Assedio di Roma (537-538)

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Assedio di Roma
parte della guerra gotica
(guerre di Giustiniano I)
Le mura di Roma come nel VI secolo
Le mura di Roma come nel VI secolo
Data marzo 537 - marzo 538
Luogo Roma, Italia
Esito Vittoria bizantina
Modifiche territoriali Nessuno. Efficace difesa di Roma.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
5.000 soldati iniziali
5.600 soldati di rinforzo
imprecisato numero di coscritti
Circa 45.000
Perdite
Sconosciute Sconosciute
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L'assedio di Roma fu una battaglia combattuta tra romani d'oriente (bizantini) e ostrogoti, nel corso della guerra gotica, iniziò nel marzo del 537 fino al marzo 538.

Sfondo[modifica | modifica sorgente]

Le mura aureliane, da Porta san Sebastiano a Porta Ardeatina.

L'assedio di Roma fu una delle battaglie più importanti della prima fase della guerra gotica, ed è la parte che conosciamo meglio, grazie all'opera scritta dal consigliere giuridico di Belisario, Procopio. Questa battaglia sancisce la straordinaria bravura del generalissimo Belisario, che con poche truppe sconfiggerà gli ostrogoti, usando la superiore tecnologia dell'Impero bizantino, in confronto a quella degli ostrogoti che non avevano le capacità di combattere a disposizione dei bizantini. Belisario a Roma usò la sua tattica prediletta, che consisteva nella cosiddetta "guerra di logoramento", cioè nell'evitare il più possibile lo scontro in campo aperto con il nemico, ma nel continuare a infastidirlo con scaramucce eseguite quasi interamente da arcieri a cavallo. Una tecnica che in questo frangente si rivelò ottima, visto che gli ostrogoti avevano solo arcieri appiedati e non riuscivano ad addestrare truppe che sapessero montare a cavallo e scoccare frecce mentre galoppavano; quindi arcieri ostrogoti non potevano mai rispondere al fuoco nemico, perché in confronto a un arciere a cavallo erano lenti, e i bizantini si potevano divertire come in un tiro al bersaglio mirando ai soldati o ai cavalieri ostrogoti. Belisario per le sue guerre di logoramento aveva bisogno sempre di trincerarsi in un posto ben fortificato: Roma era il luogo adatto per condurre una guerra del genere, e gli ostrogoti avevano sbagliato a far in modo che Belisario potesse tranquillamente impossessarsi di Roma, visto che ora poteva applicare la sua tecnica di guerra più terribile per i suoi nemici.

Fu totalmente colpa degli ostrogoti, se il loro assedio fallì, vista la loro incapacità di condurlo, nonostante la loro superiorità numerica. Quest'ultima, tuttavia, veniva annullata dai catafratti bizantini quando scendevano in campo; il blocco navale fatto dagli ostrogoti e un tentativo di costruzione di una flotta furono poi vanificati del tutto dalla potentissima Marina bizantina, che affondò la piccola flotta ostrogota e riuscì a portare i viveri a Roma.

Belisario entra a Roma[modifica | modifica sorgente]

Il 9 dicembre (o il 10) del 536 Belisario entrò trionfante a Roma, nella antica capitale dell'impero romano, dove oramai i fausti di un tempo erano solo un lontano ricordo, Roma aveva solo 50.000 abitanti, Belisario non trovò resistenza da parte degli ostrogoti, per poter prendersi la città, ma subito saputa la notizia un esercito ostrogoto che si trovava nel nord Italia si mise in marcia per andar a riprendersi la città. Belisario quindi inviò un suo ufficiale che consegnò le chiavi di Roma all'Imperatore Giustiniano I, e che portò prigioniero a Costantinopoli il generale ostrogoto che aveva consegnato la città. Belisario si accorse subito che la situazione delle mura aureliane (le mura di Roma) era pessima, e quindi provvide subito a farle riparare, visto che era stato informato che gli ostrogoti si stavano avvicinando.

Gli ostrogoti assediano Roma[modifica | modifica sorgente]

L'inizio dell'assedio[modifica | modifica sorgente]

Il Bélisaire di François André Vincent, 1776. Belisario, cieco e mendicante, è riconosciuto da uno dei suoi soldati, che gli fa la carità.

Nel febbraio del 537, trentamila ostrogoti si trovavano alle porte di Roma, pronti ad assediare la città, per fermare l'avanzata dei Bizantini capitanati dal generale Belisario, e prendere il possesso dell'ex capitale dell'impero.

