Guerra iberica

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Guerra iberica
L'avorio Barberini, scolpito probabilmente per celebrare la fine della guerra iberica, presentata come una vittoria.
L'avorio Barberini, scolpito probabilmente per celebrare la fine della guerra iberica, presentata come una vittoria.
Data 526532
Luogo Iberia caucasica e frontiera romano-persiana (Mesopotamia e Transcaucaso)
Esito "Pace eterna", tributo romano ai Persiani
Modifiche territoriali Nessuna
Schieramenti
Comandanti
Belisario
Sittas
Gregorio
Maurizio
Cavade I
Firouz
Azarethes
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La guerra iberica fu combattuta tra il 526 e il 532 tra l'Impero romano d'Oriente, governato dall'imperatore Giustiniano I (527-565), e l'impero persiano dei Sasanidi, retto dallo scià Kavad I. La guerra coinvolse il Regno di Iberia, nel Caucaso, e terminò con la "Pace eterna" tra i due imperi.

Indice

Motivi del conflitto [modifica]

Dopo la guerra combattuta da Anastasio I, la guerra romano-persiana del 502-506, l'Impero romano d'Oriente e l'impero persiano dei Sasanidi si accordarono per una pace di sette anni, poi effettivamente durata quasi venti anni.

Già durante questa guerra, a partire dal 505, Anastasio iniziò a fortificare Dara in funzione di opposizione alla città-fortezza persiana di Nisibis, in previsione di una vicina guerra. Ma non fu fino agli anni 530 che la guerra aperta scoppiò: le due potenze preferirono disturbarsi aizzandosi contro altri popoli, come gli Arabi a sud e gli Unni a nord.[1]

Le tensioni tra i due imperi aumentarono notevolmente quando il Regno di Iberia passò dall'influenza sasanide all'alleanza con i Romani. Il sovrano Kavad I aveva infatti cercato di obbligare gli Iberici, che erano cristiani, a convertirsi alla religione di stato sasanide, lo Zoroastrismo; nel 524/525 gli Iberici, sotto la guida di Gourgen, si ribellarono ai Persiani, come aveva già fatto il vicino regno cristiano di Lazica. L'imperatore romano Giustino I si impegnò con Gourges a difendere l'Iberia, e in effetti assoldò alcuni Unni del nord per aiutare gli Iberici contro i Persiani.[2]

Conflitto [modifica]

Gli scontri nell'area tra i due imperi crebbero fino a coinvolgerli: se nel 525 una flotta romana trasportò un esercito axumita a conquistare lo Yemen himyarita e nel 525/526 gli alleati arabi della Persia, i Lakhmidi, fecero incursioni in territorio romano, entro il 526-527 scoppiò un conflitto aperto nella regione dei Transcaucaso e nella Mesopotamia settentrionale; i Persiani intendevano mettere pressione sui Romani per ottenere dei tributi in pagamento.[3] Dopo la morte di Giustino I nel 527, Giustiniano I salì sul trono di Costantinopoli.

I primi anni di guerra furono favorevoli ai Persiani, che nel 527 avevano sedato la rivolta iberica, mentre l'offensiva romana contro Nisibis e Thebetha di quell'anno fu fallimentare e i lavori di fortificazione di Thannuris e Melabasa furono impediti dagli attacchi Persiani.[4]

Nel 528 i Persiani usarono le basi conquistate in Iberia per penetrare nella Lazica orientale. I successi persiani convinsero Giustiniano a porre rimedio alle deficienze del sistema di difesa romano: divise il comando del magister militum per Orientem in due parti, affidando il settore settentrionale al magister militum per Armeniam.[5] Quell'anno, la maggiore operazione romana fu la spedizione del generale Belisario su Thannuris, dove cercò senza successo di difendere gli operai romani che stavano costruendo un forte proprio sulla frontiera.[6]

I Lakhmidi, nel 529, intrapresero una serie di incursioni in territorio romano, in Siria; allo scopo di controbilanciare queste popolazioni, Giustiniano rafforzò i propri alleati arabi, aiutando il capo dei Ghassanidi Al-Harith ibn Jabalah a trasformare una blanda coalizione in un regno coerente che fu in grado di dominare i Lakhmidi nei decenni successivi. Nel 530, nella battaglia di Dara, Belisario portò i Romani ad una vittoria su di un più numeroso esercito persiano, comandato da Mihran, grazie alle proprie superiori qualità di comando; nello stesso anno, Sitta e Doroteo sconfissero un esercito persiano al comando di Mihr-Mihroe a Satala. Nel 531, però, Belisario fu sconfitto dai Persiani e dai Lakhmidi nella battaglia di Callinicum, ma la successiva conquista romana, in estate, di alcuni forti in Armenia respinse i Persiani.[7] La disfatta romana a Callinicum fu investigata da una commissione, il cui risultato fu la rimozione di Belisario dal suo incarico.[8]

Tregua [modifica]

L'inviato di Giustiniano, Ermogene, visitò Kavad I subito dopo la battaglia di Callinicum per riaprire le negoziazioni, ma senza successo.[8] Giustiniano procedette a rafforzare la posizione romana e a contrattare diplomaticamente con Cavade, il quale morì poco dopo. Nella primavera del 532, le negoziazioni ripresero tra la delegazione romana (composta tra gli altri da Rufino) e il nuovo sovrano persiano Cosroe I, il quale doveva occuparsi di rafforzare la propria posizione in patria. Le due parti giunsero ad un accordo e, nel settembre 532, firmarono la "Pace eterna" (in realtà durata meno di ottanta anni), secondo la quale la situazione territoriale sarebbe tornata allo status quo ante, i Romani avrebbero pagato 110 centenaria (11.000 libbre di oro), i forti in Lazica sarebbero tornati ai Romani, l'Iberia rimasta in mano persiana, e i fuoriusciti iberici avrebbero potuto decidere se tornare in patria o restare in territorio romano.[9]

La tregua fu propagandisticamente celebrata da Giustiniano come una vittoria: un monumento celebrativo fu innalzato a Costantinopoli, la cui iconografia fu molto diffusa, come testimoniato dalla sua rappresentazione dell'imperatore trionfante sui nemici orientali nell'avorio Barberini. Lo scrittore Giovanni Lido compose anche una storia della guerra e una descrizione della vittoriosa battaglia di Dara.[10]

Note [modifica]

  1. ^ Greatrex-Lieu, pp. 81-82.
  2. ^ Greatrex-Lieu, p. 82.
  3. ^ Greatrex-Lieu, p. 84.
  4. ^ Greatrex-Lieu, p. 85.
  5. ^ Greatrex-Lieu, p. 83.
  6. ^ Greatrex-Lieu, p. 86.
  7. ^ Greatrex-Lieu, pp. 92–96.
  8. ^ a b Greatrex-Lieu, p. 93.
  9. ^ Greatrex-Lieu, pp. 96–97.
  10. ^ «Iohannes Lydus 75», PLRE II, p. 613.

Bibliografia [modifica]

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