Peste nera

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow.pngVoce principale: Peste.

Peste Nera
Trionfo della morte, già a palazzo sclafani, galleria regionale di Palazzo Abbatellis, palermo (1446) , affresco staccato.jpg
Trionfo della morte, Palazzo Sclafani, Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo (1446), affresco staccato
Stato {{Tutta l'Europa, l'Africa dall'Egitto verso destra, l'Asia e le isole del Mediterraneo.}}
Data XIV secolo
Tipo Epidemia
Morti circa 100 milioni

Peste nera (o Grande morte o Morte nera) è il termine con il quale ci si riferisce normalmente all'epidemia di peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1353 uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente. Epidemie identiche scoppiarono contemporaneamente in Asia e in Vicino Oriente, il che fa supporre che l'epidemia europea fosse parte di una più ampia pandemia.

Cronologia della diffusione del morbo

Origine dell'espressione[modifica | modifica sorgente]

Per peste nera si intende, in data odierna, la grande epidemia che uccise tra un terzo e metà della popolazione europea durante il XIV secolo. Nel Medioevo non era utilizzata questa denominazione, ma si parlava della grande moria o della grande pestilenza. Furono cronisti danesi e svedesi a impiegare per primi il termine morte nera (mors atra, che in realtà deve essere intesa come "morte atroce") riferendolo alla peste del 1347-53, per sottolineare il terrore e le devastazioni di tale epidemia.

Nel 1832 questa definizione venne ripresa dal medico tedesco Justus Friedrich Karl Hecker. Il suo articolo sull'epidemia di peste del 1347-1353, intitolato La morte nera, ebbe grande risonanza, anche in quanto venne pubblicato durante un'epidemia di colera. L'articolo fu tradotto in inglese nel 1833 e pubblicato numerose volte. Da allora i termini Black death o Schwarzer Tod ("Morte nera") vennero impiegati per indicare l'epidemia di peste del XIV secolo.

L'Europa alla vigilia della pandemia[modifica | modifica sorgente]

(LA)
« Tintinnabula non sano lacrimæ non clamans. Tan nos did eram expectant mortem, qui modo insanum, spectans in spatio aliquo shelling Rosarii, alii ad ultimum relictis vitiis. Multi dicerent: Suus fine mundi. »
(IT)
« Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L'unica cosa che si faceva aspettare era la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: "È la fine del mondo!". »
(Cronista svedese, annotazione locale)

Come sottolinea Norman F. Cantor nella sua opera In the Wake of the Plague, l'Europa del Medioevo doveva la nascita di unità statali, gli efficienti sistemi giuridici e formativi, lo sviluppo delle città e la crescita del commercio anche al fatto che il periodo che va dall'Ottocento al Milletrecento fu caratterizzato da un clima particolarmente favorevole, in un'area che andava dall'Islanda a Varsavia e da Oslo fino a Palermo, oltre che alla mancanza di grandi epidemie.

Tra il 900 e il 1300 la popolazione europea duplicò. Vastissimi territori vennero strappati a foreste e paludi e resi coltivabili. Le zone maggiormente sviluppate erano l'Inghilterra meridionale, le valli della Senna e della Loira in Francia, la valle del Reno e le città anseatiche in Germania, le Fiandre, i Paesi Bassi e l'Italia.

Questi territori erano popolati molto più densamente del resto d'Europa, e vi si trovavano anche le città più popolose. L'Europa del Trecento disponeva di eccellenti università, costruiva stupefacenti cattedrali in stile gotico e stava vivendo un'autentica fioritura artistica e letteraria. Tra il 1214 e il 1296 non intervenne alcun grande conflitto a bloccare lo sviluppo della società, e i confini europei non erano minacciati, né a sud dagli arabi, né a est dai bizantini. Solo nel 1241 un'invasione mongola venne sventata, ma per cause indipendenti dalla potenza delle armate europee (che furono, infatti, sconfitte nello scontro presso Liegnitz - Legnica, in Slesia, una regione meridionale dell'attuale Polonia), in quanto le armate asiatiche furono richiamate in patria per motivi legati a problemi interni dell'impero mongolo.

