Quo vadis? (romanzo)

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Quo Vadis? Romanzo dei tempi di Nerone
Titolo originale Quo Vadis? Powiesc z czasow Nerona
Quo Vadis 1897 Edition.jpg
frontespizio dell'opera
Autore Henryk Sienkiewicz
1ª ed. originale 1895
1ª ed. italiana 1899
Genere romanzo
Sottogenere storico
Lingua originale polacco
Ambientazione Antica Roma
Protagonisti Marco Vinicio, Licia/Callina
Coprotagonisti Petronio Arbitro
Antagonisti Nerone
Altri personaggi San Pietro, Ursus

Quo vadis?, opera letteraria dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz, è un romanzo storico pubblicato dapprima a puntate nel 1894 sulla Gazzetta Polacca e quindi raccolto in un unico volume nel 1896, portò a livello internazionale la fama dell'autore, che per questo divenne Premio Nobel per la letteratura nel 1905.

Sullo sfondo della Roma imperiale, soffocata dalla tirannide di Nerone, viene narrata la storia d'amore contrastata e impossibile fra Licia, una cristiana proveniente dai Ligi, e Marco Vinicio, patrizio romano. Il loro è un amore solcato dalle differenze ideologiche che dividono i loro mondi: quello pagano, nel suo massimo splendore di gloria e nella sua massima decadenza morale, e quello dei cristiani delle catacombe, impregnato di preghiera e amore fraterno. La loro storia affonda dunque in quella serie di avvenimenti storici che condurranno al Grande incendio di Roma del 64 e, di conseguenza, alla successiva persecuzione anti-cristiana.

Sienkiewicz decise di dare questo titolo al suo romanzo in ricordo del famoso episodio - ripreso da una tradizione popolare non contenuta nei Vangeli - nel quale Gesù appare a san Pietro, il quale gli rivolge appunto la domanda: Quo vadis, Domine? (Dove vai, Signore?).

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il romanzo racconta la storia di un soldato patrizio romano, Vinicio, e di una principessa cristiana del popolo dei Lici (o Lugi), Callina (denominata Licia dai romani), che vivono a Roma durante l'impero di Nerone. Vinicio s'innamora di Licia e cerca dapprima di prenderla con la forza, ma ella lo respinge. In seguito, però, Vinicio, seguendo la ragazza, entra in contatto con la comunità cristiana guidata da san Pietro, che si riunisce nelle catacombe, e finisce per convertirsi a sua volta al Cristianesimo.

Nel frattempo scoppia il Grande incendio di Roma, del quale sono incolpati i cristiani: Nerone ne ordina allora la persecuzione, ed essi sono catturati e massacrati nei più vari modi nel circo, per il divertimento degli spettatori. Pietro tenta di fuggire da Roma, ma gli appare Gesù che lo convince a tornare indietro, e viene crocefisso a testa in giù. Licia viene spinta nell'arena per essere uccisa da un toro inferocito, ma viene salvata dal fortissimo schiavo Ursus, che ingaggia una furibonda lotta con l'animale e infine lo abbatte spezzandogli la spina dorsale a mani nude. Il pubblico, entusiasmato dallo spettacolo, chiede e ottiene la grazia per Ursus e per Licia, che con Vinicio lascia Roma e si mette in salvo.

Licia nel palazzo imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Capitolo I[modifica | modifica wikitesto]

A Petronio, che stanco per un banchetto della notte precedente si dà alle cure del corpo, viene a far visita il nipote Marco Vinicio, figlio di sua sorella. Questi, dopo una prima conversazione di argomento vario, evidenzia ciò che gli sta più a cuore, il motivo per cui è venuto a chiedere aiuto allo zio: di ritorno da una campagna contro i Parti, sotto la guida di Corbulone, è stato costretto a fermarsi lungo la via per essersi slogato un braccio; assistito dall'ex tribuno Aulo Plauzio viene ospitato in casa sua. Lì conosce Callina, chiamata da tutti Licia per la sua appartenenza a questo popolo del nord, di cui ella era principessa, e se ne innamora, attratto dal suo splendido aspetto di vergine pura. Essendo reso timido dal suo amore per lei, chiede ora allo zio Petronio di aiutarlo.

