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Paradiso

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Il paradiso secondo Jan Brueghel il Vecchio
Paradiso Tempera su cotone, 21x30cm, Otgonbayar Ershuu

Il termine paradiso intende indicare quel luogo biblico dove Dio collocò l'uomo appena creato (Genesi, 2); nell'ambito delle teologie fondate sull'interpretazione dei testi biblici, il termine indica anche quel luogo, celeste o terrestre, dove verranno destinati gli uomini giudicati come "giusti".

Il termine italiano "paradiso" viene dal latino ecclesiastico paradīsus a sua volta adattamento dal greco biblico παράδεισος (parádeisos), nell'intenzione di rendere il termine ebraico גן (gan, "giardino") ovvero "giardino [dell'Eden]" [1].

Il termine greco antico παράδεισος corrisponde all'avestico pairidaēza dove indica il "recinto" derivando in quella lingua da pairidaēz (murare intorno, circondare con mura), quindi da paìri (intorno) + daēz (accumulare).

Il diretto corrispondente ebraico del termine avestico si riscontra invece nella bibbia in lingua ebraica, ad esempio con il termine פרדס (pardês), per sole tre volte: Neemia, 2,8; Qoèlet, 2,5; Cantico dei Cantici, 4,13, avente qui, tuttavia, il significato di "frutteto", o "bosco"; successivamente il termine verrà utilizzato anche nella letteratura rabbinica.

In ambito islamico il termine "paradiso" traduce l'arabo جنّة (ǧanna), il luogo di felicità suprema a cui saranno indirizzati i "credenti".

Il termine "paradiso" è occorso anche per tradurre ambiti mitologici e teologici analoghi presenti in altre religioni non abramitiche.

La credenza in un originario luogo paradisiaco attiene alla letteratura sumerica[2], segnatamente al testo indicato sotto il nome di Enki e Ninḫursaĝa (8-28; inizi II millennio a.C.; ne conserviamo tre testi: da Nippur, da Ur e uno di provenienza sconosciuta), la quale individuava nel Dilmun quel posto privo di sofferenze, di privazioni e di affanni [3], e che sarà il luogo dove l'unico superstite al Diluvio Universale di tradizione sumerica, Ziusudra, sarà dagli dèi destinato a vivere eternamente.

Il termine persiano pairadaëza indica i giardini, parchi, privati e cintati, dei sovrani di quell'impero, i quali ne ereditarono l'uso dagli Assiri (cfr. ad esempio qui). Tali pairadaëza consistevano in una parte coltivata a giardino e in un'altra lasciata selvaggia, riserva di caccia per i re.

Nei testi in lingua greco antica è attestata l'esistenza di tali giardini persiani (il testimone più antico in assoluto è in Wilhelm Dittenberge, Sylloge Inscriptionum Graecarum, 2), mentre la loro prima descrizione è in Senofonte Economico (IV, 20 e sgg.), presente in altre opere dello stesso autore (cfr. ad esempio Anabasi, I, 2,7).

Tali giardini persiani furono simbolo visibile della capacità ordinatrice (cosmetica) del sovrano, contrapposta al resto del mondo (caotico) che sfuggiva al suo dominio. Si trattava di zone di altopiano e di agricoltura pluviale recintate, con vegetazione lussureggiante, in netto contrasto con i terreni circostanti semi-aridi e abbandonati a se stessi, che si diffusero sotto i primi imperatori achemenidi e da cui trasse origine il mito biblico dell'Eden.[4].

Le tre principali derivazioni occidentali del termine (ebraico pardès, persiano pairidaēza e greco paràdeisos), contengono infatti la stessa idea fondamentale di un parco o giardino.

Nel cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Nella Bibbia la parola "Paradiso" compare in tre brani del Nuovo Testamento:

  • (Vangelo di Luca 23:43) Quando uno dei malfattori messi al palo a destra e a sinistra di Gesù sgrida il suo compagno, il quale stava schernendo Gesù; in tale episodio il malfattore, resosi conto di essere giustamente condannato per le proprie opere malvagie, si rivolge a Gesù chiamandolo Signore, chiedendogli di ricordarsi di lui quando sarebbe venuto nel Suo regno. Gesù risponde allora affermando che il malfattore sarebbe andato in Paradiso ovvero nel suo Regno, questo non sarebbe però potuto avvenire quel giorno stesso in quanto Gesù alla sua morte non andò in cielo ma "nel ventre della terra"( Matteo 12:40), Gesù ascese al cielo 40 giorni dopo la sua resurrezione (Atti 1:9). Il malfattore, condannato dalla giustizia degli uomini, viene dunque assolto dalla condanna del peccato per mezzo della fede in Gesù Cristo. La via al Paradiso, il giardino di Eden, che la disubbidienza di Adamo ed Eva aveva fatto perdere all'uomo, viene riaperta da Colui che è la Via, la Verità e la Vita: Gesù Cristo
  • (Seconda Lettera ai Corinzi 12:1-4) L'Apostolo Paolo riferisce indirettamente di una propria esperienza soprannaturale, nel quale egli, definendosi "un uomo in Cristo", riferisce di essere stato rapito fino al Terzo Cielo, in Paradiso, e di aver udito parole ineffabili, che non è lecito ad alcun uomo di proferire; tale brano sembrerebbe collocare dunque il Paradiso in cielo ma se così fosse non avrebbero senso tutte le profezie e le scritture che parlano del Paradiso restaurato sulla terra alla fine dei giorni. La Bibbia spesso usa il numero tre per dare enfasi, intensità o maggiore forza. (Ecclesiaste 4:12; Isaia 6:3; Matteo 26:34, 75; Apocalisse 4:8) Quindi, ciò che Paolo vide in visione era elevato, spirituale.Ciò che Paolo vide in visione ha a che fare con la congregazione cristiana che lui chiamò “il coltivato campo di Dio” e che avrebbe dovuto essere fruttifero. (1 Corinti 3:9) Quando si doveva realizzare quella visione? Paolo si riferì a ciò che vide come a una ‘rivelazione’, a qualcosa di futuro. Sapeva che dopo la sua morte l’apostasia avrebbe preso notevolmente piede. (2 Corinti 12:1; Atti 20:29, 30; 2 Tessalonicesi 2:3, 7) Quando gli apostati prevalsero e quasi li eclissarono, i veri cristiani non assomigliavano affatto a un giardino fiorente. Eppure sarebbe arrivato il tempo in cui la vera adorazione sarebbe stata nuovamente elevata. Il popolo di Dio sarebbe stato ristabilito. Allora ‘i giusti avrebbero potuto risplendere così fulgidamente come il sole nel regno del Padre loro’. (Matteo 13:24-30, 36-43) Questo è proprio ciò che accadde alcuni anni dopo che il Regno di Dio era stato stabilito in cielo. E nel corso dei decenni è diventato molto evidente che il popolo di Dio gode di un paradiso spirituale, che Paolo previde in quella visione.
  • (Apocalisse 2:7) Gesù Cristo stesso riferisce nella lettera indirizzata alla chiesa di Efeso, che Egli trasmette all'Apostolo Giovanni per mezzo di un angelo (Apocalisse 1:1), che Egli darà da mangiare dell'albero della vita, che è in mezzo al Paradiso di Dio, a colui che vince. La precisazione "Paradiso di Dio" ci conferma l'esistenza di un altro Paradiso, quello che l'umanità ha perso con la disubbidienza di Adamo ed Eva e che sarà restaurato alla fine dei tempi qui sulla terra dove si trovava in origine come si evince anche da Apocalisse cap. 21. A mangiare simbolicamente dell'albero della vita sono i santi che "avendo corso la corsa sino alla fine"( 2 Timoteo 4:7,8 ) hanno vinto il mondo e sono risorti in cielo guadagnandosi l'immortalità (1 Pietro 1:3-4. Romani 6:5) e il diritto di regnare insieme a Cristo come dichiara Paolo nella sua lettera ai Romani 8:15-17 e conferma Cristo stesso in Apocalisse 3:21 affermando "A chi vince concederò di sedere con me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto col Padre mio sul suo trono."