Nelle università avevano grande importanza gli studi teologici e filosofici, mentre alle scienze naturali si dedicava un'attenzione minore. Le poche conoscenze chimiche venivano impiegate nell'alchimia, e quello che si conosceva dell'astronomia serviva per oroscopi e profezie. In particolare, poco sviluppate erano le scienze mediche. Non era chiara l'origine delle malattie, né si aveva alcuna idea su come curarle. La società medievale, come nota Norman Cantor, disponeva di rimedi prevalentemente non sanitari per le devastanti conseguenze di una pandemia: preghiera, penitenza, quarantena dei malati, sfollamento delle persone sane e ricerca di capri espiatori.

Già prima della pandemia vi furono avvisaglie di crisi: a partire dal 1290, in molte parti d'Europa, vi furono lunghi periodi di carestia, provocati principalmente dal raffreddamento del clima, la cosiddetta piccola era glaciale, che perdurò a fasi alterne fino alla prima metà del XIX secolo. Delle ricerche sui prezzi dei cereali a Norfolk, in Inghilterra, mostrano che tra il 1290 e il 1348 vi furono 19 anni di raccolti scarsi. Ricerche analoghe svolte in Linguadoca segnalano 20 anni di produzione agricola insufficiente tra il 1302 e il 1348. Dal 1315 al 1317 la Grande carestia infuriò in tutta l'Europa settentrionale, e anche gli anni 1346 e 1347 furono anni di carestia nel sud dell'Europa. Tra il 1325 ed il 1340 le estati furono molto fresche ed umide, comportando abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti ed aumentarono l'estensione delle paludi esistenti.

Già nel 1339 e nel 1340 vi furono epidemie nelle città italiane, che provocarono un deciso aumento della mortalità. Le fonti fanno supporre che si trattasse prevalentemente di infezioni intestinali. Tutte le città europee di quel tempo erano, a dir il vero, delle vere e proprie discariche a cielo aperto, con cumuli di rifiuti giacenti a marcire per strada. Come se non bastasse, la tragica situazione igienica era aggravata dall'assenza di fognature, con rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi. È questo il quadro nel quale, nell'ottobre 1347, la peste fa la sua comparsa nei porti del Mar Mediterraneo, a Messina, a Costantinopoli (Istanbul) ed a Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik). L'epidemia della peste fece la sua comparsa anche a Venezia, nota come la città del commercio, che intratteneva scambi di prodotti con l'estremo oriente. Si pensa che il batterio della malattia fu portato dai topi che viaggiavano a bordo delle navi e che, una volta approdate queste ultime, sbarcassero sulla terraferma, liberando le pulci, uniche vettrici della malattia. Una volta appurato che tutto si muoveva e gravitava attorno alle navi e ai topi, nacque la precauzione di fare sostare per quaranta giorni le navi, con il loro equipaggio, a largo della Laguna di Venezia, per appurare se ci fossero degli infetti. Da qui nacque il termine "quarantena".

Si pensava anche che la peste venisse portata da gruppi marginali come le streghe e gli ebrei; questi ultimi erano da sempre perseguitati perché accusati di deicidio o regicidio, cioè dell'uccisione di Gesù considerato rispettivamente in quanto Dio e in quanto re mistico della società cristiana. Il fatto che la società ebraica e la società cristiana fossero in pratica reciprocamente separate facilitava le persecuzioni. Le streghe erano perseguitate poiché accusate di parteggiare per il demonio e di avere con questo rapporti carnali nel corso di rituali chiamati sabba durante i quali tra l'altro avrebbero sacrificato bambini bevendo il loro sangue. C'erano anche altre ipotesi sul diffondersi della peste come congiunzioni astrali sfavorevoli e punizioni divine. La medicina dell'epoca non aveva fatto grandi passi avanti rispetto ai tempi dell'impero romano, così i medici, basandosi sulle conoscenze di Ippocrate e Galeno, i due più importanti medici dell'antichità, pensavano di poter guarire dalla peste eliminando dal corpo l'humus negativo, tagliando una vena al paziente e facendone uscire del sangue; in realtà, però, anche questo contribuiva al diffondersi del contagio e soprattutto all'indebolimento del paziente, facilitandone la morte.

