Marco Furio Camillo
| Lucio Giulio Iullo | ||
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| Tribuno consolare della Repubblica romana | ||
| Nessuna immagine disponibile | ||
| Tribunato consolare | 401 a.C., 398 a.C., 394 a.C. | |
Marco Furio Camillo (in latino Marcus Furius Camillus; circa 446 – 365 a.C.) è stato un politico e militare romano e uno statista di famiglia patrizia.
Fu censore nel 403 a.C., celebrò il trionfo quattro volte, cinque volte fu dittatore e fu onorato con il titolo di Pater Patriae, Secondo fondatore di Roma.
Indice |
[modifica] Biografia
| (LA)
« Post viginti deinde annos Veientani rebellaverunt. Dictator contra ipsos missus est Furius Camillus, qui primum eos vicit acie, mox etiam civitatem diu obsidens cepit, antiquissimam Italiaeque ditissimam. Post eam cepit et Faliscos, non minus nobilem civitatem. Sed commota est ei invidia, quasi praedam male divisisset, damnatusque ob eam causam et expulsus civitate. Statim Galli Senones ad urbem venerunt et victos Romanos undecimo miliario a Roma apud flumen Alliam secuti etiam urbem occupaverunt. Neque defendi quicquam nisi Capitolium potuit; quod cum diu obsedissent et iam Romani fame laborarent, accepto auro ne Capitolium obsiderent, recesserunt. Sed a Camillo, qui in vicina civitate exulabat, Gallis superventum est gravissimeque victi sunt. Postea tamen etiam secutus eos Camillus ita cecidit, ut et aurum, quod his datum fuerat, et omnia, quae ceperant, militaria signa revocaret. Ita tertio triumphans urbem ingressus est et appellatus secundus Romulus, quasi et ipse patriae conditor. »
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(IT)
« Dal Senato fu inviato in qualità di dittatore contro i Veienti, che dopo vent'anni si erano ribellati, Furio Camillo. Egli li vinse prima in battaglia, quindi conquistò anche la loro città. Presa Veio, vinse anche i Falisci popolo non meno nobile. Ma contro Camillo sorse un'aspra invidia, con il pretesto di un' ingiusta divisione del bottino, e per tale motivo fu condannato ed espulso dalla città. Subito i Galli Senoni calarono su Roma e, sconfitto l’esercito romano a dieci miglia dall'Urbe, presso il fiume Allia, lo inseguirono e occuparono anche la città. Nulla poté essere difeso tranne il colle Campidoglio; e dopo averlo a lungo assediato, mentre ormai i Romani soffrivano la fame, in cambio di oro i Galli levarono l'assedio e si ritrassero. Ma Camillo, che viveva da esiliato in una città vicina, portò il suo aiuto e sconfisse duramente i Galli. Ma non solo: Camillo inseguendoli ne fece tale strage che recuperò sia l'oro ch'era stato loro consegnato, sia tutte le insegne militari da essi conquistate. Così riportando il trionfo per la terza volta entrò in Roma e venne chiamato "secondo Romolo" come fosse egli stesso fondatore della patria. »
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( Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,20 )
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[modifica] Primo tribunato consolare
Nel 401 a.C. fu eletto tribuno consolare con Lucio Giulio Iullo, Gneo Cornelio Cosso, Manio Emilio Mamercino, Lucio Valerio Potito e Cesone Fabio Ambusto[1].
Nonostane le discordie interne tra patrizi e plebei, sul fronte militare i romani riconquistarono le posizioni perse l'anno precedente a Veio, razziarono il territorio dei veienti, condotti da Gneo Cornelio e Furio Camillo, mentre a Valerio Potito fu affidata la campagna contro i Volsci per riconquistare Anxur, che fu posta sotto assedio[2].
[modifica] Secondo tribunato consolare
Nel 398 a.C. fu eletto tribuno consolare con Lucio Valerio Potito, Marco Valerio Lactucino Massimo, Lucio Furio Medullino, Quinto Servilio Fidenate Quinto Sulpicio Camerino Cornuto[3].
I romani continuarono nell'assedio di Veio e, sotto il comando di Valerio Potito e Furio Camillo, saccheggiarono Falerii e Capena, città alleate degli etruschi.
[modifica] Prima dittatura
Furio Camillo fu nominato dittatore nel 396 a.C., dopo che i romani, guidati dai tribuni consolari Lucio Titinio Pansa Sacco e Gneo Genucio Augurino caddero in un'imboscata organizzata da Falisci e Capenati, nella quale lo stesso Gneo Genucio perse la vita. Furio nominò Publio Cornelio Maluginense Magister Equitum[4].