Secondo l'esegesi ebraica[modifica | modifica wikitesto]

John Martin (1851 circa)
Le Pianure del Paradiso
Tate Britain, Londra, Regno Unito

Nella Genesi si parla del Paradiso e si narra di un fiume dai quattro bracci (2: 11- 12; 2 : 13). Il profeta Ezechiele da parte sua (28: 11- 15) descrive un paradiso su una montagna tra pietre preziose. Esso richiama i boschi sacri dell' Akitu mesopotamico. Al centro c'è un albero cosmico , immerso nella fecondità delle acque abissali e , poi, abbattuto e disseccato, per il peccato di orgoglio (Ez. 31: 3 - 9). Secondo la Genesi al centro (2 : 9) sta l'albero della conoscenza del bene e del male il cui frutto non deve essere mangiato dal primo uomo (2: 17). L'albero comunica, a chi ne mangia il frutto, la capacità di decidere da se stesso ciò che è bene e ciò che è male,e di agire di conseguenza:una rivendicazione di autonomia morale con la quale l'uomo rinnega la sovranità di Dio. (3. 6). Si parla inoltre anche di un " albero della vita " sulla via del quale sono posti i cherubini (3: 24). Il comando di Dio di non mangiare il frutto proibito (Gen. 3: 2) è disatteso da Adamo ed Eva che disubbidiscono peccando e condannando così l'umanità al peccato e di conseguenza alla morte ( Romani cap.5 ). Il Serpente tentatore è "il più astuto di tutti gli animali " (Gen. 3: 1) e sarà poi maledetto per l'eternità (Gen. 3 : 14 - 15). " Solo nel posteriore sviluppo delle dottrine giudaiche e cristiane, questo serpente sarà identificato con Satana o con il Diavolo"[5]. identificato nel cherubino presente nell'Eden che peccò di superbia in Ezechiele (28 : 11-15). Il profeta Isaia rappresenta il peccato come tentativo dell'uomo di diventare simile agli dei (14 : 12 - 15). Questo impulso peccaminoso diviene un rischio costante nelle creature umane secondo il libro di Giobbe (15: 24 - 26).

Notevoli sono i parallelismi con testi delle religioni della Mesopotamia che però non presentano il quadro storico-salvifico della Bibbia. Evidentemente si tratta di tradizioni comuni ai Semiti . Nell'epopea di Gilgamesh una delle sedi degli dei è la " Montagna dei Cedri " , custodita dal gigante Humbaba (V, 1, 6 - 8). Un'altra sede è visitata da Gilgamesh, oltre l 'Oceano che circonda le terre, dove gli alberi portano foglie e frutti di pietre preziose (IX, 5, 46 segg. ; analogie con la descrizione di Eden in Genesi ed Ezechiele). Inoltre la "pianta di vita " ha analogia con l' " albero della vita " biblico , anche se la " pianta di vita " non concede l'immortalità ma solo la giovinezza.

Il paradiso islamico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Janna.

Il paradiso islamico, o Janna, (جنّة, "giardino") è la "dimora finale" del "timorato di Dio", secondo il versetto 35 della sura coranica XIII.

Il Paradiso islamico assume una connotazione descrittiva e materialistica in base a quanto scritto nel Corano. I beati stanno in "giardini di delizie " , con "un calice di licor limpidissimo , chiaro, delizioso " tra " fanciulle , modeste di sguardo, bellissime di occhi, come bianche perle celate....." ( XXXVII, 40 - 50 ). Nei " giardini di Eden " ci saranno " frutta abbondanti e bevande ... " ( XXXVIII, 49 - 52). Per l'eternità " saran fatti circolare fra loro vassoi d'oro e coppe....." (XLIII, 71 - 73). "I timorati di Dio staranno in un luogo sicuro tra giardini e fontane, rivestiti di seta e di broccato... " (XLIV, 51 - 55). I beati " staranno in Giardini tra fonti d'acqua " ( LI, 15) ; saranno riuniti a quanti , fra i loro discendenti, avranno creduto ( LII, 21) ; saranno forniti , oltre che di frutta, di carne (LII, 22) ; saranno serviti da giovani " come perle nascoste" (LII, 24) ;saranno costituiti "in seggio di Verità, presso un Re potentissimo ! " (LIV, 55). Il paradiso di delizie è descritto anche nella sura LV (46-76). Nei Giardini "molti vi saranno degli antichi, pochi là vi saranno dei moderni" (LVI, 13-14) e sentiranno gridare "Pace! Pace!" (LVI, 25-26). Sui loro volti si vedrà un luminoso fiorire della gloria (LXXXIII, 24) e si abbevereranno alla stessa fonte dei Cherubini (LXXXIII, 25-28).

