Ugo Foscolo

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« A noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura »
(Ugo Foscolo, A Zacinto, vv. 13-14)
Fabre: Ritratto di Ugo Foscolo, 1813

Niccolò Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778Londra, 10 settembre 1827) è stato un poeta e scrittore italiano, uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo.

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Foscolo fu uno dei più notevoli esponenti letterari italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestano o cominciano ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche, durante l'età napoleonica e la prima Restaurazione.

Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l'isola greca di Zacinto/Zákynthos, oggi nota in italiano come Zante), allora territorio della Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da un mondo di ideali classici in cui era nato e cresciuto, tramite la sua formazione letteraria e il legame con la terra dei suoi antenati (nonostante un fortissimo legame con l'Italia che considerò la sua madrepatria). La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero e dei suoi sentimenti repubblicani), ed egli, privo di fede religiosa in quanto intellettualmente formatosi alla scuola degli Illuministi più materialisti, ed incapace di trovare felicità nell'amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni.[1]

Come molti intellettuali della sua epoca, si sentì però attratto dalle splendide immagini dell'Ellade, simbolo di armonia e di virtù, in cui il suo razionalismo e il suo titanismo di stampo romantico si stemperano in immagini serene di compostezza neoclassica, secondo l'insegnamento del Winckelmann.[2]

Tornato per breve tempo a vivere stabilmente in Italia e nel Lombardo-Veneto nel 1813, partì presto in un nuovo volontario esilio e morì povero qualche anno dopo a Londra, nel sobborgo di Turnham Green. Dopo l'Unità, nel 1871, le sue ceneri furono riportate in patria e inumate nella Basilica di Santa Croce a Firenze, il Tempio dell'Itale Glorie da lui cantato nei Sepolcri.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Lapide con epitaffio di Ugo Foscolo a Zante (Grecia).

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

« Salve Zacinto! all'antenoree prode, / de' santi Lari Idei ultimo albergo / e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa, / e a te il pensier: ché piamente a queste / Dee non favella chi la patria oblia. »
(Ugo Foscolo, Le Grazie, Inno I, vv. 108-111)

Foscolo nacque sull'isola greca di Zante (nota anche come Zacinto, cui dedicherà uno dei suoi 12 sonetti), possesso plurisecolare della Repubblica di Venezia, il 6 febbraio del 1778, figlio di Andrea Foscolo (Corfù, 1754 - Spalato, 13 ottobre 1788), medico di vascello di origini veneziane, e della greca Diamantina Spathis (o Spathys; settembre 1747 - 28 aprile 1817), che si erano sposati a Zante il 5 maggio 1777 secondo il rito cattolico. Primogenito di quattro fratelli, lo seguivano la sorella Rubina (dal nome della nonna materna) (21 dicembre 1779-1867), e i due fratelli morti suicidi Gian Dionisio (detto Giovanni Dionigi o Giovanni; Zante, 10 marzo 1781 - Venezia, 8 dicembre 1801) e Costantino Angelo (detto Giulio; Spalato, 7 dicembre 1787 - Ungheria 1838).[3][4]

Venne chiamato Niccolò come il nonno paterno - anch'egli medico -, ma preferì lui stesso soprannominarsi Ugo sin dalla giovinezza. Pare che questo fosse il nome del leggendario capostipite della sua famiglia, membro della gens Aurelia, trasferitosi da Roma nella Laguna Veneta al tempo delle invasioni barbariche, per fondare Rialto.[3] Altri affermano che il nome fu un omaggio a Ugo di Basseville.[5] In realtà non è certo se i Foscolo discendessero, come dichiaravano, da un ramo decaduto dell'omonima casata di sangue patrizio.[3][6]

Certamente la famiglia era tutt'altro che benestante: il padre era un modesto medico (peraltro portato alla prodigalità), mentre la madre, pur essendo vedova in prime nozze del nobiluomo Giovanni Aquila Serra, era figlia di un sarto zantioto. Trascorse l'infanzia in una casetta che sorgeva di fronte alla chiesa della Beata Vergine Odigitria.[3]

Foscolo ricorderà sempre la città dove era nato e più volte canterà la sua isola natale.[7] Egli scriveva il 29 settembre del 1808 al cugino[8] prussiano Jakob Salomon Bartholdy:

« Quantunque italiano d'educazione e d'origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d'Italia anziché all'ombra delle palme d'ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de' versi con che Omero e Teocrito la celebravano. »
(Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808)

Anni di formazione a Zante (1778-1792)[modifica | modifica wikitesto]

La casa veneziana di Foscolo

Trascorse parte della sua fanciullezza nella Dalmazia e nel 1785 si trasferì con la famiglia a Spalato, dove il padre esercitava la sua professione di medico con un salario modesto, e presso il Seminario arcivescovile di quella città compì come esterno i suoi primi studi, seguito da monsignor Francesco Gianuizzi fino a quando la morte improvvisa del padre, avvenuta nel 1788, lo costrinse a ritornare a Zante dove continuò la scuola e apprese i primi elementi del greco antico dimostrandosi però allievo ribelle alla disciplina e non troppo propenso allo studio.[9] Il carattere passionale e avverso alle ingiustizie di Foscolo si ravvisava già in un episodio degli anni di Zante: la popolazione voleva un giorno dare l’assalto al ghetto ebraico della piccola città, ricercando negli ebrei un capro espiatorio, come spesso accadeva. Foscolo riuscì però ad impedire l'assalto; mentre le porte stavano per cedere, il giovanissimo Ugo balzò sul muro di cinta e gridò alla folla: "Vigliacchi, indietro, vigliacchi!". La folla ne rimase impressionata e si disperse, rinunciando al proposito.[10]