Capitolo II[modifica | modifica wikitesto]

Petronio e Vinicio, usciti da palazzo, si dirigono in lettiga verso la villa di Aulo Plauzio. Passati dal foro romano ritirano un libro, il Satyricon, opera dello stesso Petronio. Giunti in casa del vecchio tribuno notano la straordinaria aria di pace della quale la dimora è invasa. Mentre i due patrizi discutono con Pomponia Grecina, moglie di Plauzio, fa la sua prima apparizione la giovane Licia, delicata e pura fanciulla, istruita e gioiosa. Vinicio passeggia con lei cercando, invano, di mostrarle il suo amore. Il capitolo si conclude con l'enigmatica frase di Pomponia che risponde alla domanda sugli dei di Petronio dicendo: "Io credo in Dio unico, giusto e onnipotente".

Capitolo III[modifica | modifica wikitesto]

In lettiga Petronio commenta sarcasticamente la frase di Pomponia, Marco non vuole più attendere, ama Licia ed è disposto a tutto pur di averla. Appena giunti in casa di Crisotemide, amante di Petronio, questi ha un colpo di genio: presto Licia sarà in casa di Marco.

Capitolo IV[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno dopo, al mattino, il centurione Hasta bussa alla porta di Aulo Plauzio con un drappello di uomini, ha ricevuto dall'imperatore l'ordine di portare via Licia, la quale essendo ostaggio è proprietà di Nerone. Ursus, schiavo ligio fedelissimo alla giovane, chiede di poterla seguire al palazzo imperiale per difenderla dagli abusi che certamente subirà. Pomponia, per meglio proteggere la figlia adottiva, spedisce una lettera ad Atte, un tempo concubina di Nerone, che ella conosce quale simpatizzante del cristianesimo che sia lei che Licia che Ursus professano. Plauzio, deciso a riprendersi Licia, comprende che la causa di tutto è Petronio e si reca presso il Palatino per chiederne la restituzione.

Capitolo V[modifica | modifica wikitesto]

Plauzio raggiunge in fretta il palazzo di Seneca, chiedendo al filosofo di difendere la sua causa. Questi non può far nulla poiché ormai inviso a Nerone, se non lamentarsi con Petronio per il turpe gesto, di certo poco degno di un arbiter elegantiarum. Recatosi presso Marco Vinicio lo rimprovera aspramente per avergli portato via Licia. Il giovane, ignaro del piano dello zio, corre furibondo al suo palazzo. Plauzio crede di averla vinta ma a sera gli giunge un messaggio da parte di Vinicio: Cesare ha voluto che la giovane fosse condotta al suo palazzo, la sua volontà è legge.

Le rose di Eliogabalo di Lawrence Alma-Tadema, tipico esempio di sontuoso banchetto nell'Antica Roma

Capitolo VI[modifica | modifica wikitesto]

Marco Vinicio raggiunge furioso lo zio, cerca di fargli del male ma questi sa difendersi con forza. Il giovane era convinto che Petronio avesse fatto rapire Licia perché attratto da lei o per farne dono a Nerone, questi si discolpa e gli spiega la legge secondo la quale un ostaggio imperiale è proprietà dell'imperatore e questi può farne uso quando meglio vuole. Non potendo negare nulla al suo fidato amico, Nerone ha concesso a Petronio di portar via la fanciulla dalla casa di Plauzio e condurla, qualche giorno dopo, in casa di Vinicio. Il giovane tribuno, entusiasta, scrive la lettera sopracitata, ad Aulo Plauzio.

Capitolo VII[modifica | modifica wikitesto]

Licia, nel palazzo imperiale, è affidata alle cure di Atte che subito si affeziona a lei per i suoi modi gentili. Gli schiavi preparano un sontuoso banchetto per la sera e Licia dovrà parteciparvi, abbigliata come meglio potrà. Sebbene la giovane non voglia mescolarsi ai viziosi cortigiani di Nerone ne è costretta per non attirarsi subito l'ira di Cesare. Al banchetto saranno presenti Petronio e Marco Vinicio: a loro Licia potrà chiedere d'intercedere affinché la riconducano a casa. La fanciulla si sente risollevata e si prepara per il banchetto. A sera giungono in massa i cortigiani, i clientes e i servitori dei nobili patrizi, raggiunti poco dopo dallo stesso Nerone e da Poppea, giunta lì soltanto per ascoltare il canto del marito. Licia siede al fianco di Marco Vinicio ma questi, dopo essersi ubriacato, acceso di passione per lei, cerca di farle del male; la giovane spaventata dal patrizio e dalle orge che in quel momento si svolgono al banchetto cerca di fuggire ma le è impossibile. In suo aiuto accorre Ursus, lo schiavo ligio, che scaraventa lontano Vinicio e porta via la sua padrona da quel lupanare. Marco, fiaccato dal vino, non riesce a fermarla.

