Giovanni Boccaccio

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Incisione raffigurante Boccaccio
« Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere, e hannol trovato in alcuni: fra' quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli. »
(Giovanni Boccaccio, Decameron - incipit.)

Giovanni Boccaccio (Firenze, 16 giugno 1313Certaldo, 21 dicembre 1375) è stato uno scrittore e poeta italiano.[1] Boccaccio è stato uno fra i maggiori narratori italiani e europei del XIV secolo: con il suo Decameron, che venne subito tradotto in molte lingue, diviene infatti conosciuto ed apprezzato a livello europeo, tanto da influire, per esempio, anche nella letteratura inglese, con Geoffrey Chaucer. Da alcuni studiosi[2] (tra i quali Vittore Branca) è considerato il maggiore narratore europeo e ha avuto un ruolo egemone nel panorama letterario del XIV secolo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'infanzia fiorentina (1313 - 1327)[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Boccaccio nasce a Firenze nel 1313, (o, secondo altre ipotesi, a Certaldo), da padre mercante Boccaccino di Chellino, il socio della compagnia commerciale e bancaria dei Bardi a Firenze, e da madre, che si ipotizza fosse di umili origini. Il padre si sposa con Francesca da Mardoli nel 1319 e un anno dopo nasce il fratellastro Francesco - il matrimonio con Francesca non è probabilmente sentito positivamente dal piccolo Boccaccio, tanto che alcuni critici ne derivano un rapporto rancoroso con il padre.[senza fonte]

Dimostra precocemente interesse per lo studio, sotto la guida del maestro Giovanni di Domenico Mazzuoli da Strada. La sua formazione è tuttavia soprattutto da autodidatta. Questo però gli crea qualche scompenso: non avrà infatti una formazione letteraria completa. Il padre cerca invano di deviare questa inclinazione letteraria verso la mercatura. Mentre Boccaccio inizia a far progressi e ad appropriarsi della lingua latina, il padre, deciso per il futuro del figlio, lo manda a Napoli perché segua l'apprendistato bancario presso il banco dei Bardi.

L'adolescenza a Napoli (1327-1340)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1327, Boccaccio si reca a Napoli con il padre, iniziando il suo apprendistato presso la succursale della Compagnia dei Bardi, senza però alcun successo in questo ambito. Dopo circa quattro anni di scarsi risultati, nel 1331, all'età di diciott'anni, il padre decide di ripiegare sul diritto canonico, nella speranza che il figlio possa imparare una professione. Anche gli studi di diritto canonico non hanno buon esito.

In questo periodo Giovanni frequenta la corte angioina e si occupa di letteratura; scrive sia in latino , sia in volgare, componendo opere come il Teseida, il Filocolo, il Filostrato e la Caccia di Diana. Frequenta anche la biblioteca reale e conosce Paolo da Perugia, che gli insegnerà la lingua greca.

Boccaccio è un autodidatta e appassionandosi alla letteratura cortese e stilnovistica, crea un mito letterario: l'amore per Fiammetta, probabilmente Maria d'Aquino figlia illegittima di Roberto D'Angiò. Al fine di incrementare il mito inventerà anche un'autobiografia ideale, secondo la quale nacque a Parigi da una nobildonna francese, Jeanette de la Roche.[senza fonte].

Nel De genealogiis osserverà che le imposizioni del padre gli hanno impedito di divenire un miglior poeta e scrittore, in quanto l'hanno obbligato ad imparare un mestiere a lui odioso. Il periodo napoletano si conclude improvvisamente nel 1340 quando il padre lo richiama a Firenze per un forte tracollo economico a causa del fallimento di alcune banche in cui aveva fatto numerosi investimenti.[3] Il padre morirà durante la peste nel 1348.