Nell'induismo[modifica | modifica wikitesto]

Nella tradizione induista esistono paradisi (svarga) o mondi celesti diversi, (sanscrito devaloka, "pianeta degli Dei"), in cui ogni dio accoglie i fedeli che hanno accumulato karma positivo e che li hanno adorati. Il paradiso è inteso come una tappa intermedia, differente dalla liberazione o "moksha"[6][7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. ad es. Genesi 2,9 laddove l'ebraico הגן (hag-gān, "del giardino") viene reso, nel greco antico proprio della Septuaginta, come του παραδείσου.
  2. ^
    « The earliest known description of a paradisial garden appears on a cuneiform tablet from protoliterate Sumer. It begins with a eulogy of Dilmun, a place that is pure, clean, and bright, a land of the living who do not know sickness, violence, or aging. It lacks one thing only: fresh water. This, however, is soon supplied by the sun god Utu at the command of the Sumerian water god Enki. Dilmun is thereby transformed into a garden with fruit trees, edible plants, and green meadows. Dilmun is a garden of the gods, not for humans, although one learns that Ziusudra, the Sumerian Noah, was exceptionally admitted to the divine paradise. »
    (Harry B. Partin, Encyclopedia of Religion, vol. 10. NY, Macmillan, 2004, p. 6981)
  3. ^
    (SUX)

    « dili-ni-ne dilmunki-a u3-bi2-in-nu2
    ki den-ki dnin-sikil-la ba-an-da-nu2-a-ba
    ki-bi sikil-am3 ki-bi dadag-ga-am3
    dilmunki-a ugamušen gu3-gu3 nu-mu-ni-be2
    darmušen-e gu3 darmušen-re nu-mu-ni-ib-be2
    ur-gu-la saĝ ĝiš nu-ub-ra-ra
    ur-bar-ra-ke4 sila4 nu-ub-kar-re
    ur-gir15 maš2 gam-gam nu-ub-zu
    šaḫ2 še gu7-gu7-e nu-ub-zu
    nu-mu-un-su2 munu4 ur3-ra barag2-ga-ba
    mušen-e an-na munu4-bi na-an-gu7-e
    tum12mušen-e saĝ nu-mu-un-da-RU-e
    igi-gig-e igi-gig-me-en nu-mu-ni-be2
    saĝ-gig-e saĝ-gig-me-en nu-mu-ni-be2
    um-ma-bi um-ma-me-en nu-mu-ni-be2
    ab-ba-bi ab-ba-me-en nu-mu-ni-be2
    ki-sikil a nu-tu5-a-ni iri-a nu-mu-ni-ib-sig10-ge
    lu2 id2-da bal-e ĝi6-de3 nu-mu-ni-be2
    niĝir-e zag-ga-na nu-um-niĝin2-niĝin2
    nar-e e-lu-lam nu-mu-ni-be2
    zag iri-ka i-lu nu-mu-ni-be2 »

    (IT)

    « Quando (Enki) da solo a Dilmun giaceva,
    il posto dove egli giaceva con sua moglie Ninsikila,
    quel posto era puro, quel posto era splendente.
    A Dilmun il corvo non gracchiava;
    l'uccello-dar (Francolinus francolinus) non gridava "Dar! Dar!";
    il leone non uccideva;
    il lupo non sbranava l'agnello;
    il cane non soggiocava le capre;
    il porco non mangiava l'orzo;
    alla vedova quando aveva sparso il malto sul tetto,
    gli uccelli non mangiavano il malto;
    la colomba non mangiava il seme;
    l'ammalato agli occhi non diceva: "Sono ammalato agli occhi!";
    colui che aveva mal di capo non diceva: "Ho male al capo!";
    la donna vecchia non diceva: "Sono una donna vecchia!";
    l'uomo vecchio non diceva: "Sono vecchio!";
    la vergine non trovava acqua nella città per bagnarsi;
    il traghettatore non diceva: "È mezzanotte!";
    l'araldo non andava in giro;
    il cantante non cantava [dicendo]: "Elulam!";
    fuori della città non si udivano pianti. »

    (Enki e Ninḫursaĝa, 8-28. Traduzione di Giovanni Pettinato, in I Sumeri, p.76)
  4. ^ Mario Liverani, Agricoltura e irrigazione nell'Antico Oriente, in Storia della economia mondiale, a cura di Valerio Castronovo, Laterza - Il Sole 24 Ore, 2009, vol. I, p. 57
  5. ^ Enciclopedia delle religioni, Valecchi
  6. ^ Anna Dallapiccola, Induismo. Dizionario di storia, cultura, religione,Pearson Paravia Bruno Mondadori, 2005
  7. ^ Jean L. Herbert, L'induismo vivente, Edizioni Studio Tesi, 1985, pag. 40

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