Il trasferimento a Venezia: i primi versi e il contatto con la società poetica (1792-1795)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 1789 la madre si trasferì a Venezia, mentre Ugo e Giovanni rimasero a Zante, Giovanni presso la nonna materna Rubina e Ugo presso una zia materna, mentre Costantino e Rubina soggiornarono assieme ad altre due zie paterne a Corfù. Nel 1792, accompagnato dal Provveditore dell'isola, Paolo Paruta, poté raggiungere la madre e i fratelli a Venezia e stabilirsi con loro nella piccola casa in campo de le gate, nel sestiere Castello. Tra il 1793 e il 1797 frequentò le Scuole di San Cipriano a Murano dove Gasparo Gozzi era stato provveditore ed ebbe modo di seguire le lezioni del latinista Ubaldo Bregolini, del grecista Giambattista Galliccioli e dell'abate Angelo Dalmistro che assecondarono le velleità letterarie del giovane.[11] In seguito, proseguì gli studi presso le pubbliche scuole degli ex-Gesuiti.

La linea dei suoi studi fu all'inizio tradizionale, con la lettura dei classici, gli esercizi di traduzione soprattutto da Saffo, Anacreonte, Alceo e Orazio; passò poi a più ampie letture, tra le quali quelle degli autori del Settecento e numerose altre, aiutato nella scelta e nella guida dal bibliotecario Jacopo Morelli che lavorava alla Marciana, frequentata assiduamente dal Foscolo, che pare vi studiasse dieci ore al giorno.[12]

La passione per la letteratura fu convinta e precoce. Il 29 ottobre del 1794 inviava una lettera all'amico bresciano Gaetano Fornasini, allegandogli « due odi ed un sonettuccio » ora perduti, e ringraziando per le correzioni suggerite in merito ad alcune « canzonette » che il Foscolo gli aveva fatto leggere in precedenza. Sollecitava inoltre di non esitare « a criticar le mie cose, mentre io accetto come altrettanti regali le giudiziose correzioni che mi si fanno ».[13]

Nel 1794 trascrisse una quarantina dei suoi componimenti poetici, in parte originali e in parte frutto di traduzioni, che risentivano degli influssi arcadici soprattutto nel metro e nel linguaggio e che inviò all'amico Costantino Naranzi.[14] Nel frattempo venne ospitato, come autore di versi, nell'«Anno poetico» dal classicista gozziano, il già ricordato abate Angelo Dalmistro, che era un appassionato della letteratura inglese.[15]

Introdotto dal bibliotecario Morelli nei salotti delle nobildonne veneziane, quello della dotta Giustina Renier Michiel e della sua rivale, la bella Isabella Teotochi Albrizzi (prima grande passione amorosa del poeta, di cui parla nel Sesto tomo dell'io), conobbe Ippolito Pindemonte e altri poeti di successo come Bertola. Immerso nella temperie culturale veneziana dell'epoca, fervente e cosmopolita, Foscolo ebbe modo di frequentare anche altri salotti e ritrovi letterari della città, dove si dibatteva intorno alla Rivoluzione francese, che oltralpe conosceva proprio allora alcune delle sue fasi culminanti.[16]

La politica rivoluzionaria (1795-1797)[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Alfieri

Importanti furono anche i contatti con il gruppo degli amici bresciani, aperti alle influenze francesi e rivoluzionarie, e con Melchiorre Cesarotti, traduttore dei Canti di Ossian, del quale seguiva a Padova le lezioni universitarie e al quale, il 30 ottobre del 1795, scrisse allegandogli, per avere un giudizio, la sua prima tragedia, intitolata Tieste, di carattere alfieriano e viva di fervori giacobini (fu poi rappresentata con grande successo al Teatro Sant'Angelo di Venezia, il 4 gennaio 1797).[17]

Foscolo vide subito in Vittorio Alfieri un modello da seguire[18]; egli trasse il suo stile giovanile proprio da lui, e lo decantò in molte opere[19][20]. Foscolo inviò il testo del Tieste, con la dedica[21], alla residenza fiorentina del poeta astigiano. Foscolo preferì non visitare personalmente l'Alfieri, rispettando la sua estrema riservatezza degli ultimi anni, a quanto afferma nell'epistolario e nell'Ortis[22]; pare però che quest'ultimo, anche se non rispose alla lettera del Foscolo, avesse elogiato con alcuni conoscenti lo stile della tragedia, prevedendo il grande avvenire letterario dell'allora giovane ufficiale napoleonico (nonostante l'iniziale disparità di vedute su Napoleone, anche Foscolo poi converrà con Alfieri in un giudizio negativo del generale francese, chiamandolo "tiranno"[23]) e futuro primo vero poeta-vate dell'Italia risorgimentale. In particolare, avrebbe affermato che quel giovane l'avrebbe superato in quanto a gloria letteraria.[24]

Risale al 1796 un documento della prima formazione letteraria di Foscolo, un ambizioso Piano di Studi comprendente "Morale, Politica, Metafisica, Teologia, Storia, Poesia, Romanzi, Critica, Arti" dove il giovane registrava le letture, i primi scritti, gli abbozzi delle opere da scrivere.[25] Gli autori che vi compaiono sono, tra i tanti, Cicerone, Montesquieu, Rousseau, Locke, Tucidide, Senofonte, Sallustio e i grandi storici romani. Completa il quadro il riferimento alle Sacre Scritture. Tra gli Epici figura Omero, cui tengono dietro Virgilio, Dante, Tasso e Milton. Sono menzionati anche autori contemporanei al Foscolo, tra cui gli inglesi Gray e Young, espressione di una poesia sepolcrale che influenzò sin dall'inizio il poeta, Shakespeare, lo svizzero Gessner e gli italiani Alfieri e Parini.[26] Nel Piano di Studi si trova l'accenno ad un romanzo, Laura, lettere, che verrà poi assorbito dall'Ortis.