Belisario si trovava svantaggiato, aveva solo cinquemila uomini, non sufficienti per la difesa della città, e le mura aureliane erano facilmente espugnabili dato il loro cattivo stato. Gli ostrogoti si posizionarono attorno alla città, costruendo sette accampamenti onde bloccare l'arrivo di rifornimenti e iniziarono i preparativi. Inoltre tagliarono i quattordici acquedotti della città per lasciare la popolazione senz'acqua.

Belisario, per fronteggiare la situazione, prese i seguenti provvedimenti:[1]

  1. per impedire ai Goti di penetrare nella città attraverso gli acquedotti (come aveva fatto Belisario stesso, tra l'altro, per espugnare Napoli pochi mesi prima), li fece ostruire con un solido muro.
  2. pose a custodia delle porte uomini fidati. In particolare Belisario decise di sorvegliare egli stesso la Salaria e la Pinciana, mentre affido a Costanziano la custodia della Flaminia. Una porta venne serrata con un cumulo di pietre per impedire a chicchessia di aprirla.
  3. infine decise, per provvedere ai bisogni della popolazione, di costruire dei rudimentali ma ingegnosi mulini ad acqua sfruttando le acque del Tevere. I Goti, avutene notizia da disertori, tentarono di sabotare l'invenzione gettando nelle acque del Tevere alberi e cadaveri. Belisario però riuscì a contrastare i loro tentativi di non far funzionare i mulini ad acqua con delle funi di ferro che andavano da una riva all'altra del Tevere e che impedivano agli oggetti gettati dai Goti nel fiume di proseguire oltre. In questo modo impediva inoltre ai Goti di entrare in città tramite il fiume Tevere.

I primi giorni d'assedio crearono i primi disagi della popolazione, non abituati allo stato d'assedio. Venutone a conoscenza, il re dei Goti Vitige decise di inviare a Belisario alcuni ambasciatori e Albis, che alla presenza del senato e dell'esercito, parlarono a Belisario, invitandolo ad affrontare i Goti in battaglia piuttosto che starsene rinserrato dentro le mura della città per paura di affrontarli; Belisario rifiutò.[2] Quando gli ambasciatori goti comunicarono a Vitige l'infelice esito della loro missione, il re goto decise di attaccare le mura della città: fece dunque costruire varie macchine d'assedio come torri di legno con ruote, delle scale tanto lunghe da giungere ai merli delle mura, e quattro arieti.[3] Belisario rispose ponendo sulle mura delle baliste, macchine da guerra molto simili alle balestre, degli onagri (macchine che gettano sassi) e altre macchine da guerra chiamate lupi.[3]

Il primo attacco goto[modifica | modifica sorgente]

All'alba del diciottesimo giorno d'assedio gli ostrogoti attaccarono, ma la loro disorganizzazione e l'inesperienza nell'uso delle macchine d'assedio permise ai bizantini di ottenere una facile vittoria, mietendo un gran numero di vittime tra le file nemiche.[4] L'assalto iniziò con i Goti che facevano avanzare le torri d'assedio verso le mura. Belisario ordinò allora agli arcieri di mirare di proposito ai buoi che trainavano le torri in modo da ucciderli e da impedire alle torri di essere trasportate fino alle mura; la strategia funzionò e i Goti si trovarono con un'arma inutilizzabile.[4]

Vitige decide quindi di cambiare strategia: ad una parte del suo esercito ordinò di tenere occupato Belisario nella difesa della Porta Salaria tramite il lancio di strali sopra i merli, mentre lui e un'altra parte dell'esercito avrebbero tentato l'attacco alla Porta Prenestina, più facile da espugnare per il debole stato delle mura.[4] Bessa e Peranio, i generali a difesa della porta e delle mura circostanti, chiesero allora aiuto a Belisario, il quale, affidata a un suo amico la difesa della Porta Salaria, andò subito a soccorrere la porta Prenestina.[5] Belisario, vedendo le mura in cattivo stato, ordinò ai suoi uomini di non respingere il nemico: lasciò pochi uomini a difesa dei merli mentre il fior dell'esercito venne collocato vicino alla Porta. I Goti, entrati da un foro nelle mura, vennero qui sconfitti e costretti alla fuga. Le loro macchine d'assedio vennero date alle fiamme.

