Ezzelino III da Romano

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Curly Brackets.svg
Ezzelino III da Romano

Ezzelino III da Romano o Ecelino da Romano, più noto come Ezzelino il Tiranno, (Romano d'Ezzelino, 25 aprile 1194Soncino, 27 settembre 1259) è stato signore della Marca Trevigiana, soprannominato il Feroce o il Terribile. Appartenente alla famiglia degli Ezzelini, era il figlio primogenito di Ezzelino II il Monaco e fratello di Alberico da Romano e di Cunizza da Romano. Fu considerato un soldato audace, astuto e valoroso, anche se fanatico come ghibellino e spietato nella sua volontà di dominio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Ezzelini

Arpone
Ecelo I († dopo il 1091)
Alberico I (?)
Ezzelino I († dopo il 1180)
Ezzelino II († 1235)
Ezzelino III (1194-1259)
Alberico II († 1260)

La famiglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ezzelini.

La famiglia degli Ezzelini o dei Da Romano giunse in Italia dalla Germania tra il X e XI secolo. Si stabilì prima a Onara, attuale frazione di Tombolo dove fece costruire un castello e, dal 1199, a Romano, un borgo nelle vicinanze di Bassano del Grappa che dal 20 novembre 1867, dopo l'unità d'Italia, per non venir confuso con l'omonimo lombardo e piemontese, prese il nome di Romano d'Ezzelino. I Da Romano vengono comunemente identificati come "Ezzelini", in quanto tutti i capostipiti hanno portato questo nome, da Ezzelino I il Balbo a Ezzelino II il Monaco ed Ezzelino III il Tiranno.

La gioventù[modifica | modifica sorgente]

Ezzelino ereditò dal padre i territori di Bassano, di Marostica e di tutti i castelli situati sui colli Euganei. Già a venti anni aveva manifestato le sue speciali inclinazioni per la guerra, unite ad uno spirito di dissimulazione e di pazienza, straordinari per la sua età. Era inoltre resistentissimo ad ogni fatica, capace di affrontare impavido qualsiasi pericolo, freddo ed insensibile ad ogni spettacolo di pietà, intollerante di ogni freno e di ogni consiglio. Si comportò con una crudeltà forse maggiore rispetto ai livelli (peraltro assai elevati) dei suoi tempi, anche se non particolarmente credibili sembrano le fonti storiche di parte a lui avversa che non mancarono di descrivere Ezzelino III come un fosco tiranno che traeva personale diletto nell'escogitare torture raffinate quanto crudeli.

Fu certamente uomo di parte e delle fazioni si servì principalmente per ingrandire i suoi feudi e rendersi sempre più potente. Per tutto ciò appare come il più attivo e ardente ghibellino, tanto che di questo partito ebbe di fatto il comando nell'Italia settentrionale.

Le conquiste[modifica | modifica sorgente]

Grazie alle sue abilità politico militari, Ezzelino III estese il suo dominio su Trento, Belluno, Vicenza, Verona, Bassano, Padova e Brescia, creando una sorta di signoria. Dal 1225 al 1230 fu podestà e capitano del popolo di Verona. A quest'epoca risale l'infruttuosa visita di Sant'Antonio di Padova per implorare clemenza per Rizzardo di Sambonifacio. Inizialmente simpatizzante per la Lega Lombarda, per le delusioni subite Ezzelino si schierò però con l'imperatore Federico II di Svevia che lo nominò Vicario Imperiale in Lombardia e segnò con questo suo ufficio la fine di ogni libertà comunale, sottomettendo i Comuni alla sua volontà.

Nel 1233 Ezzelino da Romano distrusse il castello di Caldiero, in provincia di Verona, esistente sul Monte Rocca. L'imperatore nel 1236 gli concesse una guarnigione per metterlo al sicuro dai moti e dalle minacce popolari che serpeggiavano nei domini soggetti agli Ezzelini. Lo stesso anno Federico saccheggiò Vicenza e ne dette il governo a Ezzelino, il quale, nel 1237, si fece consegnare anche Padova, città molto più forte, più ricca e potente delle due che già controllava. Per domare questa città, che era avvezza a tutte le libertà dei regimi popolari, fece arrestare tutti coloro che per cultura, per casato e per benemerenze avevano acquistato la stima della cittadinanza. Ordinò che le case dei carcerati e dei fuoriusciti fossero rase al suolo e che i giovani rimasti in città dovessero entrare in corpi di leva, per non sfuggire al suo controllo e alla terribile disciplina del "mestiere delle armi".

Dopo la vittoria di Cortenuova (BG), contro i comuni lombardi guidati dal podestà milanese Pietro Tiepolo, il 27 novembre 1237[1], Federico gli dette in sposa una sua figlia naturale, Selvaggia, che morì giovanissima. Ezzelino III in seguito si risposò altre due volte.

