccia con il protagonista, lo stesso poeta, un dialogo quanto mai problematico. Da un lato la tentazione di ritornare indietro nel tempo e assaporare nel paesaggio che lo videro fanciullo la dolcezza di sogni e di affetti, ormai perduta; dall'altro canto, da parte di Carducci che il treno sta trasportando lontano, il tentativo di resistere a quelle voci che gli fanno intravedere un sogno impossibile a realizzarsi, nonostante «vedi come pacato e azzurro è il mare/ Come ridente a lui discende il sol». E Pan, la divinità della solitudine campestre nell'ora assolata del meriggio, dissolverà tutte le sue pene. Da ultimo il personaggio della nonna dall'accento versiliese e che riposa nel piccolo cimitero alto sulla collina e gli vuole narrare, ancora una volta, la novella della fanciulla che ha perduto il suo amato, vittima di un sortilegio. Ma nulla! Il poeta con il pianto nel cuore è trascinato via dal treno verso Bologna dalla sua Tittì, la cara bambina che l'aspetta.

Quelli della piena maturità sono gli anni della riflessione interiore, a seguito di lutti dolorosi che l'hanno colpito. "Pianto Antico" ricorda la morte del figlioletto Dante che, a sua volta, ricordava nel sacro nome del sommo Poeta, la tragica morte del fratello. L'uno e l'altro accomunati nel pianto di "Funere mersit acerbo"; e accanto a questi l'immagine della madre, rivivendola in "Sogno d'estate" tra i prati fioriti delle colline toscane assieme alla lontana visione del mare con nel cuore i sogni di un adolescente, attratto dalle letture omeriche. Il tutto immerso nella luce solare della prima estate, quando la vita promette ogni cosa.

Adesso il poeta è disilluso, nonostante la fama, la carriera universitaria, gli scritti da ogni angolo di critica osannati. Nel suo giardino in pieno giugno vede rifiorire il melograno dai fiori vermigli e che attirava il suo bambino di cui non avverte più le grida gioiose perché “Nella terra fredda,... nella terra negra,”...né il sol potrà più rallegrarlo, né l'amore riportarlo in vita. Il poeta, di tanto in tanto, ritorna agli amori poetici di un tempo, soprattutto della tradizione greca. Ed ecco “ Primavere elleniche” (I. Eolia, Dorica e Alessandrina). Egli immagina d'essere accompagnato per quei mari e quei cieli di azzurro cristallino da Lina, la donna amata, nel periodo quando febbraio sta per finire e la primavera sta per rifiorire, nonostante le cime del Feriale siano ancora innevate sfavillando al sole, mentre il fiume Castalia comincia a rumoreggiare con le acque che stanno scendendo lucide. Delfi richiama Apollo con la musicalità delle sorgenti e i canti degli uccelli.

E il dio ritorna dal freddo settentrione ai luoghi a lui noti, alle piante d'alloro ancora infreddolite. Lo accompagnano due bianchi cigni; e per dove passa riporta il sereno, mentre sul capo tiene la benda offertagli dal padre Giove. I suoi capelli, mossi dalla brezza, esprimono un sentimento d'amore, manifestato dal suono della lira che tiene tra le mani. Le isole Cicladi, come danzando, fanno da contorno . Intanto quelle lontane di Cipro e di Citera plaudano a lui che arriva. Una leggera imbarcazione dalle rosse vele lo accompagna attraverso il mar Egeo; al timone, armato dal plettro d'oro, sta Atlante; mentre la poetessa Saffo, innamorata, prende posto sul veliero. Un tripudio di felicità e di sentimenti divini fa da contorno ai due amanti in quel mare violaceo e sotto un cielo divino. Una fantasia fuori da ogni dimensione umana; un'enfasi mistica ove lasciarsi perdere e sognare.