Un'altra parte dell'esercito goto assalì nel frattempo la Porta Aurelia, difesa da Costantino. Quest'ultimo aveva con sé pochissimi uomini in quanto il Tevere, che scorreva vicino alla porta e al muro, sembrava proteggerlo abbastanza da un assalto goto e si preferì lasciare ben difesi parti di mura più importanti.[4] I Goti, valicato il Tevere, assaltarono la Porta e il Muro con ogni macchina d'assedio di sorta (soprattutto scale) e tirando frecce contro gli Imperiali. Gli Imperiali sembravano disperare: le baliste erano inutilizzabili in quanto erano a lunga gittata e quindi erano inservibili per colpire nemici molto vicini alle mura; i Goti erano in superiorità numerica; e stavano appoggiando le scale per valicare le mura.[4] I Bizantini però non si persero d'animo e, facendo a pezzi molte delle più grandi statue, le gettarono dalle mura contro i nemici.[4] La tattica ebbe successo e i nemici iniziarono a indietreggiare; allora gli Imperiali, rinvigoriti, attaccarono con maggior foga attaccando i Goti con frecce e pietre. I Goti, respinti, non attaccarono più, almeno per quel giorno, la porta Aurelia.[4]

I Goti provarono allora ad attaccare la Porta Trasteverina ma il generale bizantino Paolo riuscì a respingerli senza problemi.[5] Rinunciato all'attacco della Porta Flaminia, protetta da un suolo dirupato e dal generale bizantino Ursicino, i Goti attaccarono allora la Porta Salaria subendo gravi perdite.[5] Giunse infine la notte e la battaglia si concluse con la vittoria bizantina sui Goti. Curiosamente i Goti non attaccarono una parte delle mura non riparata da Belisario per la superstizione dei suoi uomini (essi dicevano che per via di una leggenda sarebbe stato San Pietro in persona a proteggerle dai Goti)[5]: se avessero deciso di attaccarle, forse la battaglia sarebbe finita in modo diverso per loro.

Provvedimenti di Belisario per la difesa dell'Urbe[modifica | modifica sorgente]

Ma la vittoria non servì a rompere l'assedio, e Belisario sapeva che il suo esercito era comunque di gran lunga inferiore a quello degli Ostrogoti, così decise di inviare un messaggero all'imperatore Giustiniano I per chiedere rinforzi:[6]

« Secondo i vostri ordini, sono entrato nei domini dei Goti, e ho ridotto alla vostra obbedienza l’Italia, la Campania, e la città di Roma. […] Fin qui abbiamo combattuto contro sciami di barbari, ma la loro moltitudine può alla fine prevalere. […] Permettetemi di parlarvi con libertà: se volete, che viviamo, mandateci viveri, se desiderate, che facciamo conquiste, mandateci armi, cavalli e uomini. […] Quanto a me la mia vita è consacrata al vostro servizio: a voi tocca a riflettere, se […] la mia morte contribuirà alla gloria e alla prosperità del vostro regno. »

Il giorno dopo la battaglia si vide costretto ad effettuare delle scelte drastiche per migliorare la difesa dell'Urbe come far uscire dalla città tutti coloro che non erano in grado di brandire un'arma (tra questi vi erano le donne e i bambini), che vennero trasferiti temporaneamente a Napoli.[7] La decisione di far uscire dalla città le persone non in grado di combattere era dovuta alla volontà di far durare il maggior tempo possibile le scorte di cibo utilizzandole solo per sfamare le persone in grado di combattere, mentre gli altri, trasferendosi a Napoli, venivano comunque sfamati.[7] Le persone trasferite a Napoli vi giunsero o per via mare o seguendo la Via Appia, senza venire attaccata dai Goti in quanto, essendo Roma una città di vastissima estensione, i Goti non erano riusciti a circondarla tutta quanta, quindi bastò uscire da una via distante dagli accampamenti goti.[7]

Proprio per questi motivi fu possibile introdurre a Roma scorte di cibo per parecchi giorni senza essere notati dai Goti. E, durante la notte, capitava di sovente che i Mauri, soldati foederati dell'Impero, facessero delle sortite contro gli accampamenti goti, uccidendone alcuni durante il sonno e spogliandoli.[7] Belisario nel frattempo notò la sproporzione tra l'estensione delle mura e il numero dei soldati che le dovevano sorvegliare e decise di risolvere il problema obbligando gli abitanti rimasti a diventare soldati e far ronda sulle mura aureliane.[7] Prese delle severe precauzioni per assicurarsi della fedeltà dei suoi uomini: cambiava due volte al mese gli ufficiali posti a custodia delle porte della città,[7] ed essi venivano sorvegliati da cani e altre guardie per prevenire un eventuale tradimento.

