Ugolino della Gherardesca

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Ugolino della Gherardesca
Il conte Ugolino
Il conte Ugolino
Conte di Donoratico
In carica 1247-1289
Trattamento Conte
Nascita Pisa, 1210 circa[1]
Morte Pisa, 1289
Sepoltura Chiesa di San Francesco (Pisa)
Dinastia
Coa fam ITA della gherardesca.jpg
della Gherardesca
Padre Guelfo della Gherardesca
Madre Uguccionella Upezzinghi
Coniuge Margherita Pannocchieschi
Figli Emilia, Gaddo,
Guelfo (erede),
Matteo, Giovanna, Uguccione,
Gherardesca, Lotto, Banduccio
Religione Cattolicesimo

Ugolino della Gherardesca (Pisa, 1210Pisa, 1289) è stato un nobile e politico italiano ghibellino (parteggiò per i guelfi) e comandante navale del XIII secolo.

Auguste Rodin, il Conte Ugolino e i suoi figli, Musée d'Orsay, Parigi

Ugolino ricopriva un'importante serie di cariche nobiliari: era infatti Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia, e fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1º luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di capitano del popolo.

Gli attriti con Ruggieri degli Ubaldini (arcivescovo di Pisa nonché capofazione ghibellino) portarono la sua posizione a peggiorare a tal punto che finì con alcuni figli e nipoti rinchiuso in una torre, dove morì per inedia nel marzo 1289.

La sua figura fu rappresentata, vent'anni dopo, nel canto XXXIII dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

La storia[modifica | modifica sorgente]

Gioventù e passato militare[modifica | modifica sorgente]

Ugolino nacque a Pisa da una famiglia di origine longobarda, della Gherardesca, che grazie alle connessioni con la casata degli Hohenstaufen godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei ghibellini in Italia.

Stemma della famiglia della Gherardesca

Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa, che storicamente appoggiava l'Impero contro il Papato.

Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di frequentazioni e a un'amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie, Giovanna, andò in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura (un'altra sua figlia, Giacomina, sposò nel 1287 il Giudice di Arborea Giovanni). Tra il 1256 e il 1258 fu impegnato assieme a Gherardo della Gherardesca e gli alleati sardi in varie guerre contro il Giudicato di Cagliari di cui, a seguito della spartizione dello stesso nel 1258, ne ottenne una vasta porzione nella parte occidentale dove favorì la nascita dell'importante città mineraria di Iglesias . Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, e che finirono con l'arresto di Ugolino e l'esilio per Giovanni. Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato qualche anno dopo manu militari, grazie all'aiuto di Carlo I d'Angiò. In Sardegna risiedette soprattutto nel castello di Siliqua.[2]

Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, fece valere la propria formazione diplomatica e bellica: nel 1284 era uno dei comandanti della flotta della repubblica marinara, e ottenne piccole vittorie militari contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era scoppiata quello stesso anno. Partecipò anche alla battaglia della Meloria del 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla quale perse territorio e influenza.

Secondo alcune testimonianze dell'epoca, durante la battaglia, Ugolino non riuscì a concludere alcune manovre navali, in particolare il ritiro di alcuni vascelli da una parte dello specchio d'acqua per rinforzarne altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le forze a sua disposizione, e si generò il sospetto che fosse null'altro che un disertore, fermato più dal precipitare degli eventi che da un effettivo ripensamento.

Ascesa politica e trattative di pace[modifica | modifica sorgente]

Conclusa l'esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima podestà (1284) e poi capitano del popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti, Nino, suo nipote. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica: approfittando infatti della semi-distruzione della flotta pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città. Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto di poter contare su una personalità forte.

Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche della città. In qualità di uomo più influente di Pisa prese poi contatti coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di Lucca, e con questa convenne in segreto di lasciarle senza difesa. Alla conclusione dell'operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto, Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vico Pisano e Piombino.

I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara origine ghibellina, Ugolino decise non cedere alle richieste genovesi – il passaggio di mano della rocca di Castello di Castro, l'odierna Cagliari – in cambio dei prigionieri pisani per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l'umore di tutti, che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito uno scambio tanto disonorevole.

Potere assoluto e lotte intestine[modifica | modifica sorgente]

Il castello di Siliqua
(dimora del conte in Sardegna)

Curiosamente, l'insieme delle trattative riuscì ad accontentare chiunque all'infuori di Pisa, e a scontentare tutti i Pisani: i ghibellini cominciavano a guardarlo come un traditore in battaglia come in politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la "diserzione" della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi; i guelfi lo consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per le proprie origini ghibelline, dalla concessione facile nei confronti dei nemici e troppo avido di ricchezze e potere per costituire una guida sicura per la città.

Il duumvirato con Nino ebbe dunque vita breve: costui decise di appropriarsi del titolo di podestà insediandosi nel palazzo comunale, e si avvicinò alla maggioranza ghibellina entrando in contatto con l'arcivescovo, nonché capofazione del patriziato e dei sostenitori dell'Impero, Ruggieri degli Ubaldini.