Ormai anziano e forse attratto dai ricordi dell'infanzia, compose “La chiesa di Polenta”, restaurata. Alla fine ecco la preghiera indirizzata alla Vergine, quando alla sera la campana annuncia la fine della giornata. Tutti in quel momento pregano Maria sia da parte de “piccioli mortali” come dai grandi geni dell'umanità. Un flusso melodico passa dalla terra al cielo. Accanto ai ricordi dei propri trapassati una volontà di pianto sorge spontanea dopo le fatiche della giornata. E intanto cala il silenzio su tutto, nel mentre il tramonto sfuma e le foglie più alte dei rami, mosse dalla brezza, sembrano ripetere il saluto mariano.

[modifica] Produzione poetica

Cronologia di alcune opere


  • 1863 - Inno a Satana
  • 1866-1867 - Della varia fortuna di Dante
  • 1867 - Lavora all'Idillio maremmano che terminerà nel 1872
  • 1868 - Levia Gravia
  • 1868 - Inizia a lavorare sul saggio Dello svolgimento della letteratura nazionale che termina nel 1871
  • 1871 - Pianto antico
  • 1871 - Poesie
  • 1872 - Primavere elleniche
  • 1873 - Nuove poesie di Enotrio Romano
  • 1874 - Davanti a San Guido e Nostalgia
  • 1875 - Faida di comune, Tedio invernale, Alla stazione in una mattina d'Autunno, Mors - nell'epidemia difterica
  • 1876 - Alle fonti del Clitumno
  • 1877 - Odi barbare
  • 1878 - Alla regina d'Italia
  • 1880 - Sogno d'Estate
  • 1881 - Nevicata
  • 1882 - Nuove Odi barbare, Giambi ed Epodi, Confessioni e battaglie a cui seguiranno altri due volumi nel 1883 e 1884
  • 1883 - San Martino, Visione, Ça ira
  • 1885 - Il comune rustico
  • 1887 - Rime Nuove
  • 1888 - Jaufré Rudel
  • 1889 - Terze Odi Barbare
  • 1890 - Piemonte
  • 1892 - Storia del Giorno di Giuseppe Parini
  • 1893 - Raccolta definitiva delle Odi Barbare
  • 1899 - Rime e Ritmi, Commento alle Rime di Francesco Petrarca
  • 1902 - Dello svolgimento dell'Ode in Italia

Non è sempre facile seguire lo sviluppo della poesia del Carducci attraverso le raccolte da lui edite. Il poeta infatti organizzò più volte e in modo differente i suoi componimenti e ne diede una sistemazione definitiva solamente più tardi nell'edizione delle Opere. Qui di seguito si fornisce l'elenco delle opere poetiche pubblicate in volume, poi risistemate nei 20 volumi delle Opere pubblicate per Zanichelli fra il 1889 e il 1909.

  • Rime, San Miniato, Tip. Ristori, 1857.
  • Levia Gravia, Pistoia, Niccolai e Quarteroni, 1868.
  • Poesie, Firenze, Barbera, 1871 (seconda edizione, ivi, 1875; terza edizione, ivi, 1878.
  • Primavere elleniche, Firenze, Barbera, 1872.
  • Nuove poesie, Imola, Galeati, 1873 (seconda edizione, Bologna, Zanichelli, 1875; terza edizione con prefazione di Enrico Panzacchi, ivi, 1879).
  • Odi barbare, Bologna, Zanichelli, 1877 (seconda edizione con prefazione di Giuseppe Chiarini, ivi, 1878; terza edizione, ivi, 1880; quarta edizione, ivi, 1883; quinta edizione, ivi, 1887).
  • Juvenilia edizione definitiva, Bologna, Zanichelli, 1880.
  • Levia Gravia edizione definitiva, Bologna, Zanichelli, 1881.
  • Giambi ed Epodi, Bologna, Zanichelli, 1882.
  • Nuove odi barbare, Bologna, Zanichelli, 1882 (seconda edizione, ivi, 1886).
  • Rime nuove, Bologna, Zanichelli, 1887 (seconda edizione, ivi, 1889).
  • Terze odi barbare, Bologna, Zanichelli, 1889.
  • Delle Odi barbare. Libri II ordinati e corretti, Bologna, Zanichelli, 1893 (seconda edizione, ivi, 1900).
  • Rime e ritmi, Bologna, Zanichelli, 1899.
  • Poesie (MDCCCL-MCM), Bologna, Zanichelli, 1901 (seconda edizione, ivi, 1902).

