Giustiniano I

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Giustiniano I
Giustiniano raffigurato su un mosaico in San Vitale a Ravenna
Giustiniano raffigurato su un mosaico in San Vitale a Ravenna
Imperatore bizantino
In carica 527-565
Incoronazione 527
Predecessore Giustino I
Successore Giustino II
Nome completo Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus
Nascita Tauresio, 11 maggio 482
Morte Costantinopoli, 14 novembre 565
Luogo di sepoltura Chiesa dei Santi Apostoli (Costantinopoli)
Dinastia Dinastia giustinianea
Padre Sabbazio
Madre Vigilanza
Consorte Teodora

Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, in latino Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus, meglio noto come Giustiniano I il Grande (Tauresio, 11 maggio 482Costantinopoli, 14 novembre 565), è stato un imperatore bizantino, dal 1º agosto 527 alla sua morte.

Giustiniano, ultimo imperatore bizantino educato nel seno di una famiglia di lingua e cultura latine, fu uno dei più grandi sovrani di età altomedievale. Il suo governo coincise con un periodo d'oro per l'Impero romano d'Oriente, dal punto di vista civile, economico e militare: Le vittoriose campagne di Belisario permisero il ricongiungimento all'Impero di parte dei territori dell'Occidente romano; venne portato a compimento un progetto di edilizia civile che ha lasciato opere architettoniche di eccezionale importanza come la chiesa di Hagia Sophia a Costantinopoli; il patronato imperiale diede inoltre nuova linfa alla cultura, con la fioritura di celebri storici e letterati, fra cui Procopio di Cesarea, Agazia e Paolo Silenziario.

La maggiore eredità lasciata da Giustiniano è la raccolta normativa del 535, poi conosciuta come Corpus iuris civilis, una compilazione omogenea della legge romana che è tutt'oggi alla base del diritto civile, l'ordinamento giuridico più diffuso al mondo. In occidente, il Corpus iuris venne preso come testo di riferimento solo a partire dal Basso Medioevo, dato che nell'Alto Medioevo sia sul diritto germanico che sul diritto in uso presso le genti di espressione e cultura latine, ebbe maggiore influenza il Codex Theodosianus, emanato nel periodo di costituzione dei regni romano-barbarici entro un Impero in pieno smembramento. La peste che colpì lo Stato bizantino e più in generale, l'intero mondo mediterraneo durante il suo regno segnò la fine di un'epoca di splendore.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza e ascesa al potere (482-527)[modifica | modifica wikitesto]

Le rovine della città di Tauresio, città natale di Giustiniano I.

Giustiniano I nacque in un piccolo villaggio chiamato Tauresio, nella Dardania, nel 482, da Vigilanza, sorella del molto stimato generale Giustino, che fece carriera tra i gradi dell'esercito fino a diventare imperatore.[1] Suo zio lo adottò assicurandogli una buona educazione.[1] Giustiniano completò il classico corso di studi, occupandosi di giurisprudenza e filosofia.[1] La sua carriera militare fu contrassegnata da rapidi avanzamenti, favoriti dalla proclamazione ad imperatore, nel 518, di Giustino. Giustiniano venne nominato console nel 521, e più tardi comandante dell'esercito d'Oriente.[1] Funse da reggente molto prima che Giustino lo rendesse imperatore associato il 1º aprile 527.[2]

Tra il 524 ed il 525, Giustiniano sposò Teodora, un'attrice teatrale con trascorsi da prostituta.[3] Giustiniano, per sposarla, dovette superare parecchi ostacoli, il più importante dei quali era una legge che proibiva agli uomini di alto rango di sposare serve o attrici.[4] Il futuro imperatore, tuttavia, riuscì a vincere le resistenze della madre e della zia, contrarie a un matrimonio con una prostituta, e superò l'ostacolo della legge persuadendo lo zio imperatore ad abrogarla; l'editto che abrogò la legge permise alle ex attrici pentite di sposare i cittadini di più alto rango, portando a sfumare la distinzione in classi alla corte bizantina.[4] Teodora sarebbe divenuta molto influente nelle politiche dell'impero, e gli imperatori successivi avrebbero seguito l'esempio di Giustiniano sposandosi al di fuori della classe aristocratica.

Il 1º agosto dell'anno 527, per la morte di Giustino, Giustiniano restò l'unico imperatore.[1]

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione di una moneta di Giustiniano I, che commemorava la riconquista dell'Africa, nel 535.

Il suo regno ebbe un impatto mondiale, costituendo un'epoca distinta della storia dell'Impero bizantino e della Chiesa Ortodossa d'Oriente. Giustiniano fu un uomo di insolita abilità nel lavoro e possedeva un carattere moderato affabile e vitale, diventando privo di scrupoli e scaltro quando occorreva. Fu l'ultimo imperatore a tentare di ricostruire l'Impero romano, impadronendosi di gran parte dei territori che facevano parte dell'Impero romano d'Occidente; a questo scopo diresse le sue grandi guerre e la sua colossale attività di costruzione. Partendo dalla premessa che l'esistenza del bene comune era affidata alle armi e alla legge, prestò particolare attenzione alla legislazione e scrisse quello che sarebbe diventato un monumento a sua perenne memoria, codificando il diritto romano nel Corpus iuris civilis. Nel 535, Giustiniano fondò Giustiniana Prima, nei pressi della sua città natale.

Procopio ci fornisce la fonte primaria per la storia del regno di Giustiniano, anche se le cronache di Giovanni da Efeso (che sopravvive come base per molte cronache successive) forniscono molti ulteriori dettagli. Entrambi gli storici divennero molto aspri nei confronti di Giustiniano e Teodora. A fianco della sua opera principale, Procopio scrisse anche una Storia Segreta, che relaziona dei molti scandali alla corte di Giustiniano. Teodora morì nel 548; Giustiniano le sopravvisse per quasi 20 anni e morì il 13 o il 14 novembre 565.

Amministrazione interna e provinciale[modifica | modifica wikitesto]

Protezione dei Verdi[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta di Nika.
Auriga del circo. Le fazioni del circo generarono enormi disordini a Costantinopoli, minacciando persino di deporre Giustiniano.

Varie fonti, come Procopio ed Evagrio, affermano che Giustiniano nel corso del suo regno garantì l'immunità alla fazione dell'ippodromo dei Verdi, permettendo loro ogni crimine e punendo duramente i magistrati che cercavano di punirli. Il seguente è un passo tratto dal capitolo 31 del IV libro delle Storie di Evagrio:

« Debbo dire di altro fatto di Giustiniano, il quale non so indicare se dalla viziosa sua natura, o da timore e spavento nascesse. Questo fatto ebbe il suo principio da quella sedizione popolare, che si chiamò Nika, cioè Vinci. Piacque sì fortemente a Giustiniano favorire la fazione di quelli, che diconsi Veneti, che costoro potevano impunemente trucidare in pien meriggio, e in mezzo alla città, i loro avversarii; e non solamente non temendo per ciò le pene dovute a tali delitti, ma standosi anzi sicuri di ottenere onori: d'onde venne che furonvi molti omicidii. A costoro era fatto lecito entrare violentemente nelle altrui case, rapire i tesori in esse nascosti, vendere alle persone la loro stessa salvezza e vita e se alcun magistrato cercasse frenarli, egli per quel fatto chiamava sopra il suo capo la sua ruina. E così accadde a certo personaggio, il quale era stato magistrato in Oriente: chi avendo voluto gastigare, facendo loro dare la frusta, alcuni di coloro, che a queste novità applicavansi, onde meglio in appresso si conducessero, fu per tutta la città strascinato e frustato egli medesimo gravissimamente. Callinico poi prefetto della Cilicia, perché due Cilici, Paolo e Faustino di nome, entrambi omicidi, i quali lui aveano assaltato e tentato d'uccidere, punì a tenor delle leggi, fu pubblicamente crocifisso; e s'ebbe un tale supplizio in mercede della sua buona coscienza, e di avere osservata la legge. Da queste cose nacque che quelli, i quali erano dell'altra fazione, fuggironsi dai loro domicilii, né trovarono ricovero presso alcuno. Così che cacciati da tutti come malfattori, incominciarono poi a darsi alla strada, ad assaltare i viandanti e a derubarli, e ad ammazzarli: a segno tale che tutti i luoghi furono pieni di morti immature, di rubamenti e dl simili misfatti. Altre volte Giustiniano mutata affezione e parte, uccise gli uomini che prima avea favoriti, e diede in potere delle leggi anche coloro, ai quali avea per lo innanzi all'uso de' Barbari permesso di commettere nelle città ogni empio delitto. Ma per esporre in particolare queste cose né ho tempo conveniente, né forza; e quanto ne dissi potrà bastare per vedere tutti gli altri suoi misfatti. »

Tuttavia, secondo J.B. Bury, Giustiniano avrebbe favorito gli Azzurri, che condividevano le sue idee politiche ed ecclesiastiche,[5] solo durante il regno di Giustino, mentre, una volta diventato ufficialmente Imperatore, promulgò una legge con la quale dichiarava l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, indipendentemente dalla loro fazione. Le repressioni, che colpirono ambedue le fazioni, suscitarono il malcontento di entrambe, e a ciò si unì l'aumento delle tasse imposto da Giustiniano per ottenere il denaro necessario per portare avanti la sua politica restauratrice dell'Impero romano universale.[5]

Dittico consolare che mostra il nome completo di Giustiniano I.

La conseguenza di ciò fu una seria rivolta scoppiata durante i giochi dell'ippodromo alle idi di gennaio del 532. Tre giorni prima il praefectus urbi condannò a morte sette esponenti di entrambe le fazioni, presumibilmente per dimostrare ai Verdi, che si erano lamentati per il favore imperiale goduto dagli Azzurri,[6] l'imparzialità del governo. Tuttavia due dei faziosi (uno appartenente agli Azzurri e l'altro ai Verdi) condannati all'impiccagione si salvarono perché la corda si spezzò e riuscirono a fuggire trovando rifugio in una chiesa. Tre giorni dopo, ai giochi dell'ippodromo, le due fazioni chiesero la grazia dei due criminali salvatisi per miracolo ma non ricevendo risposta si rivoltarono entrambe. Ebbe così inizio la rivolta di Nika, dal grido con cui le due fazioni diedero inizio alla rivolta ("Nika", cioè "Vinci").