Capitolo VIII[modifica | modifica wikitesto]

Fuggiti fuori, Licia e Ursus, nonostante la preoccupazione di Atte che vuol fermarli da tale intento, decidono di tornare nella loro terra natia, in tal modo la giovane si salverà dai soprusi di Vinicio e lascerà incolumi Aulo e Pomponia, contro i quali senza dubbio si scatenerà l'ira di Cesare se ella si ricongiunge a loro. Ursus decide dunque di recarsi dal vescovo di Roma, Lino, e chiedere l'aiuto di un drappello di cristiani che libereranno Licia quando questa verrà condotta in casa di Vinicio la stessa sera.

Capitolo IX[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante sia anch'ella innamorata di Vinicio, Licia è stata delusa da lui e non vuole che egli la sposi. Atte cerca di farla ragionare ma ella è risoluta e non cede. In quel momento esse vengono raggiunte dall'imperatrice Poppea che passeggia nei suoi giardini con le serve e la figlioletta in fasce. Sbalordita per la bellezza della giovane cristiana, la sovrana teme che Nerone l'abbia presa a palazzo per sostituire lei, splendida ma senza dubbio più grande d'età. Venuta a sapere che Licia dovrà essere consegnata al giovane Vinicio, va via trionfante lasciando inascoltate le preghiere della fanciulla. La piccola Augusta, figlia di Nerone e Poppea, comincia a piangere disperata. Al tramonto un gruppo di schiavi di Vinicio, guidati dal liberto Atacino, si recano a palazzo per prendere Licia.

Capitolo X[modifica | modifica wikitesto]

Mentre Vinicio attende innervosito l'arrivo dell'amata fanciulla, Petronio e l'amante Crisotemide ridono per la sua fretta. Per strada la lettiga di Licia viene assaltata da un gruppo di cristiani, la giovane viene salvata da Ursus che nello scontro uccide inavvertitamente il liberto Atacino. Tornati a casa gli schiavi di Vinicio chiedono perdono al padrone che, furibondo, li condanna alla flagellazione e alla prigionia.

Capitolo XI[modifica | modifica wikitesto]

Il mattino dopo Marco si reca al palazzo imperiale, crede sia stato Cesare a rapire Licia. Chiede sue notizie ad Atte, questa assicura che Nerone non è uscito la sera prima perché al capezzale della piccola Augusta moribonda. Sarebbe meglio per Licia che non si scopra dove sia, Poppea crede che la giovane abbia stregato la figlia, che adesso rischia la vita. Se la principessa sopravvive tutti riterranno infondata tale ipotesi ma se la neonata muore allora l'imperatrice cercherà Licia per ucciderla. Certo che né Nerone né Pomponia (che egli incontra poco dopo) siano colpevoli del rapimento, si allontana dal palazzo imperiale dove trova Petronio che ha ordinato ai suoi servitori di sorvegliare tutte le porte della città.

Capitolo XII[modifica | modifica wikitesto]

Vinicio e Petronio ipotizzano che la fanciulla sia stata rapita dai suoi correligionari: Pomponia tempo prima era stata accusata di essere una cristiana, parecchi schiavi abbracciavano quella fede, come Ursus ad esempio. Per distrarre il giovane nipote, il cui fisico comincia a cedere per il nervosismo, lo invita ad unirsi ad una delle sue schiave, fra cui la più bella è una greca di nome Eunice. Vinicio rifiuta la proposta ed esce alla ricerca di Licia, Petronio ordina che la schiava sia condotta in casa del nipote, questa chiede implorante di rimanere con lui, il patrizio non sa spiegarsi il perché. Dopo averla punita l'atriense ricorda al padrone che un giorno Eunice gli aveva parlato d'un tale capace di trovare chiunque e dovunque, che sarebbe riuscito a trovare, se ben pagato, Licia.

Capitolo XIII[modifica | modifica wikitesto]

Il tale viene subito convocato, il suo nome è Chilone Chilonide, un greco, filosofo, mago, indovino, profeta (in poche parole, un ciarlatano). Conosce già tutto ciò che riguarda Licia e Vinicio, con un buon prezzo la troverà in poco tempo. È certo che i suoi correligionari l'hanno aiutata a fuggire: non conosce i loro luoghi di riunione ma è pronto a scoprirlo presto. Unico indizio datogli da Vinicio: il simbolo d'un pesce. Corso in una locanda della Suburra comincia subito a chiedere informazioni.