I volumi della raccolta delle Opere non corrispondono però all'ordine cronologico con il quale il poeta aveva pubblicato le prime raccolte, ma fanno riferimento più che altro su distinzioni di generi e pertanto troviamo poesie di uno stesso periodo in raccolte diverse.

[modifica] Le raccolte poetiche

Sotto il titolo di Opere il Carducci stesso organizzò definitivamente le sue raccolte, lasciando fuori da esse alcuni testi.

Le raccolte seguono questo ordine:

  • Juvenilia in sei libri (1850-1860)
  • Levia Gravia in due libri (1861-1871)
  • Inno a Satana (1863)
  • Giambi ed Epodi in due libri (1867-1879)
  • Intermezzo (1874-1887)
  • Rime Nuove in nove libri (1861-1887)
  • Odi barbare in due libri (1873-1889)
  • Rime e Ritmi (1889- 1898 )
  • Della Canzone di Legnano, parte I (Il Parlamento) (1879)

[modifica] Juvenilia

La prima raccolta di liriche, che lo stesso Carducci raccolse e divise, dal titolo significativo Juvenilia (1850-1860), ha il carattere un po' provinciale e pedante del gruppo degli "Amici pedanti" che aveva formato in quel periodo con il proposito di combattere i romantici fiorentini. Nei versi della raccolta si coglie subito l'imitazione dei classici antichi e, tra i moderni, soprattutto quella di Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi.

In seguito a questa prima esperienza il Carducci, che nel frattempo aveva allargato i suoi orizzonti culturali con le letture di Hugo, Barbier, Shelley, Heine e Von Platen, assorbe le esperienze della poesia romantica europea e le ideologie di tutti quei movimenti democratici nati dalla Rivoluzione francese diventando acceso repubblicano e mazziniano. Nasceranno in questo periodo di grande fervore ideologico Giambi ed Epodi che seguono il noto Inno a Satana e si intrecciano con le poesie di Levia Gravia.

[modifica] Levia Gravia

Nella seconda raccolta, Levia Gravia (1861-1871), che accosta nel titolo due plurali senza congiunzioni come era nell'uso classico, vengono raccolte poesie di poca originalità, di imitazione e spesso scritte per particolari occasioni secondo l'uso della retorica.
In molte di queste poesie si avverte la delusione di chi ha visto il compiersi dell'unità d'Italia. Tra le poesie maggiormente riuscite vi è Congedo, dove si vive lo stato d'animo nostalgico di chi ha visto la giovinezza tramontare, mentre importante dal punto di vista storico è Per il trasporto delle reliquie di U. Foscolo in S. Croce e politicamente significativo il canto Dopo Aspromonte, dove viene celebrato un Garibaldi ribelle e fiero.

[modifica] Giambi ed Epodi

La raccolta intitolata Giambi ed Epodi (1867-1879) viene citata dalla critica come il libro delle polemiche. In essa, pur non essendoci ancora la vera poesia carducciana, si coglie tutta la passione del poeta e vi sono tutti, anche se non ancora affinati, i temi della sua poesia. Si avverte nel titolo il desiderio di riproporre l'antica poesia polemico-satirica, come quella greca di Archiloco e quella latina di Orazio che nel suo Libro di epodi si ispira al poeta-soldato.

In Giambi ed Epodi vi è l'esaltazione dei grandi ideali di libertà e giustizia, il disprezzo per i compromessi dell'Italia unificata, la polemica contro il papato e contro molti aspetti di costume della vita italiana.