L'Imperatore tentò di trattare con i rivoltosi, destituendo i ministri Triboniano e Giovanni di Cappadocia, invisi dai faziosi, ma ciò non bastò a spegnere la rivolta e le due fazioni proclamarono imperatore Ipazio, nipote di Anastasio I.[7] Giustiniano, disperato, aveva già pronte le navi per fuggire dalla capitale ma Teodora riuscì a dissuaderlo affermando che avrebbe preferito morire da imperatrice piuttosto che perdere il trono fuggendo.[8] Incoraggiato dalle parole di Teodora, Giustiniano diede a Narsete il compito di corrompere gli Azzurri con del denaro, mentre Belisario e Mundo dovevano sedare la rivolta con le armi, che si concluse con il massacro di oltre 30.000 persone nell'ippodromo.[9] Il giorno successivo vennero giustiziati l'usurpatore Ipazio e il complice Pompeo.

Negli anni successivi alla rivolta sembra che le fazioni si fossero comportate bene ed eventuali disordini furono stroncati sul nascere.[10] L'Imperatore riedificò Santa Sofia e le altre chiese ed edifici danneggiati durante la rivolta.

Con la morte di Giustiniano e l'ascesa di Giustino II, il nuovo imperatore giurò che avrebbe punito con uguale vigore sia i Verdi che gli Azzurri. Queste furono le sue parole alle due fazioni: «Azzurri, Giustiniano non c'è più! Verdi, egli è ancora vivo!»[11]

Riforme provinciali[modifica | modifica wikitesto]

Giustiniano apportò alcune modifiche al sistema provinciale che si discostarono dai principi di Diocleziano e che, secondo J.B. Bury, anticiparono la riforma dei temi: queste riforme prevedevano infatti per determinate regioni dell'Impero l'accentramento del potere amministrativo e militare (che secondo Diocleziano dovevano rimanere separati) nelle mani di un'unica persona, la soppressione di alcuni vicari e l'accorpamento di province più piccole in province più grandi.[12] Queste riforme risalgono agli anni 535 e 536 e sono motivate dal tentativo di porre fine ai conflitti tra autorità civile e autorità militare.[12]

Mosaico della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo raffigurante Giustiniano I.

Cipro e Rodi, le Cicladi, la Caria, la Mesia e la Scizia vennero unite nella cosiddetta "Prefettura delle Isole" e posta sotto il comando di un quaestor exercitui residente a Odesso.[13] Giustiniano, inoltre, elevò i praeses della Fenicia Libanese al rango di spectabilis e i praeses della Palestina Salutare a proconsoli, il che illustra la volontà dell'Imperatore di incrementare i poteri delle autorità minori. Nello stesso tempo diminuì i poteri dei governatori più potenti, per esempio il Prefetto del pretorio d'Oriente e il Conte d'Oriente, quest'ultimo degradato a semplice governatore provinciale.[14] Anche le diocesi di Asia e Ponto vennero abolite, anche se quest'ultima, tredici anni dopo, venne ripristinata per gravi problemi interni.[15] I vicari di queste due diocesi divennero, con il titolo di Comes Iustinianus e con poteri sia civili che militari, governatori rispettivamente delle province di Frigia Pacatiana e Galazia Prima.[15] Quando la diocesi del Ponto venne ripristinata, il vicario ottenne poteri anche militari, per poter contrastare meglio i banditi che infestavano la regione.[13]

Giustiniano abolì inoltre il titolo di vicario di Tracia e di vicario delle Lunghe Mura, affidando l'amministrazione della diocesi di Tracia al Praetor Iustinianus di Tracia.[13] In Egitto, ritenendo troppo gravoso per un solo uomo il governo della diocesi egiziana, limitò l'autorità del Prefetto Augusteo (il vicario d'Egitto) alle sole province di Alessandria e di Aegyptus I e II con il titolo di dux e con autorità sia civile che militare.[16] Le province della Tebaide vennero invece affidate al dux di Tebaide mentre le due Libie vennero governate dal dux di Libia. Il risultato fu che la diocesi d'Egitto venne scissa in cinque circoscrizioni (gruppi di province) indipendenti tra loro, governate da duci con autorità sia civile che militare e dipendenti dal prefetto d'Oriente.[16]

Quando Africa e Italia vennero riconquistate, Giustiniano ripristinò la prefettura del pretorio d'Africa mentre la prefettura del pretorio d'Italia ritornò in mano imperiale dopo averla strappata ai Goti.

Abolizione del consolato[modifica | modifica wikitesto]

Nel 541 Giustiniano abolì il consolato. Il motivo di tale provvedimento era il fatto che tale carica, oltre ad essere puramente onorifica, portava al dispendio di grandi somme di denaro.[17] Infatti i consoli dovevano assumersi le spese per le celebrazioni all'inizio dell'anno, che ammontavano a 2.000 libbre d'oro, una cifra che non tutti potevano permettersi, per cui divenne sempre più difficile trovare persone disposte a spendere una tale quantità di denaro per assumere quella carica.[17] In alcuni casi era l'Imperatore stesso a pagare le spese per il consolato al posto del console. Nel 538 Giustiniano promulgò una legge che abbreviò la durata delle feste per festeggiare il console e rese facoltativo lo spargimento di soldi alla popolazione, stabilendo che nel caso ci sarebbero state sparse non monete d'oro ma monete d'argento.[17] Nonostante ciò, nel 541, dopo il consolato di Basilio, la carica di console venne abolita. Da ora in poi il titolo di console divenne una carica che veniva assunta dall'Imperatore nel primo anno di regno.

Riforme contro gli abusi[modifica | modifica wikitesto]

Durante la prefettura di Giovanni di Cappadocia, il prefetto d'Oriente e Giustiniano promulgarono alcune leggi per contrastare gli abusi e le iniquità commesse a danno dei sudditi. Una di queste leggi prevedeva l'abolizione della suffragia, una somma di denaro che i governatori di province dovevano sborsare per ottenere il posto; secondo l'Imperatore, i governatori, per rifarsi della spesa, spesso estorcevano con mezzi irregolari dai cittadini una somma da tre a dieci volte la somma che dovettero sborsare per ottenere il posto.[18] L'Imperatore proibì ai governatori di pagare somme di denaro per ottenere cariche e i contravventori venivano puniti con l'esilio, la perdita delle proprietà o con punizioni corporali.[19]

Confermò inoltre una legge che proibiva ai governatori che si dimettevano di lasciare la provincia prima di 50 giorni dalle dimissioni, in modo che potessero essere giudicati per eventuali reati commessi.[19] Cercò anche di dare maggiore autorità al difensor civitatis, il magistrato che avrebbe dovuto difendere i diritti dei più deboli ma che era diventato pressoché ininfluente e impotente; stabilì che il difensor civitatis sarebbe stato eletto tra gli individui più influenti della città, sarebbe stato in carica non più di due anni e avrebbe giudicato anche i casi minori e non coinvolgenti non più di 300 numismata.[19]

Istituì anche la figura del quaesitor, un magistrato che aveva l'incarico di indagare i motivi per cui i provinciali si fossero trasferiti a Costantinopoli e, nel caso non fossero validi, rispedirli nelle loro province natie. Una tale carica fu istituita per contrastare il trasferimento dei provinciali nella capitale, dove un aumento del proletariato avrebbe potuto causare numerosi problemi di ordine pubblico.[20]

Abolì inoltre la carica di praefectus vigilum, un ufficiale subordinato al praefectus urbi che aveva il compito di arrestare i malviventi, sostituendola con la carica di pretore dei demi. Quest'ultima carica, a differenza del praefectus vigilum, era indipendente dal praefectus urbi ed era sia un giudice che capo della polizia.[20]

Tuttavia queste leggi non riuscirono a eliminare la corruzione; infatti fonti contemporanee parlano di compravendita delle cariche e altri casi di corruzione, spesso ad opera dei ministri di Giustiniano (ad esempio il prefetto del pretorio Pietro Barsime).

Politica finanziaria[modifica | modifica wikitesto]

Giustiniano viene accusato da Procopio di aver dilapidato le casse statali, lasciate piene da Anastasio, con le sue guerre di conquista e con la sua attività edilizia e, una volta svuotate, di aver oppresso i sudditi facendosi erede di ricchi senatori con falsi testamenti, confiscando con pretesti vari le ricchezze di vari senatori e tassando i poveri.[21] Inoltre, a dire di Procopio, il denaro accumulato in tal modo veniva elargito, sotto forma di tributi, ai Barbari, rendendo così l'Impero loro tributario.[21]

Pur essendo presente nella Storia segreta di Procopio un fondo di verità, va detto che è una fonte di parte e che Procopio tenta di screditare Giustiniano facendo apparire "sue novità" abusi che già esistevano sotto i suoi predecessori e che erano un'eredità dei governi precedenti.[22][23] Secondo J.B. Bury il sistema fiscale tardo-romano era per sua stessa natura così oppressivo che qualunque occhio critico avrebbe potuto raccogliere vari casi di oppressione (omettendo tutti i tentativi per alleviarla) per attaccare un sovrano facendolo apparire un tiranno.[24] Giustiniano tra l'altro tentò di combattere tali abusi e molte delle confische di terreni ai senatori erano giustificate dal fatto che essi avevano cospirato contro di lui. Le accuse che Giustiniano avrebbe sfruttato le leggi per arricchirsi tramite la confisca di proprietà ai senatori giudicati colpevoli sembrano trovare smentite nel fatto che restituì ai senatori coinvolti nella rivolta di Nika le proprietà a loro confiscate e che negli ultimi anni, nonostante fosse in impellenti necessità di soldi, abolì la confisca di proprietà come pena per crimini ordinari.[25]

Analisi moderne hanno calcolato che il bilancio statale ai tempi di Anastasio era di circa 8 milioni di nomismata con una riserva di 23 milioni.[26] Secondo Warren Treadgold,[27] a smentita di quanto affermato da Procopio, Giustiniano spese si grandi somme di denaro sfruttando le riserve di denaro ereditate da Anastasio ma non in maniera sconsiderata come lo storico tardo-antico affermava. Sotto l'amministrazione di Giovanni di Cappadocia finì la compravendita delle cariche e, grazie ai tesori dei Goti e dei Vandali, nel 541 il bilancio sembra essere aumentato a 11,3 milioni di nomismata, circa un terzo in più rispetto ad Anastasio.[28]

