Assedio di Ravenna (539-540)

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Assedio di Ravenna
parte della Guerra gotica
(Guerre di Giustiniano I)
Data 539 - 540
Luogo Ravenna, Italia
Esito Conquista bizantina di Ravenna
Schieramenti
Perdite
Sconosciute Sconosciute
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L'assedio di Ravenna fu uno degli episodi principali della guerra gotica.

Antefatti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Giustiniano I, Imperatore romano d'Oriente, intenzionato a recuperare i territori occidentali dell'Impero finiti da più di mezzo secolo in mano ai barbari, decise di ristabilire il dominio imperiale in Italia, estintosi nel 476 con la deposizione dell'ultimo imperatore d'Occidente Romolo Augusto. Nel 535 aggredì, dunque, il regno degli Ostrogoti, che si estendeva su Italia, Provenza, Norico, Dalmazia e Pannonia, affidando la riconquista al generale Belisario, che venne nominato strategos autokrator (generalissimo).

Belisario in breve tempo conquistò la Sicilia e l'Italia meridionale, compresa Roma, ma la controffensiva gota sotto il loro nuovo re Vitige non tardò ad arrivare: essi assediarono Roma, dove si era rinserrato l'esercito di Belisario, per più di un anno (537-538) senza però riuscire a riconquistare la città eterna.

Le operazioni subirono un rallentamento a causa dell'arrivo in Italia del generale Narsete, che disunì l'esercito, ma alla fine del 539 Belisario, sottomessa l'Italia a sud del Po, poté porre assedio alla città di Ravenna, dove si era rifugiato Vitige.

Assedio[modifica | modifica sorgente]

L'assedio si rivelò però difficile per la resistenza delle mura. Durante l'assedio poi arrivarono all'accampamento due senatori inviati come ambasciatori da Giustiniano che informarono Belisario che Giustiniano avrebbe concesso la pace ai Goti alle seguenti condizioni:

« ...Vitige, serbatasi la metà del regio tesoro, signoreggerà la traspadana regione e l’ imperatore avrà l’altra parte delle ricchezze, ed un tributo annuo da tutti i Cispadani. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.)

Ma Belisario, intenzionato a sottomettere tutta l'Italia, annientando totalmente il regno ostrogoto, e a condurre prigioniero Vitige a Costantinopoli, andò su tutte le furie.[1] Gli ambasciatori parlarono poi con Vitige e i Goti si trovarono disposti ad accettare le condizioni di pace, che del resto erano migliori di quanto si aspettassero, ma, temendo una frode da parte dei "Romani" (ovvero dei Bizantini), accettarono solo a patto che gli accordi fossero firmati anche da Belisario.[1] Gli ambasciatori tornarono dunque da Belisario per spingerlo a firmare, e il generalissimo disse loro (secondo almeno la ricostruzione retorica di Procopio):

« È nota la grande volubilità della fortuna nelle armi, ed in ciò credo non iscontrare oppositori tra voi: è certo di più che molti rimasero ingannati dalla speranza destatasi negli animi loro di ottenere vittoria, ed altri apparentemente rovinati al tutto dai sofferti sinistri pervennero non di meno a debellare i proprj nemici. Laonde sono d’ avviso che nelle deliberazioni intorno alla pace debbasi non solo riguardare ad una buona speranza, ma fare eziandio precedere ad ognuna di esse l’esame della sua incerta e diversa riuscita. Non altrimenti adunque passando le nostre cose ho estimato di ragunar voi, miei commilitoni, e questi imperiali ambasciadori, acciocché raccolto il libero e comun voto su quanto vi parrà di maggior vantaggio per lo imperatore, non vogliate poscia, andando noi colla peggio, a me solo addossarne la colpa: essendo agli uomini pessimi costumanza di tener silenzio quando nulla vieta il proporre migliori deliberazioni, e quindi veggendosi mal parati movere lamentanze. Non ignorate i sentimenti di Augusto per rispetto della pace, non il desiderio di Vitige ; e se questi a voi sembrano della comune utilità, il dica apertamente ognuno secondo l’animo suo. Per lo contrario ove giudichiate potersi da voi ridurre tutta l’Italia sotto la romana signoria, ed espugnare il nemico, nulla s’ oppone a manifestarlo francamente. »
(Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.)

