Belisario

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Flavio Belisario
Meister von San Vitale in Ravenna 013.jpg
Presunto ritratto di Belisario in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna.
Nato 500 circa
Morto Costantinopoli, 565
Dati militari
Grado Generale bizantino
Guerre Guerra iberica (526-532)
Rivolta di Nika (532)
Guerra vandalica (533-534)
Guerra gotica (535-540 e 544-548)
Campagna contro i Persiani (541-542)
Campagna contro i Cutriguri (559)
Battaglie Battaglia di Dara (530)
Battaglia di Callinicum (531)
Battaglia di Ad Decimum (533)
Battaglia di Ticameron (533)
Primo assedio di Roma (537-538)
Secondo assedio di Roma (546)
Nemici storici Sasanidi, Vandali, Ostrogoti, Bulgari.

[senza fonte]

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Flavio Belisario (in latino: Flavius Belisarius; Germania, 500 circa – Costantinopoli, 565) è stato un generale bizantino, servì sotto Giustiniano I (527-565) ed è considerato uno dei più grandi generali bizantini[1].

Nato nella città di Germania nell'Illirico, Belisario intraprese la carriera militare, entrando a far parte dapprima delle guardie del corpo addette alla persona dell'Imperatore Giustino I (518-527) e poi diventando magister militum (generale). Si distinse nella guerra iberica contro i Sasanidi, per poi salvare il trono dell'imperatore Giustiniano sedando con successo la rivolta di Nika (532). Successivamente, Giustiniano gli affidò il comando delle sue grandi guerre di conquista in occidente: la prima, la guerra vandalica, combattuta contro il regno africano dei Vandali (533-534), la seconda, la guerra gotica, svoltasi nel regno d'Italia sotto il dominio degli Ostrogoti (535-540). Le due campagne ebbero buon esito: Belisario riuscì non solo a sottomettere tutto il Nord Africa e gran parte dell'Italia, ma anche a condurre il re vandalo Gelimero e il re goto Vitige in catene ai piedi di Giustiniano. In seguito alla vittoria africana, Giustiniano gli concesse il trionfo e l'onore del consolato per l'anno 535. Richiamato a Costantinopoli, fu inviato in Oriente contro i Persiani.

Dopo due anni di guerra contro i Sasanidi, Belisario venne inviato per la seconda volta in Italia (544). A causa della scarsità di uomini e mezzi fornitigli da Giustiniano, non riuscì però a contrastare efficacemente il nuovo re dei Goti Totila, che era riuscito a riconquistare quasi tutta la penisola. Tornato a Costantinopoli nel 548, ricoprì negli anni successivi alcuni incarichi di tipo religioso venendo inviato presso il Papa per cercare di convincerlo ad accettare la politica religiosa dell'imperatore (Tre Capitoli). Nel 559 fu di nuovo utile all'Impero riuscendo, alla testa di un esercito formato per lo più da contadini, a scacciare un'orda di barbari che stava devastando la Tracia mettendo in grande pericolo Costantinopoli.

Nonostante il suo grande contributo alla difesa dell'Impero, Belisario cadde più volte in disgrazia con l'imperatore: accusato di tradimento, venne però ogni volta riabilitato. Secondo una leggenda che prese vigore nel medioevo, Giustiniano avrebbe ordinato di accecarlo riducendolo ad un mendicante e lo avrebbe condannato a chiedere l'elemosina ai viandanti presso lo stadio di Costantinopoli. Sebbene la maggioranza degli storici moderni non dia credito alla leggenda, la storia della cecità divenne un soggetto popolare per i pittori del XVIII secolo. Divenne uso comune rievocare il nome di Belisario per ricordare (e condannare) l'ingratitudine mostrata da alcuni sovrani nei confronti dei loro servitori.[2]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Belisario nacque probabilmente a Germane o Germania, nei pressi del confine fra Illiria, Tracia e Macedonia.[3] Da giovane militò nell'esercito bizantino, facendo parte del corpo di guardia personale dell'Imperatore Giustino I.[4]

Sposò Antonina, figlia di un auriga e di un'attrice.[5] Ebbe da lei una figlia, Giovanna.[6] Belisario aveva anche un figliastro, Fozio, nato dal precedente matrimonio di Antonina.[7] Pare che avesse anche una figliastra:[8] infatti Ildigero, genero di Antonina, per essere tale doveva aver sposato una figlia di Antonina, che però è certo che non fosse Giovanna; ciò, unito all'affermazione di Procopio secondo il quale Antonina ebbe molti figli prima del matrimonio con Belisario[9], conferma l'esistenza implicita di una figliastra.

Guerra iberica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra iberica, Battaglia di Dara e Battaglia di Callinicum.
Schieramenti degli eserciti nella battaglia di Dara.

Le sue prime campagne militari avvennero intorno al 526, quando, insieme al suo collega Sitta, condusse i suoi uomini a compiere un'incursione nell'Armenia persiana, dalla quale si ritirarono con un grosso bottino e con molti prigionieri.[4] Una seconda campagna in Armenia, avvenuta poco tempo dopo, fu invece fallimentare, dato che le truppe di Belisario e Sitta vennero sconfitte dalle truppe sasanidi condotte da Narsete e Arazio, che non molto tempo dopo passarono dalla parte bizantina.[4] Nel 527, a seguito della morte di Giustino, il nuovo imperatore Giustiniano I nominò Belisario Dux Mesopotamiae, con il compito di respingere le incursioni provenienti dalla Persia. Uno dei suoi primi incarichi fu quello di costruire una fortezza a Mindouos, ma non fu possibile portare a termine i lavori di fortificazione a causa dell'intervento di truppe sasanidi, che sconfissero le truppe di Belisario e rasero al suolo la fortificazione.[10] Nel 529 ottenne la prestigiosa carica militare di magister militum per Orientem.

Nel giugno del 530 Belisario condusse l'esercito bizantino ad una vittoria sui Persiani nella battaglia di Dara: le insegne della Persia vennero conquistate, gli Immortali (le guardie del re persiano) fuggirono ed 8.000 persiani perirono nello scontro.

Successivamente, nel 531, i Persiani invasero la Siria dal lato del deserto: il loro obbiettivo era saccheggiare le città siriane e soprattutto la più importante di esse, Antiochia.[11] Non poterono però portare a compimento il loro obbiettivo perché alla notizia dell'invasione Belisario, forte di 20.000 uomini, mosse contro di loro e i Persiani, ritenendo poco prudente affrontare in battaglia Belisario, decisero allora di ritirarsi dalla zona; parimenti anche il generale bizantino riteneva temerario affrontare in battaglia i Sasanidi, e si accontentava della loro ritirata. Avrebbe potuto ottenere così una vittoria senza perdite, ma l’esercito, che intendeva affrontare i Persiani in battaglia, gli diede del codardo. A sua difesa, il condottiero pronunciò il seguente discorso:

« O Romani, dove state andando di corsa? Cosa vi è accaduto per farvi scegliere un pericolo che non è necessario? Gli uomini credono che ci sia soltanto una vittoria che sia genuina, vale a dire non soffrire danno per mano del nemico, e questa cosa ci sta accadendo ora grazie alla fortuna e al timore di noi che domina i nostri nemici. Di conseguenza è meglio godere il beneficio delle nostre attuali preghiere che cercarle, quando sono passate. I Persiani, infatti, guidati da molte speranze, hanno intrapreso una spedizione contro i Romani ed ora, avendo perso tutto, stanno battendo in una ritirata affrettata. Di conseguenza se li costringiamo contro la loro volontà ad abbandonare il loro proposito di ritirarsi ed a venire a battaglia con noi, non otterremo alcun vantaggio se vinceremo (perché, del resto, uno dovrebbe sconfiggere un fuggitivo?), mentre se dovessimo perdere, cosa che può accadere, noi saremo privati della vittoria che ora abbiamo ottenuto, non essendone derubati dal nemico, ma avendola gettata via noi stessi, ed inoltre abbandoneremo la terra dell'imperatore aperta in futuro agli attacchi del nemico senza difensori. Inoltre anche questo vale la vostra considerazione, che Dio è sempre solito soccorrere gli uomini in pericoli che sono necessari, non in quelli che scelgono per se stessi. Oltre a questo avverrà a tal proposito che coloro che non possono andare da nessuna parte rivestiranno la parte degli uomini coraggiosi anche contro la loro volontà, mentre gli ostacoli che ci verranno incontro nello scontrarci con loro sono molti; tantissimi, infatti, siete venuti a piedi e tutti noi stiamo digiunando. Mi astengo dall’accennare che alcuni non sono ancora arrivati »
(Procopio, La Guerra Persiana, I, 18)