Il 22 maggio 1238, [senza fonte] giorno di Pentecoste, nella Basilica di San Zeno (Verona), Ezzelino III sposò dunque Selvaggia, figlia dell'imperatore Federico II. Divenne così, con l'appoggio dell'imperatore e dei suoi consiglieri (fra cui l'astrologo Guido Bonatti), vicario imperiale per tutti i paesi tra le Alpi di Trento e il fiume Oglio. Tutta quest'area, del resto, era già di fatto sotto la giurisdizione di Ezzelino che s'era guadagnato l'obbedienza dei suoi sudditi grazie alla sua efferatezza e alle sue più raffinate crudeltà. Fece una volta murare le porte delle prigioni, rigurgitanti di tanti suoi avversari, e le grida degli affamati - che generavano terrore in tutta la città - sembra che procurassero al tiranno uno speciale piacere, mentre in un sol giorno, nel 1239, assistette come ad uno spettacolo al supplizio di diciotto padovani nel Pra della Valle.

La scomunica e la "crociata" contro di lui[modifica | modifica sorgente]

La morte nel 1250 di Federico II non comportò la fine di Ezzelino III. Accusato di efferatezze e di eresia, nel 1254 fu scomunicato da papa Alessandro IV, al secolo Rinaldo Segni, grande avversario della fazione ghibellina, che sperava di sbarazzarsi in tal modo di un formidabile ostacolo alla sua politica anti-imperiale. Nel mese di marzo 1256 Azzo VII d'Este, podestà a vita di Ferrara, ricevette da Filippo, arcivescovo di Ravenna, l'incarico di condurre una "crociata" contro Ezzelino, padrone assoluto di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno, mentre Treviso era sotto il dominio di suo fratello Alberico. Solo Trento, conquistata da Ezzelino III nel 1241, era nel frattempo riuscita stabilmente a liberarsi nel 1255, mentre l'anno seguente la rivolta del piccolo centro di Cologna Veneta, presso Verona, guidata da Jacopo Bonfado, fu soffocata rapidamente da Ezzelino nel sangue[2]. Alla "crociata" contro Ezzelino III parteciparono, partendo dalla Torre delle Bebbe, il presidio veneziano, i soldati di Venezia, Bologna, Mantova, il conte di San Bonifacio e molti altri signori. Mentre Ezzelino era occupato nella conquista di Brescia, i "crociati" di Azzo VII si impadronirono il 19 giugno 1256 di Padova, anche perché Ezzelino, diffidando dei 10.000 padovani coscritti nelle sue milizie, li aveva fatti chiudere dapprima nell'anfiteatro di Verona, poi a piccoli gruppi nelle prigioni dei suoi vari domini e in pochi giorni se ne era disfatto, lasciandone uno solo in vita. I "crociati" dal canto loro non seppero profittare del loro vantaggio nel corso della prima fase della guerra contro Ezzelino III, perché le loro forze erano sparse e i loro signori divisi. Per ben due anni si trascinò pertanto una guerra di agguati e di mischie sanguinose, durante i quali Ezzelino III riuscì a impadronirsi di Brescia nel 1258.

Le amicizie e le alleanze sulle quali Ezzelino III da Romano contava, gradatamente gli vennero comunque meno e se il fratello (con cui era entrato in litigio nel 1239) si riaccostò a lui, vecchi alleati e amici - come Oberto II Pallavicino - finirono col raggiungere le file dei "crociati", promettendo danaro e uomini per abbattere il tiranno. Ghibellini e guelfi si trovarono così uniti e una peculiare alleanza fu dunque stretta tra le due fazioni l'11 giugno 1259. Che le ragioni dello scontro fossero però essenzialmente politiche ce lo dimostra il fatto che Ezzelino fosse invocato dai ghibellini di Milano per contrastare i guelfi. Passò pertanto l'Oglio e l'Adda con un forte esercito, per tentare di impadronirsi di Monza e di Trezzo. Il popolo milanese a sua volta rispose armandosi e andandogli incontro. Oberto II Pallavicino a capo dei cremonesi, il marchese d'Este a capo dei ferraresi e dei mantovani, si impadronirono di Cassano d'Adda e tagliarono ogni possibilità di ritirata a Ezzelino. Ezzelino III fu quindi sconfitto dopo una strenua battaglia a Cassano d'Adda il 27 settembre del 1259 dalla lega guelfa di Azzo VII d'Este e morì pochissimo tempo dopo, a 65 anni di età, in seguito alle gravi ferite riportate. Catturato e portato a Soncino, nei pressi di Cremona, spirò così come era vissuto: rifiutando sacramenti e medicine. Strappatesi le fasciature, morì dissanguato, senza alcuna pietà neppure per se stesso.

