Al-Mundhir ibn al-Harith

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Al-Mundhir ibn al-Harith (in latino Alamundarus, italianizzato Alamundaro; ... – ...) è stato un filarca dei Ghassanidi dal 570 al 581.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Areta (o al-Harith), ebbe quattro figli.[1] Il 20 maggio 570 succedette al padre al trono dei Ghassanidi, arabi vassalli dei Bizantini.[2] Il suo titolo era di filarca, ovvero leader degli Arabi alleati con i Bizantini.[3]

Nello stesso anno della sua ascesa al trono, dovette fronteggiare le incursioni nel suo territorio degli Arabi Lakhmidi, alleati con la Persia, comandati da Caboses; le respinse con successo, conducendo una vasta controffensiva in territorio nemico e vincendoli nettamente in battaglia.[4]

Dopo la vittoria, Alamundaro scrisse all'Imperatore pretendendo dell'oro per le sue truppe, cosa che mandò su tutte le furie l'Imperatore, che iniziò a pianificare il suo assassinio.[5] Nel 572 Giustino II scrisse due lettere, una a Marciano e un'altra ad Alamundaro, intendendo attirare l'ultimo in una trappola, ma a causa di un errore nell'inviare le lettere, Alamundaro si accorse delle intenzioni dell'Imperatore di assassinarlo e, come risultato, per i successivi tre anni si rifiutò di assistere i Bizantini contro la Persia; fu solo nel 575 che, attraverso negoziazioni con il generale Giustiniano, si riconciliò con Bisanzio.[6]

Dopo essersi riconciliato, Alamundaro attaccò il territorio lakhmide, attaccando Al-Hira, sconfiggendo pesantemente l'esercito lakhmide e ritornando con un vasto bottino, che procedette a distribuire a chiese, monasteri e ai poveri.[7]

Ricevuta la carica di patrizio (che già deteneva nel 578),[8] nel 580 fu invitato a Costantinopoli dall'Imperatore Tiberio II: raggiunse la capitale l'8 febbraio, accompagnato da due dei suoi figli, e ricevette una calorosa accoglienza, ricevendo numerosi doni, tra cui anche un diadema.[9] Con l'assenso dell'Imperatore, convocò un concilio monofisita, per conciliare tra loro le numerose fazioni opposte nella cristologia monofisita; per parte sua, Alamundaro era un monofisita zelante e aveva già in passato tentato di riconciliare le varie fazioni in lotta tra di loro.[10]

Dopo aver ottenuto dall'Imperatore che le persecuzioni contro i monofisiti sarebbero cessate, Alamundaro ritornò in patria, scoprendo che la Persia e i Lakhmidi avevano approfittato della sua assenza per saccheggiare il territorio ghassanide; Alamundaro sconfisse nuovamente il nemico, spingendoli al ritiro, tornando dalla campagna militare con un ampio bottino.[11]

Nell'estate 580 accompagnò il generale (e futuro imperatore) Maurizio in una campagna contro la Persia; la campagna fallì a causa di un ponte rotto che impediva il passaggio, e Maurizio accusò Alamundaro di tradimento.[12] Accusato di tradimento da Maurizio di fronte a Tiberio II, Alamundaro fu catturato con l'inganno, grazie alla collaborazione del suo fidato amico Magno e portato con la moglie, due figli e una figlia a Costantinopoli, dove restò in custodia fino al 582, nella stessa casa, dove era stato ospitato in precedenza.

Maurizio, una volta eletto Imperatore (582), lo inviò poi in esilio in Sicilia insieme al figlio Naaman.[13]

Nel 600 un Alamundaro viene citato in un'epistola di Papa Gregorio I (X,6). Una fonte tarda sostiene che fu liberato dall'esilio e gli fu permesso di tornare in patria dopo l'assassinio di Maurizio (602).[14]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni da Efeso, III,2.
  2. ^ Chronica 724, p. 143.
  3. ^ CIG, 4517.
  4. ^ Menandro Protettore, frammento 17; Giovanni da Efeso, III,6.
  5. ^ Giovanni da Efeso, III,6; Bar Hebr., Chron., pp. 79-80.
  6. ^ Giovanni da Efeso, III,6.
  7. ^ Giovanni da Efeso, III,6.4.
  8. ^ Giovanni da Efeso, III,4.
  9. ^ Giovanni di Biclaro, anno 575; Giovanni da Efeso, III,4
  10. ^ Giovanni da Efeso, III,2 e III,4.
  11. ^ Giovanni da Efeso, III,4.42.
  12. ^ Giovanni da Efeso, III,3 e III,6; Teofilatto Simocatta, III,17.
  13. ^ Giovanni da Efeso, III,4; Evagrio, VI,1.
  14. ^ Chron. 1234, lxxxiii.
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