La catastrofica epidemia di peste del 542 cambiò le carte in tavola.[29] Probabilmente circa un quarto della popolazione dell'Impero venne uccisa dalla pestilenza e lo stesso Imperatore cadde malato.[29] Inoltre la caduta in disgrazia del prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia, accusato di avere congiurato contro l'Imperatore, privò Giustiniano di un abile consigliere seppur impopolare. Per mantenere in attivo il bilancio statale, con le entrate in forte calo a causa della peste, l'Imperatore nominò Prefetto del pretorio Pietro Barsime, un banchiere disonesto.[30] Pietro riuscì a mantenere in attivo il bilancio statale riprendendo la compravendita delle cariche e opprimendo i senatori con confische e altre iniquità.[30] Per risparmiare smise inoltre di pagare i limitanei (cioè le truppe di frontiera) con il risultato che nel 545 numerosi soldati disertarono.[30]

Giustiniano comunque cercò di venire incontro ai suoi sudditi: poiché gli abitanti delle province erano gravati dall'onere di fornire cibo agli eserciti ivi stanziati e trasportare le scorte negli accampamenti, egli con una legge del 545 stabilì che da in quel momento in poi sarebbero stati pagati in pieno per il cibo fornito agli eserciti e che gli eserciti non avrebbero potuto più prelevare dalla popolazione cibo gratuitamente o senza autorizzazione scritta.[31] Tentò anche di combattere gli abusi nella riscossione dell'epibola, una tassa gravosa pagata dai proprietari terrieri per le terre non coltivabili adiacenti ai loro latifondi; la peste e le devastazioni apportate dai Persiani sembrano tuttavia aver reso la riscossione dell'epibola frequente e gravosa.[31]

Nel 558 scoppiò di nuovo la peste, che probabilmente vanificò ogni tentativo di ripresa demografica ed economica e che spinse il prefetto del pretorio Pietro Barsime (al suo secondo mandato) ad adottare gli stessi metodi impopolari del suo primo mandato pur di mantenere in attivo il bilancio statale.[32] Nel 565, alla morte di Giustiniano, il bilancio statale era di 8,3 milioni di nomismata, quasi lo stesso dei tempi di Anastasio.[28] La peste aveva impoverito lo Stato e costretto, insieme alle guerre di conquista e all'attività edilizia, Giustiniano a metodi oppressivi che lo resero impopolare. Secondo Warren Treadgold Giustiniano ebbe il merito di aver saputo affrontare efficacemente la forte crisi provocata dalla peste, impedendo, seppur a malapena e con metodi impopolari, il completo collasso economico e militare dello Stato bizantino.[33]

Politica commerciale[modifica | modifica wikitesto]

Ai tempi di Giustiniano Costantinopoli, grazie alla sua posizione geografica privilegiata, dominava i traffici commerciali nel mediterraneo.[34] I Bizantini non erano granché interessati a commerciare con nazioni europee, ormai impoverite dalle invasioni barbariche; preferirono piuttosto stringere contatti commerciali con le nazioni dell'Estremo Oriente, come India e Cina, dove veniva prodotta la seta.[34] I Cinesi importavano dai Bizantini vasellame e stoffe prodotte in Siria ed esportavano la seta.[34]

Giustiniano I, raffigurato su una moneta dell'epoca.

Un grosso ostacolo ai traffici con l'Estremo Oriente era però rappresentato dalla Persia, nemico giurato dell'Impero, sul cui territorio era necessario passare per giungere in Cina. Una conseguenza di ciò è che durante i frequenti conflitti con i Persiani Sasanidi i traffici con Cina e India non erano possibili.[34] Giustiniano cercò di ovviare a questo problema tentando di aprirsi un passaggio per la Cina attraverso la Crimea, e in questa occasione i Bizantini avviarono delle relazioni diplomatiche con i Turchi, anch'essi venuti in conflitto commerciale con i Sasanidi.[34] Sotto il successore di Giustiniano, Giustino II, Bizantini e Turchi si allearono contro i Persiani. Un altro modo con cui Giustiniano cercò di commerciare con la Cina senza passare per la Persia fu giungere via mare passando per il Mar Rosso e per l'Oceano Indiano.[34] In quest'occasione strinse rapporti commerciali con gli Etiopi del Regno di Aksum.[34] Tuttavia entrambe le vie alternative presentavano incovenienti: l'Oceano Indiano era dominato dai mercanti sasanidi mentre la via asiatica era impervia e piena di pericoli.[34]

Il problema fu risolto dall'astuzia di alcuni agenti bizantini che, in un viaggio in Oriente, riuscirono ad impadronirsi del segreto della produzione della seta e riuscirono a portare di nascosto a Costantinopoli dei bachi da seta.[35][36] La fioritura della produzione della seta nell'Impero che ne seguì fece sì che la produzione della seta divenne uno dei settori più importanti dell'industria bizantina e portò a un considerevole aumento delle entrate.[35] I principali centri di produzione della seta nell'Impero erano Costantinopoli, Antiochia, Tiro, Beirut e Tebe.[35]

I Bizantini esportavano dai popoli delle steppe stoffe, ornamenti e vino e importavano pelli, cuoio e schiavi.[34] L'Egitto importava dall'India le spezie. Il commercio delle spezie potrebbe aver contribuito alla diffusione dell'epidemia di peste che colpì l'Impero durante il regno di Giustiniano; sembra infatti che l'epidemia si sia originata dall'Etiopia e da lì, tramite il commercio, sarebbe giunta in Egitto da dove si sarebbe diffusa per tutto l'Impero.[37] La peste colpì duramente soprattutto i commerci, che entrarono in crisi.[37]

L'attività legislativa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Corpus Iuris Civilis.
L'imperatore Giustiniano I con il suo seguito, Ravenna, Basilica di San Vitale.
« Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch'i' sento,
d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano. »
(Dante, Divina Commedia - Paradiso, Canto VI, 10-12)

Se i piani militari o le sue risposte alle gravi crisi demografica, economica e sociale non ebbero particolare successo, Giustiniano conquistò una fama duratura per la sua rivoluzione giuridica, che organizzò il diritto romano in una forma e uno schema organico rimasto alla base della legge di diverse nazioni odierne.

La sua attività può essere opportunamente suddivisa in tre periodi. Il "primo" periodo, dal 528 al 534, fu caratterizzato dalle grandi compilazioni, con la preparazione e la pubblicazione di:[38]

Il lavoro compiuto in questo periodo risentì positivamente del coordinamento operato da Triboniano: il quaestor sacri palatii era infatti un esperto e colto giurista, perfettamente a suo agio anche nel maneggiare leggi vecchie di secoli.

Il "secondo periodo", dal 535 al 542, fu caratterizzato da un'intensa legislazione "corrente" (per mezzo delle Novellae constitutiones, che raccolsero i frutti dell'intensa stagione legislativa tra il 535 e il 542).[38] Il "terzo periodo", infine, dal 543 al 565, anche per la minore, o diversa, qualità dei collaboratori, vide l'attività legislativa (sempre per mezzo di Novellae) farsi sempre più scarsa e scadente.[38]

Il Corpus Iuris Civilis fu formato da tali opere, nelle quali le nuove leggi si armonizzavano con quelle antiche. Nel primo periodo furono scritte in latino, lingua ufficiale dell'impero ma scarsamente conosciuto dai cittadini delle province orientali (anche se lo stesso Giustiniano era di lingua, cultura e mentalità latine e parlava con difficoltà il greco). Il latino infatti era sostanzialmente la lingua dell'amministrazione, della giustizia e dell'esercito, mentre le principali lingue d'uso nella parte orientale dell'impero erano il greco e, in minor misura, il copto, l'aramaico e l'armeno (rispettivamente in Egitto, Siria ed alcune regioni dell'Asia Minore).[39] Se il dominio romano, repubblicano prima ed imperiale dopo, era riuscito ad imporre con successo il proprio diritto e le proprie istituzioni politiche e militari, il sostrato culturale delle province orientali dell'impero continuò ad essere improntato in larga misura a forme e moduli di tipo tardo-ellenistico. Per ovviare a ciò, le opere successive (dalle Novellae in poi) vennero redatte pragmaticamente in greco, lingua più utilizzata dal popolo e dalla pratica amministrativa quotidiana.[35]

Il Corpus forma la base della giurisprudenza latina (compreso il diritto canonico: ecclesia vivit lege romana) e, per gli storici, fornisce una preziosa visione dall'interno, delle preoccupazioni e delle attività dei resti dell'Impero Romano. Raccoglie assieme le molte fonti in cui le leges (leggi) e le altre regole erano espresse o pubblicate: leggi vere e proprie, senatoconsulti (senatusconsulta), decreti imperiali, rescritti, opinioni e interpretazioni dei giuristi (responsa prudentium). Il Corpus viene definito un "monumento alla sapienza giuridica di Roma"[40] e fu alla base della rinascita degli studi giuridici e delle istituzioni politiche in Europa, tanto che ancora oggi costituisce il fondamento di molti sistemi giuridici nazionali nel mondo.

Anche in campo amministrativo la sua attività fu notevole: dopo la rivolta di Nika iniziò a rinnovare l'impero coadiuvato dal prefetto Giovanni di Cappadocia, accorpando province, potenziando l'accentramento amministrativo e iniziando una rigorosa politica finanziaria improntata al taglio degli sprechi ed al recupero sistematico delle somme dovute allo Stato.

Le attività militari e le campagne di Belisario[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'impero bizantino:

██ Prima dell'avvento di Giustiniano I (527).

██ Dopo la sua morte (565).

Come i suoi predecessori romani e successori bizantini, Giustiniano si impegnò in guerra contro la Persia della dinastia sasanide. Comunque, le sue principali ambizioni militari si concentrarono sul Mediterraneo occidentale, dove il suo generale Belisario guidò la riconquista di parti del territorio del vecchio Impero Romano. Belisario ottenne questo compito come ricompensa per esser riuscito a sedare la rivolta di Nika, a Costantinopoli, nel gennaio del 532, nella quale fanatici della corsa con le bighe avevano costretto Giustiniano a dimettere l'impopolare Triboniano, ed avevano tentato di rovesciare l'imperatore stesso.

Guerre in Africa[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra vandalica e Prefettura del pretorio d'Africa.

Nel 533 Giustiniano trovò un pretesto per dichiarare guerra ai Vandali: nel 530 il loro re Ilderico, di fede cattolica, era stato infatti rovesciato dal cugino (di fede ariana) Gelimero, che assunse il potere. Giustiniano, in buoni rapporti con Ilderico, intimò a Gelimero di restituire il trono al legittimo re, ma al suo rifiuto, dichiarò guerra ai Vandali. Belisario ottenne il comando della spedizione e, arrivato in Africa, riuscì a infliggere una seria sconfitta alla popolazione barbarica presso Ad Decimum, poco distante da Cartagine.[41] Due giorni dopo Belisario entrò a Cartagine e, infliggendo un'altra sconfitta ai Vandali a Tricamaro, li costrinse infine alla resa.[41] L'Impero ritornò così in possesso dell'Africa vandalica, Sardegna, Corsica e Isole Baleari.[41]

L'avorio Barberini, raffigurante probabilmente Giustiniano trionfante sul nemico persiano.