Ma l’esercito non venne persuaso da tale discorso e Belisario fu dunque costretto dai suoi ad affrontare il nemico della battaglia di Callinicum. La battaglia venne persa dai Bizantini a causa della diserzione degli Arabi cristiani facenti parte dell’esercito bizantino[12]; tuttavia anche i Persiani persero molti uomini, tanto che il generale persiano Azarete non ottenne nessun premio per la vittoria ma fu anzi da allora considerato dal re persiano tra i più indegni, giacché non solo non aveva conquistato nessuna fortezza ma aveva anche perso parecchi uomini nella battaglia di Callinicum.[12] L'esito della battaglia comunque costò caro anche a Belisario, che, in seguito a un'indagine condotta da Costanziolo sulle cause della sconfitta, fu rimosso dal comando dell'esercito d'Oriente e richiamato a Costantinopoli.[13] La sconfitta subita non compromise però la guerra per i Bizantini e nel 532 Giustiniano firmò la cosiddetta «pace eterna» con i Persiani, che pose fine alla guerra iberica.

Rivolta di Nika[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta di Nika.
Auriga del circo. Le fazioni del circo generarono enormi disordini a Costantinopoli, minacciando persino di deporre Giustiniano.
Corsa dei carri.

L'11 gennaio 532 aveva un ruolo da ufficiale quando, all'inaugurazione dei giochi di Costantinopoli, scoppiò la rivolta di Nika; essa prese spunto dalle rivalità presenti fra le diverse tifoserie nelle corse dei carri al Circo.[14] I disordini che ne scaturirono durarono sei giorni, ed arrivarono quasi a rovesciare il trono dell'imperatore Giustiniano I; i ribelli avevano proclamato imperatore Ipazio, nipote dell'imperatore Anastasio (491-518), e Giustiniano, ormai sfiduciato, aveva deciso di abbandonare il trono e la capitale; tuttavia un discorso di Teodora, nel quale l'Augusta dichiarava di preferire la morte all'esilio e alla perdita della dignità regale, fu sufficiente a convincere l'Imperatore a non arrendersi; egli dunque ordinò a Belisario e al magister militum per Illyricum, Mundo, di reprimere nel sangue la rivolta. L'impresa ebbe successo, come narra Procopio:

« Quando Ipazio raggiunse l’Ippodromo, [...] si mise sul trono imperiale da cui l'imperatore solitamente osserva le gare ippiche ed atletiche. Mundo uscì dal Palazzo tramite la porta che [...] è chiamata la Chiocciola. Belisario nel frattempo cominciò inizialmente ad andare diritto verso Ipazio stesso ed il trono imperiale, quando, però, raggiunse l’edificio contiguo in cui [...] risiede un corpo di guardia, cominciò a gridare ai soldati comandando loro di aprirgli la porta il più rapidamente possibile, affinché potesse andare contro il tiranno. Ma [...] finsero di non sentire e così lo lasciarono fuori. Pertanto Belisario ritornò dall'imperatore e dichiarò che [...] i soldati che custodivano il Palazzo [...] erano in rivolta contro di lui. L'imperatore quindi gli comandò d’andare alla cosiddetta Porta di Bronzo ed ai propilei che si trovano là. Così Belisario, [...] attraversando luoghi coperti dalle rovine e costruzioni semi-bruciate, arrivò all’Ippodromo. Quando raggiunse il Portico degli Azzurri [...], decise per prima cosa d’avanzare contro Ipazio stesso; ma poiché c’era una porticina là che era stata chiusa ed era custodita dai soldati di Ipazio che erano all'interno, temette che la folla piombasse su di lui mentre stava lottando in uno spazio stretto, e dopo avere distrutto sia lui sia tutti i suoi uomini, procedesse con minor difficoltà e più sicurezza contro l'imperatore. Decise, quindi, di andare contro la [...] gran folla che s’era ammassata in gran disordine: [...] avendo comandato agli altri di fare lo stesso, gridando si scagliò contro di quelli. Il popolino, [...] alla vista dei soldati corazzati che avevano una gran reputazione di coraggio e d’esperienza in guerra, [...] batté in ritirata. [...] Mundo [...] era desideroso di associarsi alla lotta[...]; [...] immediatamente entrò nell’Ippodromo attraverso l'entrata che è chiamata la Porta della Morte. Allora effettivamente i partigiani di Ipazio furono assaliti da entrambi i lati con forza ed annientati. Quando la disfatta fu completa e già c’era stato un grande massacro di popolani, Boraide e Giusto, nipoti dell'imperatore Giustiniano, [...] trascinarono Ipazio giù dal trono e, portatolo dentro, lo consegnarono all'imperatore insieme a Pompeo. Quel giorno tra i popolani morirono più di trentamila persone. L'imperatore ordinò che i due prigionieri fossero messi sotto stretta sorveglianza. [...] Entrambi furono uccisi il giorno seguente dai soldati che gettarono i loro corpi in mare. [...] Questa fu la conclusione dell’insurrezione a Bisanzio. »
(Procopio, De bello Persico, I, 24. Traduzione di Antonino Marletta.)

Campagna d'Africa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra vandalica.
L'Impero nel 565, alla morte di Giustiniano.

Le sue capacità gli valsero il comando di una grande spedizione contro il regno dei Vandali, organizzata nel 533-534. I Bizantini, all'interno del progetto di Giustiniano di recuperare l'egemonia imperiale romana sulle regioni del Mediterraneo (Renovatio Imperii), possedevano motivazioni sia politiche, sia militari per imbastire e implementare un tale piano di conquista. Il re vandalo Ilderico, favorevole all'autorità di Costantinopoli, era stato deposto e assassinato dall'usurpatore Gelimero, fornendo a Giustiniano un pretesto legale per intervenire.[15] In ogni caso Giustiniano voleva il controllo del territorio dei Vandali nel Nord Africa, vitale per garantire ai Bizantini l'accesso al Mediterraneo occidentale.

Nella tarda estate del 533 Belisario salpò per l'Africa e sbarcò nella città di Leptis Magna (nell'odierna Libia), a partire dalla quale marciò lungo la costa verso la capitale dei Vandali, Cartagine. A dieci miglia da Cartagine le forze di Gelimero (che aveva appena ucciso Ilderico) e quelle bizantine si scontrarono nella battaglia di Ad Decimum il 13 settembre 533. I Bizantini rischiarono la sconfitta, e la battaglia fu in stallo per lungo tempo. Gelimero aveva scelto bene la posizione da cui cominciare l'attacco e riuscì a raccogliere alcuni successi lungo la strada principale. I Bizantini d'altro canto sembravano dominare su entrambi i lati della strada stessa. Al culmine della battaglia Gelimero fu distratto dalla notizia della morte di suo fratello in battaglia. Lo sbandamento che seguì consentì all'esercito del generale bizantino di ricompattarsi, di vincere la battaglia e di conquistare Cartagine. Vi fece il suo ingresso trionfale domenica 15 ottobre 533, accompagnato dalla moglie Antonina, avendo scelto di risparmiare Cartagine dal saccheggio e dal massacro. Una seconda vittoria nella battaglia di Ticameron il 15 dicembre costrinse Gelimero alla resa, che avvenne all'inizio del 534 sul Monte Papua.[16] Le province del Nord Africa, la Sardegna, la Corsica e le Isole baleari ritornarono così sotto il dominio romano.[17]

Tuttavia i successi di Belisario suscitarono l'invidia dei sottufficiali, che diffusero la voce, giunta anche alla corte di Giustiniano, che il condottiero aspirasse al trono d'Africa; Giustiniano lo pose di fronte a una scelta: o ritornare immediatamente a Costantinopoli con Gelimero e gli altri prigionieri, conducendo i proventi della conquista, o rimanere in Africa inviando Gelimero, assieme al bottino e ai prigionieri a Bisanzio.[18] Il generale, venuto a conoscenza delle voci infamanti sul proprio conto, decise di ritornare immediatamente a Costantinopoli per non rinfocolare i sospetti.[18] Affidò dunque il governo delle regioni africane all'eunuco Salomone, e partì alla volta di Costantinopoli.[18][19] Un ritorno così rapido alla capitale persuase Giustiniano dell'infondatezza delle accuse a carico del generale e concesse a Belisario il trionfo.[20]

Un tipico trionfo romano. Dipinto di Rubens, National Gallery, Londra.