A Soncino ancor oggi ogni settimana [senza fonte] si ricorda la sua morte con il rintocco di una campana e si favoleggia circa il fatto che sia stato sepolto con il suo tesoro. Suo fratello Alberico, catturato nel suo castello di San Zenone dai vincitori, fu trucidato insieme alla sua famiglia, a dimostrazione (semmai ce ne fosse bisogno) che la "barbarie" non era caratteristica solo di Ezzelino.

L'uomo[modifica | modifica sorgente]

Arti sottili di governo e una continua maschera imposta al suo volto fecero credere che volesse regnare con equità e con giustizia. Unito alla sorte dell'imperatore Federico II e del casato svevo, egli trasse sempre da questa sua posizione nuove ragioni di dominio tirannico, vigilando affinché la sua potenza non venisse attaccata dall'esterno. Requisì ai padovani da lui banditi i castelli di Agna e di Brenta, mandando a morte tutti coloro che li custodivano. Incamerò diversi castelli del marchese d'Este e del conte di San Bonifacio e, estendendo le sue conquiste alla provincia di Treviso, aveva a suo tempo assoggettato Feltre e Belluno, spargendo sangue a piene mani e mantenendo nell'obbedienza i suoi sudditi antichi e nuovi, costruendo prigioni tanto sudice quanto pestilenziali, nelle quali rinchiudeva alla rinfusa uomini, donne e fanciulli. A questi ultimi, per una sua particolare voluttà, sembra facesse strappare gli occhi. Ezzelino III rappresentò di fatto le fortune sconfitte dell'Impero e della parte ghibellina e non è dato fissare con precisione e affidabilità storica rigidi confini fra la sua indubbia mancanza di scrupoli e la sua ferocia e la sua forte (ma soccombente) visione politica e le sue notevoli peculiarità politico-militari che ne decreteranno fatalmente l'impopolarità della successiva storiografia, tutt'altro che filo-imperiale.

Rolandino da Padova, storico e giurista padovano di formazione bolognese, figlio di notaio, egli stesso notaio, scrisse una cronaca degli anni di Ezzelino a Padova, approvata dall'Università e presentata con una cerimonia nel 1262, presso il chiostro della chiesa di Sant'Urbano.

Dante Alighieri nella Divina Commedia lo collocò all'Inferno, sommerso in un fiume di sangue, nel girone riservato a coloro che furono violenti contro il prossimo.

« e quella fronte ch'a il pel così nero, / è Azzolino... »
(Dante, Divina Commedia, Inferno, Canto XII)

Albertino Mussato, pre-umanista padovano e contemporaneo di Dante, dedica al personaggio di Ezzelino la tragedia "Eccerinide". Nell'Eccerinide, modellata sulle tragedie senecane, è narrata l'ascesa e la caduta di Ezzelino (ritenuto figlio di un essere demoniaco) e del fratello. Per tale opera gli furono prestati numerosi riconoscimenti, culminati nel 1315 con una cerimonia ufficiale a Padova, presso il collegio dei Giudici. Tale evento, riferitoci dal cronista dell'epoca Giovanni da Nono, aveva un valore simbolico: sia accademico che civile. Infatti la passata minaccia ezzeliniana era paragonata con il timore dell'invasione di Padova da parte delle truppe dell'imperatore Arrigo VII e di Cangrande della Scala.

Il cronista Fra' Salimbene de Adam definisce Ezzelino gran massacratore di uomini e temuto addirittura più del diavolo "Hic plus quam diabolus timebatur". Tutte queste caratteristiche sono oggetto di disputa fra gli storici che talora ne esaltano le capacità politiche e talaltra ne sottolineano l'inflessibilità del carattere e la sua totale mancanza di scrupoli etici.

Nel 1630, Alessandro Tassoni dedicò l'intero canto VIII del suo poema eroicomico, La secchia rapita, ad Ezzelino.

Alle corti di Ezzelino III e Alberico II poetava il trovatore Uc de Saint Circ.

Viene citato ne Il ritratto di Dorian Gray.

« Ezzelin, whose melancholy could be cured only by the spectacle of death, and who had a passion for red blood, as other men have for red wine--the son of the Fiend, as was reported, and one who had cheated his father at dice when gambling with him for his own soul; »
(Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Capitolo 11)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Franco Cardini e M.Montesano, Storia medievale, Le Monnier Università, Firenze, 2006 ISBN 8800204740 pag. 288
  2. ^ Rolandino, Vita e morte di Ezzelino da Romano, X, 12, a cura di F. Fiorese, Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori, Milano 2004.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 25409100 LCCN: n82152768