Gli uomini di fede ritenevano che la peste fosse stata mandata da Dio come punizione, perciò organizzarono preghiere collettive, processioni, movimenti quali i flagellanti. Ciò contribuì ad alimentare l'epidemia: tali eventi collettivi si rivelarono un'ottima occasione per veicolare l'agente patogeno per via respiratoria.

Scoppio della peste e diffusione in Europa[modifica | modifica sorgente]

L'area di origine della pandemia sembra esser stata quella regione dell'Asia centrale a cavallo del Pamir, dell'Altaj e del Tannu-Tuva. La causa scatenante parrebbe esser stata la moria di roditori, in quelle regioni, dovuta alla scarsità di cibo conseguente all'irrigidimento delle condizioni climatiche. In assenza di roditori, le pulci, vettori del bacillo della peste, affamate, attaccarono anche l'uomo e gli altri mammiferi. Il tutto venne aggravato dal fatto che i rifiuti, abbondanti ed a cielo aperto nelle città medioevali, attrassero i roditori affamati, sia selvatici che domestici. Infine, l'efficiente sistema di comunicazioni dell'impero mongolo propagò il contagio in poco tempo da un capo all'altro del continente asiatico, fino all'Europa che - geograficamente - altro non è che una propaggine dell'Asia.

Nel 1338 o 1339 raggiunse le comunità afferenti alle Chiese orientali cristiane assire presso il lago Issyk-Kul, nell'odierno Kirghizistan. Le prime testimonianze scritte circa l'epidemia sono state rinvenute proprio presso questo lago, che costituiva una tappa obbligata sul cammino della Via della Seta. Nel 1345 si segnalarono i primi casi a Sarai sul Volga meridionale ed in Crimea. Nel 1346 la peste fece le prime vittime ad Astrakhan. L'anno successivo il morbo raggiunse i confini dell'Europa di allora. L'Orda d'Oro, guidata da Ganī Bek, assediava Caffa (l'attuale Feodosija o Феодосия), ricca colonia e scalo sulla via dell'oriente della Repubblica di Genova, nella penisola di Crimea. La peste raggiunse la città al seguito dell'Orda d'Oro: le cronache dell'epoca riportano (come ha scritto Michel Balard sulla scorta della cronaca[1] anonima, ma attribuita a un certo frate francescano, Michele da Piazza[2]) che gli assedianti gettavano con le catapulte i cadaveri degli appestati entro le mura della città. Gli abitanti di Caffa avrebbero immediatamente gettato in mare i corpi, ma la peste comunque entrò in città in questo modo.

Una volta a Caffa, la peste fu introdotta nella vasta rete commerciale dei Genovesi, che si estendeva su tutto il Mediterraneo. A bordo delle navi commerciali che partivano da Caffa nell'autunno del 1347 la peste giunse a Costantinopoli, prima città europea contagiata, e in seguito arrivò a Messina e nel corso dei successivi tre anni contagiò tutta l'Europa fino alla Scandinavia e alla Polonia. L'Egitto trasmise la peste alla Nubia (Sudan) ed all'Africa centrale. Le prime regioni europee ad esser contagiata furono gli Urali, il Caucaso, la Crimea, e la Turchia.

  • Dalla Germania venne contagiata la Danimarca e dalla Danimarca venne esportata la peste alle sue dipendenze d'oltremare, Islanda e Groenlandia.