In quei giorni i Bizantini deposero Papa Silverio, accusato di parteggiare con i Goti, e lo spedirono in esilio in Grecia. Venne eletto al suo posto Virgilio, gradito dall'Imperatrice Teodora. Vennero espulsi, per lo stesso motivo, alcuni senatori.[7]

La conquista di Porto e i problemi arrecati ai Romani[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo Vitige decise per rappresaglia di uccidere i senatori romani rifugiatisi a Ravenna all'inizio della guerra.[8] Inoltre, per tagliare i contatti degli assediati con l'esterno, impedendo così loro di ricevere scorte di cibo e acqua, decise di conquistare Porto, lontana circa 20 stadi, la distanza che separa Roma dal Mediterraneo.[8] Dunque, trovatala senza presidio, i Goti occuparono Porto, sterminando la popolazione locale e arrecando grossi problemi agli assediati in quanto a Porto giungevano principalmente le scorte di cibo necessarie per resistere all'assedio.[8] I Romani furono quindi costretti a recarsi ad Ostia per rifornirsi di cibarie, facendo tra l'altro molta fatica in quanto abbastanza lontana da Roma a piedi.[8]

Scontri sotto le mura[modifica | modifica sorgente]

Venti giorni dopo la conquista ostrogota di Porto, arrivarono a Roma i primi rinforzi inviati da Giustiniano: i generali Valentiniano e Martino alla testa di mille e cinquecento cavalieri, per lo più Unni, ma comprendenti anche Sclaveni ed Anti, popolazioni alleate dell'Impero residenti oltre Danubio.[9] Belisario, confortato dall'arrivo di rinforzi, decise di adoperare una tattica di guerriglia, approfittando della superiorità degli arcieri bizantini per logorare le forze nemiche: ordinò ad una sua lancia, Traiano, di attaccare, alla testa di duecento pavesai, i Goti, impedendo ai suoi di combatterli da vicino con la spada o con l'asta, e permettendo loro di adoperare solo l'arco; quando le frecce sarebbero finite i soldati bizantini sarebbero riparati alle mura.[9] Traiano, ricevuto l'ordine, prese i 200 pavesai e uscì con essi dalla Porta Salaria, dirigendosi verso il campo nemico.[9] I barbari, sorpresi dall'arrivo dei 200 pavesai, si gettarono fuori degli steccati per assalire l'armata di Traiano, dispostosi sulla sommità di una collina per ordine di Belisario: i pavesai di Traiano cominciarono a colpire i nemici di frecce, uccidendone almeno mille, per poi ripararsi dentro le mura.[9] Visto che la tattica di guerriglia cominciava a dare i suoi frutti, infliggendo perdite all'armata nemica, Belisario, alcuni giorni dopo, inviò trecento pavesai alla testa di Mundila e Diogene, per attaccare allo stesso modo, adoperando l'arco, gli Ostrogoti, infliggendo così loro delle perdite persino peggiori rispetto al primo scontro; Belisario, incoraggiato, inviò altri trecento pavesai sotto il comando di Oila, i quali inflissero ulteriori perdite ai Goti; in tre scontri sotto le mura, gli arcieri di Belisario era riusciti a uccidere, secondo Procopio, ben 4.000 Goti.[9]

Vitige, allora, volendo adoperare la stessa tattica di Belisario, ordinò a cinquecento cavalieri di avvicinarsi alle mura, e di fare all'esercito di Belisario la stessa accoglienza che essi avevano ricevuto.[9] I cinquecento cavalieri goti, saliti su un'altura non distante da Roma, furono però attaccati da 1.000 arcieri scelti bizantini posti sotto il comando di Bessa, i quali, attaccando a suon di frecce i guerrieri goti, inflissero loro pesanti perdite, costringendo i pochi superstiti a fuggire negli accampamenti goti, dove furono pesantemente rimproverati per il loro fallimento da Vitige, il quale sperava che il giorno successivo, adoperando diversi combattenti e la stessa tattica, il successo avrebbe forse arriso ai Goti.[9] Due giorni dopo Vitige inviò altri cinquecento Goti, selezionati da tutti i suoi campi, contro il nemico; Belisario, accortosi del loro arrivo, inviò a combatterli Martino e Valeriano alla testa di mille e cinquecento cavalieri, i quali inflissero pesanti perdite agli Ostrogoti.[9]

Procopio spiega i motivi per cui la tattica di guerriglia di Belisario aveva successo: Belisario, infatti, si era accorto dei talloni di Achille dell'esercito ostrogoto, e stava provando a sfruttarli: infatti, mentre "quasi tutti i Romani, gli Unni ed i confederati loro sono valentissimi arcieri a cavallo", i cavalieri ostrogoti al contrario non sapevano combattere con l'arco, venendo addestrati a maneggiare le sole aste e spade; per questo motivo, negli scontri non in campo aperto, gli arcieri a cavallo bizantini, approfittando della loro abilità nell'arco, riuscivano ad infliggere pesanti perdite al nemico.[9]

