Petronio Arbitro

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Petronio in una rappresentazione a stampa del '700.

Tito Petronio Nigro (latino: Titus Petronius Niger; Massilia, 27Cuma, 66) è stato un cortigiano, scrittore e politico romano. Petronius, conosciuto anche come arbiter elegantiae/elegantiarum ("arbitro d'eleganza/eleganze") alla corte di Nerone, resta indicato, per tradizione manoscritta, col nome di Petronius Arbiter, definizione tratta dalla descrizione che ne fa Tacito (in Annales XVI, 18-19).

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della letteratura latina (14 - 68).

L'identità dello scrittore[modifica | modifica wikitesto]

Tacito, nei suoi Annali XVI, 18-19, parla diffusamente di un certo C. Petronius, senza per altro fare alcun riferimento a lui come autore del Satyricon.

« Soleva egli trascorrere il giorno dormendo, la notte negli affari o negli svaghi; la vita sfaccendata gli aveva dato fama, come ad altri l'acquista un'operosità solerte; e lo si giudicava non un gaudente e uno scialacquatore, come la maggior parte di coloro che dilapidano il loro patrimonio, ma un uomo di lusso raffinato. Le sue parole e le sue azioni, quanto più erano libere da convenzioni e ostentavano una certa sprezzatura, tanto maggior simpatia acquistavano con la loro parvenza di naturalezza. Come proconsole in Bitinia tuttavia, e poi come console, egli seppe mostrarsi energico e all'altezza dei suoi compiti. Tornato poi alle sue viziose abitudini (o erano forse simulazione di vizi?) venne accolto tra i pochi intimi di Nerone, come maestro di raffinatezze, nulla stimando Nerone divertente o voluttoso, nello sfarzo della sua corte, se non avesse prima ottenuto l'approvazione di Petronio. Di qui l'odio di Tigellino, che in Petronio vedeva un rivale a lui anteposto per la consumata esperienza dei piaceri. Egli si volge quindi a eccitare la crudeltà del principe, di fronte alla quale ogni altra passione cedeva; accusa Petronio di amicizia con Scevino, dopo aver indotto con denaro un servo a denunciarlo, e avergli tolto ogni mezzo di difesa col trarre in arresto la maggior parte dei suoi schiavi »

Segue la descrizione della sua morte:

« In quei giorni Nerone si era spinto in Campania, e Petronio, spintosi fino a Cuma, venne qui trattenuto. Egli non sopportò di restare oltre sospeso tra la speranza e il timore; non volle tuttavia rinunciare precipitosamente alla vita; si tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e intrattenendo gli amici su temi non certo severi o tali che potessero acquistargli fama di rigida fermezza. A sua volta li ascoltava dire non teorie sull'immortalità dell'anima o massime di filosofi, ma poesie leggere e versi d'amore. Quanto agli schiavi, ad alcuni fece distribuire doni, ad altri frustate. Andò a pranzo e si assopì, volendo che la sua morte, pur imposta, avesse l'apparenza di un fortuito trapasso. Al testamento non aggiunse, come la maggior parte dei condannati, codicilli adulatori per Nerone o Tigellino e alcun altro potente; fece invece una particolareggiata narrazione delle scandalose nefandezze del principe, citando i nomi dei suoi amanti, delle sue donnacce e la singolarità delle sue perversioni: poi, sigillatolo, lo inviò a Nerone. Spezzò quindi il sigillo, per evitare che servisse a rovinare altre persone »
(Traduzione di A. Rindi, Milano 1965)
Leo Genn interpreta Petronio nel film Quo vadis? del 1951

Poche altre notizie aveva dato in precedenza Plinio il Vecchio, per il quale «il consolare Tito Petronio, in punto di morte, per odio di Nerone spezzò una tazza marina che gli era costata 300.000 sesterzi, per evitare che la ereditasse la mensa imperiale»,[1] mentre Plutarco riprende da Tacito la notizia del testamento di Petronio indirizzato a Nerone, nel quale rinfacciava «ai dissoluti e agli scialacquatori grettezza e sudiciume, come Tito Petronio fece con Nerone».[2]

