Battaglia di Tagina

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Battaglia di Tagina
parte della Guerra gotica
Justinien 527-565.svg

Data luglio 552
Luogo Tagina, odierna Gualdo Tadino
Esito Vittoria Impero Romano d'Oriente
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
20.000-25.000 uomini 13.000-16.000 Fanteria
2.000 Cavalleria
Perdite
non conosciuto 6.000 uomini
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Nella battaglia di Tagina nel luglio del 552, l'Impero Bizantino sotto il comando del generale Narsete ruppe il potere degli Ostrogoti in Italia, e pose sotto la sua dominazione l'intera penisola.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Nel 551, l'imperatore Giustiniano I (527-565) decise di porre definitivamente fine al conflitto contro gli Ostrogoti per il possesso dell'Italia, dopo circa diciassette anni di guerra.

Nel 551, Narsete ottenne di nuovo il comando delle operazioni in Italia:[1] radunò un esercito imponente, senza farsi molti scrupoli di arruolare con generosi donativi Barbari Unni, Gepidi, Eruli, Longobardi e Persiani fra le sue schiere.[2] L'esercito di Narsete radunatosi a Salona doveva comprendere all'incirca 30.000 uomini.[2] Terminati i preparativi, nella primavera del 552 Narsete da Salona partì per l'Italia cercando di raggiungerla via terra non avendo abbastanza navi a disposizione per giungervi via mare.[3] Tuttavia il rifiuto dei Franchi stanziatisi nelle Venezie di concedere il passaggio nei loro territori agli Imperiali lo costrinse a raggiungere Ravenna passando per le lagune, allora disabitate, su cui sorgerà Venezia.[3][4] Non potendo attraversare la via Flaminia da Fano, perché la roccaforte della gola del Furlo era ben presidiata, probabilmente prese la via di Sassoferrato e Fabriano, evitando di perdere tempo in assedi, in quanto li riteneva una perdita di tempo; la tattica di Narsete dava infatti la priorità all'annientamento del nemico attraverso rischiose battaglie campali, a cui seguiva solo successivamente la resa delle fortezze che rifiutavano la resa.[5]

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

L'arrivo dei due eserciti e la contesa della collina[modifica | modifica sorgente]

Re Totila, informato dell'imminente arrivo di Narsete, all'inizio restò a Roma in attesa di Teia con nuove truppe, ed appena arrivate, a parte duemila cavalli rimasti indietro, mosse con l'intero esercito in direzione del nemico, intenzionato ad annientarlo in una battaglia campale che decidesse le sorti della guerra.[6] Informato dei movimenti del nemico, il re ostrogoto pose gli accampamenti presso Tagina, in una località dove in passato il generale romano Camillo aveva annientato le truppe dei Galli, al punto che da allora, secondo Procopio, la località portava il nome di Busta Gallorum ("I Busti dei Galli"), a testimonianza della strage.[6] Narsete inviò legati a Totila esortandolo a deporre le armi, e ad arrendersi, non avendo egli alcuna speranza di sconfiggerlo, e ordinò agli stessi ambasciatori, che allo scorgere in lui di eccessiva brama di guerra, gli chiedessero di stabilire il giorno della battaglia.[6] Totila rispose: "dopo non più d'otto giorni saremo a combattervi".[6] I messi, fatto ritorno, riportarono a Narsete la risposta di Totila, ma questi, temendo insidie da parte del re ostrogoto, preparò le truppe al combattimento come se dovessero combattere già il giorno successivo; Narsete ebbe ragione a sospettare un inganno: infatti Totila arrivò con le suoe truppe il giorno successivo.[6]