Per limitare i rischi di contagio, dopo il 1347 le navi, sulle quali si sospettava la presenza di peste, venivano messe in isolamento per 40 giorni (quarantena, dal francese "une quarantaine de jours"). La quarantena poteva impedire che gli equipaggi mettessero piede a terra, ma non impediva che lo facessero i ratti, contribuendo così alla diffusione della malattia.

Conseguenze politiche della peste nera[modifica | modifica sorgente]

« Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d'alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n'erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a' vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.

Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a' trapassati. Essi, e per sé medesimi e con l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de'già passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, (e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.

Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno. »

(Giovanni Boccaccio, Decameron)

Si calcola che la Peste nera uccise tra i 20 e i 25 milioni di persone, un terzo della popolazione europea dell'epoca. Per le vittime in Asia e Africa mancano fonti certe. Le cifre devono venir considerate con prudenza, perché le testimonianze dei contemporanei riportano numeri probabilmente esagerati, per esprimere il terrore e la crudeltà di questa pandemia. Per esempio, ad Avignone i cronisti dell'epoca stimarono fino a 125.000 morti, quando Avignone, a quei tempi, non contava più di 50.000 abitanti. Più affidabili i dati relativi a istituti religiosi: morirono tutti i religiosi agostiniani di Avignone, tutti i francescani di Carcassonne e Marsiglia, che erano circa 150; 153 su 160 francescani a Maguelon, 133 su 140 francescani a Montpellier (da St. C. Ujvari "Storia delle epidemie" ed. Odoya, 2011).

Rappresentazione della peste bubbonica nella Bibbia di Toggenburg (1411)

Più delle cifre sono i destini individuali a dare un'idea concreta delle devastazioni della peste: Agnolo di Tura, cronista senese, lamentava di non trovare più nessuno che seppellisse i morti, e di aver dovuto seppellire con le proprie mani i suoi cinque figli. John Clyn, l'ultimo monaco ancora in vita in un convento irlandese a Kilkenny, metteva sulla carta, poco prima di morire egli stesso di peste, la sua speranza che all'epidemia sopravvivesse almeno un uomo, che potesse continuare la cronaca della peste che egli aveva cominciato. Giovanni Villani, cronista fiorentino, venne stroncato dalla peste in maniera tanto repentina che la sua cronaca si interrompe a metà di una frase. A Venezia morirono 20 medici su 24, ad Amburgo 16 membri del consiglio cittadino su 20. A Londra morirono tutti i mastri della corporazione dei sarti e dei cappellai. Un terzo dei notai di Francia morì, così come un terzo dei cardinali riuniti ad Avignone.

La Peste nera non colpì tutta Europa con la stessa intensità: alcune (rare) zone rimasero quasi immuni dal contagio (come alcune regioni della Polonia, il Belgio e Praga), altre invece furono quasi spopolate. In Italia la peste risparmiò Milano, mentre a Firenze uccise quattro quinti degli abitanti. In Germania invece, mentre il meridione venne prevalentemente risparmiato, Amburgo, Brema e Colonia vennero colpite in maniera massiccia dall'epidemia. Gli effetti sulla popolazione furono senz'altro più gravi in Francia e in Italia che in Germania. In Scandinavia ebbe un effetto disastroso; specialmente in Norvegia, dove la pandemia colpì così tanto la popolazione da lasciarla senza sovrani. Fu in quel momento che i tre regni nordici, Danimarca, Norvegia e Svezia si unirono sotto la guida della regina Margherita I di Danimarca.

Furono necessari alcuni secoli perché la popolazione europea ritornasse alla densità precedente la pandemia. David Herlihy nota che il numero degli abitanti dell'Europa cessò di calare solo nei primi decenni del XV secolo, e che nei cinquant'anni successivi rimase stabile, per poi riprendere lentamente ad aumentare attorno al 1460.

„Il medico della peste“, acquaforte di Paulus Fürst 1656 (da J. Columbina). Durante l'epidemia di peste del 1656, a Roma, i medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali protettivi e guanti. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.

