Brenno

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Brenno

Brenno (... – post 390 a.C.) è stato un condottiero gallo, capo della tribù celtica dei Galli Senoni noto per avere messo a sacco Roma nel 390 a.C..

Indice

[modifica] L'Eponimo

Il nome Brenno (o Brennus nell'accezione latina) significa in celtico Corvo[1][2][3] com'era in usanza tra le popolazioni celtiche di utilizzare, come nomi propri, i nomi degli animali per sottolineare un tratto fisico o del carattere, legato allo spirito primordiale della natura, come ad esempio Hirpus il lupo, Cycnus il cigno o Moccus il cinghiale. Anche Brennan o Bran, il dio celtico della guerra, era spesso rappresentato dallo spirito animalesco del corvo e veniva ricordato come il Corvo Benedetto.

In seguito, data la grande personalita' del condottiero, prese poi il significato di capo (in celtico Brehin )[4] allo stesso modo in cui ad esempio anche il nome Cesare fu utilizzato da altre culture per designare le piu' alte cariche in diverse fasi storiche (come Kaiser o Zar). I druidi in caso di guerra o necessita', riunivano alcune tribù ed eleggevano il condottiero, il Brennus.

[modifica] Origini

Di lui poco e' noto riguardo alle sue origini tranne che la sua famiglia tribale proveniva da un Pagu celtico nella zona di Yonne, nell'attuale Borgogna in Francia. La sua popolazione si era stabilita e viveva in Italia nella zona del nordovest, allora la cosiddetta dai Latini Gallia Cisalpina. Da qui partirono le sue imprese.

[modifica] Prime fasi

Brenno soggiogò in 6 anni le terre tra la Romagna e il Piceno, il cosiddetto ager gallicus. Poi assediò Chiusi la quale invocò l'aiuto di Roma. Il Senato romano vi mandò tre emissari appartenenti alla Gens Fabia, allo scopo di mediare tra i Galli e gli assediati. Ma i romani non rimasero neutrali e si unirono alla città. A questo punto Brenno, sdegnato, dopo aver espugnato e saccheggiato la città, marciò alla testa dei suoi Galli verso Roma. Il Senato, non appena avuta notizia di quanto stava accadendo, ricorse alla leva generale (tumultus) per formare un esercito che fermasse l'avanzata dei Galli con uno sbarramento sulla riva sinistra del Tevere in corrispondenza dell'immissione del modesto affluente Allia. L'esercito romano non si dimostrò all'altezza della situazione e fu sonoramente sconfitto nella vasta piana oggi detta della Marcigliana (Battaglia del fiume Allia) il 18 luglio del 390 a.C. La data del 18 luglio fu da allora il Dies Alliensis, considerato come giorno Nefas nel calendario romano; tuttavia la ricorrenza negativa fu prontamente stemperata dall'istituzione dei Lucaria, che celebravano il 19 e il 21 luglio le divinità dei boschi che avevano offerto rifugio agli scampati.

[modifica] Sacco di Roma

Presi dal panico, molti fra soldati e cittadini romani preferirono rifugiarsi nelle città vicine, come Caere e Veio; chi restò in città organizzò le difese sulle posizioni più facilmente difendibili, come il Campidoglio. La tradizione vuole che quando i Galli entrarono in Roma trovarono solo i Senatori pronti ad accoglierli nella Curia romana. Uccisi i senatori, i Galli iniziarono a saccheggiare Roma (Sacco di Roma) ormai indifesa.

A questo punto, secondo le fonti romane, si inserisce la leggenda delle oche del Campidoglio. Finito di saccheggiare la città, i Galli si diressero nottetempo verso la rocca del Campidoglio, dove si trovava l'ultima resistenza romana a difesa dei templi (e dell'oro) della città, con l'intenzione di cogliere di sorpresa i difensori passando per un passaggio segreto. Il piano fallì perché gli assediati furono svegliati dallo starnazzare delle oche, sacre a Giunone, in tempo per respingere l'assalto dei Galli. In seguito a quest'episodio venne edificato il tempio di "Iuno Moneta" (Giunone Monitrice), dove poi vennero coniate le prime monete di Roma: da qui l'etimo dell'attuale parola moneta. Con molta probabilità si tratta di leggende formatesi successivamente per compensare, attraverso episodi valorosi, l'onta subita. A quest'episodio si riferiva una festività romana, che cadeva il 3 agosto, durante la quale i cani venivano crocefissi, perché non avevano avvertito della presenza del nemico sotto il colle, e le oche erano portate in processione ed onorate come salvatrici della patria.

