Orazio Coclite

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Orazio Coclite, Hendrick Goltzius (1558-1616)

Orazio Coclite (Latino: HORATIUS·COCLES) eroe mitico romano del VI secolo a.C. (cocles: in Latino significa "con un solo occhio"[1]) che difese da solo il ponte che conduceva a Roma contro gli Etruschi di Chiusi guidati dal loro lucumone Porsenna. Era il fratello di Marco Orazio Pulvillo che fu console nel 509 a.C. Entrambi discendevano dai tre fratelli Orazi. (536? - 490? a.C.)

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Roma (Porsenna).

Si narra che nel 508 a.C. Orazio Coclite riuscì ad arrestare l'avanzata degli Etruschi mentre i compagni demolivano il ponte Sublicio per impedire che i nemici passassero il Tevere. Inizialmente al suo fianco combatterono Spurio Larcio e Tito Erminio, futuri consoli nel 506 a.C..[2]

(LA)
« Duos tamen cum eo pudor tenuit, Sp. Larcium ac T. Herminium, ambos claros genere factisque. Cum his primam periculi procellam et quod tumultuosissimum pugnae erat parumper sustinuit; deinde eos quoque ipsos exigua parte pontis relicta reuocantibus qui rescindebant cedere in tutum coegit. »
(IT)
« Trattenuti dal senso dell'onore due restarono con lui: si trattava di Spurio Larcio e Tito Erminio, entrambi nobili per la nascita e per le imprese compiute. Fu con loro che egli sostenne per qualche tempo la prima pericolosissima ondata di Etruschi e le fasi più accese dello scontro. Poi, quando rimase in piedi solo un pezzo di ponte e quelli che lo stavano demolendo gli urlavano di ripiegare, costrinse anche loro a mettersi in salvo. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 10)
La difesa del ponte Sublicio in un dipinto di Charles Le Brun presso la Dulwich Picture Gallery di Londra

Quando rimase da abbattere soltanto una piccola parte del ponte, Orazio ordinò loro di mettersi in salvo, rimanendo a combattere da solo. Al termine della demolizione si gettò nel Tevere con tutta l’armatura e qui, secondo Polibio, affogò. Secondo Tito Livio, invece, riuscì ad attraversare il fiume nuotando e a rientrare in quella città a cui aveva evitato, con il suo eroico gesto, un infausto destino.[2] Il popolo di Roma gli dimostrò la sua gratitudine dedicandogli una statua e donandogli un appezzamento di terreno pari a quanto ne poteva arare in un intero giorno. Accanto agli onori ufficiali, ci furono anche attestati di gratitudine da parte dei privati cittadini, i quali, nonostante il periodo di grande carestia, donarono una razione dei loro viveri, secondo le proprie possibilità.[2]

Nonostante la grande popolarità non divenne mai console per una malattia che lo colse alle gambe e gli impediva di camminare.[3]

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Lo scrittore inglese Thomas Babington Macaulay nel suo "Canti di Roma antica" al canto XXVII fa parlare Orazio Coclite mentre scende in battaglia con queste parole:

« Allora così parlò l’invitto capitano Orazio,
Della porta custode:
«A morte ogni uomo su questa terra è sacro;
e presto o tardi ella giunge: e allora come
Un uomo può meglio morire, che affrontando
impavido
rischi fatali
Per le ceneri dei padri, e per i templi
degli Dei immortali »
(Canti di Roma antica,)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XI, 37.
  2. ^ a b c Livio, II, 10.
  3. ^ Appiano di Alessandria, Storia romana (Appiano), I, IX

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]