Era la prima volta dai tempi di Augusto che un cittadino privato riceveva tale onore. La processione trionfale partì dalla casa di Belisario e si diresse verso l'ippodromo, dove il comandante vittorioso si sarebbe prostrato di fronte a Giustiniano e all'imperatrice Teodora.[20] Al conquistatore dell'Africa non venne però concesso l'uso di un carro trainato da elefanti, come in un trionfo normale; egli marciò a piedi alla testa dei suoi compagni; immediatamente dopo seguivano le prede di guerra e subito dopo i prigionieri vandali; tra questi, era facilmente distinguibile il loro re, Gelimero, vestito di porpora.[21] Arrivato all'ippodromo, Belisario si prostrò di fronte ai sovrani.

Nel 535 venne nominato console.[20]

Prima Campagna d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Conquista della Sicilia e ribellione in Africa (535-536)[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione di Belisario a Palazzo Beneventano del Bosco, a Siracusa.

Giustiniano decise di restaurare quanto più possibile dell'Impero romano d'Occidente. Nel 535 ordinò a Belisario di attaccare gli Ostrogoti. Ricevuta la carica consolare, Belisario salpò per l'Italia alla testa di 7.200 cavalieri e di 3.000 fanti.[22][23] Il generale bizantino conquistò in breve tutta la Sicilia. In particolare, la conquista di Palermo venne raggiunta grazie ad un'astuzia: le scialuppe vennero issate con funi e carrucole fino alla cima degli alberi delle navi, e furono stipate di arcieri, che da quella posizione dominante sovrastavano le mura della città.[23][24] Giunto a Siracusa, Belisario, per celebrare il suo ultimo giorno da console, distribuì trionfante medaglie d’oro alla plebe che, essendo scontenta della dominazione gota, lo aveva accolto da liberatore.[23][25] Belisario svernò a Siracusa, nel palazzo degli antichi re della città.[23][25]

In primavera fu però costretto ad interrompere la sua avanzata in Italia per recarsi in Africa a sedare una seria rivolta dell’esercito africano. Giunto a Cartagine con 1.000 soldati, ottenne subito dei successi sui ribelli;[25][26] tuttavia, prima di ottenere una vittoria definitiva sui rivoltosi, venne richiamato in Sicilia per sedare un’altra rivolta scoppiata in sua assenza.[26][27] La rivolta in Africa venne poi sedata definitivamente dal cugino di Giustiniano, Germano.

Nel frattempo, il Re dei Goti Teodato, temendo di fare la fine di Gelimero, accettò di cedere all'Impero d'Oriente la Sicilia e sembrava addirittura disposto a cedere l’Italia intera ai Bizantini in cambio di una pensione di 1.200 libbre d'oro.[28] Tuttavia la notizia della sconfitta inflitta ai Bizantini in Dalmazia indusse Teodato a rivalutare tale scelta e a respingere gli ambasciatori bizantini a lui inviati per concludere la pace. La guerra di conseguenza continuò.[29][30]

Presa di Napoli e Roma (536-537)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Napoli (536).

Belisario, dopo aver sottomesso la Sicilia, si preparava ad invadere anche la penisola italiana; salpando da Messina, fece rotta verso Reggio Calabria, dove era pronto ad attenderlo un esercito goto sotto il comando di Ebermore, il genero di Teodato; tuttavia Ebermore non oppose resistenza e disertò.[31][32] Belisario si diresse poi verso Napoli, non trovando quasi alcuna opposizione: gli abitanti, scontenti del malgoverno goto, si arresero facilmente ai Bizantini, adducendo come pretesto il cattivo stato delle mura.[31][32]

Durante l’assedio di Napoli, Belisario diede udienza ai deputati del popolo, che lo esortarono a cercare il re goto, vincerlo, e dopo rivendicare come proprie Napoli e le altre città, invece di perdere tempo ad assediarla.[33] Belisario rispose:[33]

« Quando tratto con i miei nemici sono più assuefatto a dare che a ricevere consiglio: tengo in una mano l’inevitabile rovina di Napoli e nell’altra la sua pace, e la libertà, come ora gode la Sicilia. »
(Tamassia, op. cit., p. 59.)

Ma la città resistette, e dopo 20 giorni di assedio Belisario sembrava quasi pronto a rinunciare alla presa di Napoli;[34] ma un isaurico facente parte dell’esercito bizantino riferì al suo generale l’esistenza di un acquedotto da cui si poteva aprire un passaggio per entrare in città; la notte successiva dunque 400 soldati bizantini entrarono nel cuore della città attraverso l'acquedotto e riuscirono nell’impresa di aprire le porte ai loro compagni.[35] Fu allora che avvenne il saccheggio della città, che, seppur cruento, fu in parte limitato per volontà di Belisario: egli disse ai suoi di fare incetta di oro e argento, premio per il loro valore, ma di risparmiare gli abitanti, che erano cristiani come loro.[35] Tuttavia va detto che prima che le parole di Belisario fermassero i soldati, numerosi napoletani erano già stati massacrati.[35]

Nel frattempo Teodato, a causa della sua inazione e sospettato di tradimento, venne ucciso e gli succedette Vitige.[36] Belisario, dopo aver fatto fortificare Cuma e Napoli,[37] si diresse verso Roma dove, nel 536, venne acclamato come un liberatore, e gli furono aperte le porte nonostante la presenza delle guarnigioni di Ostrogoti in città.[38] Il Capitano della guarnigione gota, Leutari, venne inviato a Costantinopoli per consegnare le chiavi della Città Eterna a Giustiniano.[38] La liberazione di Roma dai barbari venne festeggiata con i Saturnalia, e ad essa fecero subito seguito la sottomissione di città come Narni, Perugia e Spoleto.[39]

Assedio di Roma (537-538)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Roma (537-538).
Pianta delle mura di Roma durante l'assedio del 537-538 comprendente anche gli accampamenti goti.

