Al-Harith ibn Jabala

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Al-Harith ibn Jabala (latinizzato Arethas, italianizzato Areta (in arabo al-Ḥārith); ... – ...) è stato un filarca dei Ghassanidi dal 528 al 569.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Jahala,[1] era padre di Alamundaro (ossia al-Mundhir, che poi gli succedette) e di Gabalas (vale a dire Jabala).

Capo degli Arabi Ghassanidi, nel 528 fu posto da Giustiniano a capo di molte altre tribù arabe con il titolo di re e con la missione di porre fine alle incursioni di al-Mundhir, re dei Lakhmidi, alleato con la Persia sasanide.[2] Nel 531, secondo Procopio, fu uno dei massimi responsabili della sconfitta bizantina nella battaglia di Callinicum, fuggendo con i suoi Arabi durante la battaglia, anche se la Cronaca di Giovanni Malala smentisce ciò.[3]

Nel 537/538 si verificò un contrasto con al-Mundhir: dopo la pace con l'Impero bizantino, Cosroe I, invidioso dei successi del nemico che era riuscito a riconquistare l'intero Nordafrica e parte dell'Italia, cercò di trovare un casus belli per dichiarare guerra a Costantinopoli. Egli si consultò con al-Mundhir, re dei Lakhmidi, vassalli dei Persiani, e insieme i due riuscirono a trovare un pretesto. Il sovrano lakhmide rivendicò il possesso di un territorio di nome, Strata a sud di Palmira. Il territorio non era coltivato ma era stato utilizzato in passato come pascolo. Secondo il principe dei Ghassanidi, Areta (al-Ḥārith), vassallo dei Bizantini, la zona apparteneva a Bisanzio sulla base del fatto che le fonti più antiche lo indicavano come ricadente sotto la sovranità dell'Impero romano (il nome ricorda chiaramente il vocabolo latino usato per indicare le strade pavimentate dai Romani)). Secondo al-Mundhir, questo terreno gli apparteneva invece di diritto perché i pastori che pascolavano lì gli pagavano un tributo.[4] Giustiniano inviò in qualità di giudici Strategio, amministratore del tesoro imperiale, e Summo, comandante di Palestina. Summo riteneva che i Bizantini non dovessero cedere quel terreno ai Persiani ma Strategio consigliò prudentemente di non fornire a Cosroe pretesti per dichiarare guerra a Bisanzio per una terra infertile e di valore pressoché nullo.[4]

Nel 541 fu inviato da Belisario a saccheggiare l'Assiria, ma intendendo tenersi il bottino per sé, ritornò seguendo un percorso differente per evitare di ricongiungersi con Belisario.[5] Nel 546 si scontrò con al-Mundhir e lo sconfisse in battaglia, anche se uno dei figli perì nel corso della contesa.[6] Nel 550 fu accusato da un inviato persiano di fare guerra ai Persiani in tempo di pace.[7] Nel 554 sconfisse e uccise al-Mundhir in battaglia presso Chalcis.[8] Nel 563 si recò a Costantinopoli per discutere sulla sua successione.[9]

Di fede monofisita, nel 542 riuscì ad ottenere dall'Imperatrice Teodora per il suo popolo un vescovo monofisita, Teodoro. Gli succedette il figlio, al-Mundhir, nel 570.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Procopio, DBP, I,17; Giovanni da Efeso, III,4.
  2. ^ Procopio, DBP, I,17; Malala, 435.
  3. ^ Procopio, DBP, I,18; Malala, 461
  4. ^ a b Procopio, II, 1.
  5. ^ Procopio, DBP, II,19; Procopio, Storia Segreta, 2.
  6. ^ Procopio, DBP, II,28.
  7. ^ Procopio, DBG, IV,11.
  8. ^ Chronica 724, anno 865.
  9. ^ Teofane, AM 6056.
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