L'inizio del secondo periodo fiorentino (1340 - 1347)[modifica | modifica wikitesto]

In questo periodo, Boccaccio, esprime rimpianto per la vita di corte a Napoli nel romanzo in prosa Elegia di Madonna Fiammetta e compone opere, come l'Amorosa visione e il Ninfale fiesolano, legate alla tradizione fiorentina. Boccaccio vede Napoli "lieta, pacifica, abbondevole, magnifica", invece Firenze gli appare "triste, grigia e noiosa" con quella gente superba e avara che "bada solo a se stessa". La sua città comunque lo ama come personaggio illustre e si vale di lui in numerose missioni e ambascerie.[senza fonte]

L'intermezzo forlivese (1347-1348)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1347-1348, è ospite (cosa che gli permette anche di seguire le tracce di Dante) di Francesco Ordelaffi il Grande, a Forlì: qui frequenta i poeti Nereo Morandi e Francesco Miletto de Rossi, detto Checco, col quale ultimo mantenne poi amichevole corrispondenza. Tra i testi di questo periodo, si deve citare l'egloga Faunus, in cui Boccaccio rievoca il passaggio a Forlì di Luigi d'Ungheria (Titiro, nell'egloga), a cui si unisce Francesco Ordelaffi (Fauno, appunto), diretto verso Napoli. Il componimento viene poi incluso dal Boccaccio nella raccolta Bucolicum Carmen (1349-1367).

L'ultimo periodo (1348-1375)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1355 fu impegnato in operazioni economiche che lo videro commerciare con Alghero e gli fruttarono quelle risorse delle quali dimostrerà di poter disporre nei decenni successivi[4]. Nel 1360 Innocenzo VI offre a Boccaccio un beneficio ecclesiastico ma i suoi amici cercano di compiere un colpo di stato e quindi non gli vengono più concesse le prebende. Nel 1361 torna a Certaldo dove rimane fino al 1365 e qui scrive opere in latino di matrice umanistica come la Genealogia Deorum Gentilium ed Il Corbaccio scritto in volgare. Nel frattempo ha conosciuto, nel 1359 il monaco calabrese Leonzio Pilato, cui darà ospitalità fra il 1360 e il 1362: Leonzio Pilato infatti aveva il compito di tradurre l'Iliade e l'Odissea per conto di Petrarca, e Boccaccio, per trattenerlo in Italia, gli offre la cattedra di greco nello Studio Fiorentino, uno stipendio e alloggio in casa sua. La convivenza fra i due è difficile, ma Boccaccio impara il greco dal monaco calabrese.

Il periodo che va dal 1365 all'anno della morte (1375) viene denominato "periodo fiorentino-certaldese": Boccaccio torna a svolgere incarichi pubblici per Firenze e cura un'edizione critica delle opere di Dante a cui premette il Trattatello in Laude di Dante. Nel 1370 trascrive un codice autografo del Decameron. Poi legge e commenta in pubblico la Commedia ma a causa della sua cattiva salute arriva solo fino al XVI canto dell'Inferno. Il 21 dicembre del 1375 muore. Sulla sua tomba ha voluto che fosse ricordata la sua passione dominante, con la frase "Studium fuit alma poesis" che significa: la sua passione fu la nobile poesia.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Nella produzione del Boccaccio si possono distinguere le opere della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. La sua opera più importante e conosciuta è il Decameron.

Busto del Boccaccio presso la Chiesa dei Santi Jacopo e Filippo a Certaldo
I protagonisti del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916, Lady Lever Art Gallery, Liverpool
Manoscritto con miscellanea latina, autografo del Boccaccio, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze

Opere del periodo napoletano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere della giovinezza di Giovanni Boccaccio.

Tra le sue prime opere del periodo napoletano vengono ricordate Filocolo (1336-38), Filostrato (1335), Teseida (1339-41), Caccia di Diana (1334/38) e le Rime (la cui composizione rimanda ad anni diversi). Tra le opere scritte durante la sua permanenza nella borghese Firenze emergono "La Comedia delle Ninfe fiorentine", "L'Amorosa visione" ed "Elegia di Madonna Fiammetta" (1343-1344).

Le opere della giovinezza riguardano il periodo compreso tra il 1333 e il 1346.

La caccia di Diana (1333–1334)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caccia di Diana.

Poemetto di 18 canti in terzine, che celebra in chiave mitologica alcune gentildonne napoletane. Le ninfe, seguaci della casta Diana, si ribellano alla dea ed offrono le loro prede di caccia a Venere, che trasforma gli animali, in bellissimi uomini. Tra questi vi è anche il giovane Boccaccio che, grazie all'amore, diviene un uomo pieno di virtù: il poemetto propone, dunque, la concezione cortese e stilnovistica dell'amore che ingentilisce e nobilita l'uomo.