Vitige, tuttavia, non era disposto ad arrendersi, e preparava la riconquista di Roma. A due miglia da Roma, vi fu un aspro combattimento tra Bizantini e Goti: alla fine prevalsero i Bizantini, che uccisero più di mille Goti e li costrinsero alla fuga.[40] Si diffuse il timore, poi rivelatosi falso, che Belisario fosse morto in battaglia:[40] in realtà il generale era solo ferito.[40] I Goti, tuttavia, non si arresero e tornarono ad assediare la città: l’assedio durò per un anno e fallì.[41] I Goti furono costretti a ritirarsi con gravi perdite (si dice che circa 1/3 dell’esercito goto andò distrutto).[42]

Essendo in inferiorità numerica (5.000 bizantini contro 30.000 goti), Belisario decise di attuare la sua tattica preferita, ovvero evitare di affrontare per quanto possibile in uno scontro aperto il nemico ma piuttosto rinserrarsi in una fortezza ben protetta e logorare il nemico assediante conducendo azioni di guerriglia.[43] La tattica funzionò e nel 18º giorno di assedio un assalto alle mura da parte dei Goti fu respinto infliggendo al nemico pesanti perdite; da quel momento in poi i Goti non osarono più assaltare le mura, preferendo piuttosto cercare di spingere il nemico alla resa per fame, bloccando i rifornimenti alla città assediata con l'occupazione di Porto. La superiorità della flotta imperiale su quella gota permise comunque alla città di ricevere rinforzi e rifornimenti anche nei momenti peggiori.[43]

Durante l’assedio della città il popolo patì la fame per il progressivo esaurirsi delle riserve di cibo; Belisario cercò di fare quello che poté per soddisfare i bisogni dei Romani ma rigettò con disdegno la proposta di capitolare al nemico.[44] Prese severe precauzioni per assicurarsi la fedeltà dei propri uomini: cambiava due volte al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della città,[44] ed essi venivano sorvegliati da cani e altre guardie per prevenire un eventuale tradimento.[45][46] Quando venne intercettata una lettera che assicurava al re dei Goti che la porta Asinaria sarebbe stata segretamente aperta alle sue truppe,[45] Belisario bandì numerosi senatori; inoltre convocò nel suo ufficio (Palazzo Pinciano) papa Silverio, e gli comunicò che per decreto imperiale non era più papa e che era stato condannato all'esilio in Oriente.[46][47] Al posto di Silverio venne nominato Papa Vigilio, che aveva comprato la nomina al soglio pontificio per 200 libbre d’oro.[47] Belisario nel fare ciò obbediva agli ordini dell’imperatrice Teodora, che voleva un papa contrario alle tesi propugnate al Concilio di Calcedonia.[47]

Belisario chiese urgentemente all'Imperatore nuovi rinforzi, poiché le truppe a sua disposizione non erano sufficienti per soggiogare l'Italia:[48][49]

« Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza l’Italia, la Campania, e la città di Roma. […] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine può alla fine prevalere. […] Permettetemi di parlarvi con libertà: se volete che viviamo, mandateci viveri, se desiderate che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli e uomini. […] Quanto a me la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se […] la mia morte contribuirà alla gloria e alla prosperità del vostro regno. »
(Procopio, De Bello Gothico, I, 24.)

Giustiniano rispose alle richieste del suo generale inviando in Italia 1.600 mercenari tra Slavi e Unni, sotto il comando dei generali Martino e Valente. In seguito vennero inviati anche 3.000 Isauri e più di 2.000 cavalli.[50] Tutti questi rinforzi si riunirono a Roma. Sentendosi più sicuro, Belisario continuò ad attuare la sua tattica di logoramento, inviando di volta in volta piccoli reggimenti di arcieri a cavallo fuori le mura a combattere brevi scontri contro il nemico, raccomandando loro di tenersi a distanza dal nemico usando solo frecce e di tornare dentro le mura non appena queste fossero finite. Grazie alla superiorità degli arcieri a cavallo bizantini, contro i quali i mal equipaggiati e appiedati arcieri goti non potevano competere, i Bizantini uscirono complessivamente vincitori nei 69 combattimenti svoltisi fuori le mura nel corso dell'assedio.[51]

Nel frattempo, Belisario diede udienza ad alcuni ambasciatori goti: quest’ultimi, in cambio della pace, erano disposti a cedere la Sicilia ai Bizantini; all'udire la proposta, Belisario li canzonò:[52]

« L’imperatore non è meno generoso e in contraccambio di un dono, che voi più non possedete, vi regala un'antica provincia dell’Impero: rinunzia egli ai Goti la sovranità dell’isola britannica. »
(Procopio, De Bello Gothico, II, 6.)

Belisario, pur rifiutando l’offerta di un tributo, permise agli ambasciatori goti di parlare con Giustiniano, che concesse loro una tregua di tre mesi, che durò per tutto l’inverno.[53]

Durante la tregua, Belisario decise di creare un diversivo in modo che i Goti levassero l'assedio:[54] egli infatti ordinò a Giovanni il Sanguinario di conquistare il Piceno, provincia che conteneva molte ricchezze e che era stata sguarnita dai Goti per tentare la presa di Roma.[55]

Vitige, venuto a conoscenza che Giovanni aveva conquistato il Piceno e concentrato le sue ricchezze nelle mura di Rimini, decise di togliere l'assedio. Dopo un anno e nove giorni di assedio, i Goti si ritirarono dalle mura della Città Eterna.[54]

La rivalità con Narsete, l'invasione dei Franchi e la presa di Ravenna (538-540)[modifica | modifica sorgente]

Durante la tregua, Belisario aveva inviato un esercito di 1.000 uomini a sottomettere la provincia di Liguria, compresa Milano. In breve tempo tutta la provincia venne occupata dagli imperiali ma Vitige reagì prontamente all'iniziativa bizantina inviando un esercito rinforzato da 10.000 Burgundi a recuperare Milano; successivamente tentò di recuperare Rimini assediandola ma in soccorso di Giovanni il Sanguinario arrivò da Costantinopoli il generale eunuco Narsete con 2.000 mercenari eruli e 5.000 Bizantini,[56] che costrinse i Goti a togliere l'assedio alla città. Vitige fu costretto a ritirarsi a Ravenna.

Nel frattempo sorse anche la rivalità tra Belisario e Narsete: il primo era intenzionato ad intraprendere l'assedio di Osimo e al contempo inviare delle truppe a liberare Milano dall'assedio goto, mentre il secondo riteneva più opportuno intraprendere la conquista dell'Emilia.[57] Quando Belisario rifiutò la proposta di Narsete, quest'ultimo gli rinfacciò di non stare agendo negli interessi dell'Impero mostrandogli una lettera di Giustiniano in cui l'Imperatore obbligava l'eunuco a obbedire al suo generalissimo tranne nei casi di vantaggio pubblico; questa eccezione permise a Narsete di fare spesso di testa sua, disobbedendo agli ordini di Belisario quando riteneva che questi non stesse agendo negli interessi dell'Impero.[58] Ciò permise a Narsete di conquistare l'Emilia ma disunì anche l’esercito, con una fazione dalla parte di Belisario e un’altra dalla parte di Narsete, rendendo più difficoltosa la conquista dell’Italia e causando, tra l'altro, l'espugnazione e la distruzione di Milano da parte gota.[59] Alla fine Giustiniano, comprendendo come fosse deleteria la rivalità tra Belisario e Narsete, decise di richiamare l’eunuco a Costantinopoli, ridando così a Belisario il completo controllo dell’esercito.[60]

A questo punto il settentrione d'Italia venne invaso dai Franchi che misero a ferro e a fuoco la Liguria e l'Emilia. Essi vennero però costretti a ritirarsi a causa di un'epidemia di dissenteria, che decimò il loro esercito.[61] Una volta svanita la minaccia franca, Belisario poté concentrarsi sulla conquista dell'Italia intera. Durante l'assedio di Osimo rischiò tuttavia di perdere la vita, ma si salvò grazie al gesto eroico di un soldato che si frappose tra Belisario ed un dardo scoccato in direzione del generale bizantino, rimettendoci una mano.

