Pier della Vigna

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Dante e Virgilio incontrano Pier della Vigna nella Selva dei Suicidi nel XIII Canto dell'Inferno
« L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto. »
(Dante Alighieri, Inferno XIII, 70-72)

Pier della Vigna noto anche come Pier delle Vigne (in latino Petrus de Vinea [1]; Capua, 1190 circa – Toscana, 1249) fu un politico, scrittore e letterato italiano del Regno di Sicilia, ritenuto tra i più grandi maestri dell'ars dictandi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Capua, intorno al 1190, da una famiglia benestante. Molto probabilmente frequentò lo Studium di Bologna, dove potrebbe essere stato allievo di Bene da Firenze, come potrebbe forse dedursi da una lettera in cui Terrisio d'Atina esprimeva a studenti e professori dell'Università di Bologna il cordoglio per la morte del maestro Bene[2].

Iniziò la sua carriera nel 1220 come notaio (tabellione) al servizio dell'imperatore Federico II di Svevia (ma è dal 1224 che è menzionato per la prima volta giudice della Magna Curia imperiale). In questa veste, Pier della Vigna faceva parte di quella équipe di notai, letterati e calligrafi, ovvero di dictatores, che redigevano documenti, ma soprattutto lettere e circolari dell'imperatore. Tali lettere risultano tra le testimonianze più rilevanti dello stilus supremus (salvatorstil), quello stile elegante e solenne sorto in Francia nel XII secolo e poi fatto proprio dalla Curia pontificia e da quella federiciana, e che sarà ripreso nel tardo-medioevo. Fu impegnato anche attivamente nella vita culturale del cenacolo federiciano. Fu infatti in contatto con il medico e filosofo Teodoro di Antiochia e con altri scienziati, e nelle sue lettere si ritrovano osservazioni di contenuto filosofico e teologico. Si spese anche per lo sviluppo e poi per la protezione dell'Università di Napoli, e probabilmente nel 1224 realizzò la lettera circolare che sanciva la fondazione dell'istituzione.

Nel 1224-25 fu quindi giudice imperiale, una carica per la quale si vedrà affidare diverse missioni diplomatiche. Dal 1239 ricoprì la carica di logoteta (anche se vi compare a capo dell'ufficio nei Regesta Imperii solo dal 1243), ovvero di superiore di tutti i notai e custode dei sigilli dell'Impero (protonotario). Aveva inoltre il compito di annunciare ai regnicoli i proclami emessi dall'imperatore[3]. Tenne l'incarico di "gran giudice della corte imperiale" fino al 1246, ricoprendo un ruolo di rilievo presso il supremo tribunale. In questo ruolo fece parte della commissione che presiedette alla realizzazione delle Costituzioni di Melfi (1231), codice legislativo emanato da Federico II nel castello della città lucana, considerata tra le più importanti codificazioni della storia del diritto.

Dal 1230 fino alla fine della sua carriera fu attivo nel campo diplomatico come ambasciatore imperiale presso la corte papale e i comuni del nord Italia. L'acme della sua carriera diplomatica coincise con il suo soggiorno in Inghilterra nel febbraio-maggio del 1235, durante il quale registrò nella veste di procuratore il matrimonio fra l'imperatore e Isabella, sorella di re Enrico III (per ringraziarlo il re, nominandolo suo vassallo, gli assegnò una rendita annuale di 40 lire d'argento). Nel corso della sua carriera di alto funzionario di corte accumulò un vasto patrimonio (terreni e residenze a Capua, Napoli, Aversa, Foggia e in Terra di Lavoro) e tentò di rafforzare la posizione della propria famiglia.

Fu arrestato a Cremona all'inizio del 1249 come traditore (proditor). I motivi dell'arresto non sono mai stati chiariti: si è ipotizzata una congiura o un'accusa di corruzione. Secondo una fonte, fu fatto accecare dall'imperatore nel castello di San Miniato: ignoto anche il motivo della sua morte, avvenuta poco dopo, per suicidio o per le conseguenze dell'accecamento. Tutte le altre ipotesi sulla sua caduta in disgrazia e sulla sua morte sono da considerare mere congetture. Tuttavia, in una lettera indirizzata al genero, conte Riccardo di Caserta, Federico riferisce di lui che ha "trasformato il bastone della giustizia in un serpente", recando pericolo e danno all'impero[3]. A detta dell'imperatore, insomma, si sarebbe macchiato di corruzione, denunciando come nemici dello stato persone innocenti per poterne confiscare i beni[3]. Va detto che la diffusione della fama di vittima di Pier della Vigna va fatta risalire a un tempo successivo alla fine della dinastia sveva, tanto più che i giudizi dei contemporanei (Matteo Paris o Salimbene de Adam) institono sulle sue attività proditorie e sui suoi contatti col papa Innocenzo IV[3]. La questione rimane ad ogni modo aperta e i giudizi di colpevolezza e innocenza andrebbero rivisti alla luce del contesto storico di forte contrapposizione del tempo e a seconda quindi se provengano dalle fazione ghibellina o da quella filo-papale.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Pier della Vigna è considerato il massimo esponente della prosa latina medievale; la sua opera più nota è l'Epistolario latino nel quale applica i precetti della retorica delle artes dictandi. Ha dato un contributo anche allo sviluppo del volgare di scuola siciliana con alcune canzoni, anche se solamente due sono a lui attribuibili con certezza, ed un sonetto di corrispondenza con Jacopo da Lentini e Jacopo Mostacci sulla natura dell'amore.

Nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Pier della Vigna è noto per essere citato nella Divina Commedia precisamente nel XIII canto dell'Inferno. Dante Alighieri, ponendolo nella selva dei suicidi, lo assolve dall'accusa di aver tradito l'imperatore.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ la forma de Vineis non è mai attestata nei documenti, cfr. Enciclopedia Federiciana, Vol. II, p.443
  2. ^ Bene da Firenze da Dizionario Biografico degli Italiani, vol. VIII, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  3. ^ a b c d Hans Martin Schaller, Pier della Vigna, Enciclopedia Federiciana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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