Gli uni e gli altri, a una distanza non maggiore di una o due balestrate, tentarono di conquistare una collina, sembrando ad entrambe le fazioni vantaggioso il poter attaccare da alto a basso la contraria fazione.[6] Narsete, adunque, di nottetempo vi spedì cinquanta scelti fanti ordinando loro di stabilirvisi e difenderla contro il nemico; raggiunta la cima, senza trovare opposizione, essi però dovettero subire, all'alba, l'assalto dei cavalieri ostrogoti che tentarono, per ordine di Totila, di scacciarli dalla vantaggiosa posizione.[6] I Bizantini, strette le file e riparati dagli scudi, respinsero gli attacchi, favoriti dalla reazione negativa dei cavalli nemici, divenuti incontrollabili a causa della malagevolezza del suolo e per l'inaudito rumore.[6] Disperati della riuscita, gli Ostrogoti si ritirarono per prepararsi ad un secondo assalto, anch'esso senza esito.[6] Dopo ulteriori tentativi, Totila, scoraggiato, rinunciò alla difficile impresa.[6]

Il temporeggiare di Totila[modifica | modifica sorgente]

Gli eserciti, dopo le arringhe dei due comandanti, vennero posti in ordinanza, di fronte l'uno con l'altro.[7] Narsete e Giovanni erano circondati da una folta mano di lance e pavesai, da un gran numero di sceltissimi Unni e dal fiore delle truppe bizantine; essi comandavano l'ala sinistra presso la collina.[7] Valeriano, Giovanni Faga e Dagisteo con i loro soldati comandavano l'ala destra; in entrambe le ale vi erano ottomila fanti arcieri.[7] Al centro erano posti i Langobardi, gli Eruli e le altre truppe mercenarie, disposte in modo che non potessero tentare la fuga durante il combattimento.[7] Narsete dispose nell'estremità dell'ala sinistra mille e cinquecento cavalieri, un terzo dei quali doveva soccorrere le truppe che arretravano perché in difficoltà.[7] Totila schierò le sue truppe allo stesso modo, e animava l'esercito passando in rassegna le truppe in tutta corsa e esortandolo a dare il meglio di sé nel combattimento finale.[7] Non diversamente agiva Narsete.[7] I due eserciti indugiarono per qualche tempo prima di dare inizio alla battaglia.[7]

Un soldato ostrogoto, Cocas, un ex soldato bizantino disertore passato poi dalla parte di Totila, separatosi in arcione dall'ordinanza, s'avvicinò all'esercito imperiale chiedendo ai soldati nemici se vi fosse qualcuno disposto ad affrontarlo in duello, e consentì alla disfida un lanciere di Narsete, Anzala di nome, originario dell'Armenia.[7] A vincere il duello fu Anzala, che uccise Cocas.[7] L'esito del duello rincuorò i soldati imperiali, che mandavano grida al cielo, ma né gli uni né gli altri osarono tuttavia cominciare ancora la battaglia.[7] Totila procedette quindi in mezzo ai due eserciti per rinviare ulteriormente la battaglia, essendo intenzionato ad attendere l'arrivo dei duemila guerrieri ostrogoti da lui premurosamente attesi; alla ricerca di un modo per tenere a bada il nemico fino alla costoro venuta, si vestì di tessuti ricchissimi d'oro, con, pendenti dal suo cimiero e dalla sua asta, bende così sfolgoranti di brillantissima porpora che si potevano addire a solo un monarca.[7] Dato sfoggio dei suoi vestiti lussuosi ai due eserciti, diede mostra le sue doti, gettando la sua lancia in alto per quindi agguantarla, quando cadeva, nel mezzo, oppure passandola destrissimamente da mano a mano, e si mise addirittura ad eseguire una danza; consumata in cotal modo tutta la mattinata, nel tentativo di rimandare la battaglia fino all'arrivo dei duemila guerrieri ostrogoti, chiese a Narsete un abboccamento, ma il generale bizantino, comprese le intenzioni di Totila, rifiutò.[7]

La disfatta ostrogota[modifica | modifica sorgente]

