Marco Fabio Quintiliano
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Marco Fabio Quintiliano (latino: Marcus Fabius Quintilianus; Calagurris, 35 – Roma, 95) fu un oratore latino e maestro di retorica stipendiato dal fisco imperiale.
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[modifica] Vita
Marco Fabio Quintiliano nacque a Calagurris Iulia Nasica nella Spagna Tarraconensis all'incirca nel 30-40 d.C. Si trasferì in tenera età a Roma dove poté seguire lezioni di Remmio Palèmone e di Servilio Nonanio. Inoltre poté conoscere e quindi ascoltare il retore Domizio Afro, e Seneca. Finiti gli studi ritornò in Spagna dove poté restare fino al 68 esercitando la professione di maestro di retorica; in seguito a quella data venne ricondotto a Roma da Sulpicio Galba che in quel medesimo anno divenne imperatore. Giunto a Roma nel 68, vi esercitò probabilmente l'avvocatura e soprattutto incominciò la sua attività di maestro di retorica, con tanto successo che nel 78 Vespasiano gli affidò quella che può ben dirsi la prima cattedra statale in assoluto. L'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando un concreto riconoscimento all'importanza dell'arte retorica nella formazione della gioventù e del futuro "ceto dirigente" in vista della creazione del consenso. Dopo vent'anni d'insegnamento, decise di abbandonare l'incarico e si dedicò alla stesura in un primo momento di un dialogo in cui espose la propria posizione sulla crescente corruzione dell'arte dell'eloquenza (l'opera perduta De causis corruptae eloquentiae), e poi dell'opera più importante, L'Institutio oratoria.
Ma se la vita pubblica di Quintiliano fu abbastanza agiata, quella privata fu turbata da gravi sventure domestiche, come la morte della moglie giovanissima e di due figli.
Fra i suoi numerosi allievi, ebbe Plinio il Giovane e, forse, Tacito; Domiziano lo incaricò nel 94 dell'educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli "ornamenta consularia", ovvero il titolo di console, nonostante non avesse mai rivestito nel corso della propria vita questa carica.
Morì nel 96 d.C.
[modifica] Opere
Di Quintiliano è andato perduto un trattato, De causis corruptae eloquentiae, così come le Artes rethoricae, sorta di dispense. Spurie le due raccolte di "declamazioni" ("maiores" e "minores"). Per la sua professione d'avvocato, dovette anche scrivere delle orazioni, andate perdute, delle quali conosciamo la buona opinione che si erano guadagnate presso i contemporanei.
[modifica] Institutio oratoria
Ma il suo capolavoro - dedicato a Vittorio Marcello, funzionario della corte di Domiziano per l'educazione del figlio Geta - è l'Institutio oratoria (93-96 d.C.), cioè "La formazione dell'oratore", che compendia l'esperienza di un insegnamento durato vent'anni (dal 70 al 90 ca).
Il titolo dell'opera proviene dallo stesso autore, da un'espressione contenuta in una lettera al suo editore Trifone posta a premessa dell'opera. Si tratta di un vero e proprio manuale sistematico di pedagogia e di retorica, in 12 libri, pervenutoci integro.
Il I libro fa parte a sé, trattando di problemi vari di pedagogia relativi all'istruzione "elementare" (una novità assoluta nel panorama culturale antico): dalla scelta del maestro, al modo di insegnare i primi elementi di scrittura e lettura, dalla questione se sia più utile l'istruzione pubblica o privata, al modo di riconoscere e invogliare le capacità dei singoli discepoli, e così via.
Il II, invece, chiarisce la didattica del rètore, consiglia la lettura di autori "optimi", né troppo antichi né troppo moderni, esorta gli scolari a praticare declamazioni attinenti alla vita reale (e a puntare comunque alla "sostanza delle cose"), con un linguaggio semplice ed appropriato.
I libri dal III al VII trattano della "inventio" e della "dispositio", cioè lo studio degli argomenti da inserire nelle cause e l'arte di distribuirli;
i libri dall'VIII al X, dell' "elocutio", ovvero della scelta dello stile e dell'orazione. Il X libro insegna i modi di acquisire la "facilitas", cioè la disinvoltura nell'espressione; qui, prendendo in esame gli autori da leggere e da imitare, Quintiliano inserisce un famoso excursus storico-letterario sugli scrittori greci e latini, preziosa testimonianza sui canoni critici dell'antichità (ma i giudizi hanno un carattere esclusivamente retorico).
L'XI libro parla della "memoria" e dell'"actio", cioè dell'arte di tenere a mente i discorsi e di porgerli.
Il XII (la parte "longe gravissimam", "di gran lunga più impegnativa" dell'opera) presenta, infine, la figura dell'oratore ideale: le sue qualità morali, i principi del suo agire, i criteri da osservare, il vir bonus dicendi peritus di catoniana memoria.