Belisario attaccò nel 540 Ravenna, capitale degli Ostrogoti; tuttavia durante l'assedio della città ricevette la notizia che Giustiniano aveva firmato un trattato di Pace con i Goti, che stabiliva che questi ultimi avrebbero ceduto ai Bizantini solo l'Italia al Sud del fiume Po mentre la Gallia cisalpina (Italia al nord del Po) sarebbe rimasta in loro possesso.[62][63] Belisario rifiutò questo trattato, essendo determinato a condurre Vitige in catene ai piedi di Giustiniano. I Goti allora proposero a Belisario di diventare loro re al posto di Vitige. Belisario finse di accettare la proposta, allo scopo di farsi aprire le porte di Ravenna, per poi consegnarla ai Bizantini.[63] Vitige venne fatto prigioniero ed inviato con la consorte e il tesoro dei Goti a Costantinopoli.[63]

Seconda campagna sasanide[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne siriano-mesopotamiche di Cosroe I del 540-545.
Gli Imperi romano-orientale e sasanide sotto il regno di Giustiniano

██ Impero romano d'Oriente

██ Conquiste di Giustiniano

██ Impero sasanide

██ Vassalli dei Sasanidi

L'offerta degli Ostrogoti forse accrebbe i sospetti nella mente di Giustiniano, e Belisario fu richiamato in Oriente per contrastare la conquista persiana della Siria, una provincia determinante per l'Impero.[64] Il re di Persia Cosroe I, dopo aver ricevuto degli ambasciatori goti che lo persuasero a dichiarare guerra all'Impero, aveva invaso la Siria, espugnando, tra le varie città, Antiochia (540). Belisario condusse una breve campagna contro i Persiani nel 541-542, ottenendo un limitato successo. Inviate delle spie in Persia, venne da esse informato che i Persiani erano impegnati contro gli Unni, e cercò di approfittarne:[65] il suo esercito, rinforzato dalle truppe di Areta (formate per lo più da Arabi), penetrò quindi in territorio sasanide, nonostante le proteste dei due duci della Fenicia Libanense, che non volevano sguarnire la loro provincia di truppe. I due duci, Teotisto e Recitango, temevano che la loro provincia potesse venire attaccata dagli Arabi di Alamundaro, ma Belisario riuscì a persuaderli dell'infondatezza dei loro timori, dato che in Arabia era in corso il periodo della «tregua sacra» durante il quale gli Arabi non potevano fare guerre.[66]

Da Dara si diresse verso Nisibi, che tentò invano di espugnare: la città era troppo ben difesa dai Persiani, ed un attacco non ebbe successo.[67] Dopo tale fallimento, Belisario intraprese l'assalto delle mura di Sisauranon, ma anche questo venne respinto con pesanti perdite. Il generale bizantino, contrario ad ogni resa, decise però di continuare ad assediare la città; nel frattempo inviò Areta e i suoi Arabi a saccheggiare l'Assiria. Infine la fortezza si arrese al nemico; gli abitanti vennero risparmiati in quanto cristiani, ma la città venne rasa al suolo.[68] L'eccessiva durata dell'assedio e il caldo torrido avevano tuttavia fatto ammalare molti soldati bizantini, abituati al clima gelido della Tracia; per giunta Areta tardava ad arrivare.[68] Su pressanti richieste dei suoi uomini, Belisario fu dunque costretto a ritornare con tutto l'esercito a Costantinopoli,[68] dove trascorse l'inverno del 541-542.[68]

Procopio, nella sua Storia segreta, accusa Belisario di non essersi allontanato dalla frontiera a non più di un giorno di marcia per questioni di famiglia riguardanti l'infedeltà coniugale della moglie Antonina, che aveva un amante di nome Teodosio. Procopio narra che Belisario, saputo dal figliastro Fozio dell'infedeltà della moglie, la pose sotto stretta sorveglianza, facendo preoccupare l'imperatrice Teodora, che gli ordinò infine di portare Antonina a Costantinopoli; alla fine il generale bizantino venne costretto da Teodora a riconciliarsi, controvoglia, con la moglie infedele.

Nella campagna del 542 Cosroe invase l'Eufratense. Quando la notizia giunse a Costantinopoli, Giustiniano inviò di nuovo Belisario in Persia; radunato un esercito a Europum, sull'Eufrate, Belisario ricevette Abandane, un inviato di Cosroe I, mostrandogli la forza delle sue armi; Abandane, impressionato, convinse Cosroe a ritirarsi dalla zona invasa. Questa fu la conclusione dell'ultima campagna militare condotta da Belisario contro i Persiani. Nel 545, quando il generale bizantino era già in Italia, la guerra si concluse con una tregua (corroborata dal pagamento di una cospicua somma di denaro: 20 centenaria), che prevedeva la rinuncia da parte persiana di attaccare il territorio bizantino per i cinque anni successivi.[69]

Accuse di tradimento[modifica | modifica sorgente]

L'Imperatrice Teodora causò la caduta in disgrazia di Belisario.

Giustiniano fu colpito dalla peste e si temeva la sua morte, che sembrava ormai imminente. Alcuni comandanti dissero che se a Bisanzio i Romani si fossero dati per Imperatore un altro Giustiniano, loro non sarebbero stati al gioco.[70] Quando l'Imperatore guarì, due generali affermarono che Belisario e Buze avrebbero detto le parole sopra riportate. L'Imperatrice Teodora, che percepiva in quelle parole una trasparente allusione a lei, convocò Belisario e Buze: quest'ultimo venne rinchiuso in un sotterraneo dove visse per due anni e quattro mesi in condizioni disumane; quando uscì era fisicamente distrutto.[70] Contro Belisario non fu provata nessuna delle accuse ma l'Imperatore, su pressioni di Teodora, lo rimosse dal comando dell'esercito orientale e ordinò che gli ufficiali e gli eunuchi di palazzo si spartissero ai dadi le sue guardie del corpo e i suoi servi; a Belisario vennero inoltre confiscate le sue ricchezze in Oriente, e fu proibito ai suoi amici di andarlo a trovare.[70]

Un giorno arrivò a casa di Belisario un tal Quadrato che gli consegnò una lettera dell'Imperatrice:[70]

« Sai bene, caro, come mi hai trattata. Ma sono molto obbligata verso tua moglie: ho deciso di lasciar cadere le imputazioni a tuo carico e le faccio dono della tua vita. Da questo istante stai pure tranquillo per la tua salvezza e i tuoi soldi. Ora staremo a vedere come ti comporterai con lei. »
(Procopio, Storia Segreta, 7.)

A parte trenta centenari d'oro, che passarono all'Imperatore, Belisario riottenne le sue ricchezze.[70] Il generale bizantino pensava di riottenere il controllo dell'esercito orientale contro i Persiani, ma Antonina non voleva saperne di ritornare in Persia perché, a suo dire, proprio lì aveva ricevuto le peggiori umiliazioni.[71] Belisario venne quindi inviato in Italia contro il re dei Goti Totila.

Seconda campagna d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Totila.
Totila fa distruggere la città di Firenze.

Belisario tornò nel 544 in Italia, dove trovò una situazione radicalmente cambiata. Nel 541 gli Ostrogoti avevano eletto Totila loro nuova guida, ed avevano organizzato una vigorosa campagna contro i Bizantini, riconquistando tutto il settentrione d'Italia.

Belisario organizzò la spedizione a proprie spese e, con un esercito di 4.000 uomini tra Traci e Illirici, sbarcò a Otranto, riuscendo a liberarla dall'assedio goto;[72] la scelta sbagliata della sede da cui condurre le operazioni militari, Ravenna[73], influenzò negativamente il proseguimento della guerra: l'antica capitale dell'Impero romano d'Occidente era infatti lontana da Roma e dal mezzogiorno d'Italia, che bisognava liberare dai Goti di Totila. Ad influenzare negativamente la guerra contribuirono anche gli scarsi rifornimenti di uomini e mezzi, dovuti alla gelosia di Giustiniano. Per la carenza di soldi Belisario fu costretto a depredare gli Italici, causando tra le altre cose la resa di Spoleto, che venne consegnata ai Goti da Erodiano, a cui Belisario aveva chiesto dei soldi giungendo persino a ricattarlo con ogni sorta di minacce.[71]

Nell'estate del 545 Belisario scrisse all'Imperatore la seguente lettera:[74]

« Sono arrivato in Italia senza uomini, cavalli, armi, o soldi. Le province non possono fornire entrate, sono occupate dal nemico; e il numero delle nostre truppe è stato ridotto da larghe diserzioni ai Goti. Nessun generale potrebbe aver successo in queste circostanze. Mandatemi i miei servitori armati e una grande quantità di Unni e di altri Barbari, e inviatemi del denaro. »
(Procopio, De Bello Gothico, III, 12.)