Il Filostrato (1335)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Filostrato (Boccaccio).

Il Filostrato (che alla lettera dovrebbe significare nel greco approssimativo del Boccaccio "vinto d'amore") è un poemetto scritto in ottave che narra la tragica storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, che si era innamorato della principessa greca Criseida. La donna, in seguito ad uno scambio di prigionieri, torna al campo greco, e dimentica Troilo. Quando Criseida in seguito si innamora di Diomede, Troilo si dispera e va incontro alla morte per mano di Achille.

Nell'opera l'autore si confronta in maniera diretta con la precedente tradizione dei "cantari", fissando i parametri per un nuovo tipo di ottava essenziale per tutta la letteratura italiana fino al Seicento. Il linguaggio adottato è difficile, altolocato, spedito, a differenza di quello presente nel Filocolo, in cui è molto sovrabbondante.

Il Filocolo (1336-1339)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Filocolo.

Il Filocolo, che, secondo un'etimologia approssimativa, significa "fatica d'amore", è un romanzo in prosa, rappresentando così una svolta rispetto ai romanzi delle origini scritti in versi. La storia ha due protagonisti, Florio, figlio di un re saraceno, e Biancifiore, una schiava cristiana abbandonata da bambina. I due fanciulli crescono assieme e da grandi, in seguito alla lettura del libro di Ovidio "Ars Amandi" si innamorano, come era successo per Paolo e Francesca dopo avere letto "Ginevra e Lancillotto". Tuttavia il padre di Florio decide di separarli vendendo Biancifiore a dei mercanti. Florio decide quindi di andarla a cercare e dopo mille peripezie (da qui il titolo Filocolo=Fatica d'amore) la reincontra. Infine il giovane si converte al Cristianesimo e sposa la fanciulla.

Teseida delle nozze d'Emilia (1339-1340)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teseida.

Il Teseida è un poema epico in ottave in cui si rievocano le gesta di Teseo che combatte contro Tebe e le Amazzoni. L'opera costituisce il primo caso in assoluto nella nostra storia letteraria di poema epico in volgare e già si manifesta la tendenza di Boccaccio a isolare nuclei narrativi sentimentali, cosicché il vero centro della narrazione finisce per essere l'amore dei prigionieri tebani Arcita e Palemone, molto amici, per Emilia, regina delle Amazzoni e cognata di Teseo; il duello fra i due innamorati si conclude con la morte di Arcita e le nozze tra Palemone ed Emilia.

Opere del periodo fiorentino[modifica | modifica wikitesto]

Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comedia delle ninfe fiorentine.

La Comedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) è una narrazione in prosa, inframmezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Narra la storia di Ameto un rozzo pastore che un giorno incontra delle ninfe devote a Venere e si innamora di una di esse, Lia. Nel giorno della festa di Venere le ninfe si raccolgono intorno al pastore e gli raccontano le loro storie d'amore. Alla fine Ameto è immerso in un bagno purificatore e comprende così il significato allegorico della sua esperienza: infatti le ninfe rappresentano la virtù e l'incontro con esse lo ha trasformato da essere rozzo e animalesco in uomo.

Amorosa Visione (1341-1342 / 1342-1343)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Amorosa visione.
Ritratto di Giovanni Boccaccio, creatore del personaggio

Si tratta di un poema in terzine suddiviso in cinquanta canti.
La narrazione vera e propria è preceduta da un proemio costituito da tre sonetti che, nel loro complesso, formano un immenso acrostico nel senso che essi sono composti da parole le cui lettere (vocali e consonanti) corrispondono ordinatamente e progressivamente alle rispettive lettere iniziali di ciascuna terzina del poema.

La vicenda descrive l'esperienza onirica di Boccaccio che, sotto la guida di una donna gentile perviene ad un castello, sulle cui mura sono rappresentate scene allegoriche che vedono protagonisti illustri personaggi del passato. Più in dettaglio in una stanza sono rappresentati i trionfi di Sapienza, Gloria, Amore e Ricchezza, nell'altra quello della Fortuna.
Inevitabile segnalare lampanti affinità e influenza non latente con i pressoché contemporanei "Trionfi" del Petrarca. Inoltre la precisa descrizione degli affreschi ha permesso ad alcuni critici di identificare il castello boccacciano con Castel Nuovo di Napoli, affrescato da Giotto. Dopo essersi soffermato con sfoggio di erudizione sulle bellezze degli affreschi Boccaccio passa in un giardino dove incontra Madonna Fiammetta e tenta di abusare di lei nel sonno.