Il Piano indica inoltre l'intenzione di raccogliere « in un solo libretto col motto Vitam impendere vero [...] dodici Odi del conio dell'autore ».[27] Il motto latino, da tradursi « sacrificare la vita per la libertà », era un chiaro omaggio agli ideali rivoluzionari, dato che riprendeva le parole usate in esergo da Marat nel celebre giornale L'ami du peuple. L'ammissione del poeta, secondo cui i testi necessitavano ancora di un lungo labor limae[28], e la severità della censura veneziana ne impedirono la pubblicazione, ma alcune odi ci sono state tramandate, rivelando il carattere di un'opera in cui si attinge largamente alle Sacre Scritture per comporre una denuncia etico-politica condizionata dagli eventi francesi e influenzata dal modello pariniano.[29]

Il primo esilio sui colli Euganei e il ritorno (1796-1797)[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'anno Foscolo scrisse alcuni articoli sul «Mercurio d'Italia» che destarono i sospetti del governo veneto e il giovane per prudenza si rifugiò in luglio sui colli Euganei.[30] Benedetto Croce racconta un curioso aneddoto sull'adolescenza del Foscolo. Il poeta, nominato Segretario della Municipalità, fu invitato a parlare al senato della Repubblica Veneta, e la sua orazione fu "tutta ripiena dei più caldi sensi di libertà; alla fine sguainò un pugnale e, non trovando un petto di tiranno in cui immergerlo, lo piantò nel davanzale della finestra".[31]

Esaltato inizialmente dalle vittorie napoleoniche, che vide come una rinascita dell'Italia, aderì al nuovo regime portato dai francesi, distaccandosene più tardi, e compose le odi giovanili Ai novelli repubblicani - dedicata al fratello « Gioan-Dionigi » - e A Bonaparte liberatore.[32]

I rapporti con il mondo rivoluzionario veneziano, la delusione e la partenza per il secondo esilio (1797-1798)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il successo del Tieste, Foscolo passò un breve periodo a Bologna, prestando servizio come volontario tra i Cacciatori a cavallo della Repubblica Cisalpina, ma tornò in laguna quando seppe che a Venezia l'oligarchia dogale aveva ceduto alle pretese napoleoniche di costituire un « Provvisorio Rappresentativo Governo ».[33] Il poeta ricoprì il ruolo di « segretario verbalizzatore delle sedute della Società d'istruzione pubblica »,[34] posizione che mantenne dal 22 luglio al 29 novembre.[35]

Carlo Lauberg

La Società d'Istruzione Pubblica era stata istituita il 27 maggio 1797 dalla Municipalità, e sebbene dovesse ufficialmente coadiuvare la politica democratica municipale, annoverò tra i suoi esponenti più significativi rivoluzionari radicali come i napoletani Flaminio Massa e Carlo Lauberg.[36] Il diplomatico Girolamo Politi affermò nel novembre di quell'anno che la Società era retta da affiliati della loggia massonica « Le colonne della Democrazia », animata da Lauberg, una società segreta attraverso cui i francesi avevano accelerato il processo di democratizzazione delle città venete.[37] Dietro alla Società d'Istruzione - probabilmente una mera copertura - si articolava in effetti una rete di logge politiche improntata al modello giacobino. Secondo la testimonianza delegata dal municipalista moderato Giovanni Andrea Spada alle sue Memorie, la Società si proponeva di condurre la Municipalità verso posizioni radicali.[38] Se le accuse di Spada erano forse espresse in toni eccessivi, non dovevano tuttavia essere molto lontane dal vero.[39]

Non è dato sapere se Foscolo abbia aderito al sistema creato dal Lauberg, ma è accertato che il poeta zacintio fosse legato all'« ala più radicale dei patrioti veneziani », tra i quali figurava Vincenzo Dandolo, intimo amico cui il Foscolo dovette la nomina a Segretario redattore della Municipalità. Nonostante l'incarico non avesse una particolare rilevanza politica, Foscolo fu chiamato varie volte a leggere i verbali dalla Tribuna, e poté assistere alle riunioni della Municipalità e del suo Comitato segreto.[40]

Tuttavia, il 17 ottobre di quel 1797 così esaltante per i patrioti democratici, terminò con il Trattato di Campoformio con il quale Bonaparte cedeva Venezia (fino a quel momento libera repubblica, anche se ormai controllata de facto dai francesi), all'Austria asburgica e il giovane Ugo, pieno di sdegno, dimessosi dagli incarichi pubblici, partì in volontario esilio e si recò prima a Firenze, poi a Milano.[41]

A Milano giunse a metà novembre, conobbe Parini e Monti, che difese qualche mese più tardi dalle accuse che gli si rivolgevano per la sua attività di poeta alla corte romana, innamorandosi inoltre della moglie di lui, Teresa Pikler. Appena arrivato in città, « poverissimo ed esule »[42], cercò di procurarsi un impiego che potesse provvedere al suo sostentamento. A questo proposito, forse su consiglio di Monti, scrisse immediatamente a Giovanni Costabili Containi, amico del poeta ferrarese e membro del Direttorio Cisalpino: « amerei un posto fra gli scrittori nazionali, o fra i custodi della pubblica Biblioteca, ove potrei consacrare i miei giorni alla patria ed alla filosofia ».[43] I profughi veneziani, tuttavia, erano gli ultimi arrivati in un imponente flusso di persone che vide convergere verso la città meneghina cittadini della zona centro-settentrionale della penisola. Unendo a questo aspetto le intemperanze pubbliche con cui Foscolo aveva accolto il Trattato di Campoformio nei suoi ultimi giorni in laguna, si spiega l'infelice esito della richiesta.[44]