Immediatamente dopo la vittoria, nell'aprile 534, l'imperatore Giustiniano promulgò una legge riguardante l'organizzazione amministrativa dei nuovi territori. L'Augusto ripristinò la vecchia amministrazione, ma promosse il governatore a Cartagine a prefetto del pretorio:

« Dall'anzidetta città, con l'aiuto di Dio, sette province con i loro magistrati verranno controllate, di cui Tingi, Cartagine, Byzacium e Tripoli, in precedenza sotto la giurisdizione di un proconsole, saranno governate da consolari; mentre le altre, cioè la Numidia, Mauritania e Sardegna saranno, con l'aiuto di Dio, governate da governatori. »
(Codex Iustinianus, I.XXVII)

L'intento di Giustiniano fu, sostiene lo storico J.B. Bury, quello di «cancellare ogni traccia della conquista vandala, come se non ci fosse mai stata».[42] Il cattolicesimo ritornò ad essere la religione ufficiale delle nuove province e gli Ariani vennero perseguitati.

Anche la proprietà terriera venne riportata a com'era prima della conquista vandalica, ma la scarsità di validi titoli di proprietà dopo 100 anni di dominio vandalico provocarono un caos amministrativo e giuridico. A capo dell'amministrazione militare venne posto il magister militum Africae, con un subordinato magister peditum e quattro comandi regionali di frontiera (Tripolitania, Byzacena, Numidia e Mauretania) sotto il comando di un dux. Questa organizzazione venne introdotta gradualmente, poiché a quel tempo i Romani erano impegnati nella lotta contro i Mauri.[43]

Le campagne successive in Africa, volte soprattutto a difendere i territori bizantini dagli attacchi dei Mauri, culminarono nel 548 in una campagna vittoriosa di Giovanni Troglita, cantata da Corippo nel poema Ioanneide.

Guerre in Italia[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Giustiniano trovò quindi il pretesto per dichiarare guerra agli Ostrogoti, che governavano a quei tempi l'Italia, nell'assassinio della reggente Amalasunta compiuto da Teodato per impadronirsi del trono. Secondo la Storia segreta - fonte non completamente attendibile in quanto un libello diffamatorio contro Giustiniano - ad ordire l'assassinio di Amalasunta sarebbe stata addirittura Teodora.[44] L'imperatore affidò l'impresa di riconquistare l'Italia a Belisario, console per l'anno 535, mentre Mundo ricevette l'incarico di invadere la Dalmazia.

Presunto ritratto di Belisario in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna

Belisario avanzò in Sicilia, conquistandola in breve tempo, mentre contemporaneamente Mundo riuscì a soggiogare la Dalmazia. Allarmato per i primi successi bizantini, il re goto Teodato avviò le trattative di pace con Giustiniano promettendo di consegnare il regno ostrogoto all'Impero in cambio di una pensione annuale.[45] Tuttavia una vittoria in Dalmazia dei Goti sulle truppe imperiali fece recuperare le speranze a Teodato che cambiò idea, decretando il proseguimento delle ostilità.[46] Nel 536 Belisario attraversò lo stretto di Messina, sottomise senza trovare quasi alcuna opposizione l'Italia meridionale e si diresse a Roma, che conquistò.

Nel frattempo i Goti, insoddisfatti della passività di Teodato, lo uccisero per eleggere re Vitige, il quale preparò la controffensiva gota che si manifestò nell'assedio di Roma protrattosi per un anno. Durante l'assedio di Roma del 537-538, l'assediato Belisario chiese, ottenendoli, nuovi rinforzi all'imperatore. Il comandante dei rinforzi, l'eunuco Narsete, non era tuttavia disposto ad obbedire agli ordini di Belisario e, sentendosi legittimato dalla discrezionalità accordatagli da Giustiniano, intraprese la conquista dell'Emilia nonostante il disaccordo di Belisario.[47] La conseguente disunione dell'esercito imperiale, diviso in una fazione fedele a Belisario e l'altra al seguito di Narsete, comportò la riconquista gota di Milano, in seguito alla quale Giustiniano richiamò Narsete a Costantinopoli. Senza più Narsete ad ostacolarlo, Belisario poté riprendere la riconquista dell'Italia, impadronendosi con l'inganno della capitale dei Goti Ravenna e facendo prigioniero il re Vitige, che portò con sé a Costantinopoli.

Belisario era in disaccordo con Giustiniano sul che fare dei territori riconquistati: Giustiniano avrebbe voluto lasciare che gli Ostrogoti governassero uno Stato a nord del Po, mentre Belisario avrebbe preferito fare dell'intera Italia un territorio imperiale romano-bizantino.[48] Deluso da Belisario, Giustiniano inviò quest'ultimo ad oriente, a difendere l'impero dai rinnovati attacchi dei Persiani.

Il Colosso di Barletta: secondo alcune teorie rappresenterebbe Giustiniano I.

Dopo aver stabilito una nuova pace sul fronte orientale, Belisario fece ritorno in Italia (544), dove gli Ostrogoti, condotti dal loro nuovo re Totila, avevano recuperato terreno. Lo scarso numero di truppe fornitegli dall'imperatore impedì però al generale bizantino di contrastare efficacemente Totila: per tale motivo, egli non osò mai avventurarsi nell'interno della penisola, ma piuttosto preferì spostamenti marittimi navigando lungo le coste.[49] Nonostante tali difficoltà, Belisario riuscì a riconquistare Roma, riuscendo perfino a resistere ad un tentativo di riconquista della città da parte di Totila. Infine, Giustiniano, su richiesta della consorte di Belisario, lo richiamò a Costantinopoli, dove lo accolse con grandi onori (548).

Dopo la partenza di Belisario dall'Italia, Totila riconquistò Roma e altre città, giungendo a invadere persino la Sicilia e la Sardegna. Giustiniano, a questo punto, inviò in Italia il generale eunuco Narsete per cercare di concludere una volta per tutte la guerra gotica. Narsete, supportato da truppe adeguate allo scopo, riuscì a sconfiggere definitivamente i Goti (uccidendo prima Totila e poi il suo successore Teia), e a conquistare tutta l'Italia (553); la conquista non si rivelò però salda, dal momento che la parte settentrionale della penisola venne invasa dai Franchi e Alamanni mentre alcune fortezze gote ancora resistevano. Narsete riuscì a superare anche questi nuovi ostacoli, e nel 555 l'ultima fortezza gota a sud del Po capitolò.[50]

Gli anni successivi furono dedicati alla conquista delle città a nord del Po rimaste in mano gota e franca: nel 559 Milano e la Venezia risultavano già essere in mano imperiale, mentre nel 562, con la resa di Brescia e Verona, la conquista dell'Italia poté dirsi completa.[50] Ma le conquiste di Narsete non furono durature e, a causa dello spopolamento e delle frequenti razzie di Franchi e Alamanni, non si ebbe mai un'ordinata gestione dei territori recuperati.

Con la Pragmatica Sanzione del 554 la legislazione imperiale fu estesa all'Italia. La Dalmazia entrò a far parte della prefettura del pretorio dell'Illirico mentre la Sicilia non entrò a far parte di nessuna prefettura. La prefettura del pretorio d'Italia fu ristretta quindi alla penisola italiana, escludendo le isole.[51] La massima autorità civile era in teoria il prefetto del pretorio risiedente a Ravenna ma nei fatti l'autorità civile fu sempre limitata fin dal principio da quella militare. Fu infatti il generalissimo (strategos autokrator) Narsete ad assumere il governo effettivo dell'Italia. Pare che la prefettura d'Italia fu suddivisa in due diocesi, come nel tardo impero romano.[51]

L'Imperatore, mostrando soddisfazione per la fine del "tiranno Totila", annullò tutti i provvedimenti di quel re goto, confermando però le leggi dei suoi predecessori: questi provvedimenti erano volti ad annullare la riforma sociale di Totila, che aveva colpito gli interessi della classe senatoria con confische e l'affrancamento dei servi, e restaurare l'ordine preesistente alla guerra.[52] Inoltre promise a Roma fondi per la ricostruzione dei danni della guerra, e tentò di porre fine agli abusi fiscali compiuti dai suoi sottoposti nella penisola,[53] ma questi provvedimenti non ebbero molto effetto. Anche se alcune fonti contemporanee propagandistiche parlano di un Italia florida e rinata dopo la conclusione del conflitto,[53] la realtà doveva essere ben diversa: la guerra aveva infatti inflitto all'Italia danni che non fu possibile cancellare in breve tempo, e, anche se Narsete e i suoi sottoposti ricostruirono numerose città distrutte dai Goti,[54] la situazione dell'Italia era comunque disastrosa, dato che, come ammise in due lettere Papa Pelagio, le campagne erano talmente devastate da essere irrecuperabili e la Chiesa riceveva proventi solo dalle isole o da zone esterne alla Penisola;[55] inoltre i tentativi di Giustiniano di porre fine agli abusi nella riscossione delle tasse in Italia non ebbero effetto, poiché ancora esistevano, mentre il senato romano entrò in una crisi irreversibile e scomparve agli inizi del VII secolo.[56]

La conquista dell'Italia fu tuttavia effimera: infatti tre anni dopo la morte di Giustiniano, nel 568, i Longobardi invasero la penisola e in pochi anni riuscirono ad occuparne circa due terzi.

Conquista della Spagna meridionale[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Spagna bizantina.