Egli era anche, probabilmente, un seguace dell'epicureismo.[3]

Si tende a risolvere la discordanza del praenomen, Gaius (C.) in Tacito e Titus in Plinio e Plutarco, a favore del Titus, ritenendo il Gaius un errore di amanuense. Il Rose, in particolare, ritiene di identificare nello scrittore il Titus Petronius Niger che fu console suffetto nell'anno 62 o 63, e poi proconsole in Bitinia nel 64.[4]

Né Tacito, però, né Plinio e Plutarco identificano il personaggio condannato da Nerone con l'autore del Satyricon: lo ipotizzano per primi l'umanista Giuseppe Giusto Scaligero verso il 1570 e il tipografo e libraio di Orléans Mamert Patisson nel 1575.[5] Le motivazioni addotte a favore di tale identificazione risiedono in una serie di motivi:

  • il cognomen «Arbiter», presente nei codici del romanzo, coincide con l'appellativo di «arbiter elegantiae» del cortigiano;
  • l'esser morto in una sua villa a Cuma, in Campania, conferma la familiarità dello scrittore con questa regione, come si rileva nel romanzo;
  • alcuni personaggi citati - il cantante Apellete, il citareda Menecrate e il gladiatore Petraite sono personaggi realmente vissuti nella prima metà del I secolo; la lingua, i riferimenti culturali e anche la situazione sociale che emerge dal romanzo rispecchia i caratteri di quel secolo.

Satyricon[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Satyricon.
Frontespizio di un'edizione settecentesca del Satyricon

Il capolavoro di Petronio (nonché sola opera giuntaci di lui) è il Satyricon, scritto nella metà del I secolo, durante l'impero di Nerone. Infatti Petronio scrisse quest'opera proprio per denunciare e satireggiare i comportamenti lussuriosi e completamente sfrenati degli arricchiti di Roma, ormai senza più grazie, pudore e senso civico.
Il Satyricon non è giunto completo, tuttavia si può ricavare la trama e i temi che Petronio intendeva sottolineare, come il semplice dono di un padrone al proprio liberto di un ricco podere senza che questi abbia fatto nulla per guadagnarlo e altre scelleratezze del genere, come la corruzione estrema tutti gli arricchiti e perfino degli ipocriti, come mercanti e poeti (Eumolpo).
Oltre ad essere un romanzo, il Satyricon è anche la parodia delle storielle greche d'avventura, ossia quella dei due giovani amanti (dello stesso sesso oppure anche maschio e femmina) che subiscono una girandola di peripezie dopo una loro separazione per potersi riunire alla fine. Nella storia infatti Encolpio ama il giovane Gitone, che però ama anche Ascilo, rivale acerrimo di Encolpio. I due spasimanti dopo aver litigato finiscono nella ricca casa di Trimalcione, un liberto arricchito che, premiato dal suo padrone per le sue prestazioni sessuali, riceve una ricca villa in dono. Questi, arricchitosi ancora di più fino alla vecchiaia, vive come un pascià nella lussuria più completa, auto-celebrandosi "poeta"; sebbene in realtà sia un grande plagiatore degli scrittori antichi.
Scappati da quel girone vizioso, Encolpio e Gitone rincontrano in una locanda Ascilto che li picchia e poi Encolpio, incontrato il corrotto poeta Eumolpo (simile a Socrate) parte con lui per una crociera in una nave di mercanti, dove vengono fatti prigionieri. Dopo una naufragio dovuto ad una tempesta, Encolpio, Gitone ed Eumolpo si ritrovano vicino alla citta di Crotone, dove subiscono altre disavventure tragicomiche a causa dell'ostilità del dio Priapo.