Foscolo, intanto, entrò nel « Circolo costituzionale di Milano », ritrovo di patrioti e letterati (tra loro figuravano Giovanni Pindemonte e Giovanni Fantoni). Il giornale del « Circolo », filo-francese e filo-bonapartista, registrò gli interventi del Foscolo, i quali si concentrarono tra il 10 dicembre e il 24 gennaio. Il poeta prese ancora la parola il 14 febbraio, quando le sue energie erano ormai consacrate a un nuovo periodico.[45] A partire da fine gennaio collaborò infatti con Melchiorre Gioia per qualche mese al Monitore Italiano, assumendone inoltre la direzione. Il foglio, battagliero, rivendicava per la Repubblica Cisalpina l'indipendenza dal governo parigino, e si mostrò ostile nei confronti del patto di alleanza con la Francia - benché le posizioni espresse dalle sue colonne, fattesi via via più esplicite, non avessero la stessa violenza che Pietro Custodi (anch'egli collaboratore del giornale) o il Gioia delegarono a opere scritte in prima persona[46] -, finché il Direttorio lo soppresse nell'aprile 1798.

Vincenzo Monti

Negli stessi mesi, Foscolo compose alcuni sonetti; uno di questi, Te nudrice alle muse, ospite e Dea, gli era stato ispirato dalla proposta fatta al Gran Consiglio dal cittadino Giuseppe Lattanzi perché sostituissero nelle scuole l'insegnamento del Latino con quello del Francese.[47]

L'infuocato clima meneghino valse più volte, nel 1798, accuse esplicite nei confronti di Vincenzo Monti. Questi, da poco giunto in città e considerato "troppo moderato", veniva preso di mira dai patrioti più accesi, in particolare dal Lattanzi e da Francesco Gianni, celebre poeta improvvisatore che andava abbozzando un monumentale poema epico su Napoleone.[48] Se due articoli foscoliani apparsi il 15 e 19 marzo sul Monitore, proponendo una recensione sostanzialmente positiva del Bonaparte in Italia del Gianni e del suo autore, parrebbero alimentare la polemica nei confronti del Monti, un terzo articolo, del 23 marzo, ribalta il giudizio nei confronti del poema. In agosto, quando il poeta della Bassvilliana si trovava nuovamente sotto attacco, Foscolo pubblicò presso gli stampatori milanesi Pirotta e Maspero un Esame su le accuse contro Vincenzo Monti, prendendo le sue difese, lodando il suo amore per la libertà e condividendo la sua condanna del Terrore rivoluzionario, presto « presentato alla esecrazione dei secoli » dagli stessi scrittori francesi.[49]

Il trasferimento a Bologna (1798-1799)[modifica | modifica wikitesto]

Senza lavoro e infelice per il travagliato amore per Teresa Pikler Monti, nell'estate del 1798 il poeta si trasferì a Bologna dove iniziò la sua collaborazione a Il Genio Democratico, fondato dal fratello Giovanni e poi riassorbito dal Monitore bolognese. Fu per un breve periodo aiutante del cancelliere per le lettere del Tribunale. Alla fine si arruola nei Cacciatori a cavallo della Repubblica Cispadana.[50]

Iniziò le stampe, fino alla lettera XLV, del romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis che dovette interrompere per l'occupazione di Bologna da parte degli austro-russi nell'aprile del 1799; il romanzo vide comunque la luce, a sua insaputa, completato e tagliato in varie parti da Angelo Sassoli, mediocre letterato bolognese, per conto dell'editore Jacopo Marsigli. Si scatenò l'ira di Foscolo, che impose all'editore di far comparire una nota sul Monitore Bolognese e sulla Gazzetta di Firenze in cui si diceva che alle lettere foscoliane erano stati aggiunti i vigliacchi interventi di un altro autore.[51] Come il protagonista Jacopo Ortis (il nome deriva dalla fusione di Jean-Jacques Rousseau e di Girolamo Ortis, un giovane studente padovano suicida), che si toglie la vita con un colpo di pugnale (come farà Giovanni Foscolo), anche Ugo tenta il suicidio in questo periodo - ingerendo dell'oppio - a causa della passione infelice per la Pikler, secondo quanto narrato da lei stessa.[52]

L'arruolamento nella Guardia Nazionale (1799-1801)[modifica | modifica wikitesto]

Foscolo nel frattempo si arruolò nella Guardia Nazionale della Repubblica Cisalpina e combatté con le truppe francesi (quelle che si sarebbero poi chiamate Grande Armata) fino alla battaglia di Marengo. Ferito nella battaglia di Cento a una gamba, venne arrestato dagli austriaci durante la fuga e liberato a Modena dalle truppe di MacDonald partecipando in seguito alla battaglia della Trebbia e ad altri scontri.[53]

Partecipò alla difesa di Genova assediata (pur non vedendo di buon occhio la guerra) dove venne ferito nei pressi di Forte Diamante, e in questo periodo ripubblicò l'ode A Bonaparte liberatore aggiungendovi una premessa nella quale esortava Napoleone a non diventare un tiranno, e modificando l'ottava strofa, per affermare con chiara coscienza l'idea dell'unità d'Italia erede di Roma antica; tra l'estate e l'autunno del 1800 compose l'ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, dedicata ad una nobildonna genovese rimasta ferita al volto dopo una caduta da cavallo sulla scogliera di Sestri Ponente. Dopo la vittoria napoleonica gli vennero dati numerosi incarichi militari, che lo condussero in varie città italiane, tra le quali Firenze dove s'innamorò di Isabella Roncioni, già promessa sposa, che contribuirà ad ispirargli, con Teresa Pikler, il personaggio di Teresa nell'Ortis.[47] Nel 1801 il Foscolo si recò nuovamente a Milano dove accolse, nel mese di giugno, il fratello più giovane, Giulio, che gli era stato affidato dalla madre e lo avviò alla carriera militare (Giulio finirà suicida in Ungheria nel 1838). Il 23 luglio, dopo essersi più volte lamentato perché non riceveva regolarmente la paga militare, inviò al Ministro una lettera nella quale presentava le dimissioni, che però non furono accolte. In compenso ottenne la paga di capitano aggiunto, e passerà in tal modo nel 1802 al servizio della Repubblica Italiana, e dal 1805, dopo la proclamazione di Napoleone a imperatore nel 1804, del Regno d'Italia, e fu incaricato di compilare una parte del Codice militare.[54]