Capitolo XIV[modifica | modifica wikitesto]

Grandi e solenni celebrazioni accompagnano le esequie della principessa Augusta, Nerone ne piange la perdita, ordina che sia divinizzata e le sia eretto un tempio con sacerdoti speciali. L'imperatore, al vedere Petronio, lo maledice perché, secondo sua moglie, è stata Licia a ucciderla. Il cinico patrizio usa subito la sua arte oratoria per cancellare dalla sua mente quel pericoloso sospetto; per distrarsi gli consiglia di fare un viaggio in Grecia, dove potrà dare sfogo alla sua arte poetica. Qualche giorno dopo Chilone torna da Vinicio e gli comunica di aver trovato il significato del simbolo del pesce: le prime lettere della parola greca Icthùs (cioè pesce) non sono altro che le iniziali delle parole Iesoùs Christòs Theoù Uiòs Sotèr (Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore), ciò dimostra che la fanciulla è una cristiana e che i suoi correligionari sono complici della sua fuga. Per l'occasione Chilone ha imbrogliato un gruppo di cristiani facendo credere di essere un loro presbitero, presto troverà Licia: per acquistarsi il loro favore deve prima riscattare un giovane di nome Quinto, figlio del vecchio Euricio, un cristiano, schiavo del nobile Pansa, troppo debole per il lavoro assegnatogli. Vinicio sospetta che il ciarlatano voglia accaparrarsi il denaro, promette che invierà con lui un suo servo con la somma richiesta e, davanti ai suoi occhi, dovrà riscattare il giovane.

Capitolo XV[modifica | modifica wikitesto]

Petronio invia una lettera al nipote spiegando come la corte imperiale passa le giornata ad Azio, dove Nerone ha voluto recarsi per ristabilirsi l'animo dopo la morte della figlia. Vinicio risponde commentando le notizie ricevute da Chilone: Licia è a Roma e presto sarà con gli altri cristiani ad una riunione nella quale predicherà il famoso Pescatore, uno degli apostoli di Gesù.

Capitolo XVI[modifica | modifica wikitesto]

Chilone raggiunge Vinicio e gli rivela che fra i cristiani vi è un certo Glauco, un tempo suo amico, il quale l'ha tradito vendendo sua moglie e i suoi figli, ora cerca anche lui per ucciderlo. Il millantatore chiede aiuto al giovane patrizio che gli offre del denaro per trovare sicari ed uccidere il pericoloso Glauco.

Capitolo XVII[modifica | modifica wikitesto]

In verità non è Glauco ad aver venduto i figli e la moglie di Chilone ma viceversa; questi era convinto di averlo ucciso e adesso non sa cosa fare per difendersi, se il vecchio amico lo trova senza dubbio lo ucciderà per vendetta. Messosi alla ricerca d'un cristiano che, a buon prezzo, l'aiuti nel suo intento di eliminarlo incontra un tale Urbano, lavorante al mulino. Questi è il nome cristiano di Ursus, Chilone gli fa credere che Glauco sia un traditore, che vuole condannare i suoi correligionari, consegnare Licia a Marco Vinicio. Ursus inizialmente non vuole ascoltarlo ma alla fine cede e promette che eliminerà il traditore, Chilone gli assicura che il vescovo Lino e il Grande apostolo lo perdoneranno.

Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

I protagonisti[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Vinicio: Giovane tribuno, augustiano, reduce da una guerra contro i Parti. Forte nel fisico così come nel carattere, sicuro di sé, deciso ad ottenere ciò che vuole e spietato con chi glielo nega, intraprendente, coraggioso, è l'emblema del romano per eccellenza, dedito alla guerra e poco avvezzo alle arti. S'innamora di Licia dopo un periodo di convalescenza in casa di Aulo Plauzio e cerca in tutti i modi di poterla avere al proprio fianco, prima chiedendo l'assistenza dello zio Petronio, poi cercandola in lungo e in largo per la città giungendo fino all'Ostriano, dove avrà i primi contatti con i cristiani. Sbalordito dal loro stile di vita, Vinicio comprenderà il vero amore che prova Licia, un amore non solo carnale, ma anche spirituale, soprannaturale perfino. Convertitosi al cristianesimo, rifugge la perversa corte di Nerone e può così coronare il suo sogno di sposare Licia. Scoppiate le persecuzioni, viene sostenuto dalla fede in Cristo fino a sperare che l'amata muoia prima del martirio per poterla riabbracciare nella vita eterna. Dopo che Licia viene salvata si trasferirà con lei, e con Ursus, in Sicilia dove vivranno in pace in una delle sue ville.
  • Licia/Callina: Figlia del re dei Lici, viene condotta ancora bambina come ostaggio a Roma, dove cresce sotto la protezione di Aulo Plauzio. D'indescrivibile bellezza è l'emblema della purezza del messaggio cristiano, è una giovane timida e candida, sensibile, amorevole, forte nella sua fede. Ama Marco Vinicio ma fugge da lui dopo il banchetto nel palazzo di Nerone dove il giovane ubriaco aveva tentato di abusare di lei. Rifugiatasi fra i suoi correligionari, salva la vita a Vinicio e cure le sue ferite con amorevole diligenza, combattendo spiritualmente con sé stessa, oppressa fra l'amore per lui e la devozione per Gesù. Illuminata dall'apostolo Pietro scopre che l'amore coniugale non è avverso al messaggio di Cristo, che è messaggio d'amore, e, a seguito della conversione di Vinicio, si sposa con lui. Perseguitata per la sua fede sopporta con coraggio la prigionia e la malattia che la colpisce. Salvata dalle corna d'un bufalo nell'arena grazie alla forza erculea di Ursus, si trasferisce con lui e con lo sposo in Sicilia.
  • Caio Petronio: Zio di Marco Vinicio ed esteta di Nerone, viene denominato "arbiter elegantiarum". Aristocratico, raffinato nei gusti, scettico e cinico, molle e sempre annoiato, giudica tutto seguendo unicamente le leggi dell'estetica. È uno fra i maggiori cortigiani di Nerone (che egli disprezza e lusinga con ironia), spesso in conflitto col rude Tigellino. Si prende a cuore la questione del nipote e, dapprima, l'aiuta a ottenere Licia che, essendo un ostaggio, è proprietà dell'imperatore, in seguito cerca il metodo migliore per fargliela dimenticare, quando ella fugge. Cinico e avvezzo ai piaceri, rimane indifferente ai precetti del cristianesimo che giudica poco felici, poiché privano dei piaceri del lusso. Nonostante tutto anche lui rimane, a sua insaputa, influenzato dal suo messaggio, perdendo il favore di Nerone pur di difendere Licia e i cristiani. Deciso a usare ogni carta pur di salvare la sposa del nipote perderà totalmente la sua influenza sull'imperatore che lo condanna a morte. Prima però che giunga la sentenza, Petronio organizza un fastoso banchetto durante il quale si taglia le vene, consegnando come ultimo testamento una lettera a Nerone, nel quale l'accusa di essere soltanto un buffone, assassino dell'arte.

Il personaggio è liberamente tratto dalla descrizione che Tacito fa di Caio Petronio o Petronio Arbitro, arbitro d'eleganza e probabile autore del Satyricon.

Personaggi secondari (in ordine d'apparizione)[modifica | modifica wikitesto]

Patrizi romani[modifica | modifica wikitesto]