Battaglia in campo aperto[modifica | modifica sorgente]

Successivamente, gli Imperiali, boriosi delle riportate vittorie, erano smanianti di combattere coll'intero esercito ostrogoto, convinti di esserlo in grado di vincerlo in una decisiva giornata campale.[10] Belisario, al contrario, constatando il grandissimo divario esistente ancora tra Bizantini e Ostrogoti, esitava di continuo a cimentarsi con tutte le truppe, e, con maggiore attenzione cercava di scontrarsi sempre con loro con piccole sortite, con azioni di guerriglia, ma mai scontrandosi con il nemico in campo aperto.[10] Furono tante le voci di protesta contro la tattica prudente e accorta adoperata da Belisario, e tanta l'insistenza dell'esercito di scontrarsi con il nemico in campo aperto, Belisario alla fine cedette, e diede loro il permesso di scontrarsi con gli Ostrogoti in campo aperto.[10]

Dopo una esortazione, Belisario condusse fuori l'esercito attraverso la porta Pinciana e la Salaria, facendone uscire un piccolo reggimento da quella Aurelia con ordine di giungere al campo di Nerone in sostegno di Valentino, comandante della cavalleria, senza cominciare battaglia, né accostarsi al steccato gotico; avrebbe piuttosto dovuto dato mostra di volere senza indugio assalire il nemico, e impedire che i Goti non corressero, valicato il vicino ponte, a rafforzare gli altri corpi.[10] Alcuni del popolo romano si erano uniti all'esercito bizantino come volontari, ma Belisario decise di non schierarli perché temeva, che essendo inesperti nella guerra, fuggissero impauriti all'avvicinarsi del pericolo, creando scompiglio e compromettendo la battaglia.[10] Formatone pertanto un corpo separato, li mandò alla porta Pancraziana di la dal Tevere, dove sarebbero rimasti in attesa di nuovi suoi ordini.[10] Belisario era intenzionato inoltre a battagliare in quel giorno con la sola cavalleria, essendo molti dei suoi fanti, avendo tolto i cavalli ai nemici, divenuti cavalieri, mentre considerava i rimanenti fanti, pochi di numero, non idonei al combattimento conseguente.[10] Ma Principio, la sua lancia preferita, e Termuto isauro, fratello di Enna capitano degli Isauri, convinsero Belisario a disporre che parte della plebe romana vegliasse alla difesa delle porte, dei merli e delle macchine, e schierare i fanti in battaglia con ordine di obbedire a Principio e Termuto, acciocché intimoriti dal pericolo non sgomentassero il rimanente esercito, o se qualche drappello de' cavalieri voltasse le spalle non potesse vie maggiormente dilungarsi, ma fattovi corpo tornasse a respingere il nemico.[10]

Nel frattempo, Vitige, comandato ai Goti di armarsi, lasciando nelle trincee i soli cagionevoli, impose alle truppe di rimanere nel campo di Nerone, e custodissero con diligenza il ponte per non venire da quel fronte molestati dal nemico.[11] Vitige pose quindi in ordinanza l'esercito collocando nel centro le coorti dei fanti e nei due corpi i cavalieri; né tenne lo schieramento lontano dagli steccati, ma quanto più vicino poté, bramando che, non appena volto in fuga il nemico, i suoi lo avrebbero inseguito e annientato senza incontrare nemmeno un istante di resistenza a causa della grandissima disparità di forze tra i due eserciti.[11]

