Publio Valerio Publicola

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri personaggi con lo stesso nome, vedi Publio Valerio Publicola (disambigua).
Publio Valerio Publicola
Console della Repubblica romana
Roman SPQR banner.svg
Nome originale Publius Valerius Publicola
Nascita ca. 560 a.C.
Morte 503 a.C.
Gens Valeria
Consolato 509 a.C.
508 a.C.
507 a.C.
504 a.C.

Publio Valerio Publicola, in latino Publius Valerius Publicola, nelle epigrafi P·VALERIVS·V[OLVSI]·F·PVBLICOLA (560 circa – 503 a.C.), è stato un politico e militare romano del VI secolo a.C. La grafia dell'agnomen varia in Poplicola oppure Poplicula, mantenendo il significato di "amico del popolo".

Indice

Biografia [modifica]

Quattro volte console, fu collega di Lucio Giunio Bruto, come console nel primo anno della Repubblica Romana il 509 a.C.

Nascita della Repubblica [modifica]

Secondo la tradizione Publio Valerio, figlio di Voluso, apparteneva ad una delle più nobili case romane ed era un discendente del sabino Voluso, che si era insediato a Roma con Tito Tazio, il re dei Sabini e che era il capostipite della gens Valeria.

Quando Lucrezia convocò il padre dall'accampamento, dopo che Sesto Tarquinio ebbe commesso l'atto ignominioso, P. Valerio accompagnò Lucrezio da sua figlia ed era a fianco di Lucrezia quando questa rivelò l'oltraggio di Sesto e si trafisse il cuore. Valerio, assieme a tutti gli altri presenti, giurò vendetta per quella morte e immediatamente la compirono scacciando i Tarquini dalla città.

Il primo consolato - Guerra contro i Tarquini e le Riforme [modifica]

Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino furono eletti per primi come consoli nel 509 a.C. ma poiché il nome stesso di Tarquinio rendeva Collatino oggetto di sospetti per il popolo, fu obbligato a dimettersi dalla sua carica ed a lasciare la città: Valerio fu eletto al suo posto. Poco tempo dopo le città di Veio e di Tarquinia scelsero la causa dei Tarquini e marciarono con loro contro Roma, alla testa di grande esercito. I due consoli avanzarono con le forze romane per venire a contatto con loro. L'ultimo giorno del mese di febbraio[1] fu combattuta la sanguinosa battaglia della Selva Arsia, durante la quale perirono moltissimi uomini da una parte e dall'altra; tra questi anche il console Bruto. Lo scontro fu interrotto da una violenta ed improvvisa tempesta, senza che fosse certo l'esito, tanti erano i morti che giacevano sul campo di battaglia. Entrambe le parti reclamavano la vittoria, finché non fu sentita nel profondo della notte una voce che affermava che i Romani avevano vinto, poiché gli Etruschi avevano perso un uomo in più.

« ....Numeratisi poscia i cadaveri, trovati furono undicimila e trecento quei de' nemici, ed altrettanti, meno uno, quei dei romani »
(Plutarco, La vita di Publicola)

Impauriti dalla voce molti tra gli Etruschi fuggirono, lasciando i compagni prigionieri nella mani dei romani e Valerio poté così rientrare a Roma in trionfo, il primo trionfo celebrato da un condottiero romano.

Valerio fu ora lasciato senza collega; e quando cominciò nello stesso tempo a costruire una casa sulla parte superiore della collina Velia, che si affacciava sul foro, il popolo temette che stesse puntando a diventare re. Non appena Valerio divenne consapevole di questi sospetti, demolì la costruzione in una sola notte così che il giorno dopo il popolo, imbarazzato del proprio comportamento, gli assegnò un pezzo di terra ai piedi del Velia, con il privilegio di avere la porta della casa aperta nella via. L'edificio che secondo la tradizione era la casa di Valerio Publicola, sorgeva sul punto più alto del Velia, un'altura minore situata tra Palatino ed Esquilino e che ora non esiste più. Il luogo sarebbe stato quello dove Massenzio, per rivendicare la discendenza da Valerio, fece costruire la sua basilica. Accanto alla casa si trovava anche la tomba, che gli fu concesso di costruire in via eccezionale dentro il pomerium.

Quando Valerio comparve davanti al popolo, ordinò ai littori di abbassare i fasci davanti al popolo, come riconoscimento che il loro potere era superiore al suo. Non soddisfatto di questo atto di sottomissione, sostenne leggi in difesa della repubblica ed a sostegno delle libertà del popolo. Promulgò una legge che chiunque avesse tentato di farsi re sarebbe stato consacrato agli dei (sarebbe divenuto homo sacer, sottratto cioè alla protezione cittadina) e chiunque voleva avrebbe potuto ucciderlo. Dichiarò un'altra legge che ogni cittadino che fosse stato condannato da un magistrato alla pena capitale avrebbe avuto il diritto di appellarsi al popolo (provocatio ad populum); ora poiché i patrizi avevano avuto questo diritto sotto i re, è probabile che la legge di Valerio abbia conferito lo stesso privilegio ai plebei. Da ultimo permise la nomina di due questori da parte del popolo.