[modifica] Considerazioni
[modifica] Il progetto educativo
L'Institutio oratoria si delinea, dunque, come un programma complessivo di formazione culturale e morale, scolastica ed intellettuale, che il futuro oratore deve seguire scrupolosamente, dall'infanzia fino al momento in cui avrà acquistato qualità e mezzi per affrontare un uditorio (il termine "institutio" sta ad indicare, propriamente, "insegnamento, educazione, istruzione", tal che potremmo renderlo anche col profondo termine greco di "paidèia"): e ciò, in risposta alla corruzione contemporanea dell'eloquenza, che Quintiliano vede in termini moralistici, e per la quale individua come rimedi il risanamento dei costumi e la rifondazione delle scuole. Ma, soprattutto, propugnò il criterio del ritorno all'antico, alle fonti della grande eloquenza romana, i cui onesti principi erano stati sanciti dall'oratoria di Catone e la cui perfezione era stata toccata da Cicerone.
Le fonti dell'opera furono, quasi certamente, la "Retorica" d'Aristotele e proprio gli scritti retorici dell'Arpinate, anche se, a differenza di quest'ultimo, egli intende formare non tanto l'uomo di stato, guida del popolo, ma semplicemente e principalmente l'"uomo".
Di conseguenza, mentre le analisi di Cicerone s'incentravano sull'ambito strettamente letterario e larvatamente "politico", Quintiliano affronta le varie questioni con un'ampiezza tale di orizzonti culturali e di motivazioni "pedagogiche" da proporsi decisamente come un unicum nella storia letteraria latina.
[modifica] Utopia dell'oratore "totale"
Pur nella nuova situazione politica, in un impero unitario e pacificato, Quintiliano ripropone così il modello di oratore di età repubblicana, di stampo catoniano-ciceroniano; è nel recupero dell'oratoria per un nuovo spazio di missione civile il vero scopo di Quintiliano, in cui si risolve la problematica dei rapporti fra oratore e principe tracciata nel XII libro e tacciata – così ingiustamente – di servilismo: ma non si dimentichi, a tal proposito, che egli doveva effettivamente molto alla dinastia Flavia (in particolare a Domiziano, addirittura osannato come sommo poeta) e che poi apparteneva a quel mondo di "provinciali" che avevano un vero e proprio culto per l'imperatore, simbolo per loro dell'ordine e del benessere.
Insomma, l'oratore perfetto deve avere, secondo il nostro autore, una conoscenza a dir poco "enciclopedica" (filosofia, scienza, diritto, storia), ma dev'essere - oltre che un "tuttologo" - anche un uomo onesto, "optima sentiens optimeque dicens" [XII, 1, 25], o - come disse già Catone - "vir bonus dicendi peritus".
Tuttavia, nel predicare questo ritorno a Cicerone, Quintiliano non realizzava che ciò esigeva anche il ritorno alle condizioni di libertà politica di quel tempo: in ciò sta il segno più evidente del carattere antistorico (se non "utopistico") del classicismo vagheggiato dal nostro.
[modifica] Stile
Nel suo tentativo particolare di "recupero formale" della retorica, poi, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del "Nuovo Stile", cioè della nuova prosa di tipo senecano (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"), dall'altro al troppo scarno gusto arcaico. E propone anche qui - come altrove - il modello di Cicerone (modello di sanità di espressione che è insieme sintomo di saldezza di costumi), reinterpretato ai fini di un'ideale equidistanza appunto fra asciuttezza e ampollosità, ovvero di un equilibrato contemperamento dei tre stili "subtile", "medium" e "grande". L'autore, però, sia in teoria, sia soprattutto nella pratica della sua prosa, testimonia l'indulgere a concessioni al nuovo gusto per l'irregolarità e per il colore vivace. Spesso presenta tratti subbrettistici che evidenziano il compiacimento dell autore
[modifica] De causis corruptae eloquentiae
Nel saggio De causis corruptae eloquentiae Quintiliano affronta un problema che già trattato in precedenza da Seneca il Vecchio e da Petronio e che verrà riproposto, qualche anno dopo, da Tacito. Il trattato è andato perduto, ma e possibile ricostruirne le linee di fondo.
Diversamente da Seneca il Vecchio e da Tacito, che misero in relazione la decadenza dell'oratoria con il più generale declino della società romana, Quintiliano attribuiva la crisi dell'oratoria primo alla carenza di buoni insegnanti, secondo al nuovo stile che era prevalso nelle scuole di retorica, e che egli vedeva rappresentato soprattutto da Seneca, e infine alla moda delle declamazioni(principale esercizio pratico di preparazione all'attività pubblica oratoria) impostasi nei decenni precedenti.
Quintiliano non era ostile alle declamazioni in quanto tali: ne ammetteva l'utilità quale esercitazione oratoria, ma era contrario alla centralità che esse avevano assunto nelle scuole di retorica dell'epoca.
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[modifica] Collegamenti esterni
- Marco Fabio Quintiliano: testo con concordanze e liste di frequenza
- Quintiliano da The Latin Library (accesso 9 giugno 2007)