Al sorgere dell'alba, dunque, cominciò la battaglia tra Imperiali e Ostrogoti: la fortuna, sulle prime, arrise agli imperiali, ma, sebbene molti Goti cadessero vittime delle frecce nemiche, continuavano tuttavia a resistere, potendo essi, essendo in quantità immense, supplire prontamente i feriti con nuove truppe di qualità.[11] Gli Imperiali, di gran lunga in inferiorità numerica, venuto il pomeriggio, decisero di tornare in Roma, approfittando della prima buona occasione.[11] In quella battaglia tre soldati dell'esercito bizantino si segnalarono per le loro gesta individuali in battaglia: Atenodoro (di stirpe isaurica e lancia di Belisario), Teudorito e Giorgio (lance di Martino ed originari della Cappadocia), i quali uccisero con l'asta molti barbari.[11] Nel campo di Nerone, nel frattempo, per lungo tempo, entrambi le fazioni si stettero a rimirarsi a vicenda, mentre gli alleati dell'Impero Mauri molestavano continuamente i Goti a suon di dardi, né gli assaliti ardivano farsi loro addosso, «per tema non le turbe della romana plebe, collocate a breve distanza e presupposte schiere di fanti, rimanessersi cola di pie fermo a macchinare insidie, e ad attendere l'ora d'inseguirli dalle spalle, per distruggere quanti ne avessero intercettati con sorpresa di schiena e di fronte».[11] Era giunto il pomeriggio quando l'esercito bizantino si scagliò contro i Goti, i quali, sopraffatti dall'urto improvviso ed inopinatamente messi in fuga, non potendo riparare nelle proprie trincee, salirono le vette dei colli vicini, dove erano abbondantissime le truppe di Belisario, che tuttavia non erano tutte esperte delle armi, anzi il più di esse erano la plebe di Roma arruolatosi come volontari; per cui, essendo Belisario assente, molti nocchieri e bagaglioni alla coda dell'esercito, bramosi di prender parte nel combattimento, si erano mescolati con le truppe, e pur costoro riuscirono a mandare in fuga gli Ostrogoti.[11] Sennonché, la confusione creata nell'esercito bizantino, a causa della mescolanza dei nocchieri e dei bagaglioni, fu deleteria per l'esercito imperiale, perché i soldati non udivano più la voce di Valeriano, che cercava di incoraggiarli, né cercavano di uccidere i nemici, né venne loro in mente di tagliare il vicino ponte in modo da impedire che Roma, tolta ai Goti l'opportunità di trincerarsi di qua dal fiume Tevere, fosse poi dall'una e dall'altra parte assediata.[11] Non venne loro nemmeno l'idea, una volta valicato il ponte, di prendere alle spalle coloro che, sull'opposto lido, combattevano contro Belisario: e, secondo Procopio, se avessero avuto quest'idea, avrebbero mandato in fuga gli Ostrogoti.[11] Al contrario, gli Imperiali, impadronitesi del campo nemico, volsero ogni loro premura al saccheggio del bottino nemico, causando la reazione dell'esercito ostrogoto, che, dopo aver rimirato da sopra le alture per qualche istante gli imperiali mentre erano dediti a saccheggiare la loro roba, si fiondarono sul nemico, arrestando il depredamento delle robe loro, uccidendone molti e scacciandone il resto.[11]

Al succedere di tali faccende nel campo di Nerone, un altro esercito ostrogoto, che si trovava vicino ai suoi steccati e protetto dagli scudi, respingeva coraggiosamente il nemico, infliggendogli enormi perdite sia per quanto riguarda gli uomini che per i cavalli.[11] Costretti pertanto ad abbandonare l'ordinanza, i soldati imperiali, disperati per l'enorme disparità di forze a tutto loro svantaggio, subirono l'assalto nemico: i cavalieri ostrogoti del corno destro lo assalirono furiosamente con le aste costringendolo a riparare verso i fanti; sennonché, rotti con eguale impeto i fanti, anch'essi fuggirono insieme ai cavalieri, per cui tutto l'esercito bizantino cominciò a ripiegare in ritirata, inseguito e molestato dal nemico.[11] Principio e Termuto, con la loro piccola schiera di fanti, si comportarono in modo davvero coraggioso, continuando a combattere fino alla fine contro il nemico nonostante la notevole disparità di forze: Principio si spense dopo aver ucciso ben quarantadue guerrieri nemici; Termuto, invece, armatesi entrambe le mani con due dardi isaurici, continuò a combattere fino alla fine nonostante le numerose ferite subite, anche perché confortato dall'arrivo del fratello Enne con parecchi cavalieri, prima di ritirarsi verso la porta Pinciana.[11] Varcata tuttavia la soglia della porta Pinciana, Termuto cadde per le numerose ferite ricevute, e, ritenuto deceduto dai suoi compagni, fu condotto a Roma sopra uno scudo, dove, dopo due giorni, perì per davvero.[11] I Romani, avviliti per la sconfitta e intenti unicamente alla difesa della città, serrate le porte, negavano di accogliere i fuggitivi per il timore che così potesse entrare anche il nemico.[11] I Goti, in principio, incoraggiati dallo scarso numero di guerrieri a difesa dei merli, continuavano la battaglia nella speranza di uccidere tutti coloro che erano rimasti fuori dalla città, e mandare in fuga l'interno presidio: ma, una volta notato successivamente che le mura erano in realtà cinte da una folta corona di soldati e di cittadini, si scoraggiarono, e abbandonarono i loro piani bellicosi, ponendo fine alla battaglia.[11]

Il paragrafo deve essere completato con quello che avvenne nelle settimane successive.

