Paradiso - Canto sesto

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Ritratto di Dante Alighieri nel Parnaso

Il canto sesto del Paradiso di Dante Alighieri si svolge nel cielo di Mercurio, dove risiedono le anime di coloro che si attivarono per conseguire fama e onori terreni; siamo nel pomeriggio del 13 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 30 marzo 1300.

Incipit[modifica | modifica sorgente]

« Canto VI, dove, nel cielo di Mercurio, Iustiniano imperadore sotto brevità narra tutti li grandi fatti operati per li Romani sotto la ’nsegna de l’aquila, da l’avvenimento di Enea in Italia infino al tempo di Longobardi; e alcune cose si dicono qui in laude di Romeo visconte del conte Ramondo Berlinghieri di Proenza. »
(Anonimo commentatore dantesco del XIV secolo)

Sintesi del canto[modifica | modifica sorgente]

L'anima cui Dante si è rivolto nel canto precedente chiedendogli chi fosse e perché si trovasse in quel luogo è quella di Giustiniano (482-565), uno degli spiriti che operarono il bene per conseguire la gloria terrena. Egli parla della propria vita e della storia del potere imperiale (simboleggiato dall'aquila), spiegando come l'impero romano sia stato voluto da Dio per essere strumento della Redenzione e deplorando l'attuale decadenza, causata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. Terminato il discorso, egli presenta a Dante Romeo di Villanova (1170-1250).

Giustiniano nel mosaico di San Vitale a Ravenna.

Temi e contenuti[modifica | modifica sorgente]

Giustiniano - versi 1-27[modifica | modifica sorgente]

L'imperatore Giustiniano inizia a parlare di sé e di come l'aquila imperiale sia giunta nelle sue mani dopo più di duecento anni da quando Costantino l'aveva trasferita da Roma a Bisanzio. L'anima ricorda quali sono gli eventi che hanno più profondamente marcato la sua vita terrena: egli riordinò e arricchì le leggi romane nel Corpus Iuris Civilis, si convertì al Cristianesimo e rese possibile l'espansione del proprio regno grazie all'opera del suo abile generale Belisario.

Storia e funzione dell'Impero - vv. 28-96[modifica | modifica sorgente]

Questa sezione del canto è una digressione di Giustiniano sulla storia dell'Impero: per più di trecento anni l'aquila imperiale era rimasta ad Albalonga, poi passò ai Romani che la conservarono sia durante il periodo monarchico che in quello repubblicano per poi giungere all'era imperiale nella quale l'aquila passò da Augusto, che riportò la pace dopo anni ed anni di guerre, a Tiberio, sotto il cui regno era morto Cristo per salvare l'intera umanità. Infine il "segno" arrivò a Carlo Magno il quale si impegnò a difenderlo dalle minacce dei Longobardi.

La critica ai Guelfi e Ghibellini vv. 97-111[modifica | modifica sorgente]

A tal punto Dante ha potuto comprendere bene quanto l'aquila imperiale sia sacra e perciò, secondo lo spirito, non gli sarà difficile capire come siano prive di senso le lotte tra i Guelfi e i Ghibellini: i primi, sostenitori del papa, vogliono sostituire al "segno" i "gigli gialli" emblema della Francia e degli Angioini, mentre i secondi vogliono "rubare" le insegne imperiali e ridurre quel simbolo universale al misero marchio di una fazione politica.

Le anime di Mercurio - vv. 112-126[modifica | modifica sorgente]

Giustiniano rivela che le anime situate nel cielo di Mercurio sono quelle di coloro che in terra agirono bene per ottenere gloria e fama; per questo, per non essersi indirizzate subito al bene divino, esse occupano un cielo così basso rispetto all'Empireo, ma ciò non significa che la loro felicità sia imperfetta.

Romeo di Villanova - vv. 127-142[modifica | modifica sorgente]

Giustiniano presenta a Dante Romeo di Villanova. Egli era un umile pellegrino che divenne fidato consigliere del conte di Provenza Raimondo Berengario IV. A causa di alcune false ed infamanti calunnie, però, Romeo se ne dovette andare dalla corte e decise di vivere poveramente la sua vecchiaia per un tradimento che in realtà non aveva mai commesso: ″Se le persone sapessero quanta dignità egli dimostrò con tale gesto, lo loderebbero ancora di più di quanto già non facciano″, conclude lo spirito di Giustiniano.

Analisi del canto[modifica | modifica sorgente]

Qui Dante prosegue la "tradizione" per cui il sesto canto di ogni cantica della Divina Commedia tratta l'argomento politico. Si commetterebbe tuttavia un errore superficiale nell'individuare questo come un tema legato principalmente al sesto canto, in quanto brevi e lunghe digressioni sulla situazione politica del tempo sono presenti in gran parte degli altri canti di tutta l'opera dantesca. È da rifiutare, dunque, l'ipotesi di climax ascendente in ogni sesto canto della Commedia: risulta vero, dunque, che nell'Inferno il poeta parla insieme a Ciacco della corruzione e della svergognatezza che dilagano a Firenze, per poi ampliare la prospettiva nel Purgatorio, con Sordello con lo stato di abbandono dell'Italia e, infine, nel Paradiso, dove discute dell'Impero in generale, ma tentare di individuare un progetto all'interno di Inferno, Purgatorio e Paradiso rischierebbe di porre un limite immeritato ad un tema così caro al poeta.

Il canto, nella forma particolare della storia dell'aquila imperiale, presenta una sintesi della storia di Roma dalle origini mitiche (Enea) al presente della Roma papale. In tal modo il poeta esprime la sua concezione della storia, non come semplice successione di eventi, ma come processo ordinato, che trova il suo centro nella venuta di Gesù Cristo, la cui vita e morte si legano inscindibilmente alle istituzioni romane. Rispetto a questo punto centrale della storia tutti gli eventi precedenti e successivi acquistano un significato che va al di là del loro apparire come gesta virtuose o atti violenti. Proprio su questa interpretazione provvidenzialistica della storia si fonda il giudizio sferzante formulato da Giustiniano sulle lotte fra Guelfi e Ghibellini.

Infine può essere interessante notare che il canto costituisce un unico e ininterrotto discorso diretto dell'imperatore.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Commenti alla Divina Commedia:
    • Anna Maria Chiavacci Leonardi, Zanichelli, Bologna, 2001

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