  • Aulo Plauzio: Ex governatore, famoso per le campagne combattute in Britannia. È padre adottivo di Licia, che fu donata come ostaggio alla moglie Pomponia Grecina. Plauzio è simbolo dell'antica Roma repubblicana, fondata sull'amore per la famiglia, l'onestà, il culto agli dèi degli antenati. Nonostante la moglie e i figli siano cristiani, l'ex console continua a rimanere pagano. Ospita Marco Vinicio dopo la sua campagna fra i Parti e accoglie lo zio di questi, Petronio, venuto per vedere Licia. Esasperato per la scomparsa di quest'ultima, Aulo Plauzio cerca in tutti i modi di ricondurla a casa. Rassegnatosi si trasferisce con la famiglia in Sicilia.
  • Pomponia Grecina: Matrona romana, moglie del governatore Aulo Plauzio. Florida nell'aspetto, nonostante l'età, è sempre molto mesta in viso e negli abiti a causa della morte della figlia Giulia. È una cristiana ma non frequenta spesso le adunanze dei suoi correligionari perché il marito è ancora molto legato al culto dei padri. Educa il figlioletto Aulo e Licia alla religione cristiana e così anche parecchi dei suoi servi. Si trasferisce col marito in Sicilia quando Licia è costretta ad allontanarsi da loro a causa di Vinicio
  • Crisotemide: Moglie (o compagna) di Petronio, ama il lusso e i piaceri. Tradisce il marito con uno scrivano ma presta anche parecchie attenzioni al nipote Marco Vinicio. Abbandonata da Petronio, che preferisce al suo posto la schiava Eunice, diviene amante di Vatinio.
L'imperatore Nerone
  • Nerone: Imperatore di Roma, antagonista del romanzo. Spietato, sanguinario, brutale, solenne e maestoso nei trionfi, goffo e vizioso nel quotidiano, incarna in sé la decadenza morale della Roma di cui è signore. Protagonista di nefandezze indicibili, artista "incompreso", si crede un dio, un genio, un poeta migliore di Omero. Viene descritto "dal ventre largo e dalle gambe magre", con una faccia da bambinone, Petronio lo denomina scherzosamente "scimmia", il popolo "Barbadirame". È odiato dai suoi sudditi ma riesce facilmente a corromperli con larghi donativi. Temuto dagli augustiani li costringe a sopportare le sue continue declamazioni, ama viaggiare per dar sfogo al suo fuoco d'artista. Apprezza le doti di Petronio, che vuole sempre al suo fianco, ma non disdegna la forza bruta di Tigellino. Fa incendiare Roma per ricostruirla con nuovo splendore, canta un'ode sulla città in fiamme e accusa i cristiani del suo crimine. Perde però il controllo della situazione e sfoga la sua rabbia emettendo sentenze di morte, non ultima quella di Petronio stesso. Nell'epilogo del romanzo è narrato il suo suicidio.
  • Caio Hasta: Vecchio centurione romano, compagno e subalterno di Aulo Plauzio durante la campagna di Britannia. Viene mandato per ordine di Nerone in casa dell'ex console per portare via Ligia.
  • Seneca: Maestro di Nerone. A lui Aulo Plauzio chiede d'intercedere per la salvezza di Licia, Seneca però si rifiuta di farlo perché ormai l'imperatore lo disprezza. È fra le vittime di Nerone.
  • Tigellino: Prefetto del pretorio. Rude, volgare, a causa dei suoi consigli Nerone ha compiuto le peggiori nefandezze. Non essendo un fine esteta come Petronio, del quale è acerrimo nemico, cerca in tutti i modi di aggraziarsi Nerone e i cortigiani attraverso lauti banchetti e spettacoli nel circo. È fautore, con Poppea, della persecuzione anti-cristiana e maggiore ideatore dei tormenti nel circo. Cerca di far torto a Petronio e per questo incita l'imperatore a liberarsi di Licia e Marco Vinicio. Quando Nerone viene abbandonato dalle sue legioni e condannato a morte, Tigellino non farà nulla per difenderlo.
  • Poppea Sabina: Imperatrice di Roma, seconda moglie di Nerone. Maligna e spregiudicata, ha in odio Licia poiché è convinta che sua figlia, la piccola Claudia Augusta, sia morta per causa sua. Tenta di sedurre Marco Vinicio nascosta dietro un velo ma il giovane, non riconoscendola, fugge via inorridito. Convertita al giudaismo consiglia Nerone, in combutta con Tigellino, di perseguitare i cristiani. A lei chiede aiuto Petronio per salvare Licia, sfruttando la sua superstizione. Morirà durante un impeto d'ira del marito stesso.
  • Claudia Augusta: Figlia di Nerone e Poppea. Muore ancora in fasce per una malattia.
  • Vatinio: Nobile alla corte di Nerone. Figlio d'un sarto, organizza i giochi gladiatorri durante il soggiorno di Nerone ad Anzio. È amante di Crisotemide e quando Petronio chiede aiuto per salvare il nipote viene da questi abbandonato con un rifiuto.
  • Vitellio: Nobile alla corte di Nerone. Figlio d'un ciabattino, viene descritto come un beone animalesco, quasi sempre ubriaco, molto grasso.
  • Vestinio: Nobile romano. Superstizioso e codardo, disputa con gli altri cortigiani a banchetto se si debba credere ai sogni o no. Spaventato dal coraggio con il quale i cristiani sopportano il martirio, grida che l'ira del loro Dio ricadrà presto su Roma.
  • Tullio Senecione: Nobile romano. Ateo, si beffeggia degli dei e non crede né ai sogni né agli spiriti. Prende in giro Vestinio che si ostina a dimostrarne la veridicità. Il suo nome è nell'elenco delle vittime a seguito della congiura di Pisone.
  • Calvia Crispinilla: Matrona romana, famosa per la sua "favolosa depravazione". Vanitosa e perversa, prende parte all'orgia nel banchetto di Nerone.
  • Lucano: Aristocratico e poeta romano. Partecipa al banchetto orgiastico nel palazzo di Nerone durante il quale, ubriaco, grida di essere un fauno. Unitosi con Nighidda la svergogna in pubblico per la sua relazione con un gladiatore. Cade vittima della congiura pisoniana
  • Nighidda: Matrona romana, vedova, si unisce a Lucano ma lo tradisce con un gladiatore.
  • Pitagora: Giovinetto greco al servizio di Nerone, probabilmente suo amante. Petronio dice che i due sono sposati.
  • Memmio Regolo: Console romano, fa una breve apparizione durante il convito nel palazzo di Nerone, grida ubriaco quanto sia protetta la città di Roma.
  • Terpnos: Citarista di Nerone.
  • Domizio Afro: Senatore romano. Rimprovera i giovani per la loro depravazione, alla quale lui stesso ha preso parte per dimenticare l'antico splendore di Roma.
  • Rubria: La più giovane e bella fra le vestali. Si unisce a Nerone durante una festa al lago di Agrippa.
  • Rufino: Giovane figlio di primo letto di Poppea. Per essersi addormentato durante una declamazione dell'imperatore viene ferito da una coppa lanciatagli contro da quest'ultimo. Moribondo viene strangolato da alcuni sicari di Nerone mentre la madre si trovava al templio di Vesta.
  • Flavio Scevino: Senatore romano. Contrario alla politica di Nerone si reca in casa di Petronio per parlare con lui della futura congiura di Pisone. Cade vittima dell'imperatore a causa della congiura stessa.

Cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Gli apostoli Pietro e Paolo in un'antica iscrizione del IV secolo
  • Ursus: Guardia del corpo, connazionale e servitore fedele di Licia.
  • Lino: Vescovo di Roma, fornisce ad Ursus alcuni cristiani per salvare Licia. È in casa sua che la giovane dimora durante il periodo di clandestinità. Essendo molto malato viene risparmiato dalla persecuzione ma in seguito arrestato e torturato. Scampato alle persecuzioni sarà il successore di Pietro.
  • Euricio: Anziano uomo al quale Chilone Chilonide riscatta il figlio dalla schiavitù. Condannato a morte con gli altri cristiani è protagonista d'uno spettacolo nel quale si rappresenta la triste morte di Icaro. Lui, in vesti di Dedalo, viene issato col figlio Quinto in cima all'arena e schiantato giù.
  • Quinto: Figlio d'Euricio, viene liberato grazie a un donativo di Chilone Chilonide. Muore col padre durante gli spettacoli circensi.
  • Demade: Fornaio e mugnaio cristiano. Al suo servizio lavora Ursus.
  • Crispo: Intransigente e severo, dedito ai digiuni e alle penitenze, poco misericordioso verso i peccatori, fulminante predicatore è il padre spirituale di Licia. Egli la difende e la ospita presso la casa della cristiana Miriam, la rimprovera aspramente quando ella gli rivela di essersi innamorata di Marco, ricevendo però anch'egli l'ammonizione dell'apostolo Pietro che spiega come l'amore fra un uomo e una donna non sia contrario alla legge del Cristo, amore per eccellenza. Predica ai cristiani nelle catacombe durante l'incendio di Roma e accusa i pagani di aver scatenato l'ira divina e la conseguente fine della città eterna. Condannato a morte durante le persecuzioni, rimprovera i confratelli perfino mentre lo inchiodano sulla croce. Prima di morire lancia le sue ultime invettive contro Nerone, lasciando attoniti tutti i presenti.
  • Glauco: Servizievole e pronto al perdono è il medico presso il quale Marco Vinicio viene curato in casa di Miriam. In gioventù era stato ferito gravemente da Chilone Chilonide, suo amico, che l'aveva tradito vendendo sua moglie e i suoi figli. Il millantatore, spaventato nel rivederlo, tenta di aizzargli contro Ursus ma non vi riesce. In risposta ai suoi inganni, Glauco lo perdona su invito dell'apostolo Pietro. Visita Marco dopo che questi viene allontanato dai cristiani e diviene ponte di collegamento fra lui e Licia. Arrestato dai romani e tradito nuovamente da Chilone Chilonide viene condannato al rogo nei giardini di Nerone. Concedendo nuovamente, prima di morire, il perdono al suo assassino ne causerà la conversione.
  • Miriam
  • Nazario
  • Niger