Nel corso del 551 il regno visigoto fu colpito da una grave guerra civile: un pretendente al trono, Atanagildo, era infatti insorto contro il re legittimo Agila I, chiedendo aiuti militari proprio all'Impero romano d'Oriente per rovesciare il legittimo sovrano; Giustiniano decise di accettare la richiesta di aiuto giuntagli da Atanagildo, intendendo approfittare della guerra civile tra i Visigoti per strappare loro territori in Spagna meridionale; affidò il comando della spedizione a Liberio, che invase la Spagna meridionale in supporto di Atanagildo; sullo svolgimento della guerra le cronache dell'epoca non sono molto dettagliate, ma intorno al 555 la guerra civile terminò con l'uccisione di Agila e l'ascesa al trono di Atanagildo, che però non riuscì a ottenere il ritiro delle truppe imperiali dalle città da esse occupate.[57]

I territori occupati dalle truppe imperiali (che comprendevano parte della Spagna meridionale) formarono la nuova provincia di Spania, che resistette agli assalti visigoti fino al 624, anno in cui i Bizantini furono espulsi dalla Spagna. Sembra che i Bizantini abbiano occupato parte della Spagna, non solo per portare avanti il progetto di restauratio imperii giustinianea, ma anche per formare una zona "cuscinetto" (la Spagna bizantina appunto) per impedire ai Visigoti di invadere l'Africa bizantina.

Il rovescio della medaglia: le guerre in Oriente e nei Balcani[modifica | modifica wikitesto]
Gli Imperi romano-orientale e sasanide sotto il regno di Giustiniano

██ Impero romano d'Oriente

██ Conquiste di Giustiniano

██ Impero sasanide

██ Vassalli dei Sasanidi

Lo squilibrio creato a oriente dalle campagne in Europa occidentale fu subito colto dai Persiani, che tra il 540 e il 562 invasero l'Armenia e la Siria, espugnando anche la metropoli di Antiochia la cui popolazione venne deportata in Persia.[58] Giustiniano fu costretto a richiamare Belisario a Costantinopoli per inviarlo contro i Persiani nel 541 ma il generale, pur ottenendo qualche successo, non riuscì a ottenere una vittoria definitiva.[59] Nel 545 Giustiniano riuscì a ottenere una tregua a caro prezzo, non valida tuttavia per la Lazica, dove la guerra riprese con intensità nel 549, dopo la rivolta della popolazione locale, oppressa dai Persiani, che chiese aiuto a Bisanzio. Il conflitto che ne risultò, detta guerra lazica, durò fino al 557 ma fu solo nel 561 che venne firmata la pace con la quale i Bizantini riottenevano il controllo della regione ma al prezzo di un tributo da versare ai Persiani.[60]

Inoltre anche le frontiere balcaniche erano messe a rischio dalle popolazioni di Slavi che, nonostante la robustezza delle fortezze imperiali, sulle quali Giustiniano aveva investito molti soldi, invadevano quasi ogni anno i Balcani massacrando e saccheggiando le province bizantine senza incontrare quasi alcuna resistenza.[61] Infatti, a causa delle campagne in Occidente, le frontiere balcaniche furono sguarnite di truppe e di ciò ne approfittarono i Barbari che nel 559 giunsero a minacciare direttamente Costantinopoli e furono respinti solo per merito di Belisario.[62]

Della politica espansionistica di Giustiniano ne fecero dunque le spese gli abitanti dell'Impero come afferma Procopio nella Storia segreta:

« [...]Nessuno, mi pare, se non Dio, potrebbe riferire con esattezza l'ammontare delle vittime sue: si conterebbe prima quanti granelli ha la sabbia, che non le vittime di questo imperatore. A una considerazione sommaria della terra ch'egli lasciò deserta d'abitanti, direi che siano morti milioni e milioni di persone. La sconfinata Libia si era svuotata a tal punto, che anche affrontando un lungo cammino era arduo imbattersi in anima viva. [...] Insomma, a stimar 5 milioni i morti in Libia, non si sarebbe ancora al livello dei fatti. [...] Incapace di lasciare le cose come stavano, era nato per rovesciare tutto nel caos. L'Italia, che è almeno tre volte la Libia, divenne ovunque un deserto, ancor peggio dell'altra. [...] Prima della guerra, il regno dei Goti andava dalla Gallia ai confini della Dacia, dove si trova la città di Sirmio; quando l'esercito romano giunse in Italia, erano i Germani a detenere la maggior parte e della Gallia e del territorio dei Veneti; quanto a Sirmio e ai suoi dintorni, è nelle mani dei Gepidi; ma tutto, a dirla in breve, è un assoluto deserto. Alcuni erano stati uccisi dalla guerra, altri dalla malattia e dalla fame, consueto corredo della guerra. Dacché Giustiniano ascese al trono, l'Illiria con la Tracia tutta subì pressoché annualmente le scorrerie di Unni, Sclaveni e Anti: alla popolazione furono inflitti scempi fatali. Ritengo che ad ogni loro invasione fossero più di duecentomila i Romani che finivano per morire, o in schiavitù. Il risultato fu che tutta quella regione divenne una vera desolazione scitica. Tali gli esiti della guerra in Libia e in Europa. In tutto questo periodo, i Saraceni compirono continue scorrerie contro i Romani in Oriente, dall'Egitto ai confini della Persia; scorrerie tanto devastanti che tutta quell'area ne restò pressoché spopolata. Né ritengo sia possibile, a chiunque indaghi, appurare il numero di quanti così persero la vita. I Persiani, con Cosroe, attaccarono per tre volte le altre zone dell'impero; distrussero le città e dei prigionieri catturati nelle città conquistate e nelle restanti aree, parte ne uccisero, parte ne portarono via con sé. In qualunque terra facessero irruzione, la lasciavano spopolata.[...] »
(Procopio, Storia Segreta, 18.)

Persecuzioni delle religioni non cristiane[modifica | modifica wikitesto]

Giustiniano I ricostruì in modo grandioso la basilica di Santa Sofia, facendola diventare la più grande chiesa della cristianità. Egli dopo dirà: "Salomone ti ho superato".

La politica religiosa di Giustiniano rifletteva la convinzione imperiale che l'unità dell'impero presupponesse incondizionatamente l'unità della fede; e con lui sembrò un dato di fatto che questa fede potesse essere solo l'ortodossia. Gli appartenenti ad un credo differente dovettero riconoscere che il processo iniziato a partire da Costantino II sarebbe continuato con vigore. Il Codice Giustiniano conteneva due statuti (Cod., I., xi. 9 e 10) i quali decretavano la totale distruzione dell'Ellenismo, anche nella vita civile; queste disposizioni vennero attuate con zelo. Le fonti contemporanee (Giovanni Malala, Teofane Confessore, Giovanni di Efeso) ci parlano di gravi persecuzioni, anche di uomini altolocati.

Forse, l'evento più degno di nota avvenne nel 529, quando gli insegnamenti dell'Accademia di Atene di Platone vennero posti sotto il controllo dello Stato per ordine di Giustiniano, soffocando in pratica questa scuola di formazione dell'ellenismo. Il Paganesimo venne soppresso attivamente. Solo in Asia Minore, Giovanni di Efeso sostenne di aver convertito 70.000 pagani.[63] Altre popolazioni accettarono la cristianità: gli Eruli,[64] gli Unni che dimoravano nei pressi del Don[65], gli Abasgi[66] e gli Tzani[67] in Caucasia.

L'adorazione di Amon ad Augila, nel deserto libico,[68] venne abolita; così come i resti del culto di Iside sull'isola di Philae, sulle prime cataratte del Nilo.[69] Il Presbitero Giuliano[70] e il Vescovo Longino[71] condussero una missione tra i Nabatei e Giustiniano tentò di rafforzare la cristianità nello Yemen inviandovi un ecclesiastico dall'Egitto.[72]

Anche gli Ebrei soffrirono; non solo le autorità restrinsero i loro diritti civili,[73] e minacciarono i loro privilegi religiosi;[74] ma l'imperatore interferì negli affari interni della sinagoga,[75] vietando ad esempio l'uso della lingua ebraica nel culto. I recalcitranti vennero minacciati con punizioni corporali, esilio e perdita delle proprietà. Gli ebrei di Borium, non lontano dalla Syrtis Major, che resistettero a Belisario nella sua campagna contro i Vandali, dovettero abbracciare la cristianità; la loro sinagoga divenne una chiesa.[76]

La repressione dei Samaritani[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore ebbe molti problemi con i Samaritani, considerati refrattari alla cristianità e ripetutamente in insurrezione. Questo gruppo etnico religioso, che alle soglie dei VI secolo era divenuto dominante in Samaria, era avversato dai cristiani ed anche dagli Ebrei. In quanto di religione non accettabile, essi subirono le stesse restrizioni di diritti civili subite dagli eretici. Una prima rivolta samaritana scoppiò nel 529, a causa dell'usanza da parte dei bambini cristiani di lanciare sassi contro le sinagoghe dei Samaritani dopo la messa della domenica; i Samaritani, che in genere sopportavano questa usanza, in quell'occasione reagirono rivoltandosi e massacrando la popolazione cristiana; nominarono successivamente imperatore un brigante di nome Giuliano, ma la loro rivolta venne rapidamente repressa nel sangue.[77] I superstiti della rivolta tentarono senza successo di consegnare la Palestina ai Persiani (con cui l'Impero era in guerra) l'anno successivo. Giustiniano punì i Samaritani con una legge del 531 che ordinava la distruzione delle sinagoghe samaritane e li privava del diritto di lasciare in eredità i propri beni a meno che gli eredi non fossero cristiani ortodossi.

Successivamente, nel 551, l'Imperatore, dopo aver avuto dal vescovo di Cesarea Sergio assicurazioni che la conversione dei Samaritani era a un buon punto e sarebbero rimasti tranquilli, rimosse con la legge Novella 129 alcune restrizioni civili che gravavano sui Samaritani tra cui il divieto di lasciare in eredità i loro beni ad altri samaritani (anche se nel caso uno degli eredi fosse stato cristiano ortodosso questi avrebbe ereditato tutto).[78] Alla metà dell'estate del 556, tuttavia, scoppiò la seconda rivolta samaritana. I Samaritani, che erano già stati decimati circa tre decenni prima, insorgevano in Cesarea, uniti questa volta ad alcuni alleati Ebrei. Anche questa rivolta fu annientata senza pietà.[78]

Le persecuzioni dei Manichei[modifica | modifica wikitesto]

L'uniformità della politica di Giustiniano significò che anche i Manichei (che credevano in una religione dualista basata sulla Luce e le Tenebre) soffrirono dure persecuzioni, sperimentando sia l'esilio che la minaccia della pena capitale.[73] A Costantinopoli, in un'occasione, molti manichei, dopo una dura ma manipolata inquisizione, vennero giustiziati alla presenza di Giustiniano in persona: alcuni sul rogo, altri per affogamento.[79]

Politica ecclesiastica[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione della colonna di Giustiniano I di Bisanzio a Costantinopoli.

Come per l'amministrazione secolare, il dispotismo apparve anche nella politica ecclesiastica dell'imperatore. Egli regolava tutto, sia nella religione che nella legge.