Il risveglio tempestivo della donna e il fatto che questa ricordi al poeta il pericolo dell'imminente ritorno della guida prevengono l'attuarsi del gesto. Di lì a poco infatti la "donna gentil" torna affermando che il poeta potrà giungere al pieno possesso dell'amata conducendo una vita improntata ai virtuosi precetti il cui apprendimento era stato scopo essenziale del viaggio.

L'opera ha diversi debiti nei confronti di Dante e della Divina Commedia, soprattutto per quanto riguarda l'esperienza della "Visio in somnis" e la guida di una "donna gentil", ma va sottolineata anche la forte tendenza all'emancipazione del Boccaccio: mentre Dante segue in tutto e per tutto i dettami di Beatrice, Boccaccio in numerosi casi si ribella al patrocinio della guida, ad esempio nel preferire la via larga della mondanità, con le sue fatue attrattive a quella stretta e impervia che conduce alla virtù. Il tono sublime contrasta con la comicità di certe situazioni (in primis l'incontro con Fiammetta) cosicché alcuni critici hanno pensato ad un intento parodico da parte del Boccaccio nei confronti del poemetto allegorico didattico.

Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elegia di Madonna Fiammetta.

Romanzo in prosa suddiviso in nove capitoli che racconta di una dama napoletana abbandonata e dimenticata dal giovane fiorentino Panfilo. La lontananza di Panfilo le crea grande tormento accresciuto dal fatto che Fiammetta è sposata e deve nascondere al marito il motivo della sua infelicità. L'opera ha la forma di una lunga lettera, rivolta alle donne innamorate; la lunga confessione della protagonista consente una minuziosa introspezione psicologica. La vicenda è narrata dal punto di vista della donna, un elemento assolutamente innovativo rispetto ad una tradizione letteraria nella quale la donna era stata oggetto e non soggetto amoroso: essa non viene più ad essere ombra e proiezione della passione dell'uomo ma attrice della vicenda amorosa; vi è, quindi, il passaggio della figura femminile da un ruolo passivo ad un ruolo attivo.

Il romanzo racconta di Fiammetta che incontra Panfilo in una chiesa e ne diviene subito amante; segue un periodo felice, interrotto dalla partenza dell'innamorato per Firenze. La vicenda continua con una successione di peripezie: inizialmente viene a sapere che Panfilo si è sposato per cui si rassegna alla dolorosa verità; la notizia viene smentita e l'eroina scopre che il suo amato è felicemente fidanzato con una fiorentina. Presa allora dalla gelosia tenta di uccidersi, ma la nutrice glielo impedisce. A questo punto Fiammetta tenta di consolarsi rievocando amori infelici di personaggi mitici o storici, solo per scoprirsi più misera ed infelice di loro e giungere ad una rivendicazione del primato nella sofferenza. Alla fine si viene a sapere di un prossimo ritorno di Panfilo a Napoli, ed ella ritorna a sperare.

Ninfale fiesolano (1344 -1346)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ninfale fiesolano.

Ninfale fiesolano è un poemetto eziologico in ottave in cui si raccontano le origini di Fiesole e Firenze: l'opera è un cordiale omaggio alla città di Firenze. Il giovane pastore Africo, che vive sulle colline di Fiesole coi genitori, sorpresa nei boschi un'adunata di ninfe di Diana, si innamora di Mensola, che, con le altre ninfe della dea, è obbligata alla castità. Vaga inutilmente a lungo alla sua ricerca. Venere, apparsagli durante il sonno, promette di aiutarlo.