L'intensa attività letteraria (1801-1804)[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni tra il 1801 e il 1804 furono anni di intensa attività letteraria ma anche di grande dolore per la morte del fratello Giovanni, che si era ucciso a Venezia l'8 dicembre del 1801 con un colpo di pugnale, sotto gli occhi della madre, per sottrarsi al disonore di non poter pagare una grossa somma persa al gioco e che aveva preso in prestito dalla cassa di guerra.[55]

Nel 1802 pubblicò l’Orazione a Bonaparte in occasione dei Comizi di Lione[56] e la raccolta di liriche che comprendevano otto sonetti e un'ode[57], rielaborò e portò a termine l’Ortis, compose l'ode All'amica risanata per Antonietta Fagnani Arese, suo nuovo ardente amore; nel 1803 diede alle stampe nella loro versione definitiva i sonetti con l'aggiunta dei quattro più famosi (Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Musa, i quali tuttavia ricevettero il titolo, al pari degli altri otto sonetti, solo nel 1848, in un'edizione curata da Francesco Silvio Orlandini per Le Monnier) e l'ode All'amica risanata e A Luigia Pallavicini caduta da cavallo.[58] L'edizione dell'aprile 1803, apparsa a Milano presso Destefanis con il titolo Poesie di Ugo Foscolo - e dedicata dall'autore al poeta e futuro tragediografo Giovanni Battista Niccolini - non comprendeva ancora il sonetto per la morte del fratello, pubblicato nel mese di agosto per i tipi dell'editore milanese Agnello Nobile insieme agli altri tredici testi.[59]

Risale allo stesso anno la traduzione - in endecasillabi sciolti - e la pubblicazione della Chioma di Berenice di Catullo (a sua volta traduzione latina da Callimaco) con l'aggiunta di un inno alle Grazie, prima nucleo del poemetto futuro, che attribuisce al poeta alessandrino Fanocle, accompagnata da quattordici Considerazioni e quattro Discorsi che racchiudono i lineamenti principali della sua poetica neoclassica, ispirata alle idee del Winckelmann.[60] L'opera uscì nel mese di novembre, uscita a Milano con l'editore Genio Tipografico, e fu dedicata al Niccolini.

Gli anni in Francia (1804-1806)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1804, come capitano di fanteria dell'esercito italiano, venne aggregato all'esercito francese, e ottenne di seguire l'armata anti-inglese che si radunava a Valenciennes, in Francia e nella Francia del nord visse fino al 1806; dovette dedicarsi agli approvvigionamenti, cosa che lo esentò dai combattimenti; fu messo anche a guardia di un gruppo di profughi inglesi, guardati con sospetto da Napoleone. A Valenciennes conobbe una giovane inglese (da cui andò per apprendere la lingua in vista dell'invasione dell'isola, poi mai attuata) Lady Fanny Emerytt Hamilton , da lui chiamata anche Sophia, dalla quale ebbe una figlia nel 1805, Mary, che egli chiamerà sempre Floriana, e di cui sarà ignaro per molto tempo[61]; la rivedrà dopo molti anni in Inghilterra e sarà il conforto dei suoi ultimi anni. Qualche critico ha messo in dubbio la reale filiazione della giovane, asserendo che fosse figlia di Lord Hamilton, il marito di Fanny, e affidata a Foscolo come figlia adottiva dalla nonna materna Mary Walker Emerytt, dopo la morte dei genitori (d'altra parte ci sono state diverse ipotesi anche sul nome della nobildonna).[62] Malgrado i continui spostamenti per motivi di servizio, Foscolo riuscì a continuare la sua attività letteraria con alcuni saggi di traduzione dall'Iliade, con l'epistola in sciolti al Monti, Se fra' pochi mortali a cui negli anni e con la traduzione del Sentimental Journey di Sterne che l'avrebbe condotto alla stesura, nel 1812, dei sedici capitoletti scritti in una prosa ironico-allusiva della Notizia intorno a Didimo Chierico.[63]

La permanenza a Brescia, il ritorno a Venezia e l'incarico all'Università di Pavia (1806-1808)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1806, fallito il progetto di Napoleone dell'invasione inglese, Foscolo decise di tornare a Milano dopo essere stato a Parigi, dove conobbe il giovane Manzoni (che, pur essendo di soli sette anni più giovane, aveva iniziato da poco l'attività letteraria ispirandosi anche a Foscolo, oltre che ad Alfieri, Parini, Monti e altri autori, italiani e stranieri), a Venezia dove rivide i familiari dopo il lungo esilio e, presso Treviso, la Teotochi Albrizzi. A Padova si incontrò con il Cesarotti e a Verona vide in giugno Ippolito Pindemonte, dai colloqui con il quale nacque l'idea iniziale del carme Dei Sepolcri che, scritto tra l'agosto del 1806 e l'aprile del 1807, fu pubblicato in questo anno a Brescia presso l'editore Niccolò Bettoni. Nel periodo in cui Foscolo si accingeva a dare alle stampe l'opera ad ospitarlo era la contessa Marzia Martinengo, sua amante, presso Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino nel centro della città.[64]

Il capitano Ugo Foscolo, per ingraziarsi il generale Augusto Caffarelli, aiutante di campo di Napoleone e ministro della Guerra del Regno d'Italia curò una edizione delle opere di Raimondo Montecuccoli, con una ricca premessa sull'arte della guerra. L'opera si inserisce anche in una polemica con Madame de Staël sull'attitudine militare degli italiani.[65]