I medici e la loro reazione[modifica | modifica sorgente]

I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile. Allora la formazione del medico prevedeva una solida preparazione astrologica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei "soffi pestiferi" avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.

I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. In particolare il più importante fu il Regimen Sanitatis Salernitanum, documento scritto in latino in cui erano contenute tutte le competenze mediche del tempo. Si consigliava di tener aperte solo le finestre rivolte a nord, perché i venti da sud - caldi e umidi - erano considerati dannosi. Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle. E, in effetti, la peste contagiava con maggior facilità più le donne degli uomini, e più i giovani che gli anziani.

Il medico Gentile da Foligno elaborò la teoria del soffio pestifero: una congiunzione sfavorevole dei pianeti avrebbe risucchiato l'aria dalla terra, aria che sarebbe ritornata sulla terra in forma di "soffio pestifero". La facoltà di medicina dell'Università di Parigi, incaricata da Filippo VI di redigere una relazione sulle cause dell'epidemia, fece propria questa tesi, e così questa spiegazione assunse grande autorevolezza e venne tradotta in numerose lingue europee.

Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani: "Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa." In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci.

A lungo termine la peste fece sì che la medicina si emancipasse dalla tradizione galenica. Papa Clemente consentì che si sezionassero cadaveri, pur di scoprire le cause dalla malattia. La ricerca diretta sul corpo umano per mezzo di studi anatomici ebbe un maggior impulso dopo la peste, un primo passo in direzione della medicina moderna e della scienza empirica. Ma dovevano trascorrere quasi 200 anni prima che Girolamo Fracastoro (1483-1533) si confrontasse in maniera più sistematica con l'idea di contagio.

La peste e la società medievale[modifica | modifica sorgente]

Molti ritennero che la Peste fosse una punizione divina, e cercarono conforto nella religione. Movimenti religiosi nacquero spontaneamente in conseguenza della peste, o nel timore dell'epidemia, e molti di essi sfidavano il monopolio ecclesiastico sulla sfera spirituale. La vita quotidiana era segnata da rogatorie e processioni. I flagellanti percorrevano le strade delle città. Il culto di San Rocco, patrono degli appestati, divenne particolarmente intenso, e i pellegrinaggi divennero più frequenti. In molti luoghi sorsero chiese votive e altri monumenti, come le cosiddette "colonne della peste", per la paura degli uomini e per il loro desiderio di essere liberati dal flagello.

Nella generale disperazione, vi furono altri che decisero di gustare ogni minuto, almeno il pensiero di esso.[3] L'economia non poteva reggere l'urto dell'epidemia. La manodopera moriva, fuggiva, o non riusciva più a svolgere il proprio compito. Per molti non aveva più senso coltivare i campi, se comunque la morte ben presto doveva raggiungerli.

La persecuzione degli ebrei[modifica | modifica sorgente]

L'autorità della Chiesa e dello Stato crollò molto rapidamente, anche per l'inefficacia delle misure messe in campo contro il contagio. Boccaccio, nel Decameron, annota: E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare.[4]

A soffrire maggiormente di questa perdita di autorità fu chi si trovava ai margini della società medievale. Soprattutto in Germania l'epidemia fu accompagnata da una gravissima persecuzione degli ebrei, probabilmente la più grave fino alla Shoah.

I pogrom ebbero inizio quando la popolazione esasperata individuò negli ebrei i colpevoli della catastrofe. Le autorità tentarono di arginare le violenze. Già nel 1348 papa Clemente VI definiva "inconcepibili" le accuse che gli ebrei diffondessero la peste avvelenando i pozzi, perché l'epidemia infuriava anche dove non c'erano ebrei, e laddove vi erano ebrei, anch'essi finivano vittime del contagio.