L'arrivo dei rinforzi e lo stratagemma di Belisario[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo arrivavano da Costantinopoli i rinforzi: sbarcarono infatti a Napoli tremila Isauri sotto il comando di Paolo e Conone, a Otranto poi ottocento cavalieri traci capitanati da Giovanni, nipote dal lato di sorella di Vitaliano, ed altri mille sotto gli ordini di Marcenzio e di Alessandro. Tutte queste truppe si riunirono a Ostia e si incamminarono per Roma con nuove scorte di cibo. Era inoltre arrivato a Roma, passando per il Sannio e la via Latina, Zenone con trecento cavalieri.[12]

Trattative con i Goti[modifica | modifica sorgente]

I Goti, venuti a conoscenza dell'arrivo di rinforzi, decidono di ricorrere alla diplomazia inviando un romano e due goti in qualità di oratori a Belisario. Questo fu il discorso tra Belisario e gli oratori goti secondo Procopio:

« ORATORI: Chiunque di voi ha sperimentato le sciagure della guerra non ignora, affé mia, che nessuna delle parti ebbene mai profitto: e chi di noi e di voi oserebbe impugnare il noto a tutti? Né, a mio credere, avrò contraddittori tranne un demente, nell’asserire stoltezza per uno stimolo di onore il voler mai sempre ravvolgere nei mali, anzi che procacciare un termine alle comuni molestie. Andando pertanto così le bisogne dovranno i rettori d’ambe le genti anzi che fare strazio, per acquistar gloria, delle vite de’ sudditi, mettere un fine, col seguire quanto giustizia ed una scambievole utilità impongono, alle presenti sciagure. Conciossia ché l’amore della moderazione ben ha il mezzo di combinare ogni ardua e malagevol cosa, la soverchia cupidigia di maggioranza al contrario mercé di quella sua connaturale malignità non sa mai compiere nulla di buono. Laonde qui veniamo col proponimento di finire la guerra, ed a patti di reciproco vantaggio: avvegnaché per essi cediamo in parte i nostri diritti. Né voi, o Romani, per certa qual orgogliosa bramosìa di contenderla con noi v’ostinate a preferire un rovinoso partito a quanto il proprio interesse imperiosamente v’inculca. Del rimanente sembrami ora opportuno di ommettere un continuato ragionamento nel disporre questi accordi, ma ove si opini fuor di proposito qualche nostro detto chiederne subito la necessaria dichiarazione, e così ne avverrà ad ognuno di manifestare con brevità ed accuratezza I’animo suo, e di condurre in dicevol guisa a buon fine le assunte funzioni.

BELISARIO: Sia pure così per rispetto alla forma del colloquio; ma badate bene che il parlar vostro s’addica all’amor della pace ed all’equità.

ORATORI: Operaste iniquamente, o Romani, coll’impugnare le armi contro di noi vostri amici e confederati, ed a provarvelo ci contenteremo di rammentar cose a voi tutti note. I Gotti non vennero al possesso dell’Italia con ispogliarne di forza i Romani. Ben sapete che nei tempi andati Odoacre, tolto di mezzo l’imperatore, si pose alla testa della repubblica mutata da lui in tirannia. Al che Zenone, imperatore dell’Oriente, bramoso in sé stesso di vendicare l’ingiuria dal ribelle fatta al suo collega e di tornare alla libertà questa regione, né da solo potente di abbattere l’usurpatore, persuase a Teudorico signor nostro, il quale faceva grandi apprestamenti per assediarlo entro la stessa Bizanzio, di seco rappattumarsi mercé degli onori già da lui ricevuti, ascrittolo intra’ romani patrizii ed i consolari, e di pigliar le vendette dell’ingiurioso procedere del tiranno verso Augustolo, in premio di che poscia e’ si goderebbe di ottimo diritto unitamente ai Gotti il possesso di queste provincie. A tali condizioni pertanto avuto il regno d’Italia ne conservammo gli statuti e la forma del reggimento con zelo non inferiore a quello di chiunque degli antichi imperatori; né addur potrebbero gli Italiani legge alcuna, vuoi scritta, vuoi altrimenti, di Teuderico o di altro gottico monarca. Disponemmo eziandio per riguardo al culto divino ed alla credenza che i romani sudditi conservassero il tutto nella sua integrità, né v’ha esempio sino ad oggi d’Italiano, il quale di proprio volere o per noi costretto abbia cangiato religione, né di Gotto sottoposto a gastigo comunque per essere passato a quella fede. Tributammo in cambio onori sommi ai romani templi, nessuno avendo fatto unquemai violenza a quanti vi riposero lor salvezza. Eglino finalmente esercitarono tutte le magistrature, né ebbervi mai a compagno uom de’Gotti; e se havvi chi possa incolpare il dir nostro di menzogna prenda qui apertamente a confutarlo. Sotto i Gotti di più non s’interdisse giammai agli Italiani di ricevere ogni anno il consolato dall’imperatore d’Oriente. In onta di tutto ciò voi che non sapeste liberare l’Italia mentre ponevasi a ferro e fuoco da genti dispietate sotto la condotta di Odoacre, il quale malmenolla non meno che per due lustri; voi, ripetiamo, cercate ora disturbarne i legittimi padroni. Uscitene adunque con ogni vostra suppellettile e con tutta la preda.

