Campagne sasanidi di Teodosio II

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Le campagne sasanidi di Teodosio II furono una serie di campagne militari che l’Imperatore romano-orientale Teodosio II condusse contro i Persiani Sasanidi.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Nei primi anni del regno di Teodosio II (408-450) i rapporti tra i Sasanidi e i Romani furono buoni, fino alla morte dello scià di Persia Yazdgard I (399-420); quest’ultimo aveva intrapreso rapporti commerciali con i Romani e fu tollerante nei confronti dei Cristiani; per questa sua politica di tolleranza religiosa fu soprannominato spregiativamente dai Zoroastriti “il Peccatore”. Sotto il regno di Yazdgard i rapporti tra Romani e Sasanidi erano talmente buoni che Arcadio nominò il re di Persia custode del figlio e futuro Imperatore Teodosio II[1].

Tuttavia le relazioni tra Romani e Persiani si deteriorarono nell’ultimo anno di regno di Yazdgard; egli infatti, per vendicarsi della distruzione di un tempio persiano, a opera di cristiani, cominciò a perseguitare questi ultimi; i rapporti peggiorarono ulteriormente con l’ascesa al potere di Bahram V (o Varane V). Quest’ultimo emulò il padre nella persecuzione dei cristiani. Quando molti cristiani fuggirono in territorio romano, i Persiani chiesero che i fuggitivi venissero riportati in Persia, e al rifiuto dei romani, iniziarono una nuova guerra. Le cause del nuovo conflitto non erano solo la persecuzione dei cristiani ma anche dispute commerciali.

Campagne[modifica | modifica sorgente]

Contro Bahram V (421-423)[modifica | modifica sorgente]

Appena salito al trono (421), Bahram V continuò la persecuzione contro i cristiani iniziata dal padre, Yazdgard I, dopo il tentativo del vescovo di Ctesifonte di bruciare il tempio del Grande Fuoco della capitale sasanide. Questa persecuzione, che portò alla morte di Giacomo Interciso, fu il casus belli dell'offensiva imperiale.

L'imperatore Teodosio II inviò infatti un forte contingente militare in Armenia, da sempre contesa dalle due potenze confinati, al comando del magister militum praesentalis Ardaburio, il quale sconfisse il comandante persiano Narsehi e procedette al saccheggio della provincia dell'Arzanene e all'assedio della fortezza frontaliera di Nisibis. Narsehi, rinchiuso nella città, mandò un'ambasciata, chiedendo ad Ardaburio una tregua che però il generale romano rifiutò. Ottenuto dei rinforzi, Ardaburio entrò nella Mesopotamia sasanide.

Bahram, vista in pericolo la prestigiosa e fondamentale fortezza di Nisibis, decise di guidare personalmente l'esercito sasanide. Giunto a Nisibis, venne messo in difficoltà dalla defezione improvvisa dei suoi alleati Arabi, ma la supremazia numerica sasanide e la presenza degli elefanti impaurirono i Romani: Ardaburio ordinò di levare l'assedio, bruciare l'artiglieria e ritirarsi. Bahram mise sotto assedio Teodosiopoli e si mosse verso Resaena, dove sarebbe stato fermato da Procopio ed Areobindo: nel frattempo Ardaburio sconfisse un forte contingente sasanide. Bahram decise di chiedere la pace, ma prima tentò un colpo di mano, ordinando alla sua guardia personale, gli Immortali, di attaccare il campo romano: venuto a conoscenza dell'attacco a sorpresa, Ardaburio riuscì a neutralizzarlo e ad imporre la pace al sovrano sasanide (423). Una tregua di cento anni venne firmata. La carità del vescovo Acacio di Amida viene da alcuni (Gibbon) considerato uno dei motivi della fine della guerra: egli vendette le placche della Chiesa di Amida e impiegò il ricavato per riscattare 7.000 prigionieri persiani; soddisfece i loro desideri e li inviò nella loro terra natia, per informare il loro re del vero spirito del Cristianesimo, la religione che perseguitava.

Molti degli avvenimenti della guerra sono considerati da molti storici (come il Gibbon[2]) poco credibili: il Gibbon cita tra gli avvenimenti poco credibili della guerra (che egli attribuisce alla fantasia degli scrittori di panegirici, che spesso tendono a ingigantire le imprese della persona che devono celebrare) «la prode sfida di un eroe persiano, che rimase impigliato nella rete, i 10.000 immortali che vennero massacrati mentre attaccavano l’accampamento romano; e i 100.000 Arabi, o Saraceni, che, presi dal panico, si gettarono a capofitto nel fiume Eufrate». Tra gli avvenimenti considerati poco credibili vi è il resoconto di Giovanni Malala della campagna: secondo tale storico, il magister militum per orientem, avrebbe ricevuto tale proposta dal re di Persia: nel caso ci fosse stato un solo uomo dell’esercito romano in grado di vincere in un combattimento corpo a corpo un soldato persiano scelto dallo scià, quest’ultimo avrebbe firmato una pace immediata di cinquant'anni con i Romani; Malala ci fornisce il resoconto di tale combattimento, combattuto tra il romano Aerobindo il Goto e il persiano Adrazanes e vinto alla fine dal romano.

Contro Yazdegard II (438)[modifica | modifica sorgente]

All'inizio del regno di Yazdgard II, l'imperatore Teodosio II ordinò una concentrazione di truppe lungo la frontiera, in previsione di un attacco, con il rafforzamento delle fortezze in territorio romano di fronte alla città persiana di Carre. Yazdgard radunò un esercito composto da contingenti di diverse nazioni vassalle dei Persiani e attaccò i Romani prendendoli di sorpresa: solo una improvvisa e notevole alluvione mise fine all'attacco persiano, permettendo ai Romani di ritirarsi e impedendo a Yazdgard, che comandava il proprio esercito, di invadere il territorio romano.

Teodosio ordinò allora al proprio generale e politico Anatolio di recarsi al campo sasanide per stipulare la pace; Anatolio giunse al campo di Yazdgard da solo e si gettò ai piedi del sovrano: Yazdgard, impressionato, accettò di stipulare la pace, che prevedeva tra i suoi termini l'accordo di non costruire nuove fortezze frontaliere e di non fortificare quelle esistenti.[3]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Procopio, I, 2
  2. ^ Gibbon, Cap. 32
  3. ^ Procopio, I, 2

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell'Impero romano, Cap. 32.
  • Procopio, La guerra persiana
  • Giovanni Malala