Andrea Appiani, Ugo Foscolo

Sollevato intanto dagli incarichi militari su interessamento dell'allora ministro Caffarelli, Foscolo si candidò alla cattedra di eloquenza dell'Università di Pavia che si era resa vacante (la cattedra era stata tenuta in precedenza da Vincenzo Monti e in seguito da Luigi Cerretti) e la ottenne il 18 marzo 1808. Qui pronunciò la sua celebre orazione inaugurale, Dell'origine e dell'ufficio della letteratura, e tenne poche lezioni, perché la cattedra venne subito dopo soppressa da Napoleone, ormai divenuto sospettoso di ogni libero pensiero.[66]

Il ritorno a Milano e le difficoltà (1808-1812)[modifica | modifica wikitesto]

Tornato quindi a Milano per la terza volta, ebbe inizio per Foscolo un periodo di difficoltà economiche, reso più amaro dai contrasti con i letterati di regime che non gli risparmiarono polemiche e malevole insinuazioni. Alla rottura con Monti (1810) si aggiunse l'insuccesso della tragedia Aiace che, rappresentata alla Scala il 9 dicembre 1811, non ebbe successo e venne inoltre vietata dalla censura per le allusioni antifrancesi che conteneva.[67]

Il soggiorno sereno e produttivo a Bellosguardo (1812-1813)[modifica | modifica wikitesto]

« Nella convalle fra gli aerei poggi / Di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte / Limpido fra le quete ombre di mille / giovinetti cipressi alle tre Dive / l'ara innalzo... »
(Le Grazie, Inno I, vv.11-14)

Abbandonata Milano il 12 agosto del 1812, il poeta si trasferì a Firenze, dopo aver fatto tappa a Piacenza, Parma e Bologna, città in cui incontrò l'amica Cornelia Rossi Martinetti. Il 17 arrivò all'albergo delle Quattro Nazioni, dove alloggiò un paio di mesi, iniziando la stesura dell'inno Alle Grazie, concretizzatosi dapprima nella cosiddetta Prima redazione dell'Inno, quindi, attraverso ampliamenti e rielaborazioni, nella Seconda redazione, e destinato a prendere forma in un carme tripartito nell'aprile del 1813.[68]

Lasciato il primo alloggio, Foscolo si stabilì per un breve periodo a Casa Prezziner, in Borgo Ognissanti, e si trasferì poi alla villa di Bellosguardo, dove trascorse, fino al 1813, un periodo di intensi affetti, di soddisfazioni mondane e di lavoro creativo.[69] Egli infatti ottenne l'amore della senese Quirina Mocenni Magiotti, frequentò il salotto della contessa d'Albany, l'amica di Alfieri, lavorò, come detto, al carme di argomento mitologico, scrisse la tragedia Ricciarda che venne rappresentata a Bologna nel 1813, riprese la traduzione del Viaggio sentimentale che pubblicò nel 1813 corredato della Notizia intorno a Didimo Chierico e tradusse altri canti dell'Iliade.[70]

L'esilio definitivo dall'Italia (1813-1827)[modifica | modifica wikitesto]

Partenza da Milano e l'esilio in Svizzera (1813-1816)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte a Lipsia, nel novembre del 1813, e l'abdicazione del 1814, Foscolo ritornò per la quarta volta a vivere a Milano e riprese il suo grado nell'esercito per difendere il Regno Italico, ma con l'arrivo in città degli austriaci nel 1814, dopo un disperato tentativo di raccogliere uomini disposti a sacrificarsi per difendere la città, egli si rese conto che la sua speranza di una futura Italia indipendente era cosa vana.[71] Nonostante la sua fedeltà al viceré Eugenio di Beauharnais (l'anno successo ci sarà l'ultimo tentativo dei filo-napoleonici col proclama di Rimini del re di Napoli Gioacchino Murat) e dal cosiddetto "partito francese" ritenuto l'unica speranza concreta, alla fine decise di non opporsi con le armi ai vincitori.[72] Ebbe un momento di esitazione quando il governatore austriaco feldmaresciallo Bellegarde gli offrì di collaborare con il nuovo governo dirigendo una rivista letteraria, la futura "Biblioteca italiana". Foscolo accettò e stese il programma della rivista, ma intervenne l'obbligo di giuramento al nuovo regime e, la notte della vigilia, il 31 marzo del 1815, mentre Napoleone tentava in Francia l'ultima impresa - i "cento giorni" - Foscolo, ormai rassegnato, lasciò l'Italia per un volontario esilio definitivo, e prese la via dell'espatrio per rifugiarsi a Hottinger, in Svizzera; assunse gli pseudonimi di Lorenzo Aldighieri[73] (poi Alderani, come l'amico di Jacopo Ortis) e, a livello letterario, di Didimo Chierico.[74][75][76]

Malgrado le varie peregrinazioni in terra svizzera per sfuggire ai controlli della polizia austriaca, egli riuscì a stampare a Zurigo, nel 1816, le Vestigia della storia del sonetto italiano, il libretto satirico contro i letterati milanesi Didimi clerici prophetae minimi Hypercalypseos liber singularis (l'Ipercalisse), la terza edizione dell'Ortis e a scrivere gli appassionati Discorsi sulla servitù d'Italia che verranno pubblicati postumi.[77]

Gli ultimi anni di vita a Londra (1816-1827)[modifica | modifica wikitesto]

Monumento funebre di Ugo Foscolo, Chiesa di Santa Croce, Firenze, realizzato nel 1871
« Di vizi ricco e di virtù, do lode / Alla ragion, ma corro ove al cor piace: / Morte sol mi darà fama e riposo. »
(Sonetti,[78])