BELISARIO: Voi prometteste modestia e concisione nel ragionamento, ma siete stati prolissi, e quasi aggiugnerei vanagloriosi. Zenone Augusto in conto veruno commise a Teuderico di guerreggiare Odoacre per lasciarlo quindi signore del regno d’Italia, colla quale determinazione che mai fatto avrebbe se non se passare quelle provincie da uno ad altro tiranno? ma per renderle nuovamente libere e suddite del suo augusto dominio. Il Gotto poi avuta propizia la sorte nell’affidatagli impresa contro il ribelle, a mostrossi quindi più che mediocremente ingrato non restituendo l’Italia cui si competeva. Ora, per dirla come la sento, v’ha l’eguai misura di scelleraggine tanto nel rifiutarsi a restituire di buon grado al vicino i possedimenti suoi, quanto nel rapirglieli di forza. Guardimi il Cielo del resto dal consegnare a chicchessia le terre d’imperiale diritto: che se bramate altra concessione, potete qui proporla.

ORATORI: Viva Iddio che nessuno di voi osa accusare il parlar nostro di menzogna! Del resto per non mostrarti ora d’animo contenzioso vi cederemo la Sicilia, isola cotanto grande, ricca e senza cui sperereste indarno conservare franchi da ogni timore l’Africa.

BELISARIO: E noi concederemo ai Gotti l’intiera Britannia di gran lunga maggiore della Sicilia, ed in altri tempi ligia de’ Romani, essendo giusto il ricambiare co’ proprii benefizii o favori chi meritò di noi.

ORATORI: Non v'accontentereste tampoco al proporvi la Campania, ed anche la stessa Napoli?

BELISARIO: Al tutto che no: addiverremmo colpevoli se disponessimo delle cose d’Augusto senza il consentimento suo.

ORATORI: Ma neppure se a di per noi ci multassimo d’un sacrosanto tributo da mandarsi ogni anno all’imperatore?

BELISARIO: No certamente, limitandosi tutto il poter nostro a guardare i luoghi ricuperati pel legittimo loro padrone.

ORATORI: Or su, ti chiediamo almeno la facoltà di presentarci al tuo signore per combinare seco la somma delle cose; ed in grazia di ciò è uopo stabilire un tempo, durante il quale rimangansi i due eserciti in perfetta tregua.

BELISARIO: Ebbene siavi accordato; né porrò mai ostacolo alle vostre buone intenzioni risguardanti la pace. »

(Procopio, op. cit., II, 6)

Il discorso terminò qui e i Goti tornarono nei loro campi. Nei giorni successivi fu stabilita una tregua di tre mesi.

Diversivo di Giovanni[modifica | modifica sorgente]

Durante la tregua, Belisario decise di creare un diversivo in modo che i Goti levassero l'assedio: egli infatti ordinò a Giovanni il Sanguinario di conquistare il Piceno, provincia che conteneva molte ricchezze e che era stata sguarnita dai Goti per tentare la presa di Roma.

Vitige, venuto a conoscenza che Giovanni aveva conquistato il Piceno e concentrato le sue ricchezze nelle mura di Rimini, decise di togliere l'assedio. Dopo un anno e nove giorni di assedio, i Goti si ritirarono dalle mura della Città Eterna.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Procopio, op. cit., I, 19
  2. ^ Procopio, op. cit., I, 20
  3. ^ a b Procopio, op. cit., I, 21
  4. ^ a b c d e f g Procopio, op. cit., I, 22
  5. ^ a b c d Procopio, op. cit., I, 23
  6. ^ Procopio, op. cit., I, 24
  7. ^ a b c d e f g Procopio, op. cit., I, 25
  8. ^ a b c d Procopio, op. cit., I,26
  9. ^ a b c d e f g h i Procopio, op. cit., I,27
  10. ^ a b c d e f g h Procopio, op. cit., I,28
  11. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Procopio, op. cit., I,29
  12. ^ Procopio, op. cit., II, 5

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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