Camillo infuse un nuovo coraggio e un nuovo entusiasmo nell'esercito romano e nella popolazione, punì i disertori e i fuggiaschi delle precedenti battaglie e scaramucce, stabilì un giorno per la chiamata di leva, corse sotto le mura di Veio a rincuorare i soldati che stavano continuando l'assedio, tornò a Roma a reclutare il nuovo esercito. Nessuno cercò di farsi esentare e anche "gli alleati Latini ed Ernici si offrirono volontari. Completata l'organizzazione, il dittatore fece voto di indire grandi giochi e di restaurare il tempio della Madre Matuta quando Veio sarebbe stata conquistata.
Camillo si diresse su Veio. Strada facendo sconfisse Capenati e Falisci, ne prese gli accampamenti e un grande bottino. Arrivato sotto le mura di Veio fece costruire altri fortini e fece cessare le pericolose scaramucce inutilmente combattute nello spazio fra il vallo romano e le mura etrusche.
Poi ordinò la costruzione di una galleria che doveva arrivare fino alla rocca nemica. Gli scavatori furono divisi in sei squadre che si avvicendavano ogni sei ore.[4].
Basandosi sul favorevole procedere delle operazioni, Camillo si pose il problema della spartizione di un bottino che si preannunciava superiore a quello di tutte le precedenti guerre assommate. Se spartito fra i soldati con avarizia se ne sarebbe scatenato il risentimento ma si sarebbe arricchito lo Stato. Se fosse stato generoso con i combattenti i patrizi avrebbero contrastato le decisioni. Il Senato, investito del problema si divise: una fazione guidata da Publio Licinio Calvo Esquilino voleva che chi si aspettava del bottino se lo andasse a prendere a Veio, al seguito delle truppe. L'altra fazione, patrizia, capeggiata da Appio Claudio, chiedeva il versamento alle casse dello Stato per poter diminuire le tasse con cui veniva finanziato il soldo dei militari. Il Senato decise di "non decidere", lasciò al "popolo", riunito nei Comizi, la parola finale.[5].
| « Perciò venne annunciato che chi avesse voluto prendere parte alla spartizione del bottino di Veio avrebbe dovuto recarsi all'accampamento del dittatore. » | |
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(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 20.)
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Forte di un grande esercito, Furio Camillo ordinò alle truppe di dare l'assalto alle mura di Veio, come mossa diversiva, per nascondere il movimento delle truppe scelte che passavano entro il tunnel sotterraneo, segretamente scavato.
| « E si chiedevano (i veienti) con meraviglia come mai, mentre per tanti giorni non c'era stato un solo Romano che si fosse mosso dai posti di guardia, adesso, come spinti da un furore improvviso, si riversassero in massa alla cieca contro le mura » | |
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(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 21)
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I romani irruppero improvvisamente all'interno del tempio di Giunone, sulla cittadella di Veio, e subito si diedero a colpire i nemici assiepati sulle mura, ed ad aprire le porte della città. Fu un enorme massacrò, che terminò solo quando il dittatore ordinò di risparmiare i nemici che abbandonanavano le armi.
| « Questa mossa pose fine alla carneficina. » | |
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(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 21)
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Enorme fu il bottino, ma i soldati rimasero ugualmente insoddisfatti, perché lo dovettero dividere con i romani giunti dalla città, e perché Furio Camillo destinò all'erario il ricavato dalla vendita degli schiavi.
La statua di Giunone Regina fu portata a Roma, dove le fu dedicato un tempio sull'Aventino, dove Furio Camillo ne dedico uno nuovo a Mater Matuta, dopo che fu celbrato il trionfo, e la vittoria fu festeggiata con 4 giorni di feste[6].
[modifica] Terzo tribunato consolare
Nel 394 a.C. fu eletto tribuno consolare con Gaio Emilio Mamercino, Lucio Furio Medullino, Lucio Valerio Publicola, Spurio Postumio Albino Regillense e Publio Cornelio Scipione[7].
| « Quando arrivò il giorno delle elezioni dei tribuni, i senatori riuscirono, anche se con uno sforzo enorme, a ottenere la nomina di Marco Furio Camillo, adducendo come pretesto la necessità di avere un comandante per le guerre (mentre in realtà cercavano un uomo adatto a contrastare la prodigalità eccessiva dei tribuni). » | |
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( Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 26.)
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A Furio Camillo fu affidata la campagna contro i Falisci che si concluse con la resa di Falerii a Roma[8].
Nel racconto di Livio i Falisci, dopo essere stati sconfitti in una battaglia campale dai romani condotti da Furio Camillo, si disposero a resistere ad oltranza, chiudendosi dentro la città; i romani si predisposero per sostenere un lungo assedio.
| « Ormai si aveva l'impressione che l'assedio fosse destinato a durare quanto quello sostenuto sotto Veio. E così sarebbe stato se la fortuna non avesse concesso al generale romano l'opportunità di offrire una dimostrazione delle sue ben note capacità in materia di strategia militare e contemporaneamente un'immediata vittoria. » | |
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( Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 26.)