Una scena di Fellini Satyricon con un primo piano di Trimalcione

Il Satyricon ottenne fama anche in campo cinematografico. Infatti tra i vari film ispirati all'opera di Petronio spicca quello di Federico Fellini: Fellini Satyricon (1969) in cui il regista propone al pubblico una versione personale dell'opera di Petronio, sempre ambientata nella Roma di Nerone.
Di conseguenza segue un altro film: Satyricon dello stesso anno con Ugo Tognazzi che interpreta Trimalcione.
L'ultimo film incentrato sul Satyricon è la parodia Satiricosissimo (1970) con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che impersonano due servitori in un ristorante romano che rispecchia i costumi antichi, finiti per puro accidente nell'epoca dell'imperatore Nerone e dello stesso Petronio Arbitro. Tra palazzi e osterie, grazie all'intelligenza di Ciccio che ha studiato il Satyricon, lui e Franco si mettono al servizio di Petronio che cerca di salvare Nerone da alcune congiure orditegli dai suoi nemici.

Riscritture in letteratura[modifica | modifica wikitesto]

L'abate Marchena è l'autore di un pastiche del Satyricon intitolato Fragmentum Petronii (1800)[6] e nel quale egli accentua le descrizioni pornografiche come il linguaggio crudo dei personaggi e v'inserisce un capitolo di sua invenzione: si tratta quindi di un falso letterario[7].

Elizabeth Farren, nel suo Memoirs of the Present Countess of Derby, presenta un intrigo simile, fatto di peripezie e di fughe. Il testo ispira anche il romanzo di Fernand Kolney, Le Salon de Madame Truphot, ou Le moderne satyricon, pubblicato nel 1927.

Nella letteratura americana contemporanea il Satyricon ha ispirato opere come Petronius redivivus (1975) di Marvin Colker e New York Unexpurgated d'un certo « Petronius »[8].

Le riscritture sono molteplici, in particolare i racconti inseriti. L'École des veuves di Cocteau (1936) «…trae la sua origine dal racconto mitico La Matrona d'Efeso, com'è raccontato da Petronio nell'ambiente del I secolo d. C. nei capitoli CXI e CXII del Satyricon».[9]

Nel suo romanzo Il grande Gatsby (1925), F. Scott Fitzgerald caretterizza esplicitamente il suo personaggio eponimo con i tratti di Trimalcione (al cap. VII particolarmente). L'edizione di Cambridge è pure sottotitolata Trimalchio[10].

L'estetica del Satyricon ha influenzato numerosi scrittori quali: Henry de Montherlant[11], Laurence Sterne (Tristam Shandy, 1760), l'autore di romanzi picareschi Tobias Smollett e Henry Fielding.[12]

La vena letteraria del romanzo comico del XVII secolo, certi romanzi del XVIII secolo come Joseph Andrews o Tom Jones di Fielding, la satira critica di Giovanni Barclay, o ancora l' Histoire amoureuse des Gaules (1665) di Roger de Bussy-Rabutin sono gli ereditieri dell'estetica del Satyricon[13] Marcel Schwob gli consacra un ritratto fittizio nelle sue Vies imaginaires (1896).

Secondo lo scrittore francese, Petronio non si sarebbe suicidato dopo essere stato vittima dell'odio di Tigellino, ma sarebbe fuggito con il suo schiavo Sylus. Prima, e verso i trent'anni, Petronio, avido di questa diversa libertà, iniziò a scrivere la storia di schiavi erranti e debosciati. Egli ne riconobbe i costumi con la trasformazione del lusso e le loro idee e linguaggi attraverso i festini brillanti: il Satyricon. Infine, Schwob deve molto al realismo di Petronio.[14]

Petronio è uno dei personaggi principali del romanzo Quo vadis? dello scrittore Henryk Sienkiewicz.

Nel libro, Petronio è lo zio di uno dei protagonisti, Vinicio (che è invece un personaggio immaginario). Sienkiewicz descrive l'"arbiter elegantiae" come un personaggio complesso: eccentrico, raffinato, ironico, pronto ad aiutare Vinicio e Licia ma anche distaccato e indifferente; un uomo colto e astuto che si diverte ad adulare Nerone, beffandosi segretamente di lui, e ad umiliare Tigellino, evitando però di prendere apertamente posizione contro di loro.