I duemila guerrieri ostrogoti finalmente raggiunsero l'accampamento degli Ostrogoti, e, non appena Totila lo seppe, si ritirò, avvicinandosi l'ora di pranzo, nel suo padiglione; anche le truppe ostrogote, sciolta l'ordinanza, si ritirarono per pranzare. Il re di ritorno alla tenda passò in rassegna i duemila neoarrivati, e ordinò all'esercito di pranzare. Quindi, fattolo nuovamente armare con la massima diligenza, si diresse verso il nemico, sperando di sorprenderlo impreparato, ma Narsete aveva fatto attenzione a non far calare la concentrazione ai suoi soldati, prevedendo un arrivo a sorpresa dell'esercito di Totila, dunque questa tattica del re ostrogoto fallì. Narsete infatti aveva fatto in modo che nessuno desinasse, né si ponesse a dormire, né spogliasse l'usbergo o sbrigliasse il cavallo; e ordinò di conservare il proprio schieramento, tenendosi pronti all'arrivo degli Ostrogoti, che sarebbe potuto accadere in qualunque istante.

Lo schieramento bizantino vedeva nell'ala sinistra Narsete stesso con le sue guardie del corpo, Giovanni, le migliori truppe bizantine e gli Unni; al centro i federati barbari, in particolare longobardi, che ricevettero l'ordine di smontare da cavallo e combattere appiedati - in modo da prevenire una loro eventuale fuga; nell'ala destra, infine, il resto delle truppe. Lungo le due ali di cavalleria, Narsete pose 8.000 arcieri appiedati, 4.000 per parte, che si disposero, poco prima della battaglia, a semicerchio. I Goti schierarono invece la cavalleria davanti e la fanteria dietro, per impedire eventuali fughe dei soldati; Totila, inoltre, contava sulla carica dei suoi guerrieri ostrogoti, che sperava sfondassero le linee nemiche, evitando così il combattimento a distanza.

La battaglia iniziò con la carica dei lancieri ostrogoti di Totila che tentarono di sfondare le linee nemiche ma si trovarono sotto il tiro degli 8.000 arcieri bizantini disposti a semicerchio che li chiusero in mezzo, massacrando un gran numero di Goti, i cui superstiti tentarono la fuga travolgendo la propria fanteria.[8] Totila tentò la fuga ma venne raggiunto ed ucciso da un ufficiale bizantino.[8] Grazie ad un uso sapiente della fanteria, la battaglia si concluse dunque con la vittoria bizantina e l'uccisione di Totila (giugno 552). Gli Ostrogoti subirono un totale di 6000 vittime, fra cui lo stesso Totila. La notizia della vittoria di Busta Gallorum raggiunse Costantinopoli nell'agosto dello stesso anno.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Reazioni immediate[modifica | modifica sorgente]

Dopo la battaglia decisiva, Narsete congedò i guerrieri mercenari longobardi al suo seguito, perché si abbandonavano al saccheggio delle città (al punto di "violare le donne nei templi"), affrettandosi quindi a rispedirli alle loro sedi (anche se Paolo Diacono, egli stesso appartenente a tale stirpe, nella sua Historia Langobardorum, non fa menzione dell'episodio pur essendo un religioso).[9] Affidò quindi i Longobardi al generale Valeriano e al nipote di lui Damiano, ordinando loro di vigilare affinché, durante il loro ritorno in Pannonia, i Longobardi non commettessero atti iniqui.[9] Mentre Valeriano, fatti ritornare i Longobardi nelle proprie sedi, tentò senza successo di espugnare Verona a causa dell'opposizione delle truppe franche a presidio delle Venezie, e gli Ostrogoti eleggevano a Pavia un nuovo re, Teia, gli Imperiali si reimpadronivano di Narni, Perugia e Spoleto, giungendo infine ad assediare Roma.[9] Grazie a una sortita di Dagisteo, i Bizantini riuscirono infine a costringere alla resa anche i Goti che ancora occupavano Roma.[9] Qui si inserisce il celebre commento di Procopio, che mise in evidenza come la vittoria bizantina si rivelasse invece una ulteriore disgrazia per gli abitanti di Roma: i barbari arruolati nelle file di Narsete si abbandonarono al saccheggio e al massacro, e lo stesso fecero i fuggitivi Ostrogoti mentre si apprestavano a fuggire dalla città; inoltre il nuovo re ostrogoto Teia, alla notizia della caduta della Città Eterna in mano imperiale, per rappresaglia fece giustiziare diversi figli di patrizi in sua mano.[10]

Battaglia dei Monti Lattari tra Romani e Goti (l'equipaggiamento è anacronistico).