Della sua sofferenza e delle nascoste ragioni di tale sofferenza si accorge il padre di Africo, che con grande affetto lo ammonisce a non cercare le ninfe, ricordandogli con una storia la terribile sorte che colpisce coloro che osano sfidare la dea. Africo e Mensola, però, con uno stratagemma riescono ad amarsi ed innamorarsi. La ninfa però, resasi conto del suo errore, e del rischio in cui stava mettendo se stessa e il suo innamorato, decide di sfuggirgli. Africo, disperato, si uccide e il suo sangue cade nel fiume che poi assumerà il suo nome. La ninfa però è incinta, e nonostante si sia nascosta in una grotta, aiutata dalle ninfe più anziane, viene un giorno scoperta da Diana, che la trasforma nell'acqua del fiume che da quel giorno in poi assumerà il suo nome. Il bambino viene invece affidato ad una vecchia ninfa che lo consegnerà alla madre del povero pastore.

Verrà chiamato Pruneo e sarà il reggitore della città di Fiesole, fondata da Atlante, e il capostipite di una famiglia che sarà destinata a mischiarsi con i cittadini di Firenze. Con elegante semplicità riprende le cadenze e le formule linguistiche del "cantare" popolare toscano, a cui sovrappone fitti motivi di derivazione classica, specialmente da Ovidio. Non vi è l'erudizione che caratterizza le altre opere fiorentine; non ci sono allegorie. L'amore e il desiderio sono considerati sentimenti naturali che, per contrasto, fanno apparire barbare le ferree leggi della dea Diana che impone la castità alle ninfe.

Il Decameron (1348 - 1351)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Decameron.

Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron, il cui sottotitolo è Il principe Galeotto (ad indicare la funzione che il libro avrà di intermediario tra amanti) e il cui titolo fu ricalcato dal trattato Hexameron di sant'Ambrogio. Il libro narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l'epidemia di peste del 1348, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane, l'«onesta brigata» si intrattiene serenamente con passatempi vari, e in particolare raccontando a turno le novelle. Poiché il venerdì e il sabato non si narrano novelle, queste, disposte in un periodo di dieci giorni come indica in greco il titolo dell'opera: Ta tòn deca emeròn biblìa, ossia I libri (Ta biblìa) delle (tòn) dieci (deka) giornate (emeròn). Quindi il libro è composto da cento novelle narrate dai dieci protagonisti, più una narrata da Boccaccio stesso nell'introduzione alla IV giornata.

I nomi dei dieci giovani protagonisti sono Fiammetta, Filomena, Emilia, Elissa, Lauretta, Neifile, Pampinea, Dioneo, Filostrato e Panfilo. Ogni giornata ha un re o una regina che stabilisce il tema delle novelle; due giornate però, la prima e la nona, sono a tema libero. L'ordine col quale vengono decantate le novelle durante l'arco della giornata da ciascun giovane è prettamente casuale, ad eccezione di Dioneo (il cui nome deriva da Dione, madre della dea Venere), che solitamente narra per ultimo e non necessariamente sul tema scelto dal re o dalla regina della giornata, risultando così essere una delle eccezioni che Boccaccio inserisce nel suo progetto così preciso e ordinato.

L'opera presenta invece una grande varietà di temi, di ambienti, di personaggi e di toni; si possono individuare come centrali i temi della fortuna, dell'ingegno, della cortesia, dell'amore. Le novelle sono inserite, come si è detto, in una cornice narrativa, di cui costituiscono passi importanti il Proemio e l'Introduzione alla prima giornata, con il racconto della peste, e la Conclusione che offre la risposta dell'autore alle numerose critiche che già circolavano sulla sua opera. La sua originalità ha però avuto seguaci nella storia della letteratura, anche europea.

Riguardo alle sue censure, nonostante fosse stato considerato un testo proibito (ciò fin dal 1559), con l'introduzione della stampa il capolavoro del Boccaccio divenne uno dei testi più stampati; intorno al Cinquecento il cardinale Pietro Bembo lo definì il modello perfetto per la prosa volgare.

Dal punto di vista stilistico, presenta un eccellente gioco di simmetrie nel quale rientrano per analogia alcune delle tematiche predilette dal Boccaccio, come per esempio l'amore, la beffa, la fortuna, le peripezie. In particolare già nelle stesse novelle narrate si possono comprendere alcune concezioni dello stesso autore, ma contemporaneamente anche le relazioni tra gli stessi membri della brigata, spesso segnati da interessi amorosi o rivalità.