[modifica] Rime Nuove

Nella raccolta Rime nuove (1861-1887), che è preceduta da un Intermezzo, si colgono gli echi e i motivi di Hugo, von Platen, Goethe, Heine, Baudelaire e Poe. In essa i contenuti e le forme derivano in gran parte dai precedenti scritti ma maggiormente approfonditi e maturi.
Tra i temi che emergono nelle Rime nuove un posto rilevante è assunto dal culto del passato e delle memorie storiche dove il sogno della realizzazione di una società egualitaria e liberale si avverte soprattutto attraverso l'esaltazione dell'età dei comuni che vengono presi come esempio di sanità morale e di vita civile.
Un altro esempio preso dal Carducci di espansione democratica è la Rivoluzione Francese che viene rievocata nei dodici sonetti del Ça ira.

Accanto al sogno, sul piano storico, di un popolo libero e primitivo, corrisponde sul piano sentimentale quello di una infanzia libera e ribelle che si riversa sul paesaggio maremmano, come nel caso del sonetto Traversando la Maremma toscana, uno forse tra i più belli e noti del poeta. Anche "pianto antico" è molto significativo.

[modifica] Odi barbare

Odi barbare è una raccolta di cinquanta liriche scritte tra il 1873 e il 1889. Rappresenta il tentativo da parte del Carducci di riprodurre la metrica quantitativa dei Greci e dei Latini con quella accentuativa italiana. I due sistemi sono decisamente diversi, ma già altri poeti prima di lui si erano cimentati nell'impresa, dal Quattrocento in poi, e specialmente Giovanni Fantoni. Egli pertanto chiama le sue liriche barbare perché tali sarebbero sembrate non solo ad un greco o ad un latino, ma anche a molti italiani.

Predomina nelle Odi barbare il tema storico e quello paesaggistico con accenti più intimi, come nella poesia Alla stazione in una mattina d'autunno. E ancora una volta i temi fondamentali della poesia carducciana sono gli affetti familiari, l'infanzia, la natura, la storia, la morte accettata con virile tristezza come nella poesia Nevicata.

Rime e Ritmi contiene una poesia dedicata al Monumento di Dante a Trento.

[modifica] Rime e Ritmi

Nella raccolta Rime e Ritmi (1889-1898), formata da 29 poesie, le composizioni in metrica tradizionale si affiancano a quelle in metrica barbara, come sottolinea lo stesso titolo; in esse vengono ricapitolati i motivi già presenti nelle precedenti opere, non senza delle interessanti novità. Se le odi storiche e celebrative, da Piemonte a Cadore, un tempo famose, non incontrano più il gusto dei lettori moderni, alcune altre liriche godono oggi di una notevole fortuna, mostrando un Carducci più intimo e sensibile ai cambiamenti di gusto che segnano la fine dell'Ottocento.

Molto apprezzate, in particolare, sono le liriche che vanno sotto il nome di Idillii alpini, ossia L'ostessa di Gaby, Esequie della guida E. R., In riva al Lys, Sant'Abbondio e l'Elegia del monte Spluga, alle quali va aggiunto l'incantevole Mezzogiorno alpino. Presso una Certosa è invece una sorta di testamento ideale, nel quale, di fronte alla morte, Carducci riafferma la sua fede nei valori della poesia. Significative sono anche le tristi elegie La moglie del gigante e Jaufré Rudel.

[modifica] Della canzone di Legnano, parte I (Il Parlamento) (1879)

Fa parte a sé Il Parlamento, frammento de La canzone di Legnano che è senza dubbio uno dei capolavori del Carducci e dove si trova l'ispirazione maggiore delle maggiori raccolte.

[modifica] Poetica

Con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Prati, Aleardi) avversato anche dagli Scapigliati: in particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria.

Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.

Un altro grande tema dell'arte carducciano è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa.

La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata [1]. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in "Dinanzi alle terme di Caracalla" o gli ideali del libero Comune medievale in "Comune rustico". In "Nell'annuale della fondazione di Roma" mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro"). Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani ("Per la morte di Napoleone Eugenio; "Miramar"). Nelle "Rime Nuove" egli contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia ("Traversando la Maremma toscana"), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso ("Nostalgia"), ora luminosa e piena di forza e serenità ("Santa Maria degli Angeli").