Il conte reagì con assoluta fermezza: nel 1287 scacciò e fece demolire i palazzi di alcune famiglie ghibelline prominenti, occupò con la forza il palazzo del Comune, ne scacciò il nuovo podestà e si fece proclamare signore di Pisa.

Nell'aprile dello stesso anno giunse a Pisa una delegazione di ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei numerosi prigionieri della Meloria, per la cui liberazione si era deciso di abbassare il riscatto: anziché la cessione di Castello di Castro, Genova si sarebbe accontentata di una somma in denaro.

Ugolino della Gherardesca, all'apice del potere, vide però nel ritorno dei prigionieri una minaccia, tanto più che questi gli avevano giurato vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla legazione, che rientrò a Genova a mani vuote, le navi pisane cominciarono ad aggredire i mercantili genovesi nell'alto Tirreno, per mano dei corsari sardi.

Per scongiurare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia all'unità del proprio potere, fece rientrare in città alcune delle famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi), le cui milizie si unirono a quelle dei della Gherardesca: una mossa che valse una parziale pacificazione con Ruggieri degli Ubaldini, il quale fece finta di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro le forze politiche schierate contro di lui.

Esasperazione popolare e vendetta[modifica | modifica sorgente]

Un'incisione che ricostruisce l'aspetto della Torre della Fame (1865)

Esiliato il nipote, il conte Ugolino si permise il lusso di rifiutare un'alleanza con l'arcivescovo in un delicato momento per la storia della Repubblica: nel 1322 Pisa soffriva di un drammatico caroviveri, che limitava la circolazione delle merci e impediva l' approvvigionamento della popolazione. Il casus belli fu l'uccisione di un nipote dell'arcivescovo, perpetrata da Ugolino, che il 1º luglio 1288 si ritrovò coinvolto in una serie di attacchi. Catturato con i figli e i nipoti, fu rinchiuso nella Torre della Muda, una torre dei Gualandi. Per ordine dell'arcivescovo, nel 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell'Arno, e di lasciare i cinque prigionieri morire di fame. La stirpe Della Gherardesca sopravvisse grazie ad uno stratagemma dello stesso Ugolino che, saputo di dover essere imprigionato, sostituì i figli con quelli di una serva, consentendo al suo ramo familiare di non estinguersi.

La leggenda[modifica | modifica sorgente]

L'Ugolino di Carpeaux, al Petit Palais

Se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune prove storiografiche, la terribile fine del conte nei suoi tragici aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante Alighieri, che lo collocò nell'Antenora, ovvero il secondo girone dell'ultimo cerchio dell'Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII), tra i traditori.

« "Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gettò disteso a' piedi,
e disse: "Padre mio, ché non m'aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra il quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti
Poscia, più che il dolor, poté il digiuno."

Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti. »

(Inferno XXXIII, 67-78)

Secondo Dante, i prigionieri morirono per inedia lentamente e tra atroci sofferenze, e prima di morire i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni. Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un caso, il conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell'altro, resiste al dolore e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia a un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.

La prima conclusione, la più terrificante e raccapricciante, fu quella che convinse maggiormente l'ampio pubblico della Commedia, almeno inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle mani strappate a morsi ("ambo le man per lo dolor mi morsi", Inf XXXIII, 57) per la costernazione, come nella scultura I Cancelli dell'Inferno di Auguste Rodin, e Ugolino e i suoi figli di Jean-Baptiste Carpeaux. Studi più recenti hanno invece portato gli studiosi ad optare per la seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la fame che lo opprimeva da quasi una settimana. Inoltre gli studi delle ossa dei prigionieri possono far pensare che il cannibalismo non sia mai stato attuato[3].

Ugolino appare nell'Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che affonda i denti per l'eternità nel capo dell'arcivescovo Ruggieri.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

L'abitazione di Ugolino, sita sul Lungarno, dopo la sua morte, venne abbattuta e sul terreno venne sparso del sale, e venne proibita la costruzione di un qualsiasi edificio sulle proprietà della famiglia del conte. Ad oggi, è ancora l'unico spazio verde che si affaccia sull'Arno a Pisa, sulla riva meridionale del fiume (attuale Lungarno Galilei). Il palazzo chiamato oggi "palazzo fiumi e fossi" è al civico n.60 che circonda questo giardino è costruito sul corpo (alcuni dicono che il disegno fosse addirittura di mano di Michelangelo) di due antichi palazzi acquistati da due fratelli ebrei. La figlia di uno di questi a fine '800, mise nella disponibilità di un affarista lo stabile che ne fece alterni usi fino alla definitiva vendita all'inizio del '900. Il palazzo conserva begli affreschi dell'XVI secolo tra cui quello maestoso del primo piano e quello del piano terra chiamato "ciclo delle ninfe". Anche le scale sono coperte da decorazioni che ricordano quelle di castel sant'Angelo a Roma e restaurate negli anni 1980. Curiosità nella curiosità: l'affarista, dopo aver concluso la vendita chiese un supplemento di novemilalire per tenersi l'affresco a soggetto mitologico per poi rivenderlo al museo di Lipsia. Alla fine si accordarono per ulteriori tremilalire oltre la cifra pattuita perché "i Pisani non potevano perdere una tale bellezza".