Altri[modifica | modifica wikitesto]

  • Eunice: Schiava greca, servizievole e di bellissimo aspetto. Ama il padrone Caio Petronio ma questi, in un primo momento, non si accorge di lei. Viene colpito dal suo coraggio quando questa, costretta a recarsi in casa di Vinicio per dargli svago, si ribella a lui chiedendo di servirlo come la più umile fra le sue schiave. Da lei Petronio giunge alla conoscenza di Chilone Chilonide, il ciarlatano le aveva, infatti, donato un filo della cintura di Venere (per la verità da uno straccio) promettendole che presto avrebbe conquistato la persona che ama. Così avviene difatti, Petronio si accorge di lei e se ne innamora. Morirà con lui quando questi preferirà uccidersi piuttosto che divenire divertimento per Nerone e Tigellino.
  • Atte: Liberta greca, un tempo amante dell'imperatore Nerone. È ancora innamorata di lui ma questi non la considera più, sopraffatto com'è dalla potente Poppea. Simpatizzante del cristianesimo, conosce le epistole dell'apostolo Paolo, a lei Pomponia Grecina invia una lettera chiedendo che aiuti la sua cara Licia. Atte l'abbiglia personalmente e la prepara per il banchetto in casa di Nerone, cercherà di difenderla quando Vinicio vorrà abusare di lei ma non potrà far nulla, sarà Ursus a salvarla. Uscita coi due lici dal palazzo si meraviglia vedendoli pregare in giardino e scopre la grandezza della loro fede, benché rimanga comunque legata ai propri ideali pagani. Alla morte di Nerone sarà lei a seppellirne il corpo.
  • Crotone: Maestro dei gladiatori, ritenuto uno fra gli uomini più forti dell'Impero. Fa la sua prima apparizione durante il banchetto in casa di Nerone, affronta un avversario e lo sconfigge con pochi colpi. Marco Vinicio lo arruola per scortarlo nel covo dei cristiani, insieme pedinano Licia in casa di Miriam, giunti al cortile il tribuno ordina a Crotone di uccidere Ursus che aveva loro bloccato la strada. Dallo scontro che ne segue il gladiatore non ne uscirà vivo, il suo corpo sarà gettato nel Tevere.
  • Lilith: Schiava nubiana di Poppea, nutrice della piccola Claudia Augusta. Quando la bambina muore ipotizza che sia stata Licia con un incantesimo ad ucciderla.
  • Atacino: Liberto di Marco Vinicio. Sotto l'ordine del padrone si reca nelle stanze di Atte per prelevare Licia e condurla in casa di Vinicio. Lungo la via il corteo con la lettiga viene attaccato dai cristiani, capitanati da Ursus, che nella zuffa, cercando di liberare Licia uccide con un pugno Atacino che voleva portarla via.
  • Gulone: Anziano schiavo germanico di Marco Vinicio. Presente al corteo che doveva condurre Licia in casa di Vinicio, chiede perdono al padrone quando questa viene rapita. Per risposta riceve dal giovane un colpo di candelabro che lo uccide. Verrà sepolto con tutti gli onori quando Vinicio si convertirà al cristianesimo.
  • Tiresia: Liberto di Petronio, fa fustigare Eunice
  • Chilone Chilonide
  • Sporo: Oste d'una taverna della Suburra, a lui Chilone chiede se conosca il significato del pesce, simbolo dei cristiani.
  • Mirmillone: Gladiatore straniero. Disturba Petronio e Marco Vinicio, diretti al carcere Mamertino, gridando "i cristiani ai leoni". Petronio lo offende dicendo che emana cattivo odore e lo uccide con un colpo di spada.
  • Ciro: Uno dei custodi dei cristiani nell'arena. Permette a Vinicio di visitare le celle alla ricerca di Licia.
  • Calendio e Lonio: Due campioni dell'arena, il primo è un reziario, snello e agile, il secondo un gigante della Gallia, armato fino ai denti. Si scontrano durante i giochi circensi destinati ai cristiani e sarà Calendio a vincere l'incontro, uccidendo l'avversario col suo tridente.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Dal romanzo sono stati tratti sei film, alcuni dei quali di grande successo:

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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