[modifica] La critica contro corrente

Lettera aperta a Benedetto Croce, ed. G. Pedone Lauriel, Palermo 1915

Carducci fu oggetto anche di critiche molto aspre. Fra le molte, sono da segnalare quella del critico e scrittore Mario Rapisardi, repubblicano, che probabilmente non perdonò a Carducci il "tradimento" degli ideali giovanili con l'adesione alla monarchia (si veda Lettera aperta a Benedetto Croce, ed. G. Pedone Lauriel, Palermo 1915 della quale si può leggere un estratto qui Lettera aperta a Benedetto Croce), e quella di Natalino Sapegno, che lo definì un poeta minore [85]

[modifica] Curiosità

  • Spesso durante la sua vita il Carducci usava recarsi nella località alpina di Madesimo (SO) dove ora è possibile seguire un percorso, tra le vie del paese e i boschi circostanti, accompagnati dai suoi versi. I socialisti della zona gli fecero pervenire un telegramma falsificato che annunciava l'arrivo della regina Margherita alla stazione di Chiavenna: il poeta si presentò invano accompagnato dalla banda musicale del paese.
  • Apertamente affiliato alla Massoneria del Grande Oriente d'Italia, venne sepolto con i paramenti del 33° del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
  • Si narra anche che avesse cacciato uno studente che, volendogli far firmare il libretto di frequenza, si era presentato col cognome prima del nome. [86].
  • Nel 1907, anno della sua morte, nacque a Roma un suo pronipote, il quale fu chiamato anch'egli Giosue' Carducci, in onore dell'illustre predecessore. [87].

[modifica] Opere

  • Primi versi
  • Juvenilia, 1850 - 1860
  • Levia gravia, 1861 - 1871
  • Giambi ed epodi, 1882
  • Rime Nuove, 1861 - 1887
  • Odi barbare, 1877 - 1889
  • Rime e ritmi, 1899
  • Prose giovanili
  • Primi saggi
  • Discorsi letterari e storici
  • Studi sulla letteratura italiana dei primi secoli
  • I trovatori e la cavalleria
  • Dante
  • Petrarca e Boccaccio
  • Il Poliziano e l'Umanesimo
  • La coltura estense e la gioventù dell'Ariosto
  • L'Ariosto e il Tasso
  • Lirica e storia nei secoli XVII e XVIII
  • Studi su Giuseppe Parini
    • il Parini minore
    • il Parini maggiore
  • Poeti e figure del Risorgimento
  • Leopardi e Manzoni
  • Scritti di storia e di erudizione
  • Bozzetti e scherme
  • Confessioni e battaglie
  • Ceneri e faville
  • Versioni da antichi e da moderni
  • Ricordi autobiografici, saggi e frammenti
  • Inno a Satana, 1863
  • Alla regina d'Italia, 1878
  • Poesie
  • Del Risorgimento italiano
  • Dello svolgimento della letteratura nazionale
  • Letture italiane scelte e annotate ad uso delle suole secondarie inferiori, scritto con Ugo Brilli
  • Ça ira. Versi e prosa
  • Amarti è odiarti. Lettere a Lidia
  • Confessioni e battaglie
  • Per il tricolore, discorso tenuto nell'atrio del Palazzo civico di Reggio Emilia per le celebrazioni del primo centenario del tricolore
  • Cacce in rima
  • Prose
  • Accapigliatura ed altre prose
  • Lo studio bolognese, discorso per l'ottavo centenario
  • Faida di Comune
  • Il libro delle prefazioni