Nel frattempo l'Austria insisteva nel reclamare la sua estradizione e quando l'ambasciatore d'Inghilterra a Berna, attraverso i buoni uffici di William Stewart Rose a cui Foscolo aveva dedicato l'Ipercalisse, ebbe l'ordine di rilasciargli il passaporto per la Gran Bretagna (concessagli in quanto nativo di Zante, divenuta protettorato britannico dopo il Congresso di Vienna) egli, con il denaro ricavato dalla vendita dei suoi libri a Milano e con quello che il fratello Giulio - a quei tempi in Ungheria con l'esercito austriaco a cui lui aveva invece aderito - gli aveva fornito, poté partire.[79]

Il 12 settembre 1816 il poeta giunse a Londra dove trascorse l'ultimo periodo della sua vita fra non lievi difficoltà economiche e morali. Durante il periodo londinese Foscolo si dedicò prevalentemente all'attività editoriale e giornalistica e si impegnò nello studio storico-critico di alcuni momenti, testi e personaggi della letteratura italiana, soprattutto Dante, Petrarca e Boccaccio.[80] Risalgono a questi anni nuovi saggi sulle traduzioni omeriche, la quarta edizione dell'Ortis (1817), l'elaborazione delle "Grazie" e le incompiute Lettere scritte d'Inghilterra ('16-'18) di cui una parte edita postuma con il titolo il Gazzettino del bel mondo, l'incompleta Lettera apologetica anch'essa pubblicata postuma, i celebri Essays on Petrarch (1821, II ed. 1823), il Discorso storico sul testo del Decamerone (1825), il Discorso sul testo della Commedia di Dante (1826), oltre a una trentina di saggi critici scritti per essere tradotti in inglese e pubblicati sulle riviste periodiche britanniche[81], tra cui si segnalano la serie delle Epoche della lingua italiana[82] e l'articolo noto con il titolo italiano di Antiquarj e Critici (1826)[83]. Foscolo venne accolto nei circoli liberali, e all'inizio guadagnò bene con le sue attività.[84]

Memoriale di Foscolo a Londra, tomba del poeta dal 1827 al 1871

Ben presto, la vita troppo signorile, il suo carattere difficile che gli alienò molte simpatie, e alcune speculazioni avventate in affari (come la costruzione di una grande villa dove vivere, che gli sarà sequestrata), ridussero però il poeta al dissesto economico tanto che, nel 1824, venne per breve tempo incarcerato per debiti. Liberato, fu costretto a sopravvivere nei quartieri più poveri di Londra, celandosi spesso sotto falso nome (Lord Emerytt, dal nome della figlia) per sfuggire ai creditori.[85] Aveva intanto ritrovato la figlia Floriana, che lo assistette con devozione durante i suoi ultimi anni, venendo nominato tutore legale della ragazza dalla nonna Lady Walker. A Londra, Foscolo fece anche una proposta di matrimonio alla diciannovenne Caroline Russell, figlia di un importante magistrato, da questa rifiutata dopo molte insistenze dello scrittore, che anni prima aveva spesso fuggito il matrimonio, frequentando in genere nobili già sposate.[86] A causa della vita dispendiosa, che consumò anche l'eredità di 3000 sterline lasciate in seguito dalla Walker alla nipote, entrambi dovettero trasferirsi in zone povere e malsane, dove il poeta contrasse una malattia respiratoria, probabilmente la tubercolosi.[84][87] Nel 1825 diventò insegnante di italiano in un istituto femminile e l’anno successivo fece domanda per ottenere la cattedra di italiano all’Università di Londra, recentemente istituita.[88]

Povero e debole, gli venne diagnosticata una malattia al fegato, esito probabile di tubercolosi miliare[88], alla fine Foscolo si ritirò nel piccolo sobborgo londinese di Turnham Green dove, si ammalò di idropisia polmonare dovuta all'aggravarsi della malattia e venne inutilmente operato due volte dal medico italiano che lo assisteva.[89] Ugo Foscolo morì il 10 settembre del 1827 a quarantanove anni. La figlia, che lo assistette sempre, morì anch'essa circa due anni dopo, a soli 22 anni.[84] Fu sepolto nel cimitero di Chiswick a spese del banchiere quacchero Gurney, suo amico[90]. Nella tomba gli furono messe due monete di rame sugli occhi, secondo un rituale greco antico.[91] La tomba, recentemente restaurata, porta incisa erroneamente l'età di 50 anni. Le sue ceneri[92], nel 1871, furono traslate nella Basilica di Santa Croce a Firenze, il tempio delle itale glorie che aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri del 1807: Ma più beata ché in un tempio accolte / Serbi l'itale glorie, uniche forse / Da che le mal vietate Alpi e l'alterna / Onnipotenza delle umane sorti / Armi e sostanze t'invadeano ed are / E patria e, tranne la memoria, tutto.[93]. I resti del Foscolo tornarono così alla sua patria, come egli aveva desiderato[94], con una grande celebrazione voluta dal nuovo Regno d'Italia.[95][96] Ferma restando la grandezza del poeta, secondo la studiosa irlandese Lucy Riall[97], la grande glorificazione di Foscolo ad opera del nuovo governo italiano era parte della creazione di un pantheon di eroi laici, per la religione civile della nuova Italia, in contrasto con la Chiesa per la questione romana. Del Foscolo ci resta anche un ricchissimo Epistolario, documento molto importante della sua vita tumultuosa.[98]

Pensiero e poetica[modifica | modifica wikitesto]

« L'armonia / vince di mille secoli il silenzio »
(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 233-234)

