Carlo Martello d'Angiò

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Carlo Martello d'Angiò, noto anche come Carlo I Martello (Napoli8 settembre 1271 – Napoli19 agosto 1295), è stato un re italiano, figlio primogenito di Carlo II di Napoli e Maria Arpad d'Ungheria. Fu Re titolare d'Ungheria (1290-1295).

Indice

[modifica] Erede al trono d'Ungheria

Destinato al trono ungherese per diritto ereditario, non divenne mai sovrano a tutti gli effetti. Sua madre Maria era figlia di Stefano V e sorella di Ladislao IV, ultimo discendente senza eredi del ramo principale della dinastia degli Arpadi, il che investiva Carlo Martello del pieno diritto di successione. Re Ladislao morì il 10 luglio 1290 e Carlo Martello, diciannovenne, fu formalmente eletto Re d'Ungheria, incoronato ad Aix due anni dopo. Ma ad occupare di fatto il trono magiaro, grazie anche al sostegno di alcuni nobili, fu Andrea III, discendente di un altro ramo della dinastia degli Arpadi, di cui fu ultimo sovrano. A Carlo Martello non restò che il puro titolo formale, destinato comunque a tramandarsi a suo figlio Caroberto, e non tentò mai di recarsi direttamente in Ungheria a pretendere il rispetto dei propri diritti ereditari.

[modifica] Matrimonio e figli

L'11 gennaio 1281 a Vienna sposò Clemenza d'Asburgo, figlia dell'imperatore Rodolfo I e di Gertrude di Hohenberg. Dall'unione nacquero tre figli:

[modifica] L'incontro con Dante Alighieri e il ricordo nella Divina Commedia

Nel 1294 Carlo Martello si recò a Firenze, dove incontrò i suoi genitori che rientravano dalla Francia. In questa occasione, per accoglierlo con tutti gli onori del caso, la città toscana inviò una delegazione della quale pare facesse parte anche Dante Alighieri. In ogni caso appare quasi certo che il Sommo Poeta e il giovane principe angioino abbiano avuto modo di conoscersi di persona ed apprezzarsi vicendevolmente, anche per il fatto di condividere gli stessi gusti letterari.

Dante dedica a Carlo Martello un lungo brano della Divina Commedia (PD VIII 31-148 e PD IX 1-12[1]) che racconta l’intenso incontro che il poeta immagina di avere con l’anima del principe nel terzo cielo (Cielo di Venere) del Paradiso:

« Indi si fece l’un presso a noi
e solo incominciò: "Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
Noi ci volgiam coi principi celesti
d'un giro e d’un girare e d’una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:
‘Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’;
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti
non fia men dolce un poco di quiete".
Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
rivolsersi a la luce che promessa
tanto s’avea, e "Deh, chi siete?" fue
la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid’io lei far piùe
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!
Così fatta, mi disse: "Il mondo m’ebbe
giù poco tempo; e se più fosse stato
molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia d’intorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
Quella sinistra riva che si lava
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,
e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ‘l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per nascente solfo,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala signoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
E se mio frate questo antivedesse,
l’avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
ché veramente proveder bisogna
per lui, o per altrui, si ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.
La sua natura, che di larga parca
discese, avria mestier di tal malizia
che non curasse di mettere in arca".
"Però ch’i’ credo che l’alta letizia
che ‘l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
là ‘ve ogne ben si termina e s’inizia,
per te si veggia come la vegg’io,
grata m’è più; e anco questo ho caro
perché ‘l discerni rimirando in Dio.
Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
com’esser può, di dolce seme, amaro".
Questo io a lui; ed elli a me: "S’io posso
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il regno che tu scandi
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
E non per le nature provedute
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
per che quantunque quest’arco saetta
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti ma ruine;
e ciò esser non può, se li ‘ntelletti
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?".
E io: "Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi".
Ond’elli ancora: "Or dì: sarebbe il peggio
per l’omo in terra, se non fosse cive?".
"Sì", rispuos’io; "e qui ragion non cheggio".
"E puot’elli esser, se giù non si vive
diversamente per diversi offici?
Non, se ‘l maestro vostro ben vi scrive".
Sì venne deducendo fino a quinci;
poscia conchiuse: "Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch’un nasce Solone e altro Serse,
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.
La circular natura, ch’è suggello
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un dall’altro ostello.
Quinci addivien ch’Esaù si diparte
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo cammino
simil farebbesempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t’era dietro t’è davanti:
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ammanti.
Sempre natura, se fortuna trova
discorde a sé, com’ogne altra semente
fuor di sua ragion, fa mala prova.
E se ‘l mondo là giù ponesse mente
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la religione
Tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;
onde la traccia vostra è fuor di strada". »
(Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso VIII 31-148)
« Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m’ebbe chiarito, mi narrò li ‘nganni
che ricever dovea la sua semenza;
ma disse: "Taci e lascia muover li anni";
sì ch’io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro ai vostri danni.
E già la vita di quel lume santo
rivolta s’era al Sol che la riempie
come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre tempie! »
(Dante Alighieri, Divina Commedia – Paradiso IX 1-12)

[modifica] Note

  1. ^ Dante Alighieri, La Divina Commedia - Paradiso, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le Monnier, Firenze, ottava ristampa gennaio 1993. ISBN 88-00-41293-9

[modifica] Voci correlate

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