Battaglia di Sena Gallica

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Battaglia di Sena Gallica
parte della Guerra gotica
Data Autunno 551
Luogo Al largo di Sena Gallica (attuale Senigallia)
Esito Vittoria della marina dell'impero bizantino
Schieramenti
Comandanti
Giovanni
Valeriano
Indulfo
Gibal
Effettivi
50 navi da guerra 47 navi da guerra
Perdite
Minime 36 navi perse
il resto bruciate in seguito
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La battaglia di Sena Gallica fu una battaglia navale combattuta al largo delle coste italiane del mar Adriatico nell'autunno del 551, tra le flotte dell'impero bizantino e del regno ostrogoto, durante la Guerra gotica (535-553). Prende il nome dalla città di Sena Gallica, l'odierna Senigallia, vicino a cui si svolse. Segnò la fine del breve tentativo dei Goti di annullare il dominio della marina bizantina sui mari, e l'inizio della riscossa imperiale in questa guerra, sotto la guida di Narsete.[1] Fu anche l'ultima grande battaglia navale combattuta nel Mediterraneo per oltre un secolo, fino alla battaglia navale di Al-Sawari del 655.[2]

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Nel 550 la guerra gotica era giunta al quindicesimo anno. I primi anni della guerra avevano visto una serie di successi per la relativamente ridotta forza bizantina guidata da Belisario, che aveva portato alla caduta di Ravenna ed all'apparente restauro del controllo imperiale sull'Italia (540). In seguito l'imperatore Giustiniano richiamò Belisario. I comandanti rimasti iniziarono a litigare tra loro, mentre i Goti radunavano le forze. Sotto il comando del carismatico nuovo re, Totila, ben presto i Goti ribaltarono la situazione, sovrastando le forze imperiali. Neanche il ritorno di Belisario riuscì a contenere la forza degli Ostrogoti. Nel 550 i Romani possedevano ormai solo una manciata di roccaforti costiere sulla terraferma e, nella primavera di quell'anno, Totila invase anche la Sicilia, base strategica dei Romani.[3] Nel tentativo di impedire ai Bizantini un facile accesso all'Italia, bloccando quindi lo sbarco di forze fresche, Totila creò un esercito di 400 navi per contendere i mari all'impero. Nello stesso momento Giustiniano allestì l'ultimo grande tentativo di riconquistare l'Italia, grazie all'eunuco Narsete.[3]

Totila, informato del trattato che si stava preparando, era determinato ad impedire ai nemici l'accesso alle loro basi su suolo italiano, soprattutto Crotone ed Ancona.[1] Si ritirò dalla Sicilia,[3] e mentre le sue truppe assediavano Ancona, con 47 navi che la isolavano anche dal mare, Totila spedì il resto della flotta, 300 navi, a fare un'incursione sulle coste dell'Epiro e delle isole Ionie.[1] Ancona stava per cadere, e quindi il generale Valeriano, comandante di Ravenna, scrisse a Giovanni,[4] un generale particolarmente esperto che si trovava a Salona in Dalmazia in attesa dell'arrivo di Narsete e del suo esercito, chiedendogli di spedire alcuni rinforzi:[5]

« Ben sai tu stesso che di qua dal seno Ionio tutto perdemmo, salvo Ancona, se pur questa oggi ne rimane, essendo le cose de' Romani quivi strettissimamente rinchiusi venute a tali estremi che temo ogni soccorso intempestivo, e per lo soverchio indugio vano il nostro buon desiderio. Così termino vietandomi di scrivere più a lungo urgente bisogno degli assediati, cui addiverrebbe funesto il differire d'un attimo ad assisterli essendo il pericolo maggiore di qual tu vuoi descrizione. »
(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 24.)

Letta la richiesta per iscritto di aiuto, immediatamente Giovanni mise a disposizione 38 navi con i suoi veterani, a cui si unirono dopo poco tempo altre 12 unità navali comandate da Valeriano stesso. La neonata flotta salpò le ancore per raggiungere Scardone, dove presto furono raggiunti da altre dodici navi al comando di Valeriano.[5] Riunite le forze, raggiunsero Sena Gallica, circa 27 km a nord di Ancona,[1] apprestandosi a combattere la flotta ostrogota. Come si evince dalle arringhe che Procopio mette in bocca ai generali delle opposte fazioni, l'esito della guerra avrebbe avuto un'importanza decisiva; nell'orazione rivolta da Valeriano all'esercito, molto probabilmente mai veramente pronunciata, ma solo un abbellimento retorico di Procopio, viene affermato:

« Nessuno di voi, o commilitoni opini scopo della imminente pugna non più che la salvezza d'Ancona e de' Romani lì entro. Abbia per fermo in cambio, a dir tutto con brevità dipendere con essa l'intero esito della presente guerra, poiché delle due fazioni a quella che ne uscirà vittoriosa non potrà fallire la più felice meta, e tale un pensiero forte imprimete negli animi vostri. Egli è pretta verità che la copia degli apprestamenti faccia preponderare nelle armi, e che per manco d'annona sia uopo cedere al nemico, non potendo strignere lega fame e guerresco valore; né consente natura che uomo indebolito da inedia rendasi tra le armi glorioso. Ora così va la bisogna: noi da Idrunte a Ravenna difettiamo in oggi d'altri luoghi muniti o e mettere in serbo l'annona a sostentamento nostro e de' cavalli, poiché il Gotto padroneggiane di maniera i lidi che indarno vi cercheremmo un'amica borgata da qui ottenere qualche conforto di vittuaglia. Ogni nostra speranza riposa in Ancona, quando, traversato il mare, ne sia concesso appiedarvi e riparare in fide mura. Adunque griderem vittoria nell'odierno conflitto, raffermata la città, come vuol giustizia, sotto l'imperio d'Augusto, prenderemo non vana fiducia di condurre a buon fine la guerra. Visti al contrario, non voglia il Nume che (per tacere di più gravi cose) i Romani vadano eternamente privi dell'italiana signoria. Inoltre mostrandovi ora codardi non avreste più scampo, essendo che il continente, occupato dai nemici, non potrebbe darvi salvezza, né il mare, di lor forza riboccante presterebbesi alla vostra navigazione. Ogni nostra speranza adunque pende nel prospero successo di questo combattimento, e nelle sue buone sequele. Fate quindi pruova di coraggio e valore in esso pensando che una sconfitta sarebbe l'ultima per voi, ed una vittoria colmerebbevi d'incomparabile felicità e splendore. »
(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 23.)

Battaglia[modifica | modifica sorgente]

Dal momento che le due flotte era quasi equivalenti, i due comandanti Goti, Indulfo e Gibal (il primo era un ex uomo di Belisario), decisero di affrontare immediatamente i Romani in battaglia, e salparono.[1]

A differenza di quanto succedeva in antichità classica, le navi da battaglia del VI secolo non possedevano arieti; i combattimenti navali erano dominati da scambio di proiettili ed abbordaggi.[6] In questo tipo di combattimenti l'esperienza e l'abilità di mantenere compatta la formazione della flotta era essenziale, e le ciurme bizantine avevano certo più esperienza di quelle gote. Presto, nel cuore della battaglia, alcune navi gotiche uscirono dal gruppo principale e vennero facilmente distrutte, mentre le altre navigavano troppo vicine impedendosi a vicenda la manovra:[1]

« Ostinatissima fu la pugna navale, né dalle terrestri discrepante; imperciocché le due fazioni... si travagliavano colle faretre a vicenda, e per gli spiragli delle navi i prodissimi tenzonavano intra loro colle aste e spade, come è il caso in campo. Tal ebbe principio lo sfidamento, ma poscia i barbari, per nulla sapevoli di naumachia, disordinatissimi combatterono, appartandosi gli uni cotanto da tenire assaliti alla spicciolata, e gli altri raccogliendo lor navi in così angusto spazio che riuscissero di reciproco impedimento... Con molta fatica e lentezza inoltre potevano avventare saette contro al nemico, o giuntigli da presso molestarlo d'asta e di spada; con alte grida in cambio procedevano urtando e ributtandosi colle armi; ora serravan lor fronte, ora, né poco era il danno, allunogavanla di soverchio. Ognuno schiamazando esortava i prossimani certamente meno a far pruova di coraggio che ad esser cauti nel governare i vascelli serbando intra essi la necessaria distanza; in fine la generate imperizia loro addusseli a toccare una grave sconfitta. I Romani al contravio valenti nel trattare le armi e d'assai in naumachia sapienti..., né più intra loro alla larga o stretti di quanto era il caso, ora opportunamente raccoglievano il navilio, ora distaccavanne parte onde combattere qualche gottico legno dilangato dagli altri ed affondarlo. Vedendo poi il grande trambosto degli avversarj molestavanli con assiduo nembo di frecce, ed anche vie più appropinquati morivanli in quell'universale conturbamento e scompiglio a colpi di asta e spada. I Gotti caduti d'animo, colpa la mala fortuna e gli errori commessi, e privi di consiglio navigavano in balia delle onde, né più comparivano ai fianchi de' vascelli per tenzonare a corpo a corpo, ma deposte le armi giaceansi scioperati in tanto pericolo, fidando lor sorte all'inesorabile fato. Da ultimo tutti confusione e trambusto né curanti affatto la gloria d'una ritirata onorevole e d'ogni altra virtù, inoltre vanno in traccia d'obbrobriosa fuga sono accerchiati dagli avversarj e costretti ad un vile arrendimento, ben poche delle sue navi, undici di nomero, campandone furtivamente. Gli imperiali ne spensero molti col ferro ed a copia anche maggiore procacciarono morte affondandoli insiem coi vascelli entro l'acqua... »
(Procopio, La Guerra Gotica, IV, 23.)

Alla fine la debole flotta gotica venne disintegrata, e le loro navi tentarono la fuga. Persero 36 navi, e lo stesso Gibal venne catturato, mentre Indulfo e gli altri sopravvissuti fuggirono verso Ancona. Appena giunto vicino al campo base dell'esercito tirò in secca le navi e gli diede fuoco.[1]

Questa incredibile sconfitta scoraggiò la forza gotica, che immediatamente tolse l'assedio fuggendo.[1] Seguita poco dopo da una serie di successi romani, la battaglia di Sena Gallica può essere indicata come l'arresto dell'avanzata barbara nella guerra gotica, e l'inizio della riscossa per l'impero bizantino.[1]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i Bury, Cap.XIX, §9
  2. ^ Age of the Galley, p. 90
  3. ^ a b c Bury, Cap.XIX, §8
  4. ^ Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, 2004, Il Mulino, p. 54, ISBN 8815096906, ISBN 9788815096906
  5. ^ a b Procopio, IV, 23.
  6. ^ Age of the Galley, p. 99

Fonti[modifica | modifica sorgente]