[modifica] Bibliografia critica

  • Giuseppe Chiarini, Vita di Giosue Carducci, Firenze, Barbera, 1920
  • Natale Busetto, Giosuè Carducci nel suo tempo e nella sua poesia, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, 1935
  • Arturo Marpicati, Passione politica in Giosuè Carducci, Bologna, Zanichelli, 1935
  • Regia Università di Bologna (AA.VV.), Carducci. Discorsi nel centenario della sua nascita, Bologna, Zanichelli, 1935
  • Giuseppe Angelo Peritore, La poesia del Carducci, Modena, Società Tipografica Modenese, 1937
  • Michele Saponaro, Carducci, Milano, Arnoldo Mondadori, 1940
  • Piero Bargellini, Giosue Carducci, Brescia, Morcelliana, 1946
  • Walter Binni, Carducci e altri saggi, Torino, Einaudi, 1960
  • Giuseppe Sozzi, Vita e poesia giovanile di Giosuè Carducci, Firenze-Messina, G. D'Anna, 1961
  • Ferdinando Giannessi (a cura di), Carducci, Milano, Nuova Accademia, 1963
  • Giambattista Salinari, «»Giosuè Carducci«» in Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Storia della Letteratura Italiana. Volume VIII: dall'Ottocento al Novecento, Milano, Garzanti 1969, pagg.625-729
  • Luigi Russo, Carducci senza retorica, Roma-Bari, Laterza, 1970
  • Mario Biagini, Giosue Carducci. Biografia critica, Milano, Mursia, 1976
  • Renato della Torre, Invito alla lettura di Carducci, Milano, Mursia, 1985
  • Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia: storia della letteratura italiana, Palermo, Palumbo Editore, 1994, pp. 728-736
  • Renato Serra, Alfredo Panzini, Carducci, Rimini, Fara Editore, 1994.
  • Antonio Piromalli, Introduzione a Carducci, Roma-Bari, Laterza, 1988
  • Antonio Carrannante, Giosuè Carducci nella storia della scuola italiana, in Cultura e scuola, n. 132, ottobre-dicembre 1994, pp. 197-217
  • Vincenzo De Caprio e Stefano Giovanardi, I testi della letteratura italiana: l'Ottocento, Einaudi, 1998, pp. 1023-1086
  • Francesco Giuliani, L'acqua e l'alpe. Gli Idillii alpini del Carducci, Felice Miranda Editore, San Severo, 1999.
  • Stefania Martini, Dante e la Commedia nell'opera di Carducci giovane, 1846-1865, Collana di studi e ricerche Accademia Ligure di Scienze e Lettere, Genova, Pantograf, 1999
  • Francesco Giuliani, Il rondò, le torri e la Certosa. Letture dall'ultimo Carducci, San Severo , Felice Miranda Editore, 2001.
  • Lorenzo Tomasin, Classica e odierna. Studi sulla lingua di Carducci, Firenze, Olschki, 2007
  • Carducci e gli Aleramici di Monferrato, a cura di Roberto Maestri, Genova, Sangiorgio Editrice, 2009.