Il papa invitava il clero a porre gli ebrei sotto la sua protezione. Clemente VI vietò di uccidere ebrei senza processo e di saccheggiare le loro case. Le bolle papali ebbero effetto solo ad Avignone, mentre altrove contribuirono ben poco alla salvezza degli ebrei. Lo stesso vale per la regina Giovanna I di Napoli che, nel maggio 1348, aveva diminuito i tributi dovutile dagli ebrei che vivevano nei suoi possedimenti provenzali, per compensare le perdite dovute ai saccheggi subiti. Nel giugno dello stesso anno i funzionari reali vennero cacciati dalle città della Provenza, fatto che illustra la debolezza della tutela degli ebrei causata dalla perdita di autorità dei monarchi.

L'accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un'ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano. Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un'isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. Anche a Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l'annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.

Si discute sul ruolo dei flagellanti nei pogrom. Si riteneva che, ancora prima dell'arrivo della peste, essi avessero istigato la popolazione contro gli ebrei in città come Friburgo, Colonia, Augusta, Norimberga, Königsberg e Ratisbona. La ricerca più recente è però del parere che i flagellanti siano stati una "comoda giustificazione" (Haverkamp).

Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio gli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all'epoca era la più grande comunità ebraica d'Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi.

Conseguenze a lungo termine della peste nera[modifica | modifica sorgente]

La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell'Europa medievale. Come ha dimostrato David Herlihy, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che, a lungo termine, avrebbe avuto effetti positivi. Herlihy definisce la peste "l'ora degli uomini nuovi": il crollo demografico rese possibile ad una percentuale significativa della popolazione la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che, in alcune zone, comportò l'abbandono di interi villaggi. Le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l'iscrizione. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

L'aumento del costo della manodopera favorì un'accentuata meccanizzazione del lavoro. Così il tardo Medioevo divenne un'epoca di notevoli innovazioni tecniche. David Herlihy cita l'esempio della stampa. Fino a quando i compensi degli amanuensi erano rimasti bassi, la copia a mano era una soluzione soddisfacente per la riproduzione delle opere. L'aumento del costo del lavoro diede il via a una serie di esperimenti che sfociò nell'invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Sempre Herlihy ritiene che l'evoluzione della tecnica delle armi da fuoco sia da ricondurre alla carenza di soldati.

La Chiesa, cui moltissime vittime dell'epidemia avevano lasciato in eredità i loro beni, uscì dalla peste nera più ricca, ma anche meno popolare di prima. Non era riuscita a dare una risposta soddisfacente al perché Dio avesse messo alla prova l'umanità in maniera tanto dura, né era riuscita ad essere vicina al proprio gregge, quando questo ne aveva maggior bisogno. Il movimento dei flagellanti aveva messo in discussione l'autorità della Chiesa. Anche dopo che questo movimento tramontò, molti cercarono Dio in sette mistiche e in movimenti di riforma, che alla fine distrussero l'unità spirituale dei cristiani.

Secondo alcuni storici della cultura, tra cui in particolare Egon Friedell, la peste nera causò la crisi delle concezioni medievali di uomo e di universo, scuotendo le certezze della fede che avevano dominato fino ad allora, e vede un rapporto causale diretto tra la catastrofe della peste nera e il Rinascimento.

Il ritorno della peste nei secoli successivi[modifica | modifica sorgente]

Si ritiene che lo stesso agente patogeno del 1348 sia responsabile delle periodiche epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità, ad ogni generazione fino al XVIII secolo. Tra queste, la peste del 1576-1577 (cosiddetta Peste di San Carlo) e soprattutto la terribile peste del 1630 abbattutasi nel Nord Italia ed immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi sposi. Da ricordare pure la grande peste di Londra del 1665-1666 e quella di Vienna del 1679. La peste di Marsiglia del 1720-1722 è invece considerata di origine vicino-orientale.