Mentre i Bizantini si impadronivano anche di Porto e Petra Pertusa, Teia tentò senza successo di stringere un'alleanza con i Franchi.[10] Narsete, nel frattempo, inviò truppe ad assediare Centumcelle e soprattutto Cuma, dove era custodito il tesoro degli Ostrogoti.[10] Teia, allarmato, raccolse le truppe che aveva a disposizione e partì per la Campania, riuscendo ad eludere, con lunghissime giravolte, le truppe imperiali, condotte da Giovanni e Filemut, inviate da Narsete nella Tuscia per ostacolare la sua avanzata.[10] Narsete, allora, richiamò Giovanni e Filemut e procedette alla volta della Campania, con l'intento di scontrarsi con gli Ostrogoti in una battaglia decisiva che avrebbe decretato le sorti della guerra.[10] I due eserciti stettero per più di due mesi a stretta vicinanza tra loro, senza però scontrarsi direttamente tra loro perché separati dal fiume Draconte: per aggirare il problema, gli Ostrogoti avevano quindi costruito baliste per colpire dall'alto i nemici, mentre gli unici scontri che potessero avvenire erano quelli a distanza tra arcieri.[11] A cambiare la situazione fu l'intercettazione da parte degli imperiali della flotta ostrogota che, attraverso il fiume, riforniva l'esercito ostrogoto: ciò costrinse gli Ostrogoti a ripiegare sui Monti Lattari, dove speravano che la malagevolezza del luogo li avrebbe protetti dalle offese delle armi nemiche; ma ben presto compresero l'errore commesso, trovandosi lassù privi d'ogni alimento per sé stessi e per i cavalli.[11] Non avendo altra scelta, gli Ostrogoti decisero quindi di affrontare in una disperata battaglia gli imperiali, scendendo dai monti e assalendo il nemico. Nella conseguente Battaglia dei Monti Lattari, combattuta nell'ottobre 552, gli Ostrogoti si batterono con molto onore, ma alla fine Teia perì eroicamente in battaglia e, dopo una disperata resistenza, gli Ostrogoti si arresero e si sottomisero a Bisanzio.[11] Teia fu l'ultimo re dei Goti.[11]

Impatto della storia[modifica | modifica sorgente]

La battaglia, indebolendo gli Ostrogoti, contribuì alla vittoria finale bizantina della guerra.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno longobardo e Esarcato d'Italia.
L'Italia nel 572.

La conquista di alcune regioni italiane risultò essere effimera per i Bizantini, mentre il dominio di altre si protrasse per alcuni secoli. Stando a ciò che scrive Paolo Diacono, dissensi fra Narsete e il nuovo imperatore Giustino II (oppure, come indica Paolo Diacono con ironia, le continue contumelie dell'imperatrice Sofia), spinsero Narsete a chiamare in Italia il re dei Longobardi Alboino.[12] Tali asserzioni sono prive di fondamento storico.[13] Gli storici moderni ritengono più probabile che i Longobardi abbiano invaso l'Italia piuttosto perché pressati dall'espansionismo degli Avari.[14] Altri studiosi invece, nel tentativo di rendere più credibile la leggenda dell'invito di Narsete, hanno congetturato che i Longobardi potrebbero essere stati invitati in Italia dal governo bizantino con l'intenzione di utilizzarli come foederati per contenere eventuali attacchi franchi, ma le loro asserzioni non sono verificabili e universalmente condivise.[15] Secondo la tradizione riportata da Paolo Diacono, il giorno di Pasqua del 568 Alboino entrò in Italia. Sono state avanzate varie ipotesi sui motivi per cui Bisanzio non ebbe la forza di reagire all'invasione:[15]

  • la scarsità delle truppe italo-bizantine
  • la mancanza di un generale talentuoso dopo la rimozione di Narsete
  • il probabile tradimento dei Goti presenti nelle guarnigioni che, secondo alcune ipotesi, avrebbero aperto le porte ai Longobardi
  • l'alienazione delle genti locali per la politica religiosa di Bisanzio
  • la possibilità che potrebbero essere stati i Bizantini stessi a invitare i Longobardi nel Nord Italia per utilizzarli come foederati
  • una pestilenza seguita da una carestia aveva indebolito l'esercito italo-bizantino
  • la prudenza dell'esercito bizantino che in genere, invece di affrontare subito gli invasori con il rischio di farsi distruggere l'esercito, attendeva che si ritirassero con il loro bottino e solo in caso di necessità interveniva.

Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia e dilagarono anche nel centro e nel sud, così che due terzi della penisola caddero in mano longobarda e solo la restante frazione rimase in mano imperiale. Per arginare l'invasione longobarda l'imperatore Maurizio prese nuovi provvedimenti nell'Italia bizantina, decidendo di sopprimere la prefettura del pretorio d'Italia, sostituendola con l'esarcato d'Italia, governato dall'esarca, la massima autorità civile e militare della nuova istituzione. La carica di prefetto d'Italia non venne abolita fino ad almeno a metà del VII secolo anche se divenne subordinata all'esarca.[16] Il primo riferimento nelle fonti dell'epoca all'esarcato e all'esarca si ha nel 584 in una lettera di Papa Pelagio II in cui si menziona per la prima volta un esarca (forse il patrizio Decio citato nella medesima lettera). Secondo storici moderni l'esarcato, all'epoca della lettera (584), doveva essere stato istituito da poco tempo.[16] I confini dell'Esarcato d'Italia non furono mai definiti dato l'incessante stato di guerra tra bizantini e Longobardi.

Grazie alla riforma mauriziana, Roma e parte del Lazio, Venezia, Ravenna e la Romagna, la Sicilia e la Sardegna resteranno in mano bizantina per altri due secoli e vaste zone costiere dell'Italia del sud faranno parte dell'Impero romano d'Oriente (comunemente definito Impero bizantino), fino alla conquista normanna (XI secolo).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Procopio, IV,21
  2. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 53.
  3. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 55.
  4. ^ Procopio, IV,26
  5. ^ Procopio, IV,28
  6. ^ a b c d e f g h i j Procopio, IV,29
  7. ^ a b c d e f g h i j k l m Procopio, IV,31
  8. ^ a b Procopio, La Guerra Gotica, IV, 32.
  9. ^ a b c d Procopio, IV,33
  10. ^ a b c d e Procopio, IV,34
  11. ^ a b c d Procopio, IV,35
  12. ^ Paolo Diacono, II.
  13. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 71.
  14. ^ Ravegnani 2004, op. cit., p. 72.
  15. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 73.
  16. ^ a b Ravegnani 2004, op. cit., p. 81.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie

Studi moderni

  • Thomas Hodgkin, La battaglia degli Appennini fra Totila e Narsete (a.D. 552), (Trad. di C. Santi Catoni), in "Atti e mem. della R. Dep. di st. patria per le prov. di Romagna", 3. ser., vol. 2 (1883/1884), pp. 35–70.
  • Thomas Hodgkin, Italy and her invaders, 3: Book 4: The Ostrogothic invasion: 476-535, 2. ed., Clarendon press, Oxford 1896.
  • Gino Sigismondi, La battaglia tra Narsete e Totila nel 552 d.C. in Procopio, in "Bollettino della deputazione di storia patria per l'Umbria", vol. 65, 1968,
  • Valerio Anderlini, La battaglia di Tagina in Procopio e nella toponomastica locale, Gualdo Tadino 1985
  • Mauro Ambrosi, Perché Tagina? dalla 'Guerra gotica' di Procopio alla ricerca del sito in cui Narsete ha sconfitto Totila (552 d.C.), Sassoferrato 1999
  • Marisa Padoan - Franco Borella, Busta Gallorum: la battaglia tra Totila e Narsete del 552 d.C.: i cronisti, l'ambiente, la vicenda, 2 voll., Mestre-Venezia 2002

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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