[modifica] Note

  1. ^ Da cancellare ogni dubbio riguardo alla forma Giosuè invece di Giosue, anche se ancora oggi continuano a uscire libri con la forma Giosue. L'equivoco, in effetti, deve additarsi a Carducci stesso nonché ai curatori dell'edizione nazionale delle sue opere, uscita a Bologna, per Zanichelli editore. Infatti, nel volume n. XXX, a p. 3 si trova scritto, attribuendolo a Carducci: fui battezzato nella chiesa di Valdicastello col nome di Giosue Alessandro Giuseppe: insomma, sarebbe stato registrato con il nome di Giosue e non Giosuè. Basandosi su questa fonte, Mario Biagini, il maggior biografo carducciano, nel suo volume Giosue Carducci. Biografia critica, Milano, Mursia, 1976, lo nomina sempre come Giosue. Tuttavia, il passo carducciano, recitava invece: fui battezzato nella chiesa di Valdicastello col nome di Giosuè Alessandro Giuseppe, come testimonia l'autografo conservato in Casa Carducci, per cui vedi Mario Saccenti, in Carducci, Opere scelte, Torino, UTET, 1996, vol. 2, p. 11. Fu poi Carducci a preferire la forma Giosue a quella di Giosuè; a conferma, si veda anche M. Scotti che nel compilare la voce Carducci nel prestigioso Dizionario biografico degli italiani, edito a Roma per l'Istituto della Enciclopedia Italiana, scrive testualmente: Gli furono imposti i nomi di Giosuè (che avrebbe poi preferito nella forma Giosue), Alessandro, Giuseppe.
  2. ^ M.Saponaro, Carducci, Arnoldo Mondadori, 1940, pp.23-24.
  3. ^ M.Saponaro, p.24.
  4. ^ F.Giannessi (a cura di), Carducci, Milano, Nuova Accademia, 1963, pp.7-8
  5. ^ M.Saponaro, p.25
  6. ^ R.della Torre, Invito alla lettura di Carducci, Milano, Mursia, 1985 pp. 13-15
  7. ^ F.Giannessi, pp.8-10
  8. ^ M.Saponaro, pp.28-30
  9. ^ L'eccessiva irruenza gli aveva attirato le antipatie di alcuni facinorosi che spararono colpi di fucile contro la sua abitazione il 21 e il 23 maggio 1848; cfr. R.della Torre, p.16
  10. ^ M.Saponaro, pp.32-33
  11. ^ R.della Torre, p.18
  12. ^ G.Chiarini, Vita di Giosue Carducci, Firenze, Barbera, 1920, pp.14-15
  13. ^ Lettera di E.Nencioni a Ferdinando Martini nella Domenica letteraria del 30 aprile 1882 e poi confluita nel volume Il primo passo, stampato a cura di quel giornale.
  14. ^ Cfr. G. Albini, A .Sorbelli (a cura di), Primizie e reliquie, Bologna, Zanichelli, 1928
  15. ^ N. Busetto, Giosuè Carducci nel suo tempo e nell'età che fu sua, Milano-Genova-Roma-Napoli, Società Anonima Editrice Dante Alighieri, 1935, pp.34-46
  16. ^ Nencioni glielo procurò nella vecchia edizione Piatti.
  17. ^ G.Chiarini, pp.18-22
  18. ^ G.Chiarini, pp.23-26
  19. ^ M.Saponaro, pp.40-45
  20. ^ M.Saponaro, p.45
  21. ^ M.Saponaro, pp.46-47; P.Bargellini, 47-50
  22. ^ A.Borgognoni, «Premessa» a G.Carducci, Poesie, Firenze, Barbera, 1878, p.XVIII
  23. ^ «Io, conosciuto anche per Pinini, causa un raddoppiamento spostato nella coniugazione del verbo πίνειν ("bere")»; G.Carducci, Le «Risorse» di san Miniato al Tedesco, in Prose di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, 1938, p.945
  24. ^ F.Cristiani, «Il Carducci alla Scuola Normale», in Rivista d'Italia, anno IV, fasc.V (maggio 1901), pp.44 e ss.
  25. ^ G.Chiarini, pp.35-36
  26. ^ F.Cristiani, pp.44 e ss.
  27. ^ G.Chiarini, pp.44-47
  28. ^ P.Bargellini, Giosuè Carducci, Brescia, Morcelliana, 1946, pp.58-60.
  29. ^ Cesare Segre, Clelia Martignoni, Guida alla letteratura italiana - Testi nella storia - 3 Dall'unità d'Italia a oggi, a cura di Gianfranca Lavezzi, Clelia Martignoni, Rossana Saccani, Pietro Sarzana, Milano, Mondadori editore, 1996