Con questa lettera Belisario inviò Giovanni presso Giustiniano. Quest'ultimo, tuttavia, invece di tornare subito con i rinforzi, si fermò nella capitale per alcuni mesi, sposando la figlia di Germano.[74] Nel frattempo Totila stava soggiogando la Toscana e il Piceno.

Verso la fine del 545 Belisario lasciò Ravenna e si diresse a Dyracchium (nell'Illirico), dove inviò all'Imperatore richieste di rinforzi.[75] Venne qui raggiunto dai generali Giovanni e Isacco, intorno al 546. Decise di raggiungere Roma via mare mentre Giovanni sarebbe sbarcato in Calabria e lo avrebbe raggiunto nella Città Eterna. Giunto a Porto, Belisario rimase lì in attesa di Giovanni, ma quest'ultimo, dopo aver soggiogato Puglia, Calabria, Lucania e Bruzio, decise di non raggiungere la Città Eterna per la presenza dei Goti a Capua. Secondo la Storia segreta di Procopio, il rifiuto di Giovanni di raggiungere Belisario a Roma sarebbe dovuto ai suoi timori di essere ucciso da Antonina, dato che Teodora gli era ostile e avrebbe potuto chiedere alla moglie di Belisario di ucciderlo.[76] Quest'ultima spiegazione è stata tuttavia ritenuta «poco convincente» da Giorgio Ravegnani.[77] Non vedendo Giovanni arrivare, Belisario effettuò un tentativo di rifornire Roma di viveri cercando di sfondare con un piano ingegnoso gli sbarramenti goti piazzati sul fiume Tevere, ma proprio quando il piano stava per funzionare, il generale Isace uscì dalla fortezza di Porto per affrontare i Goti e venne da essi sconfitto. Quando la notizia della sconfitta di Isace raggiunse Belisario, questi credette di aver perso Porto, dunque ordinò agli uomini di tornare urgentemente indietro per cercare di salvare la fortezza, strategicamente importante come punto di riparo. Quando vide che i nemici non erano riusciti a impadronirsi di Porto e che dunque per un falso allarme aveva mandato in fumo un piano che stava avendo successo, per lo sconforto si ammalò.[77]

Nel frattempo, Roma ricadeva in mano gota (17 dicembre 546) a causa del tradimento delle malpagate truppe isauriche. Totila decise in un primo momento di distruggere la città, ma proprio quando stava iniziando ad abbattere le mura, gli giunse una lettera di Belisario, che gli ricordava la grandezza passata di Roma, il crimine che avrebbe commesso radendola al suolo e la gloria che avrebbe al contrario ottenuto se l'avesse generosamente risparmiata; persuaso dalle argomentazioni di Belisario, Totila cambiò idea, e decise di lasciare la città per marciare contro Giovanni, lasciando però il suo esercito abbastanza vicino da limitare le mosse di Belisario.[78] Approfittando della partenza di Totila, Belisario si impadronì di Spoleto e successivamente di Roma, quest'ultima dopo aver sconfitto un esercito goto: una volta ritornato in possesso della Città Eterna, ricostruì parzialmente le mura abbattute da Totila.[79] Nonostante non avesse ancora sostituito le porte della città, distrutte dai Goti, riuscì a respingere un primo assalto di Totila, che aveva tentato invano di reimpadronirsi dell'Urbe.[79] Altri assalti goti vennero respinti nei giorni successivi, demoralizzando l'esercito goto che dovette rinunciare per il momento alla riconquista di Roma e ripiegare a Tivoli. Ottenuto questo successo, il generale ricostruì le porte e spedì le chiavi della Città Eterna a Giustiniano.

Nel frattempo scrisse numerose lettere a Giustiniano chiedendo rinforzi. Alla fine Giustiniano decise di accontentarlo, ed inviò rinforzi in Calabria sotto il comando di Valeriano (dicembre 547).[80] Belisario si mise in marcia per raggiungere i rinforzi a Taranto: dopo aver selezionato 900 tra i suoi uomini migliori, 700 cavalieri e 200 fanti, partì per la città pugliese.[80] La difesa di Roma venne affidata al generale Conone con il resto dell'esercito.[80] Il cattivo tempo lo costrinse però a sbarcare a Crotone prima e a Messina poi.[81]

Nel giugno 548 arrivarono i rinforzi guidati da Valeriano; Belisario, quindi, sapendo quanto Antonina e Teodora fossero amiche, inviò la moglie a Costantinopoli per ottenere dall'Imperatrice ulteriori aiuti; al suo arrivo, tuttavia, Antonina scoprì che Teodora era morta (28 giugno 548).[82] Con i rinforzi tentò di liberare Rossano dall'assedio dei Goti, ma il suo sbarco venne impedito dal nemico.[82] Belisario decise quindi di tornare a Roma, affidando l'esercito a Giovanni e a Valeriano. Qui venne richiamato a Costantinopoli dall'Imperatore, persuaso in questo da Antonina.[82] Secondo la Storia Segreta, fu Belisario a chiedere di ritornare a Costantinopoli.[76]

Questo fu il giudizio di Procopio sulla seconda campagna in Italia di Belisario:

« Belisario fece un ben vergognoso ritorno dalla sua seconda missione in Italia. In cinque anni non riuscì mai, come ho detto nei precedenti libri, a sbarcare su un tratto di costa che non fosse controllato da un suo caposaldo: per tutto questo tempo continuò a bordeggiare le coste. Totila era ansioso di sorprenderlo al riparo delle mura, ma non ci riuscì perché un profondo timore aveva colto lui e l'intero esercito romano. Per questo non riparò in nulla ai danni subiti, ma perse anche Roma e, per così dire, tutto. [...] »
(Procopio, Storia Segreta, 8.)

Gli ultimi tempi e le campagne militari[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Chettos.
Papa Vigilio.

Nel 549 Belisario ritornò a Costantinopoli, dove venne ricevuto con alti onori dall'Imperatore, il quale gli conferì la carica di Comes sacri stabuli[83]. Giustiniano, tuttavia, decise di non affidargli nuove campagne militari, anche se sembra lo avesse nominato magister militum per Orientem e gli avesse conferito il titolo di comandante delle guardie del corpo imperiali.[84] Il matrimonio tra la figlia Giovanna ed Anastasio, nipote (di nonna) di Teodora, voluto dall'Imperatrice per impossessarsi delle immense ricchezze di Belisario, naufragò dopo la morte dell'Augusta, perché i genitori della ragazza erano contrari all'unione.[76]

L'alto ruolo assunto da Belisario negli affari di stato è provato dal suo coinvolgimento nella controversia religiosa dei Tre Capitoli, nella quale cercò di convincere papa Vigilio ad accettare la politica religiosa dell'Imperatore. Nell'agosto-settembre del 551 Belisario venne inviato, in qualità di memoratus iudex, a cercare di convincere papa Vigilio, che si era rifugiato nella Chiesa di Pietro e Paolo, a ritornare nel palazzo di Placidia con la promessa che non gli sarebbe stato fatto del male. Nel maggio 553 Belisario tentò, senza successo, di convincere il Papa a partecipare al Quinto Concilio Ecunemico; questi, infatti, declinò l'offerta pur chiedendo al generale, a tre vescovi e ad altri patrizi gloriosissimi di portare all'Imperatore un testo scritto di suo pugno, col quale esprimeva il suo giudizio sui Tre Capitoli; i latori decisero di non mostrare il testo del Papa all'Augusto.