In una recente ricerca scientifica, che ha utilizzato nuove tecniche, gli scienziati Hendrik Poinar, Kirsti Bos e Johannes Krause hanno provato che fu una variante della Yersinia pestis, ormai estinta, a causare la prima epidemia tra il 1347 e il 1353.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Historia, quae fratris Michaelis de Placea siculi, ordinis sancti Francisci, nomine circumfertur. Cfr. Raffaele Starrabba, Scritti inediti o rari di Antonino Amico, Palermo 1891, p. 307.
  2. ^ Pubblicata per la prima volta da Rosario Gregorio nel 1791 con il titolo di Historia Sicula.
  3. ^ Matteo Villani; Cronica di Matteo Villani, I, cap. 4
  4. ^ Giovanni Boccaccio; Decameron.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Klaus Bergdolt, La peste nera in Europa, Casale Monferrato, 1997
  • Norman F. Cantor, In the Wake of the Plague – The Black Death and the Word it made, Londra, 1997, ISBN 0-7434-3035-2
  • Claudia Eberhard Metzger, Renate Ries, Verkannt und heimtückisch – Die ungebrochene Macht der Seuchen, Basilea, 1996, ISBN 3-7643-5399-6
  • Franz-Reiner Erkens, "Buße in Zeiten des Schwarzen Todes: Die Züge der Geissler", in: Zeitschrift für historische Forschung, vol. 26, Berlino, 1999, pp. 483–513
  • Egon Friedell, Kulturgeschichte der Neuzeit. Die Krisis der Europäischen Seele von der Schwarzen Pest bis zum Ersten Weltkrieg, Monaco di Baviera, 1996 ISBN 3-406-40988-1 (prima edizione 1927–31)
  • John Hatcher, La morte nera. Storia dell'epidemia che devastò l'Europa nel Trecento, Bruno Mondadori, 2010
  • Alfred Haverkamp, "Die Judenverfolgungen zur Zeit des Schwarzen Todes im Gesellschaftsgefüge deutscher Städte", in: Alfred Haverkamp (ed.): Zur Geschichte der Juden im Deutschland des späten Mittelalters und der frühen Neuzeit, Stoccarda, 1981, ISBN 3-7772-8112-3
  • David Herlihy, Der Schwarze Tod und die Verwandlung Europas, Berlino, 1997, ISBN 3-8031-3596-6
  • Rober Hoeniger, Der Schwarze Tod in Deutschland. Ein Beitrag zur Geschichte des vierzehnten Jahrhunderts, Berlino, 1882
  • Kay Peter Jankrift, "Krankheit und Heilkunde im Mittelalter", in Wissenschaftliche Buchgesellschaft, ISBN 3-534-15481-9
  • William H. McNeill, Seuchen machen Geschichte. Geißeln der Völker, Monaco di Baviera, 1976 ISBN 3-7906-0079-2
  • William Naphy, Andrew Spicer, Der schwarze Tod, Magnus Verlag, ISBN 3-88400-016-0
  • Norbert Ohler, Sterben und Tod im Mittelalter Patmos Paperback, ISBN 3-491-69070-6
  • Jacques Ruffié, Jean-Charles Sournia, Die Seuchen in der Geschichte der Menschheit, Stoccarda, 1987, ISBN 3-423-30066-3
  • Barbara Tuchman, Uno specchio lontano,
  • Manfred Vasold, "Die Ausbreitung des Schwarzen Todes in Deutschland nach 1348", in Historische Zeitschrift, vol. 277, 2003, pp. 281 – 308
  • Manfred Vasold, Pest, Not und schwere Plagen. Seuchen und Epidemien vom Mittelalter bis heute, Monaco di Baviera, 1991, ISBN 3-406-35401-7
  • Sue Scott, Christopher Duncan, Return of the Black Death: The World's Greatest Serial Killer, John Wiley & Sons, Canada, 2004, ISBN 0-470-09000-6
  • Enrico Butteri Rolandi, "La peste nera. Ma poi venne il Rinascimento", in "Storia in Network" numero 53 - marzo 2001 - link: Peste nera in Italia (1348)
  • Stefan Cunha Ujvari "Storia delle epidemie" editrice Odoya srl, Bologna, 2011, ISBN 978-88-6288-127-2

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]