Dopo aver detto ciò, tutti ad alta voce proclamarono ottime le imperiali determinazioni e, su richiesta di Belisario, le misero per iscritto.[1]

Nel frattempo i Goti, oppressi dalla fame e scontenti del loro re Vitige, offrirono a Belisario di diventare Imperatore romano d'Occidente in cambio della sottomissione; Belisario finse di accettare l'offerta, non perché volesse usurpare il trono a danni di Giustiniano, ma per ottenere con l'astuzia la resa di Ravenna.[1] Allora, Belisario parlò con gli ambasciatori di Giustiniano chiedendo loro se non fosse anche per l'oro un'impresa grande e meritevolissima di lunga fama il sottomettere Vitige e i Goti, impossessarsi di tutte le loro ricchezze, e conquistare tutta l'Italia. Essi risposero di sì e lo pregarono di trovare un modo per raggiungere questi scopi.[1] Belisario allora spedì alcuni dei suoi famigliari a Vitige e ad alcuni ottimati dei Goti invitandoli a mantenere la promessa. I Goti, oppressi dalla fame, inviarono allora messi all'accampamento di Belisario con l’ordine di non dire a nessuno del popolo per quale motivo vennero mandati all'accampamento, e, parlando con Belisario, accettarono la resa a condizione che non avrebbe per niente molestato i Goti e sarebbe diventato signore degli Italici e dei Goti. Belisario rispose che avrebbe mantenuto il giuramento, che disse avrebbe pronunciato a Ravenna alla presenza dello stesso Vitige e degli altri ottimati. Gli oratori allora lo esortarono ad entrare a Ravenna.[1] Belisario incaricò allora Bessa, Giovanni, Arazio e Narsete, con cui non aveva buoni rapporti, a raccogliere le necessarie provviste, dicendo falsamente loro che ce n'era bisogno; e questi obbedirono partendo con Atanasio prefetto del pretorio venuto da poco da Bisanzio.[1] Dopodiché Belisario, con il resto dei suoi uomini, partì con gli ambasciatori alla volta di Ravenna, dopo aver imposto ai vascelli riempiti di grano e di altro di sbarcare a Classe, il porto di Ravenna.[1] L'esercito di Belisario entrò a Ravenna, e all'entrata le mogli dei Goti sputarono in faccia ai mariti, tacciandoli di vigliaccheria.

Belisario fece prigioniero Vitige, trattandolo tuttavia bene, e depredò il tesoro dei Goti, pur guardandosi bene dallo spogliare barbaro alcuno, e stando attento a far sì che l’intero esercito imitasse l’esempio suo.[1] Dopo la caduta di Ravenna, molte guarnigioni gote spedirono ambasciatori a Belisario annunciando la loro resa; Belisario marciò allora per occupare Treviso e altre fortezze nella Venezia, ottenendo anche la resa di Cesena, l'unica città dell'Emilia ancora in mani nemiche.[1]

Successivamente però alcuni generali sembra abbiano calunniato Belisario, accusandolo di volere usurpare la porpora, e Giustiniano, anche perché aveva bisogno di Belisario in Oriente contro i Persiani, lo richiamò a Costantinopoli.[2] Belisario obbedì, generando l'ira dei Goti che ancora pensavano che Belisario sarebbe diventato loro re. I Goti ancora in armi nell'Italia transpadana allora elessero re Ildibado, continuando la resistenza armata contro i Bizantini. Belisario, ritornato a Costantinopoli, fu accolto freddamente da Giustiniano, che non volle conferirgli l'onore del trionfo.

La guerra si concluse solo nel 553 con la vittoria bizantina.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j Procopio, La Guerra Gotica, II, 29.
  2. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 30.