Nel 559 i Kotriguri[85] (chiamati nelle fonti antiche Unni o Bulgari), guidati dal loro capo Zabergan, invasero la Tracia, mettendo in grave pericolo Costantinopoli;[86] Giustiniano affidò a Belisario il comando delle guardie imperiali, per difendere la capitale dai barbari; il generale bizantino raccolse un esercito formato da soli 300 veterani e rimpolpato da nuove leve senza alcuna esperienza di guerra;[85] molti contadini avevano deciso infatti di arruolarsi nell'esercito di Belisario per ottenere la loro vendetta sui Barbari, che avevano devastato i loro campi.[87] L'esercito bizantino si accampò quindi a Chettus in Tracia; quando il nemico scoprì che l'esercito di Belisario era poco numeroso, 2.000 cavalieri barbari assalirono l'esercito bizantino per annientarlo, ma Belisario, venuto a conoscenza dalle sue spie dell'arrivo del nemico, tese una trappola ai Kotriguri, piazzando 200 peltasti e lanciatori di giavellotto nei boschi ai lati della pianura; i barbari, per difendersi dalle lance e dai giavellotti, dovettero chiudersi, rendendo la loro superiorità numerica inutile data la loro impossibilità di dispiegarsi.[85] Belisario, infine, fece provocare ad alcuni suoi uomini dei rumori assordanti con travi di legno ed ordinò loro di gridare, in modo da dare al nemico l'impressione che l'esercito bizantino fosse immenso e che stessero per essere circondati; le nuvole di polvere, inoltre, nascondevano la situazione reale, e i barbari si diedero alla fuga, riattraversando di nuovo il Danubio.[85] Fu l'ultima grande vittoria del generale, che riuscì ancora una volta a servire bene l'Impero.

Nel 562 Belisario venne accusato, sulla base di confessioni estorte sotto tortura a due suoi servitori, di essere coinvolto in una congiura contro l'Imperatore;[88] il generale fu ritenuto colpevole il 5 dicembre 562 e condannato agli arresti domiciliari.[88] Secondo una leggenda ritenuta oggi inattendibile, venne addirittura accecato e costretto a elemosinare presso il palazzo Lauso. Tuttavia, dopo pochi mesi, venne scagionato da tutte le accuse, e il 19 luglio 563 Giustiniano gli riconfermò il suo favore all'interno della corte.

Belisario morì a Costantinopoli il 13 marzo 565.

Una moglie infedele[modifica | modifica sorgente]

La Storia segreta di Procopio ci narra che Antonina fu una moglie infedele ed ebbe un amante, Teodosio. Egli era il figlioccio di Belisario: il generale bizantino l'aveva infatti fatto battezzare per far sì che potesse partire con lui come soldato per la spedizione in Africa.[89] Il battesimo di Teodosio, in seguito al quale Belisario e Antonina lo adottarono, avvenne prima della partenza per l'Africa.[89] Durante la guerra vandalica, Antonina iniziò ad avere rapporti sessuali clandestini con il figlioccio.[89] Durante la loro permanenza a Cartagine, Belisario sorprese i due amanti in una camera sotterranea. Antonina giustificò l'accaduto dicendo che erano scesi per occultare il meglio del bottino in modo da nasconderlo a Giustiniano. Il giovane si rivestì, e Belisario decise di non credere a ciò che aveva appena visto.[89]

Tempo dopo, a Siracusa, Belisario seppe dalla sorvegliante di Antonina, Macedonia, che ella lo tradiva.[89] Una fuga precipitosa in Asia salvò Teodosio dalla giustizia di Belisario, che aveva ordinato a una delle sue guardie di uccidere l'adultero; ma le lacrime di Antonina convinsero il generale della sua innocenza; egli decise di non dare credito ai testimoni dell'adulterio.[90] Antonina ottenne la sua vendetta: Macedonia, insieme ai due testimoni, vennero arrestati e le loro lingue vennero tagliate, i loro corpi vennero fatti a pezzi, ed i loro resti vennero gettati nelle acque di Siracusa.[90]

A un certo punto Teodosio decise di ritirarsi in un monastero a Efeso, causando le lacrime di Antonina e di Belisario stesso.[7] In realtà Teodosio risiedeva nel monastero solo quando Belisario era a Costantinopoli; quando il generale partì per la Persia, Teodosio ritornò a casa per soddisfare i desideri sessuali di Antonina.[7] Fozio, il figlio legittimo di Antonina, decise di informare il patrigno della relazione tra Antonina e Teodosio. Quando Belisario lo seppe, disse:[91]

«Figlio carissimo, non hai mai conosciuto tuo padre perché ha concluso il suo ciclo quando eri ancora un lattante. Non ti sei goduto niente delle sue ricchezze, perché non è stato troppo fortunato con il denaro. Io ero il tuo patrigno e ti ho cresciuto: ormai hai un'età in cui devi schierarti energicamente dalla mia, quando vengo offeso. Grazie a me sei arrivato alla carica di console e ti sei straarricchito [...]. È il momento per te di non star lì a tollerare che alla rovina di casa mia si aggiunga per me la perdita di tante ricchezze, che tua madre si macchi di così tante vergogne davanti a tutti. Tieni a mente che le colpe delle donne non ricadono solo sui mariti ma, e, anche di più, sui figli: la convenzione comune [...] è che "i maschi matrizzano sempre". Tieni però presente che io amo mia moglie; se mi riesce di vendicarmi di chi ha distrutto la mia famiglia, a lei non farò niente; ma, finché vive Teodosio, non me la sento di perdonarla».

Fozio, una volta partita Antonina in Oriente per raggiungere il marito, si recò quindi ad Efeso, catturò Teodosio e lo tenne prigioniero in Cilicia.[92] Nel frattempo Belisario, venuto a conoscenza dell'arrivo di Antonina, si ritirò per raggiungerla e la sottopose a stretta sorveglianza, facendo preoccupare l'Imperatrice Teodora che, in apprensione per la moglie del generale, decise di richiamare lei e Belisario nella capitale.[92] L'Augusta costrinse Belisario a riconciliarsi con l'adultera, e torturò numerosi seguaci di Fozio e Belisario. Anche Fozio venne sottoposto a tortura per fargli svelare il luogo dov'era stato segregato Teodosio. Allo stremo, Fozio parlò, e Teodosio venne ritrovato e riportato a Costantinopoli.[92] Un giorno Teodora convocò Antonina a palazzo e le mostrò una «perla unica»: Teodosio.[92] Antonina, sopraffatta dalla gioia, ringraziò l'Imperatrice, ma da lì a poco Teodosio morì di dissenteria, privando Antonina del suo amante.[92] Il figliastro di Belisario, Fozio, passò ben tre anni in prigione prima di evadere e trovare rifugio in un monastero.[70]

Il mito di Belisario[modifica | modifica sorgente]

Bélisaire di François André Vincent, 1776. Belisario, cieco e mendicante, è riconosciuto da uno dei suoi soldati.
Belisarius, di Jacques-Louis David (1781).

Secondo una leggenda sviluppatasi nel medioevo, Giustiniano avrebbe ordinato di accecare Belisario riducendolo ad un mendicante, condannato a chiedere l'elemosina ai viandanti presso lo stadio di Costantinopoli. A testimoniarlo esisteva una pietra graffita sulla quale secondo Antonio Nibby era inciso :«Date obolum Belisario». La fonte primaria che dà la notizia dubbia dell'accecamento di Belisario è un monaco bizantino, Giovanni Tzetze, il quale nella III Chiliade delle Variae Historiae scrive:

(LA)
« Iste Belisarius Imperator magnus, Justinianeis existens in temporibus imperator, ad omnem quadrantem terrae cum explicuisset victorias, postea invidia obcaecatus (o fortunam instabilem) poculum ligneum detinens, clamabat in stadio: Belisario date obolum imperatori, quem fortuna quidem clarum fecit, excaecat autem invidia. Alii dicunt chronici, non excaecatum fuisse hunc, ex honoratis autem infamem postremo factum esse, et iterum ad revocationem existimationis venisse prioris. »
(IT)
« Questo Belisario, grande comandante vissuto ai tempi di Giustiniano, dopo aver conseguito vittorie in ogni angolo della Terra, finì in seguito accecato per invidia (o sorte incostante!) e, tenendo una tazza di legno [in mano], gridava nello stadio: date un obolo al comandante Belisario, che la sorte rese famoso ma ora è accecato dall'invidia. Altre cronache dicono che non sia stato accecato, ma che fu escluso dal novero degli uomini degni d'onore e giunse a riguadagnare nuovamente la stima di cui godeva in precedenza. »
(Variae Historiae, Cap. LXXXVIII, vv. 339-348.)