Valerio poi provvide alla nomina di circa 150 senatori, per ripristinarne il numero che era venuto a mancare in seguito alle ultime vicende, e fece trasferire l'erario pubblico nel Tempio di Saturno.

Con queste leggi, così come dall'abbassamento dei suoi fasci davanti al popolo, Valerio divenne così favorito che ricevette il cognomen di Publicola, o "l'amico del popolo" nome con il quale è solitamente conosciuto. Non appena queste leggi furono approvate, Publicola indisse i comitia per l'elezione del successore di Bruto e fu eletto come suo collega Spurio Lucrezio Tricipitino. Lucrezio tuttavia non visse molti giorni e di conseguenza al suo posto fu eletto scelto console Marco Orazio Pulvillo. Ciascuno dei consoli era ansioso dedicare il tempio sul Campidoglio, che Tarquinio aveva lasciato incompiuto quando era stato scacciato dal trono; ma la sorte concesse questo onore ad Orazio, con grande delusione di Publicola e dei suoi amici. Alcuni autori tuttavia mettono la dedica del tempio due anni più tardi nel 507 a.C., nel terzo consolato di Publicola e nel secondo di Orazio Pulvillo. (Dionys. V 21; Tac. Hist. III 72.)

Secondo Consolato - Guerra contro Chiusi [modifica]

L'anno successivo, che era il secondo anno della repubblica, il 508 a.C., Publicola fu ancora eletto console con Tito Lucrezio Tricipitino collega, con cui sostenne la spedizione di Porsenna, corso in aiuto di Tarquinio il Superbo, contro Roma. Già gli Etruschi erano arrivati sotto le mura dell'Urbe, che i romani disperavano di poter resistere, che intervenne Orazio Coclite con due suoi compari, a fermarne l'avanzata sul ponte Sublicio. Gli assediati ebbero così il tempo di abbattere il ponte, e preparare la difesa della città.

Secondo la tradizione la città rimase assediata dall'esercito etrusco, accampato fuori le mura, fino a che Porsenna, colpito dal gesto di Muzio Scevola che aveva tentato di ucciderlo, decise di concordare la pace con i romani.

Terzo Consolato [modifica]

Nell'anno 507 a.C., Publicola fu eletto console per la terza volta con M. Orazio Pulvillo, che era stato suo collega nel suo primo consolato, o secondo altre fonti, con P. Lucrezio; ma nessun evento importante è registrato per questo anno.

Quarto consolato [modifica]

Fu console per la quarta volta nel 504 a.C. con T. Lucrezio Tricipitino, il suo collega nel suo secondo consolato. Durante questo consolato sconfisse i Sabini in una battaglia presso Fidene, fatto per il quale gli fu concesso di entrare a Roma in trionfo per la seconda volta.

Morte [modifica]

La sua morte è collocata nell'anno seguente dagli annalisti (Liv. II, 16), probabilmente, come ha rilevato Niebuhr, semplicemente perché il suo nome non si presenta più nei Fasti. Niebuhr suppone che le antiche tradizioni lo fanno perire al lago Regillo, dove si dice che siano stati uccisi due dei suoi figli (Dionys. vi. 12) e dove tanti eroi del giovane stato trovarono la loro morte. Fu sepolto a spese pubbliche e le matrone portarono il lutto per dieci mesi, come avevano fatto per Bruto.

Critica storica [modifica]

La narrazione del fatti che danno Livio, Plutarco e Dionisio d'Alicarnasso non può essere considerata come vera storia. La storia dell'espulsione dei Tarquini e dell'infanzia della repubblica evidentemente ha ricevuto tanti abbellimenti poetici ed è stata così alterata dalle tradizioni successive, che probabilmente non siamo garantiti nell'asserire nessuna cosa riguardo Publicola oltre al fatto che ha avuto una parte prominente nel governo di Roma durante i primissimi anni della repubblica.

Note [modifica]

  1. ^ Plutarco, La vita di Publicola

Bibliografia [modifica]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Barthold Georg Niebuhr, History of Rome, Vol. I, pp. 498 segg., 525, 529 segg., 558, 559
  • William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, vol. III, Little, Brown, and Company, Boston, 1867.

Voci correlate [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

Predecessore Fasti consulares Successore Consul et lictores.png
--- (509 a.C.)
Lucio Giunio Bruto[1]
con Lucio Tarquinio Collatino[2]
Tito Lucrezio Tricipitino I
e
Publio Valerio Publicola II
I
Lucio Giunio Bruto
e
Lucio Tarquinio Collatino
(508 a.C.)
con Tito Lucrezio Tricipitino I
Publio Valerio Publicola III
e
Marco Orazio Pulvillo II
II
Tito Lucrezio Tricipitino I
e
Publio Valerio Publicola II
(507 a.C.)
con Marco Orazio Pulvillo II
Spurio Larcio I
e
Tito Erminio Aquilino
III
Marco Valerio Voluso Massimo
e
Publio Postumio Tuberto I
(504 a.C.)
con Tito Lucrezio Tricipitino II
Agrippa Menenio Lanato
e
Publio Postumio Tuberto II
IV

  1. ^ suffecti Spurio Lucrezio Tricipitino e Marco Orazio Pulvillo I
  2. ^ suffectus Publio Valerio Publicola I