Agli inizi del suo regno, ritenne appropriato promulgare per legge il suo credo nella Trinità e nell'Incarnazione; e di minacciare tutti gli eretici con delle punizioni.[80]; dove successivamente dichiarava che aveva stabilito di privare tutti i disturbatori dell'ortodossia dell'opportunità, per tale offesa, di un giusto processo di legge[81] Giustiniano rese il credo niceno-costantinopolitano l'unico simbolo della Chiesa[82] e concesse valore legale ai canoni dei quattro concili ecumenici.[83] I vescovi che parteciparono al Secondo concilio di Costantinopoli del 553, riconobbero che non poteva essere fatto niente nella Chiesa, che fosse contrario alla volontà e agli ordini dell'imperatore;[84] mentre, da parte sua, l'imperatore, nel caso del Patriarca Antimo, rafforzò il bando della Chiesa con la proscrizione temporale.[85] Diversi vescovi dovettero subire l'ira del tiranno. D'altra parte è vero che non negò alcuna opportunità per assicurare i diritti della Chiesa e del clero e per proteggere ed ampliare il monachesimo.

In realtà, se il carattere dispotico delle sue misure non fosse stato così discutibile, si potrebbe essere tentati di chiamarlo un padre della Chiesa. Sia il Codex che le Novellae contengono molti decreti riguardanti donazioni, fondazioni, e l'amministrazione della proprietà ecclesiastica; elezioni e diritti di vescovi, sacerdoti ed abati; vita monastica, obblighi residenziali del clero, condotta del servizio divino, giurisdizione episcopale, ecc. Giustiniano inoltre ricostruì la Chiesa di Hagia Sophia, il cui sito originale era stato distrutto durante la rivolta Nika. La nuova Hagia Sophia, con le sue numerose cappelle e sacrari, la cupola ottagonale dorata, e i mosaici, divenne il centro e il monumento più visibile dell'Ortodossia Orientale a Costantinopoli.

Relazioni con Roma[modifica | modifica wikitesto]

Dalla metà del V secolo in poi, compiti sempre più ardui dovettero essere affrontati dagli imperatori d'oriente, nella provincia della gestione ecclesiastica. I radicali di tutte le parti sentivano la costante repulsione per il credo che era stato adottato dal concilio di Calcedonia, con lo scopo di mediare tra le parti dogmatiche. La lettera di Papa Leone I a Flaviano di Costantinopoli, ad oriente veniva ampiamente considerata come opera di Satana, quindi nessuno si curava di dare ascolto a ciò che proveniva dalla Chiesa di Roma. Gli imperatori, comunque, dovevano lottare con un duplice problema. In primo luogo avevano una politica di preservare l'unione tra Oriente ed Occidente, tra Bisanzio e Roma; questo rimaneva possibile solo se non si discostavano dalla linea definita a Calcedonia. In secondo luogo, le fazioni ad oriente, che erano divenute inquiete e disaffezionate a causa di Calcedonia, richiedevano di essere tenute sotto controllo e pacificate. Questo problema si dimostrò il più difficile, poiché i gruppi dissidenti ad Oriente, eccedevano il partito che appoggiava Calcedonia, sia in termini di numeri, sia di abilità intellettuale. Il corso degli eventi dimostrò l'incompatibilità dei due obbiettivi: chiunque sceglieva Roma e l'Occidente doveva rinunciare all'Oriente e viceversa.[86]

Giustiniano entrò nell'arena dello statismo ecclesiastico poco dopo l'ascesa dello zio, nel 518, ponendo fine allo scisma monofisita, che durava, tra Roma e Bisanzio, sin dal 483. I vescovi monofisiti vennero privati della loro carica ed esiliati, mentre le comunità monastiche eretiche in Oriente vennero disperse e i loro conventi chiusi. Il riconoscimento della sede romana come della più alta autorità ecclesiastica,[87] rimase la chiave di volta della sua politica occidentale, nonostante suonasse offensiva a molti ad oriente. Comunque Giustiniano, una volta salito al trono, non rinunciò a trovare una formula teologica compromissoria che potesse andare bene sia per i Calcedoniani che per i monofisiti moderati. Nel 529 permise ai vescovi esiliati di ritornare, e li invitò a partecipare a un'assemblea che avrebbe dovuto risolvere la questione. L'assemblea, tenutasi nel 531, non portò però a risultati.[88]

Giustiniano però non desistette dal tentativo di conciliazione e trovò una possibile formula teologica compromissoria nella dottrina teopaschita. All'inizio era dell'opinione che la questione rivolgeva attorno a parole di poca importanza. Per gradi comunque, Giustiniano venne a comprendere che la formula in questione non solo appariva ortodossa, ma poteva anche servire come misura conciliatoria nei confronti dei monofisiti, e fece un vano tentativo per usarla nella conferenza religiosa con i seguaci di Severo di Antiochia, nel 533. Ancora, Giustiniano rivide la stessa con approvazione nell'editto religioso del 15 marzo 533 (Cod., L, i. 6), e si congratulò con sé stesso poiché Papa Giovanni II aveva ammesso l'ortodossia della confessione imperiale.[89] Questo tentativo di compromesso non toccava però la questione principale e non ebbe grande successo.

L'Imperatrice Teodora era una convinta monofisita e influenzò la politica del marito.

Nei primi anni della guerra gotica combattuta contro i Goti per la riconquista dell'Italia, l'Imperatore, evidentemente per mantenere il favore degli italici di fede calcedoniana, abbandonò ogni tentativo di compromesso avviando una nuova persecuzione contro i monofisiti.[90] Nel 536, su pressioni di Papa Agapito I, il patriarca di Costantinopoli Antimo, monofisita, venne deposto e sostituito dal calcedoniano Mena, che nel maggio dello stesso anno convocò un sinodo che condannò gli scritti dei patriarchi monofisiti Antimo e Severo (eletti per volere di Teodora). Gli atti del sinodo vennero poi ratificati con un editto dall'Imperatore, che proibì con la stessa legge ai deposti patriarchi Antimo e Severo di risiedere nelle grandi città.[91] L'Imperatrice Teodora, convinta monofisita, allora, si oppose alla politica ostile del marito ponendo sotto la sua protezione i membri più eminenti della Chiesa monofisita e tramando per porre sul seggio papale un pontefice che appoggiasse il monofisismo. Si mise in contatto con l'apocrisario papale Vigilio, promettendogli che avrebbe fatto in modo che divenisse Papa ma solo a condizione che avrebbe ripudiato il Concilio di Calcedonia e avrebbe ristabilito Antimo come patriarca. Nello stesso tempo ordinò al generale Belisario e a sua moglie Antonina, in quel momento a Roma (che avevano strappato ai Goti), di deporre con l'accusa di tradimento Papa Silverio. Dopo la deposizione di detto papa, Teodora fece in modo che il suo successore fosse proprio Vigilio. Questi però non mantenne la promessa fatta a Teodora per ottenere il papato, e si mantenne ligio all'ortodossia.[92]

Successivamente scoppiò la controversia dei Tre Capitoli, che significò nuovi contrasti con Roma. L'Imperatore fu infatti convinto che, per ottenere la conciliazione con i monofisiti, bisognasse condannare alcuni scritti contro il monofisismo, ovvero quelli di Teodoreto di Cirro, di Iba di Edessa e di Teodoro di Mopsuestia, in quanto, pur essendo stati accettati dal concilio di Calcedonia, erano accusati dai monofisiti di essere nestoriani. Seppur con iniziali esitazioni, i patriarchi orientali approvarono la condanna dei Tre Capitoli, ma a condizione che anche il Papa fosse d'accordo.[93] La condanna di questi scritti non fu però accettata in Occidente, e di fronte al silenzio papale, Giustiniano passò alle maniere forti deportando Papa Vigilio a Costantinopoli per costringerlo ad approvare l'editto dei Tre Capitoli. Nel 548 infine, Vigilio, cedendo alle pressioni dell'Imperatore, approvò la condanna seppur con riserve, anche se la protesta dei vescovi occidentali (che minacciavano lo scisma) lo spinse a tornare sui propri passi, riuscendo a persuadere l'Imperatore a convocare un concilio che ponesse fine alla questione evitando al contempo un possibile scisma. Prima di convocare tale concilio, però, l'Imperatore si volle assicurare che nulla andasse contro i suoi piani e, a tal fine, depose i patriarchi di Alessandria e di Gerusalemme perché rei di non aver approvato la condanna. Nel 551, infine, emise un nuovo editto dei Tre Capitoli, che però non ricevette l'approvazione del Papa, il quale per questo motivo subì un tentativo di aggressione da parte della polizia imperiale e venne trattato per i successivi due anni come un prigioniero.[94] Nel 553, infine, si tenne il concilio di Costantinopoli II, che, in assenza del papa (che si era rifiutato di prendere parte al concilio), sancì la condanna dei Tre Capitoli.

Nella condanna dei tre capitoli Giustiniano cercò di soddisfare sia l'Oriente che l'Occidente, ma finì col non soddisfare nessuno. Anche se il Papa acconsentì alla condanna, l'Occidente credeva che l'imperatore avesse agito in maniera contraria ai decreti di Calcedonia; e anche se molti delegati ad Oriente risultarono asserviti a Giustiniano, molti altri, specialmente i monofisiti, rimasero insoddisfatti. Così l'imperatore sprecò i suoi sforzi per un compito impossibile; il più amaro per lui poiché durante i suoi ultimi anni ebbe grande interesse per le questioni teologiche.

Scritti religiosi[modifica | modifica wikitesto]

Mezzo follis di Giustiniano I.

Giustiniano mise mano personalmente a manifesti teologici che portò avanti come imperatore; anche se, in ragione della posizione dell'autore, diventa difficile discernere se i documenti attualmente attribuiti al suo nome provenivano anche dalla sua penna. Ad eccezione delle lettere ai Papi Ormisda, Giovanni II, Agapito I, e Vigilio, e a varie altre composizioni (raccolte in MPL, lxiii., lxvi. e lxix.), i seguenti documenti sono degni di nota (trovabili tutti in MPG, lxxxvi. 1, pp. 945–1152):

  • L'editto sulle eterodossie di Origene, del 543 o 544;
  • richiami ai vescovi riuniti a Costantinopoli in occasione del concilio del 553, con riferimento alla loro seduta di giudizio degli errori circolanti tra i seguaci monastici di Origene (Origenisti) a Gerusalemme;
  • un editto sulla controversia dei Tre Capitoli, probabilmente emesso nel 551;
  • un discorso al concilio del 553, riguardante la teologia antiochena;
  • un documento, probabilmente antedatato al 550, indirizzato ad alcuni difensori innominati dei tre capitoli;
  • uno scritto di scomunica contro Antimo, Severo e compagni;
  • un appello ai monaci egiziani, con una confutazione degli errori monofisiti;
  • un frammento di un documento, inviato al Patriarca Zoilo di Alessandria.