  30. ^ G.Chiarini, pp.50-52
  31. ^ G.Chiarini, pp.57-61
  32. ^ Per approfondire vedi la voce Giuseppe Torquato Gargani
  33. ^ P.Bargellini, p.77
  34. ^ Juvenilia, XXI
  35. ^ Risorse, pp.944 e ss.
  36. ^ Risorse, p.945
  37. ^ G.Chiarini, pp.78 e ss.
  38. ^ Risorse, p.946
  39. ^ Risorse, pp.947-48
  40. ^ Risorse, p.960
  41. ^ G.Chiarini, pp.87-92
  42. ^ Risorse, p.961
  43. ^ Pare che motivo dominante fosse la rabbia del Fanfani che, difensore della lingua, aveva subito varie volte le correzioni degli Amici pedanti in merito ad alcuni errori linguistici nelle sue edizioni critiche.
  44. ^ G.Chiarini, pp.95-96
  45. ^ Il Burchiello ai linguaioli, Juvenilia, V, LXXVII
  46. ^ Lettera di F.D.Guerrazzi a Silvio Giannini, Genova, 12 aprile 1858
  47. ^ G.Chiarini, pp.105-107
  48. ^ P.Bargellini, pp.110-112
  49. ^ G.Chiarini, pp.113-114
  50. ^ P.Bargellini, pp.106-107
  51. ^ Fu la tesi di Alberto Lumbroso; cfr.P.Bargellini, p.481
  52. ^ Con un approfondito studio G.Manetti escluse la tesi dell'omicidio; G.Manetti, Un dramma in casa Carducci, Bologna, 1927. Dopo le lettere di Luigi Pescetti sul Pegaso (nov.1931) e sul Telegrafo (ott.1933) la tesi del suicidio è stata ulteriormente convalidata.
  53. ^ G.Chiarini, p.112
  54. ^ G.Chiarini, pp.117-123
  55. ^ P.Bargellini, p.112
  56. ^ G.Chiarini, pp.123-124
  57. ^ G.Chiarini, p.124
  58. ^ P.Bargellini, pp.120-122; cfr. M. Gioli Bartolomei, Il rivolgimento toscano e l'azione popolare, Firenze, Barbera, 1905
  59. ^ M.Saponaro, p.84
  60. ^ Poesie di Giosue Carducci, Bologna, Zanichelli, 1901, p.370
  61. ^ G.Chiarini, p.130
  62. ^ G.Leopardi, La ginestra, v.51
  63. ^ P.Bargellini, p.133
  64. ^ Lettera di T.Mamiani a G.Carducci del 4 marzo 1860
  65. ^ G.Chiarini, pp.130-132
  66. ^ Luigi Federzoni, «Giosue Carducci nella scuola», in Regia Università di Bologna (AA.VV.), Carducci. Discorsi nel centenario della nascita, Bologna, Zanichelli, 1935, p.3
  67. ^ G.Chiarini, pp.133-135
  68. ^ P.Bargellini, pp.134-135; L.Federzoni, p.4
  69. ^ G.Chiarini, p.135
  70. ^ Lettera di G.Carducci a G.Chiarini, 22 gennaio 1861
  71. ^ G.Chiarini, pp.137-142
  72. ^ G.Chiarini, pp.143-44
  73. ^ G.Chiarini, p.145
  74. ^ P.Bargellini, pp.155-157
  75. ^ Cfr. A.Luzio, La Massoneria e il Risorgimento italiano, Bologna, 1925
  76. ^ P.Bargellini, pp.160-166
  77. ^ La paternità di Carducci è stata dimostrata recentemente da Guido Davico Bonino nell'opera Il leone e la pantera. Lettere d'amore a Lidia (1872-1878), Roma, Salerno, 2010
  78. ^ C. Mariotti, Panzacchi e la buona melica, in E. Panzacchi, Lyrica, a cura di C. Mariotti, Roma, Salerno editrice, 2008, pp. XLIX-L
  79. ^ Università di Bologna
  80. ^ Comitato Nazionale per il centenario della morte di Giusuè Carducci
  81. ^ Vedi l'opera Carducci di Renato Serra e Alfredo Panzini
  82. ^ http://www.liceolevi.it/manaravalgimigli.htm
  83. ^ Ugoberto Alfassio Grimaldi, Il re "buono", Feltrinelli, 1980, p.137
  84. ^ (EN) Mercury: Carducci
  85. ^ N. Sapegno, Storia di Carducci, in Id., Ritratto del Manzoni e altri saggi, Bari, 1962.
  86. ^ L'aneddoto è raccontato, fra gli altri, da Aldo Gabrielli, Il museo degli errori, Milano, Mondadori, 1977, p. 183
  87. ^ Carducci, Albero Genealogico, Roma, Ferraresi, 1989, p 22

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