Marco Fabio Quintiliano

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Statua di Quintiliano a Calahorra, città natale del retore

Marco Fabio Quintiliano (latino: Marcus Fabius Quintilianus; Calagurris Iulia Nassica, 35-40 d.C. – Roma, 96 d.C.) fu un oratore romano e maestro di retorica per la prima volta stipendiato dal fiscus imperiale [1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Marco Fabio Quintiliano nacque a Calagurris Iulia Nasica nella Spagna Tarraconensis nel 35 d.C. Si trasferì in tenera età con il padre retore a Roma dove poté seguire lezioni di Remmio Palèmone e di Domizio Afro. Inoltre poté conoscere il filosofo Lucio Anneo Seneca la cui influenza sui giovani egli considerò deleteria [2]. Finiti gli studi ritornò in Spagna dove poté restare fino al 68 esercitando la professione di maestro di retorica; in seguito a quella data venne ricondotto a Roma da Sulpicio Galba che in quel medesimo anno divenne imperatore.

Giunto a Roma nel 68, vi esercitò probabilmente l'avvocatura e soprattutto incominciò la sua attività di maestro di retorica, con tanto successo che nel 78 Vespasiano gli affidò quella che può ben dirsi la prima cattedra statale in assoluto. L'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi [3], dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della gioventù e della futura "classe dirigente". Dopo vent'anni d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico e si dedicò alla stesura in un primo momento di un dialogo in cui espose la propria posizione sulla crescente corruzione dell'arte dell'eloquenza (l'opera perduta De causis corruptae eloquentiae), e poi dell'opera più importante, l'Institutio oratoria dove loda l'amico Giulio Secondo per il suo stile elegante e dice che se fosse vissuto più a lungo, avrebbe ottenuto la reputazione di oratore illustre agli occhi dei posteri.[4].

Ma se la vita pubblica di Quintiliano fu abbastanza agiata, quella privata fu turbata da gravi sventure domestiche, come la morte della moglie giovanissima e di due figli in tenera età. [5]

Fra i suoi numerosi allievi, ebbe Plinio il Giovane e, forse, Tacito; Domiziano lo incaricò nel 94 dell'educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli ornamenta consularia, ovvero il titolo di console, nonostante non avesse mai rivestito nel corso della propria vita questa carica. [6]

Morì nel 96 d.C.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della letteratura latina (69 - 117).

Di Quintiliano è andato perduto un trattato, De causis corruptae eloquentiae, così come le Artes rethoricae, una sorta di dispense. Spurie le due raccolte di "declamazioni" ("maiores" e "minores"). Per la sua professione d'avvocato, dovette anche scrivere delle orazioni, andate perdute, delle quali si conosce la buona opinione che si erano guadagnate presso i contemporanei.

Institutio oratoria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Institutio oratoria.

Il suo capolavoro - dedicato all'amico Vittorio Marcello, funzionario della corte di Domiziano, per l'educazione del figlio Geta - è l'Institutio oratoria (90-96 d.C.), cioè "la formazione dell'oratore" e del futuro uomo politico, che compendia l'esperienza di un insegnamento durato vent'anni (dal 70 al 90 ca). Scopo di quest'opera è fungere da manuale per coloro che vogliano impegnarsi nell'ars oratoria ma la Institutio oratoria è anche un trattato denso di insegnamenti pedagogici e suggerimenti didattici.

Il testo integrale dell'opera, conosciuto solo in parte nel Medioevo, si deve alla scoperta di Poggio Bracciolini [7]

L'oratore ideale[modifica | modifica wikitesto]

« Quintiliano [...] nelle Instituzioni dedicate a Marcello presentò lezioni, non solo di bene scrivere, ma di bene operare, istruì l'animo e l'intelletto, e pose per base de' suoi precetti che i costumi sono l'incremento delle lettere, che madre della vera eloquenza è la virtù. [8] »

Per Quintiliano l'oratore ideale è il vir bonus dicendi peritus cioè, come insegnava Catone, l'uomo onesto abile nel parlare più che il tecnico esperto dell'arte oratoria. Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica Quintiliano si oppone da un lato, agli eccessi del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano e allo stile acceso delle declamazioni che mirano a "movere", a suscitare forti sentimenti, più che a "docere", ad ammaestrare, dall'altro, al troppo scarno modello arcaico. Propone invece il modello di Cicerone da cui riprende il progetto di una vasta e approfondita educazione culturale da cui possono anche mancare gli studi filosofici. Cicerone come esempio di sanità di espressione ed insieme di saldezza di costumi, reinterpretato ai fini di un'ideale equidistanza fra asciuttezza e ampollosità ovvero di un equilibrato contemperamento dei tre stili "subtile", "medium" e "grande". Il suo metodo d'insegnamento però non raggiunse i risultati proposti poiché i suoi discepoli come Plinio il giovane si adeguarono alla tecnica oratoria del loro tempo nell'uso di uno stile oratorio ampolloso e ridondante di figure retoriche. [9]

De causis corruptae eloquentiae[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi De causis corruptae eloquentiae.

Nel saggio De causis corruptae eloquentiae, Quintiliano affronta un problema già trattato in precedenza da Seneca il Vecchio e da Petronio e che verrà riproposto, qualche anno dopo, da Tacito. Il trattato è andato perduto, ma è possibile ricostruirne le linee di fondo.

Diversamente da Seneca il Vecchio e da Tacito, che misero in relazione la decadenza dell'oratoria con il più generale declino della società romana, Quintiliano attribuiva la crisi dell'oratoria primo alla carenza di buoni insegnanti, secondo al nuovo stile che era prevalso nelle scuole di retorica, e che egli vedeva rappresentato soprattutto da Seneca, e infine alla moda delle declamazioni (principale esercizio pratico di preparazione all'attività pubblica oratoria) impostasi nei decenni precedenti.

Quintiliano non era ostile alle declamazioni in quanto tali: ne ammetteva l'utilità quale esercitazione oratoria, ma era contrario alla centralità che esse avevano assunto nelle scuole di retorica dell'epoca.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Enciclopedia Italiana Treccani alla voce corrispondente
  2. ^ Enciclopedia Italiana Treccani op.cit.
  3. ^ Fabio Lanfranchi, Il Diritto nei retori romani: contributo alla storia dello sviluppo del diritto romano, Dott. A. Giuffré, 1938 p.18
  4. ^ Quintiliano, Institutio oratoria, 10.1.120, 12.10.11
  5. ^ Sapere.it
  6. ^ Enciclopedia Italiana Treccani, op.cit.
  7. ^ Enciclopedia Italiana Treccani op.cit.
  8. ^ Alexandre Ledru-Rollin in Guglielmo Audisio, Lezioni di sacra eloquenza, Stamperia Reale, Torino 1850 p.58
  9. ^ Domenico Corvino, Nuove proposte letterarie latine, Guida Editori, 2004 pp.143-144

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