Opere della vecchiaia[modifica | modifica wikitesto]

Statua di Boccaccio, Galleria degli Uffizi a Firenze
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere della vecchiaia di Giovanni Boccaccio e Il Corbaccio.

Il Corbaccio (o Laberinto d'amore) viene inizialmente datato tra il 1354 e il 1356, calcolando l'età del protagonista (quindi Boccaccio) basandosi sul passo. viene cioè effettuato il calcolo della stesura del Corbaccio sommando quarantuno anni (viene aggiunto un anno perché è l'età alla quale non si è più in fasce) all'anno di nascita di Boccaccio. Il filologo Giorgio Padoan però espone diverse e valide critiche al metodo utilizzato per la datazione dell'opera posticipando al 1365 o 1366 valutando la similitudine con le altre opere di quegli anni, in particolare le Esposizioni sopra la Comedia; a tutt'oggi[quando?] è ritenuta la datazione più valida. Riguardo al titolo, il significato di Corbaccio non è mai stato del tutto chiarito, molti studiosi avvalorano la tesi che possa provenire da corvo, viste le molteplici analogie fra l'animale, che prima mangia gli occhi delle proprie vittime per poi cibarsi del cervello, e l'amore che rende prima ciechi e poi privi di senno.

La narrazione è incentrata sull'invettiva contro le donne. Il poeta, illuso e rifiutato da una vedova, sogna di giungere in una selva (che richiama il modello dantesco) nella quale gli uomini che sono stati troppo deboli per resistere alle donne vengono trasformati in bestie orribili: il Laberinto d'amore o il Porcile di Venere. Qui incontra il defunto marito della donna che gli ha spezzato il cuore, il quale dopo avergli elencato ogni sorta di difetto femminile, lo spinge ad allontanare ogni suo pensiero da esse lasciando più ampio spazio ai suoi studi, che invece innalzano lo spirito.

Questa satira si basa in particolare sulla concezione medievale, e tutto il pensiero giovanile del Boccaccio viene capovolto. Soprattutto nel Decameron, infatti, l'amore era visto al naturale, come forza positiva e incontrastabile e quelle opere stesse erano dedicate proprio alle donne, un pubblico non letterato da allietare con opere gradevoli; ora invece l'amore è visto come causa di degrado e le donne sono respinte in nome delle Muse, emblema di una letteratura più elevata e austera. Questo capovolgimento è da attribuire in particolar modo ai turbamenti religiosi propri di Boccaccio negli ultimi periodi della sua vita e il trasporto maggiore che egli ebbe per una letteratura di alto livello, i cui destinatari non potevano che essere solo ed esclusivamente dotti.

Boccaccio nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

Su Giovanni Boccaccio e specialmente sul suo Decameron furono girati moltissimi film, molti dei quali di genere goliardico, parodistico e demenziale, tipico del filone italiano "decamerotico".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Brown University - Dipartimento di studi italiani - Vita di Boccaccio. Ultimo accesso: 4 febbraio 2008.
  2. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, La scrittura e l'interpretazione: storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, ed. rossa, vol. 1 - tomo II, Palumbo Editore, Palermo.
  3. ^ De genealogiis, XV, 10
  4. ^ Giuseppe Meloni, Il mercante Giovanni Boccaccio a Montpellier e Avignone, in "Studi sul Boccaccio", XXVI, 1998, pp.99 sgg.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • La corrispondenza bucolica tra Giovanni Boccaccio e Checco di Meletto Rossi, edizione critica, commento e introduzione di Simona Lorenzini, Olschki, Firenze 2011.
  • Giuseppe Meloni, Il mercante Giovanni Boccaccio a Montpellier e Avignone, in “Studi sul Boccaccio”, XXVI, 1998, pp.99-126.
  • Giorgio Padoan, Il Boccaccio, le Muse, il Parnaso e l'Arno, Firenze, Olschki, 1978
  • Giorgio Padoan, Ultimi studi di filologia dantesca e boccacciana, a c. di A.M. Costantini, Longo, Ravenna, 2002.
  • Carmelo Ciccia, Boccaccio, Lisabetta e la poesia popolare, in Saggi su Dante e altri scrittori: Gioacchino da Fiore, Petrarca, Boccaccio…, Pellegrini, Cosenza, 2007 ISBN 978-88-8101-435-4.

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