Sebbene la maggioranza degli storici moderni abbia smentito la leggenda, dopo la pubblicazione del racconto Bélisaire (1767) di Jean-François Marmontel la storia della cecità divenne un soggetto popolare per i pittori del XVIII secolo quali Jacques-Louis David (Belisario chiede l'elemosina, 1781) e François Gérard (Belisario, 1795).[93] Altri autori come Van Dyck e Salvator Rosa realizzarono dipinti aventi come soggetto Belisario mendicante. Divenne uso comune rievocare il nome di Belisario per ricordare (e condannare) l'ingratitudine mostrata da alcuni sovrani nei confronti dei loro servitori.[2]

A Belisario viene anche attribuita la costruzione della chiesa di Santa Maria in Trivio a Roma, come ex-voto di espiazione per la deposizione del papa Silverio.

Belisario nei film, romanzi e opere d'arte[modifica | modifica sorgente]

Belisario fu rappresentato in numerosi lavori artistici prima del XX secolo. Il più antico è la dissertazione storica del suo segretario personale, Procopio, ossia gli Anecdota, più noti come gli Arcana Historia o la Storia segreta. La parte iniziale di tale opera (cap. I-V) è un ampio libello indirizzato sia a Belisario, accusato di essere una persona accecata dall'amore, sia a sua moglie Antonina, accusata di essere infedele e bugiarda.[94] Opere più tarde includono numerosi lavori teatrali, quali il dramma di John Oldmixon La vita e la storia di Belisario, che conquistò l'Africa e l'Italia, con una considerazione della sua disgrazia e dell'ingratitudine dei Romani e un parallelo fra lui e un eroe moderno, il dramma del XVIII secolo di William Philips Belisarius (1724), e la commedia tragicomica Il Belisario di Carlo Goldoni (1734); quest'ultima però proviene da un canovaccio tragicomico della commedia dell'arte, quindi antecedente alla versione pubblicata dal drammaturgo veneziano. A Belisario fu dedicato pure un poema (Beliar di Friedrich de la Motte Fouque, scritto nel XVII secolo) nonché numerosi romanzi storici quali Belisarius di John Downman (1742) e Bélisaire di Jean-François Marmontel (1767). Nel XIX secolo il generale divenne anche il protagonista di un'opera lirica, Belisario di Gaetano Donizetti.

L'emarginato Belisario riceve ospitalità da un contadino, di Jean-François Pierre Peyron.

La vita di Belisario è stato il soggetto del romanzo storico Count Belisarius (1938) dello studioso di argomenti classici Robert Graves. Questo libro, chiaramente scritto dal punto di vista dell'eunuco Eugenio, servo della moglie di Belisario (ma di fatto basato sulla storia di Belisario scritta dal suo antico segretario Procopio), ritrae Belisario come un solitario uomo d'onore in un mondo corrotto[95], e dipinge a vivide tinte non solo le sue iniziali gesta militari, ma anche gli avvenimenti coloriti e gli eventi del suo tempo (quali la selvaggia politica delle gare di carri nel Circo di Costantinopoli, che regolarmente proseguiva in scontri aperti nelle strade fra i sostenitori delle opposte fazioni, o gli intrighi fra l'Imperatore Giustiniano e l'imperatrice Teodora).

Il celebre scrittore di fantascienza Isaac Asimov, che conosceva molto bene la storia romana, inserì nel suo Ciclo della Fondazione il personaggio di Bel Riose[95], ultimo dei grandi generali dell'Impero galattico, il quale tentò una campagna di riconquista dei territori perduti nella periferia galattica finendo tuttavia incriminato per sospetto tradimento e giustiziato dal suo imperatore Cleon II.

Belisario compare anche in L'abisso del passato (titolo originale: Lest Darkness Fall, 1939) di L. Sprague de Camp, un romanzo di "storia possibile" in chiave storico-fantascientifico. Qui egli è il primo bizantino co-protagonista del viaggiatore nel tempo Martin Padway, che tenta di diffondere la scienza moderna e le invenzioni nell'Italia gotica. Infine, Belisario diventa generale nell'esercito di Padway e gli assicura il controllo dell'Italia.

Belisario è anche il protagonista della serie di fantascienza Belisarius series, una storia alternativa scritta da Eric Flint e David Drake che si occupa di cosa sarebbe potuto accadere se Belisario (e un rivale) avessero potuto conoscere gli avvenimenti futuri e le relative tecnologie. La serie di romanzi di fantascienza militare di S.M. Stirling e David Drake The General series si ispira alla vita di Belisario;[96] il protagonista, Raj Whitehall, cerca di riunificare il pianeta di Bellevue dopo il crollo della civiltà galattica.

L'unica completa biografia resta The Life of Belisarius (1829) di Philip Henry Stanhope, 5º conte di Stanhope. Herman Melville scherzosamente assegna il soprannome "my Belisarius" al primo isolano di Samoa che incontra a bordo del vascello abbandonato "Parki," nel suo romanzo del 1849 Mardi.[97]

Belisario è stato raffigurato da Cesare Fracassini nel grande sipario del Teatro Mancinelli di Orvieto. Il generale bizantino compare al centro della scena mentre libera Orvieto dall'occupazione dei Goti durante la Guerra gotica.

Nel gioco per PC di simulazione spaziale Freespace 2, la Belisario è una corvetta neo-terrestre che è immediatamente distrutta da un incrociatore vasudano nella sua prima missione.

Dante fa di Belisario l'esempio perfetto del guerriero di Dio:

« E al mio Belisar commendai l'armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch'i' dovesse posarmi. »

(Dante, Paradiso, VI, 25 - 27)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ William Phillips, Belisarius: a tragedy, 1758.
  2. ^ a b Tobias George Smollett e Jerry C. Beasley, The Adventures of Ferdinand Count Fathom, p. 414.
  3. ^ L'ipotesi che i suoi avi fossero Slavi romanizzati, basata sul fatto che il suo nome è simile allo slavo "beli tsar" ("bianco principe"), è rigettata dalla comunità scientifica, in quanto la parola tsar fu usata per la prima volta solo nel X secolo.
  4. ^ a b c Procopio, De Bello Persico, I, 12.
  5. ^ Procopio, De Bello Persico, I, 25.
  6. ^ Procopio, Storia segreta, 8 e 9.
  7. ^ a b c Procopio, Storia Segreta, 3.
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  9. ^ Procopio, Storia segreta, 1.
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  11. ^ Procopio, De Bello Persico, I, 17.
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  13. ^ Giovanni Malala, 466.
  14. ^ Procopio, De Bello Persico, I, 24.
  15. ^ Procopio, De Bello Vandalico, I, 9.
  16. ^ Procopio, De Bello Vandalico, II, 7.
  17. ^ Procopio, De Bello Vandalico, II, 6.
  18. ^ a b c Procopio, De Bello Vandalico, II, 8.
  19. ^ Stanhope, op. cit., p. 130.
  20. ^ a b c Procopio, De Bello Vandalico, II, 9.
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  22. ^ Tamassia, op. cit., p. 51.
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  94. ^ Procopio, Storia segreta, Cap. I-V (edizione originale), I-IX (traduzione italiana ottocentesca a cura di Compagnoni).
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  97. ^ Melville, Mardi; A Voyage Thither, Volume 1, p. 122.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti moderne
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  • John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000.
  • Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Torino, Einaudi, 1968.
  • Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004.
  • Giorgio Ravegnani, La storia di Bisanzio, Roma, Jouvence, 2004.
  • Silvia Ronchey, Lo stato bizantino, Torino, Einaudi, 2002.
  • Stanhope, The life of Belisarius, Londra, J. Murray, 1829.ISBN non esistente
  • Tamassia, Storia del regno dei Goti e dei Longobardi in Italia, Bergamo, Stamperia Mazzoleni, 1826.ISBN non esistente

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