Un passo di Petronio viene citato in epigrafe da Thomas Stearns Eliot nel suo The waste land:

« Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis
vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent:
Σίβυλλα τί θέλεις; respondebat illa: άποθανεΐν θέλω. »
(T.S. Eliot, The Waste Land, 1922[15])

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Historia Naturalis XXXVII 2, 20
  2. ^ De discrimine amici et adulatoris
  3. ^ Petronio
  4. ^ V. K. F. Rose, The author of the Satyricon, in «Latomus» 1961, pp. 820-825, mentre sul problema del praenomen cfr. G. Brugnoli, L'intitulatio del Satyricon, in «Rivista di cultura classica e medievale» 1961, pp. 317-331
  5. ^ «Hic ipse est Petronius de quo Tacitus lib. XVI Annales [...]», citato nell'edizione del Satyricon di Amsterdam, 1715
  6. ^ (en) Gareth L. Schmeling et Johanna H. Stuckey, « A bibliography of Petronius », in Mnemosyne, vol. 39, Brill Archive, 1977, 239 p. ISBN 9789004047532.
  7. ^ (FR) Jean-Claude Féray, Introduzione e cronologia a Pétrone, Encolpe et Giton, ou le Satyricon de Pétrone moins le festin chez Trimalcion, Quintes-Feuilles, 2000, p. 19 ISBN 9782951602304
  8. ^ (en) Hugh McElroy, The Reception and Use of Petronius: Petronian pseudepigraphy and imitation, Ancient Narrative, vol. 1, 2000–2001, p. 350-379 Testo integrale
  9. ^ (FR) Jocelyne Le Ber, L’École des veuves, une métamorphose de la Matrone d’Éphèse, dans Analele Universitatii Stefan cel Mare, t. 14, Suceava, Editura Universitatii din Suceava, coll. « Série Filologie, B : Literatura », 1/2008, p. 153-159
  10. ^ Jean-Loup Bourget, James L.W. West III, ed. The Cambridge Edition of the Works of F. Scott Fitzgerald : « Trimalchio » : an Early Version of The Great Gatsby in Transatlantica, nº 1, 2003..
  11. ^ Pierre Duroisin, Montherlant et l'Antiquité, vol. 250, Librairie Droz, 1987, p. 43, ISBN 978-2-251-66250-3..
  12. ^ (EN) Petronio, Préface in The Satyricon, Echo Library, 2006, p. 11, ISBN 978-1-4068-2094-2.
  13. ^ (FR) André Daviault, Est-il encore possible de remettre en question la datation néronienne du Satyricon de Pétrone? , Phoenix, Classical Association of Canada, vol. 55, no 3/4, 2001, p. 327-342. text intégral
  14. ^ (FR) George Trembley, Marcel Schwob: faussaire de la nature, Librairie Droz - Histoire des idées et critique littéraire, 1969, p. 92, ISBN 978-2-600-03500-2..
  15. ^ T.S.Eliot, La terra desolata, Bur, Milano 1982, p. 73 (<<...del resto io stesso ho visto con i miei occhi la Sibilla di Cuma che pendeva da un'ampolla, quando quei ragazzi dicevano: "Sibilla cosa vuoi? E lei risponde: "Voglio morire">> Sat. XLVIII)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Tacito, Annales, XVI, 18-19.
  • A. Aragosti, L'autore, l'opera, il testo, in Petronio, Satyricon, Milano, Rizzoli, 2004, pp. 5–13.
  • R. Syme, Tacitus, vol. II, Oxford, Oxford University Press, 1958, p. 387 (nota n. 6) e p. 538 (nota n. 6).
  • K. F. C. Rose, The Date and Author of the Satyricon, Lugduni Batavorum, Leiden, 1971.
  • G. Vannini, Petronius 1975-2005: bilancio critico e nuove proposte, Göttingen 2007 (= Lustrum 49).

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