Le recenti analisi[modifica | modifica sorgente]

Nel 2002, l'antropologo Francesco Mallegni trovò quelli che vennero considerati come i resti di Ugolino e dei suoi familiari. Le analisi del DNA delle ossa evidenziarono che si trattava di cinque individui di tre generazioni della stessa famiglia (padre, figli e nipoti), e ricerche effettuate sugli attuali discendenti dei della Gherardesca portarono alla conclusione che i resti umani appartenevano a membri della stessa famiglia, con uno scarto del 2%, fatto peraltro più che ovvio trattandosi di una cappella funeraria privata. Quindi l'identificazione è da ritenersi ragionevolmente sicura.

Il paleodietologo che seguì la ricerca non crede ci sia stato alcun cannibalismo: le analisi delle costole del presunto scheletro di Ugolino hanno rivelato tracce di magnesio ma non di zinco, che sarebbe invece evidente nel caso in cui avesse consumato carne nelle settimane prima del decesso.

Risulterebbe abbastanza evidente, invece, l'inedia di cui hanno sofferto le vittime prima della morte: Ugolino era un uomo molto anziano per l'epoca ed era quasi senza denti quando fu imprigionato, il che rende ancor più improbabile che sia sopravvissuto agli altri e abbia potuto cibarsene in cattività.[4][5].

Inoltre, Mallegni ha sottolineato che il più anziano degli scheletri aveva la scatola cranica danneggiata: se si trattava di Ugolino, si può affermare che la malnutrizione ha peggiorato sensibilmente le sue condizioni, ma non è stata l'unica causa di morte.

Tuttavia, nel 2008 la Soprintendente ai Beni Archivistici della Toscana Paola Benigni ha smentito tali teorie, dimostrando, attraverso un attento studio storico, che non si poteva trattare di Ugolino e famiglia[6].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ della Gherardesca, p. 83
  2. ^ Morea, p. 20
  3. ^ Francesco Mallegni, M. Luisa Ceccarelli Lemut. Il conte Ugolino di Donoratico tra antropologia e storia (2003)
  4. ^ Nicole Martinelli, "Dante and the Cannibal Count", Newsweek (1 February 2007).
  5. ^ Francesco Mallegni, M. Luisa Ceccarelli Lemut. Il conte Ugolino di Donoratico tra antropologia e storia (2003).
  6. ^ Paola Benigni, Massimo Becattini. Ugolino della Gherardesca: cronaca di una scoperta annunciata. Archeologia Viva n. 128 (2008)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Paola Benigni, Massimo Becattini. Ugolino della Gherardesca: cronaca di una scoperta annunciata. Archeologia Viva n. 128 (2008).
  • Thomas Caldecot Chub. Dante and His World. Boston: Little, Brown and Co. (1996).
  • Ugolino della Gherardesca, I della Gherardesca, ETS, Pisa 1995.
  • Joan M. Ferrante. The Political Vision of the Divine Comedy. Princeton: Princeton University Press (1984).
  • Robert Hollander. "Inferno XXXIII, 37-74: Ugolino's Importunity". Speculum 59 (July 1984), p. 549–55.
  • Robert Hollander. Circle 9 The Trustees of Princeton University (1997).
  • James Miller. Dante & the Unorthodox; The Aesthetics of Transgression. Waterloo, Canada: Wilfrid University Press (2005).
  • Gilbert, Allan H. Dante's Conception of Justice. Duke University Press, 1925.
  • Francesco Mallegni, M. Luisa Ceccarelli Lemut. Il conte Ugolino di Donoratico tra antropologia e storia, Pisa 2003. ISBN 88-8492-059-0.
  • Nicole Martinelli, "Dante and the Cannibal Count", Newsweek (1 February 2007).
  • Nicola Morea, Sette colpi al portone del castello di Siliqua, Scuola Sarda Editrice, Quartucciu (CA) 2011.
  • Guy P. Raffa. Circle 9, Cantos 31–34. University of Texas at Austin (2002).
  • Theodore Spencer. "The Story of Ugolino in Dante and Chaucer". Speculum 9 (July 1934), p. 295–301.
  • Paget Toynbee, A Dictionary of the Proper Names and Notable Matters in the Works of Dante, Oxford University Press (1968).
  • Frances A. Yates. "Transformations of Dante's Ugolino". Journal of the Warburg and Courtauld Institutes 14 (1951), p. 92 – 117.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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