La teologia sostenuta in questi scritti concordava, in generale, con quella di Leonzio II di Bisanzio; in quanto mirava alla soluzione finale del problema, interpretando il simbolo calcedoniano in termini della teologia di Cirillo di Alessandria. Due punti si devono notare al riguardo; la furbizia con cui l'imperatore, o i suoi rappresentanti, riuscirono a difendere la reputazione e la teologia di Cirillo e l'antagonismo con Origene, un chiaro segno della caratteristica mancanza di inclinazione di quell'epoca per il pensiero indipendente, almeno tra personaggi influenti.

Si deve anche menzionare l'Aftartodocetismo, una dottrina professata dall'imperatore verso la fine della sua vita. Evagrio riporta (e altre fonti confermano) che Giustiniano promulgò un editto nel quale dichiarava il corpo di Cristo incorruttibile e non suscettibile di sofferenza naturale, e comandò ai suoi vescovi di accettare tale dottrina.[95] La caduta del Patriarca Eutichio si collega a questa fase finale della politica imperiale. Le fonti lamentano un declino dalla giusta fede nell'ultima condotta di Giustiniano. Il pensiero che è alla base dell'aftartodocetismo, comunque, non si oppone necessariamente all'ortodossia (si veda Giuliano di Alicarnasso); poiché non nega l'accettazione dell'identità essenziale della natura di Cristo con quella umana. Quindi non è necessario considerare le ultime opinioni teologiche di Giustiniano come quelle di un uomo anziano, né screditarle come funzionali alla sua attività.

Giudizi[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Elogi[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Lido, nel suo De magistribus, esprime un giudizio lusinghiero sull'Augusto:

« Giustiniano, non essendo affatto inferiore a Traiano, decise di conservare integra per Roma la regione settentrionale, già altra volta mostratasi riottosa. E non c'è proprio da meravigliarsi se tutto procedette secondo i suoi voti, poiché egli non solo emulò Traiano in campo bellico, ma superò Augusto stesso nella pietà verso Dio e nell'equilibrio di condotta, Tito in probità e Marco Aurelio in intelligenza »
(Giovanni Lido, De magistribus, II, 28-29.)

Procopio, nei De aedificis, elogia Giustiniano, dandone un ritratto completamente opposto di quello della Storia segreta:

« In questi nostri tempi regna l'imperatore Giustiniano. Egli assunse la direzione de uno Stato incurabilmente disgregato e lo rese più grande per estensione e molto più splendido, scacciandone dai confini i barbari, antichi tormentatori, così come ho già narrato dettagliatamente nella mia opera sulle guerre. […] Giustiniano possiede l'abilità di conquistare altri Stati. Molti paesi, infatti, che all'epoca non appartenevano all'impero romano, li ha incorporati ad esso ed ha creato innumerevoli città che prima non esistevano. Avendo trovato che l'insegnamento religioso prima di lui si era spesso trovato invischiato in errori ed era stato costretto a peregrinare in svariate direzioni, annientò tutte le vie che conducono all'errore e riuscì a tenerlo saldo nella certezza della fede su un unico fondamento… »
(Procopio di Cesarea, Sugli Edifici, 1)

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Copertina della Storia segreta di Procopio.

Di altro avviso è Procopio nella sua Storia segreta, un libello contro Giustiniano e Teodora:

« Di statura non era né alto né troppo basso, ma giusto, non magro ma un po' in carne, tondo di viso e non brutto; anche se digiuno da due giorni, era colorito. Ma per riassumere in breve i suoi connotati era somigliantissimo a Domiziano figlio di Vespasiano [...]. Il suo aspetto era dunque così; del carattere non sono in grado di parlare con esattezza. [...] Quest'Imperatore era dunque falso, imbroglione, artefatto, tenebroso nell'ira, doppio, un uomo tremendo, perfetto nel dissimulare un'opinione, capace di piangere non di piacere o di dolore, ma bugiardo sempre ma non a vanvera, bensì dopo [...] giuramenti solenni su quanto concordato. [...] era oltremodo aperto alle calunnie e pronto nelle vendette. Non giudicava mai dopo attento esame, ma appena udiva l'accusa tirava fuori il verdetto. Redigeva senza esitare decreti di conquista di paesi, [...] di popoli interi senza ragione alcuna. Di guisa che, se si pesassero tutti i disastri patiti dai Romani e sull'altro piatto della bilancia si mettessero questi eventi, credo che il sangue versato da quest'uomo apparirebbe più copioso di tutte le stragi di ogni tempo. Quanto alle ricchezze altrui, era prontissimo a impadronirsene sfacciatamente [...] e a darla magari ai Barbari, senza criterio. [...] Pertanto, avendo alienato la ricchezza dal territorio dell'Impero, divenne artefice di miseria per tutti. »
(Procopio, Storia Segreta, 7-9.)

Anche Evagrio (Storia Ecclesiastica) critica aspramente l'Imperatore:

« In Giustiniano fu tanto insaziabile la bramosia del denaro, e tanto turpe ed assurdo l'appetito delle robe altrui, che per avere oro vendé tutte le sostanze de' sudditi a quelli che esercitavano magistrature, o raccoglievano tributi, o desideravano senza averne alcuna ragione di ruinar gli uomini. Parecchi, e dirò meglio, innumerabili, che assai beni possedevano, con falsi ed artifiziosi pretesti spogliò di tutte le loro fortune. Se alcuna meretrice adocchiando i beni di uno fingesse avere qualche pratica, o intimità con lui, immediatemente, purché del turpe lucro chiamasse a parte Giustiniano, tutte le più sacre leggi venivano sovvertite riguardo a lei; e tutte le facoltà della persona processata di delitto che non avea commesso, erano trasportate a casa di quella. Era poi Giustiniano sì largo in erogare il denaro, che molti e magnifici templi in diversi luoghi innalzava. . . : cose al certo pie, e che sarebbero a Dio accette, se od egli, od altri, che cosi faccia, impiegassero beni proprii; e a Dio offerissero le opere della loro vita esenti dalle macchie del delitto »
(Evagrio, Storia ecclesiastica, IV, 29.)

A questi due autori, si aggiunge Zonara:

« Salito Giustiniano al trono, non uno solo ebbe in mano il potere, ma furon due: perciocché sua moglie non meno di lui, anzi più di lui assolutamente poté. Fu questo Imperadore di facile accesso, pronto del pari a punire, e a credere veri quanti delitti gli venissero denunciati. Il denaro inconsideratamente profuse, e per ogni via e lecita ed illecita ne accumolò, spendendolo poi parte in edifizii, parte in mandare ad effetto i suoi disegni, parte nella guerra, e in perseguitar quelli, che alla sua volontà erano avversi. Per tal modo avendo sempre bisogno di denaro, se lo procacciava con ragioni poco oneste; e molto grati avea coloro, i quali gli additassero le strade di metterne insieme. Né egli solo era fatto cosi; ma l'imperadrice ancora, la quale punto non cedeva a lui né in licenza, né in diligenza, onde in ogni maniera far denaro. Ed anzi di gran lunga superava il marito in prepotenza; e con sottilissimo ingegno sapea trovar nuovi e varii modi di averne. Perciò i sudditi erano oppressi da doppio peso; ed accrescevansi i tributi annui, e se ne escogitavano de' nuovi. Venivano multati alcuni per cattive opinioni religiose; altri privavansi delle loro ricchezze perché viveano senza moderazione, e con petulanza; altri per contese che avessero fra loro; altri finalmente per altre cagioni, che tutte non si possono brevemente riferire. »
(Zonara)

Storici successivi[modifica | modifica wikitesto]

La scoperta della Storia Segreta di Procopio ad opera dell'Alemanno suscitò polemiche tra gli studiosi. Se alcuni hanno difeso Giustiniano accusando Procopio di averlo calunniato con falsità e dubitando addirittura dell'autenticità dell'opera, altri hanno difeso lo storico bizantino facendo notare che varie iniquità attribuite a Giustiniano nel libello sono confermate da altre fonti (come ad esempio Evagrio).

Edward Gibbon dedicò i capitoli 40-44 e parte del 47 della sua opera Storia del declino e della caduta dell'Impero romano al regno di Giustiniano. Pur non negando i suoi lati positivi, Gibbon fu piuttosto critico con Giustiniano, facendo largo uso delle fonti a lui ostili tra cui la Storia Segreta: per Averil Cameron (cfr. Gibbon and Justinian, articolo pubblicato nel libro Gibbon and the Empire) il motivo della severità di Gibbon nei confronti del sovrano bizantino sarebbe il fatto che il suo regno, segnato da vari successi sia in ambito legislativo che in quello militare, sembrava contraddire la teoria dello storico inglese che dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, l'Impero d'Oriente avrebbe conosciuto un irreversibile declino. Lo storico decise allora, per non contraddire la sua tesi, di impiegare le fonti ostili al sovrano per dimostrare che l'Impero sotto Giustiniano, seppur dando segni di rinascita, rimaneva comunque debole e dispotico. Prove della debolezza dell'Impero, secondo Gibbon, sarebbero la necessità di costruire fortezze (Capitolo 40) e di pagare tributi ai Barbari per contenere le loro incursioni (Capitolo 42). Anche le opere edilizie e legislative, seppur in parte lodate, vengono sminuite: sulla maestosa Hagia Sophia Gibbon scrive «com'è insignificante il lavoro se paragonato al più vile insetto strisciante sulla superficie del tempio» (capitolo 40), mentre il corpus di leggi del sovrano, seppur in parte lodato, viene criticato per alcune leggi discriminatorie e per il continuo rinnovamento delle leggi (capitolo 44). Al contrario ampie lodi vengono riservate al generale Belisario.

JB Bury dedicò un intero volume della sua History of the Later Roman Empire al regno di Giustiniano. Lo storico inglese nella sua opera difende il sovrano dalle accuse della Storia Segreta di Procopio sostenendo che per molti degli abusi narrati da Procopio Giustiniano non aveva colpa perché erano eredità dei governi precedenti e anzi il sovrano tentò di combatterli come dimostrato dalle sue leggi.