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A questo punto si inserisce il leggendario racconto del maestro di scuola falisco, che condotti i propri ragazzi fuori dalla città, li consegnò a Furio, perché li trattenesse come ostaggi. Furio Camillo, non solo rifiutò con sdegno l'offerta, ma rimandò il maestro indietro a Faleri, con le mani legate dietro la schiena, sospinto dalle verghe di cui aveva fornito i suoi allievi. Colpiti da un così nobile gesto, i Falisci decisero di arrendersi al generale romano.
Ai Falisci fu concessa la pace, contro la corresponsione della paga ai soldati romani per quell'anno[9].
A Gaio Emilio e Spurio Postumio fu invece affidata la campagna contro gli Equi. I due tribuni, dopo aver sbaragliato i nemici in campo aperto, decisero che mentre Gaio Emilio sarebbe rimasto a presidiara Verrugine, Spurio Postumio avrebbe saccheggiato le campagne degli Equi. Ma i romani, durante questa azione, furono sorpresi e sbaragliati da un attacco degli Equi.
Nonostane la sconfitta, e nonostante molti soldati di guarniggione a Verruggine, si erano rifuggiati a Tuscolo, temendo un successivo attacco degli Equi, Postumio riuscì a riorganizzare l'esercito, ed ad ottenere una nuova vittoria campale contro gli Equi[10].
[modifica] Altro
Accusato di aver distribuito in modo ingiusto il bottino bellico, e per questo se ne andò in esilio volontario ad Ardea. Probabilmente l'eccessivo potere e autorità, oltre che le antipatie esplose contro di lui per il suo forte orgoglio patrizio e la sua entrata trionfale in Roma su un carro tirato da cavalli bianchi, furono le reali cause che dettero luogo alle infamanti accuse.
Pochi anni dopo i Romani furono attaccati dai Galli Senoni e sconfitti nella Battaglia del fiume Allia; i Galli giunsero a conquistare le parti periferiche di Roma e cinsero d'assedio il Campidoglio. Sembra che i Romani furono costretti a pagare un pesante dazio e a consegnare le insegne cittadine per far togliere l'assedio. Successivamente, mentre i Galli tornavano indietro verso i loro territori, i Romani richiamarono Furio Camillo nominandolo nuovamente dittatore. Secondo la leggenda, Camillo, raccolte le truppe romane, inseguì i Galli, li sconfisse facendone strage e recuperò le insegne ed il bottino romano. Secondo altri fonti storiche, tuttavia Furio Camillo riuscì a ricacciare i Galli lontano dal territorio romano, ma essi si ritirarono comunque in possesso del ricco bottino di guerra.
Nella leggenda si narra inoltre che dissuase i Romani, scoraggiati dalla devastazione provocata dai Galli, dal migrare a Veio e li indusse a ricostruire la città (390 a.C.). In seguito combatté ancora con successo contro gli Equi, i Volsci e gli Etruschi[11] e respinse un'ulteriore invasione dei Galli nel 367 a.C. Sebbene patrizio nell'animo, comprese la necessità di fare concessioni alla plebe e fu determinante nel far approvare le Leggi licinie sestie. Morì di peste all'età di 81 anni (365 a.C.).
La storia di Furio Camillo è ricca di aneddoti in gran parte leggendari. Tra questi si narra che durante l'assedio della città di Falerii, capitale del popolo dei Falisci, avvenne un tentativo di tradimento da parte di un insegnante di scuola che portò alcuni dei suoi alunni, figli di eminenti personaggi di Falerii, nel campo militare romano; ma Furio Camillo, disapprovando l'uso di fanciulli come strumento di ricatto, restituì i fanciulli alla città assediata. I Falisci, commossi da questo nobile gesto, decisero di arrendersi al comandante romano. Come per la maggior parte delle leggende, probabilmente esse nascono da eventi storici reali sui quali la tradizione può avere enfatizzato.
[modifica] Bibliografia
[modifica] Fonti primarie
- Livio V, 10; VI, 4
- Plutarco, Camillo
- Polibio II, 18
- Eutropio Breviarium ab Urbe condita I, 20
[modifica] Fonti secondarie
- Theodor Mommsen, Römische Forschungen, II, pp. 113–152 (1879)
[modifica] Note
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 10. E' dubbio se si tratti del primo tribunato o del secondo, visto che per Tito Livio, Furio Camillo fu eletto tribuno consolare già nel 403 a.C. (vedi Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 1) e che cita esplicitamente la nomina del 401 a.C. "per la seconda volta"
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 12.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 14.
- ^ a b Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 19.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 20.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 23.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 26.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 26-28.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 3, 27-28.
- ^ Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2,28.
- ^ Livio, Ab Urbe condita, VI, 2; Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, II, 1.