[modifica] Reazione romana

Intanto i romani iniziarono ad organizzare le prime forme di resistenza. Marco Furio Camillo, sebbene esiliato dai suoi concittadini ad Ardea, iniziò ad infliggere le prime sconfitte sui campi di battaglia ai Galli nei dintorni della città. A questo punto Brenno si accorse che, sebbene egli controllasse la città, si stava per giungere ad una condizione di stallo potenzialmente pericolosa per i suoi Galli.

Probabilmente per questo motivo Brenno propose ai magistrati romani di riscattare la città contro il versamento di 1000 libbre d'oro. I romani dapprima accettarono, poi protestarono quando si accorsero che le bilance utilizzate per la pesa del riscatto erano alterate; Brenno allora gettò sul piatto dei pesi anche la sua spada, pronunciando la famosa frase "Vae victis!", "Guai ai Vinti!".

A questo punto, molto probabilmente, ottenuto quanto richiesto, i Galli abbandonarono la città per tornare alle loro terre; ma la tradizione romana (sempre per recuperare l'onore perduto) tramanda che Marco Furio Camillo, saputo dell'episodio, tornò velocemente in città per affrontare Brenno e, raggiuntolo, gli si rivolse proferendo la frase, gettando anche lui, secondo la leggenda, la sua spada sulle bilance,: "Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria", "la Patria si restaura con il ferro, non con l'oro".

A seguito di quest'episodio i romani si riorganizzarono e scacciarono dalla città i Galli, guidati da Marco Furio Camillo che, in ricordo di ciò, fu insignito del titolo di Pater Patriae, "Padre della Patria", come a dire un secondo Romolo. Anche questa (come per le oche del Campidoglio) è una leggenda tendente a non svilire ulteriormente il già ferito orgoglio romano: i galli senoni, infatti, consci del fatto che rimanere a Roma sarebbe stato pericoloso, stavano già facendo ritorno alla madre patria.

[modifica] Leggende

La leggenda narra che Brenno, dopo la battaglia di Fiesole contro Furio Camillo e i rinforzi etruschi che questo era andato a chiamare per proteggere la città dall'invasione dei Galli, giunse a Bergamo. Stimando che la città era un'ottima base strategica per controllare le valli e commerci che da lì si sviluppavano, le chiese di sottomettersi. Al rifiuto reagì espugnandola e radendola al suolo, al punto che ancor oggi in alcune vallate della bergamasca i muri cadenti o pericolanti sono chiamati "bregn" o "breni", in ricordo di questo antichissimo evento. Fatta propria la città vi fece erigere un castello nella zona che ancora oggi porta il nome di Breno e si trova nel contiguo comune di Paladina. Roma ancora scossa per lo sacco subito e considerando Brenno una spina nel fianco e un grande pericolo per se stessa, inviò un esercito per sconfiggere il Gallo una volta per tutte. Tuttavia il console romano, anziché dare battaglia, contro il parere di Roma propose al capo Gallico un duello per salvare gli eserciti. Vinse il romano che prese dal Gallo in segno di vittoria il suo collare (torque) e infatti da allora fu ricordato come Torquato. Brenno, per il disonore di aver perso il duello e di aver mantenuto la vita, andò a suicidarsi annegandosi nel fiume che da lui prese il nome di Brembo.

[modifica] Omonimia

A causa del fatto che Brenno divenne un titolo assunto dai capi galli in tempo di guerra, nel corso della storia ci imbattiamo in altri Brenno da non confondersi col personaggio del sacco di Roma. Troviamo in particolare un altro Brenno capo tribù celta vissuto nel III secolo a.C. che guidò una grande spedizione celtica in penisola balcanica e morto suicida dopo che fu sul punto di saccheggiare il recinto sacro di Apollo a Delfi.

[modifica] Note

  1. ^ In alcune lingue attuali di derivazione celtica, come gallese, gaelico e bretone, si ritrova la stessa radice Brenn e Brann di Corvo.
  2. ^ http://www.websters-online-dictionary.org/Br/Brennus.html Brenno in inglese significa Capo e Corvo
  3. ^ http://www.behindthename.com/name/brennus l'etimologia dei nomi fa risalire Brenno a Principe e Corvo
  4. ^ A.Spinosa, La grande storia di Roma, Milano 1998, p.88.

[modifica] Bibliografia

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