Vari storici moderni hanno criticato Giustiniano per aver attuato una politica offensivista sconsiderata, espandendo a dismisura l'Impero pur non avendo le risorse disponibili per mantenere le nuove conquiste e lasciando sguarnite le vecchie frontiere permettendo ai Barbari e ai Persiani di devastarle.[96] Alcuni hanno però fatto notare che a causare il declino dell'Impero e il fallimento della restauratio imperii giustinianea contribuì in modo decisivo l'epidemia di peste del 542, che indebolì di molto l'Impero, svantaggiandolo rispetto ai suoi nemici (meno evoluti e meno urbanizzati e dunque colpiti in modo meno grave dalla peste).[30][97] Inoltre va anche aggiunto che il suo successore, Giustino II, ebbe anche lui delle colpe, in quanto invece di mandare truppe in soccorso dell'Italia invasa dai Longobardi decise di iniziare un'inutile e dispendiosa guerra contro la Persia che indebolì l'Impero, favorendo la conquista longobarda e impedendogli di reagire in modo efficace allo stanziamento nelle province balcaniche degli Slavi e degli Avari.[98]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Robert Browning. "Justinian I" in Dictionary of the Middle Ages, volume VII (1986).
  2. ^ Moorhead (1994), pp. 21-22, con un riferimento a Procopio, Storia segreta 8.3.
  3. ^ In una nota a p. 457, Gibbon (op. cit.) afferma: «A una cena memorabile trenta schiavi servirono a tavola: dieci giovani si appagarono di Teodora. La sua carità era universale
  4. ^ a b Gibbon, p. 458.
  5. ^ a b Ostrogorsky, p. 62.
  6. ^ Le proteste dei Verdi sono riferite da Teofane, che riporta un dialogo tra i Prasini (o Verdi) e il banditore che parlava in nome dell'Imperatore. Essi si lamentarono all'ippodromo per le iniquità commesse nei loro confronti e l'appoggio dato dall'Imperatore alla fazione opposta. Quando videro che non ebbero effetto iniziarono a offendere l'Imperatore affermando che sarebbe stato meglio che suo padre Sabbazio non fosse mai nato e dandogli dell'asino, tiranno spergiuro e omicida; poco dopo, indignati, abbandonarono l'ippodromo. Secondo J.B. Bury questo dialogo tra imperatore e sudditi potrebbe non aver nulla a che vedere con la rivolta di Nika e potrebbe riferirsi a un'altra rivolta. V. JB Bury, Cap. XV. La più recente opera di Evans, The age of Justinian, invece sostiene che il dialogo avvenne lo stesso giorno dell'esecuzione dei criminali e la stessa esecuzione sarebbe stata decretata per mostrare ai Verdi che anche gli Azzurri venivano puniti, versione confermata anche dal lemma "Giustiniano I" dell'enciclopedia Treccani.
  7. ^ Bury, pp. 41-42.
  8. ^ Bury, p. 45.
  9. ^ Bury, pp. 46-47.
  10. ^ Bury, p. 48.
  11. ^ Gibbon, p. 464.
  12. ^ a b Bury, p. 339.
  13. ^ a b c Bury, p. 340.
  14. ^ Bury, p. 339. Governava la Syria Prima.
  15. ^ a b Bury, pp. 339-340.
  16. ^ a b Bury, p. 342.
  17. ^ a b c Bury, p. 347.
  18. ^ Bury, p. 335.
  19. ^ a b c Bury, p. 336.
  20. ^ a b Bury, p. 337.
  21. ^ a b Procopio, Storia Segreta, 19.
  22. ^ Bury, p. 349.
  23. ^ Per esempio, l'obbligo per gli abitanti delle province di fornire e trasportare agli accampamenti le provviste all'esercito esisteva già da prima di Giustiniano ed è altrettanto vero anche per l'epibola, una tassa sui terreni non coltivabili che gravava sui proprietari terrieri circostanti; Giustiniano sembra non aver aumentato questa tassa, e tentò di combattere gli abusi nella sua riscossione, anche se le devastazioni provocate dai Persiani e dalla peste del 542 devono aver reso il pagamento dell'epibola frequente e gravoso. Una nuova tassa introdotta da Giustiniano sembra essere stata l'aërikon ("tassa sull'aria"), che probabilmente tassava gli edifici alti, come le insulae. Cfr. JB Bury, p. 350.
  24. ^ Bury, pp. 348-349.
  25. ^ Bury, p. 354.
  26. ^ Treadgold, p. 80.
  27. ^ Treadgold, p. 85.
  28. ^ a b Treadgold, p. 92.
  29. ^ a b Treadgold, p. 86.
  30. ^ a b c d Treadgold, p. 87.
  31. ^ a b Bury, p. 350
  32. ^ Treadgold, p. 90.
  33. ^ Treadgold, p. 93.
  34. ^ a b c d e f g h i Ostrogorsky, p. 64.
  35. ^ a b c d Ostrogorsky, p. 65.
  36. ^ Bury, p. 332 spiega nei dettagli questa vicenda: due monaci provenienti dalla Cina o da qualche regione circostante si recarono a Costantinopoli nel 552 e svelarono all'Imperatore il segreto della produzione della seta. Essi vennero allora incaricati dall'Augusto di procurarsi clandestinamente in Cina uova di bachi da seta in modo da portarle a Costantinopoli e permettere ai Bizantini di autoprodursi la seta senza importarla dalla Cina. Tuttavia passarono parecchi anni prima che la seta autoprodotta divenisse sufficiente per soddisfare la domanda interna, cosicché l'importazione di seta dalla Cina attraverso la Persia continuò per qualche tempo.
  37. ^ a b Treadgold, p. 108.
  38. ^ a b c Le fonti del diritto nell’età tardoantica. I codici, Università Telematica Giustino Fortunato. URL consultato il 14 agosto 2011.
  39. ^ Mango, pp. 18-19.
  40. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006, ISBN 8800204740 pag. 97.
  41. ^ a b c Ravegnani 2009, p. 14.
  42. ^ Bury, p. 139.
  43. ^ Bury, p. 140.
  44. ^ Procopio, Storia Segreta, 17.
  45. ^ Procopio, La Guerra Gotica, I, 6.
  46. ^ Procopio, La Guerra Gotica, I, 7.
  47. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 18.
  48. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.
  49. ^ Procopio, Storia Segreta, 8.
  50. ^ a b Ravegnani (Mulino 2004), p. 61.
  51. ^ a b Ravegnani (Mulino 2004), p. 62.
  52. ^ Ravegnani (Mulino 2004), p. 63.
  53. ^ a b Ravegnani (Mulino 2004), p. 64.
  54. ^ Auctari Hauniensis Extrema, 2, p. 337: «(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium» («(Narsete) restituì l'Italia all'Impero romano, ricostruì le città distrutte e, espulsi i Goti, riportò i popoli dell'Italia intera all'antica felicità.»); Mario Aventicense, Chronica, anno 568: «Hoc anno Narses ex praeposito et patricio post tantos prostratos tyrannos, ... Mediolanum vel reliquas civitates, quas Goti destruxerant, laudabiliter reparatas, de ipsa Italia a supra scripto Augusto remotus est.» («In quest'anno Narsete ex proposito e patrizio, dopo aver abbattuto tanti tiranni... e ricostruite lodevolmente Milano e le città rimaste, che i Goti avevano distrutto, fu destituito dal governo dell'Italia dal suddetto Augusto [Giustino II].»)
  55. ^ Ravegnani (Mulino 2004), p. 66.
  56. ^ Ravegnani (Mulino 2004), p. 65.
  57. ^ Giordane, Getica, 303; Chronica Caesarea Augusta, anno 552; Isidoro, Historia Gothorum, 46-47; Gregorio di Tours, Historia Francorum, IV,8.
  58. ^ Procopio, La Guerra Persiana, II, 14.
  59. ^ Ravegnani 2009, p. 11.
  60. ^ Ravegnani 2009, p. 12.
  61. ^ Ravegnani 2009, p. 29.
  62. ^ Agazia, V, 16.
  63. ^ cf. F. Nau, in Revue de l'orient chretien, ii., 1897, 482
  64. ^ Procopio, Bellum Gothicum, ii. 14; Evagrio, Hist. eccl., iv. 20
  65. ^ Procopio, iv. 4; Evagrio, iv. 23
  66. ^ Procopio, iv. 3; Evagrio, iv. 22
  67. ^ Procopio, Bellum Persicum, i. 15
  68. ^ Procopio, De Aedificiis, vi. 2
  69. ^ Procopio, Bellum Persicum, i. 19
  70. ^ DCB, iii. 482
  71. ^ Giovanni di Efeso, Hist. eccl., iv. 5 sqq.
  72. ^ Procopio, Bellum Persicum, i. 20; Malala, ed. Niebuhr, Bonn, 1831, pp. 433 sqq.
  73. ^ a b Cod., I., v. 12
  74. ^ Procopio, Historia Arcana, 28
  75. ^ Nov., cxlvi., Feb. 8, 553
  76. ^ Procopio, De Aedificiis, vi. 2.
  77. ^ Bury, p. 365.; v. anche Evans, The age of Justinian, p. 248.
  78. ^ a b Bury, p. 366.; v. anche Evans, The age of Justinian, p. 248.
  79. ^ F. Nau, in Revue de l'orient, ii., 1897, p. 481
  80. ^ Cod., I., i. 5
  81. ^ MPG, lxxxvi. 1, p. 993
  82. ^ Cod., I., i. 7
  83. ^ Novellae, cxxxi.
  84. ^ Mansi, Concilia, viii. 970B
  85. ^ Novellae, xlii
  86. ^ Bury, p. 372.
  87. ^ cf. Novellae, cxxxi.
  88. ^ Bury, p. 376.
  89. ^ Cod., I., i. 8
  90. ^ Bury, p. 378.
  91. ^ Bury, p. 377.
  92. ^ Bury, pp. 378-380.
  93. ^ Bury, p. 384.
  94. ^ Bury, pp. 387-388.
  95. ^ Hist. eccl., iv. 39
  96. ^ Luttwak, p. 101.
  97. ^ Luttwak, p. 107.
  98. ^ Treadgold, p. 100.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
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  • Edward N. Luttwak, La grande strategia dell'Impero bizantino, Rizzoli, 2009, ISBN 978-88-17-03741-9.
  • Cyril Mango, La civiltà bizantina, Roma-Bari, Laterza, 2009, ISBN 978-88-420-9172-1.

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