Foscolo aderì con convinzione alle teorie illuministiche di stampo materialistico e meccanicistico (in particolare il materialismo di Paul Henri Thiry d'Holbach, Diderot ed Helvétius, e il sensismo di Condillac). Tali teorie, da una parte, contenevano elementi rasserenanti in quanto allontanavano le superstizioni, ma dall'altra determinarono in lui l'angoscia davanti al "nulla eterno"[99], all'oblio che avvolge l'uomo dopo la morte.[100] Foscolo, infatti, si può definire ateo e razionalista, ma non areligioso. In lui il pessimismo e l'ansia di eternità si agitano dando un tono drammatico alla sua poesia e alla sua prosa.[101] Altre grandi ispirazioni, modelli di vita e di letteratura, furono per lui Giuseppe Parini e Vittorio Alfieri.[102]

Volendo recuperare alcuni valori spirituali non in contrasto totale con la ragione, egli non cerca di riavvicinarsi alla fede, come farà Manzoni, ma dà vita alla propria, personale "religione delle illusioni", ossia i valori insopprimibili nell'uomo: la patria (l'Italia, ma anche Zante, l'isola della Grecia dove nacque) - grande famiglia che garantisce "certezza d'are, di campi, di sepoltura"[103] - l'amore, la poesia, la libertà, la bellezza, l'arte, il piacere della vita e le nobili imprese che rendono degni di essere ricordati, tramite il sepolcro, che da legame di affetto, simbolo di civiltà, esempio per i compatrioti (un concetto caro agli uomini del Risorgimento[104]), diventa suscitatore di poesia eternatrice, e i monumenti diventano inutili ai morti ma giovano ai vivi, sempre che si tratti di sepolcri o memoriali di uomini illustri.[105] La morte non è meno vuota - e doloroso il pensiero dell'addio alla vita - se essa trascorrerà eternamente "all'ombra de' cipressi e dentro l'urne / Confortate di pianto"[106], ma le illusioni addolciranno il tutto:

« Illusioni! grida il filosofo. - Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de' baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell'uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele. »
(Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis[107])

Foscolo, oltre all'inquietudine tipicamente preromantica, è molto legato all'estetica neoclassica: fa frequente ricorso alla mitologia - come Giambattista Vico, il quale riprendeva la teoria di Evemero, egli crede che gli dèi furono eroi e persone illustri, poi resi immortali dai poeti e dagli uomini comuni -, vede nella Grecia classica, non solo la propria origine in quanto nato a Zante, ma il rifugio ideale di serenità (il "mito dell'Ellade"), lontano dal mondo dilaniato dalle guerre, ma sempre con lo sguardo rivolto alla realtà (Le Grazie), e dal punto di vista formale utilizza spesso gli endecasillabi.[108] Il suo neoclassicismo è però profondamente spiritualizzato, lontano dai vagheggiamenti stilizzati di gusto archeologico e decorativo. Foscolo, per certi versi erede di Alfieri, è considerato, come il maestro astigiano, uno dei simboli che i Romantici e i patrioti risorgimentali adottarono, proprio come auspicato dal poeta veneto nel celebre passo dei Sepolcri dedicato alla Basilica di Santa Croce a Firenze e alle sue tombe illustri. L'arte assume quindi anche una funzione civile, come già in Parini e Alfieri stesso. Dallo storicismo di Vico riprende anche l'idea che gli uomini primitivi, i quali nelle origini vivevano allo stato ferino, attraverso la religione, i matrimoni e la sepoltura sono gradualmente pervenuti alla civiltà.[109][110] Influenzato dalle tragiche vicende del suo tempo, Foscolo non nutre più la fiducia nel progresso e nell'umanità degli illuministi, ma descrive gran parte del mondo come regredito ad una "foresta di belve"[111], riprendendo le idee di Machiavelli e Hobbes[112]; questo gli provoca, dati i suoi ideali umanitari, un conflitto doloroso, perché il cambiamento presupponeva la rivoluzione e la rivoluzione portava comunque la guerra e la violenza fratricida.[113][114] Come molti intellettuali dell'epoca, Foscolo fu anche massone, iniziato nella "Loggia Reale Amalia Augusta" di Brescia.[115]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Ugo Foscolo.

Fuggendo in Svizzera nel maggio del 1815, il Foscolo affidò i suoi libri e gran parte dei manoscritti a Silvio Pellico il quale li vendette, qualche anno prima del suo arresto, all'amica del poeta Quirina Mocenni Magiotti e inviò il ricavato al Foscolo, nascondendosi, per delicatezza, nell'anonimato. Dalla Magiotti il fondo finì per pervenire alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove è tuttora conservato.[116]

L'altro gruppo di manoscritti, formatosi soprattutto durante l'esilio, passò in eredità alla figlia Floriana e poi al canonico spagnolo, esule in Inghilterra, Miguel de Riego, che li vendette a un gruppo di estimatori del Foscolo - tra i quali Gino Capponi - e da questi alla Biblioteca Labronica di Livorno.[88]

Altri autografi sono conservati alla Biblioteca Braidense di Milano, alla Universitaria di Pavia, alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma. Variamente sparse sono le lettere del Foscolo, mentre gli autografi dei Sepolcri, delle Odi, dei Sonetti e dell'Ortis furono a suo tempo distrutti dallo stesso poeta. Dei sonetti esistevano già molte copie stampate, spesso con divergenze minime nei testi, non potendo consultare l'originale.[117]

Componimenti poetici[modifica | modifica wikitesto]

Opere di attribuzione incerta[modifica | modifica wikitesto]

Romanzi e scritti in prosa[modifica | modifica wikitesto]

Opere teatrali[modifica | modifica wikitesto]

Altri scritti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "E mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch'entro mi rugge" (Alla sera)
  2. ^ Ugo Foscolo neoclassico
  3. ^ a b c d Mario Scotti, FOSCOLO, Ugo in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 49, Treccani, 1997. URL consultato il 24 gennaio 2012.
  4. ^ G. Nicoletti, Foscolo, Roma 2006, p. 21
  5. ^ Foscolo: vita e opere
  6. ^ Pecchio, p. 10-12
  7. ^ Pecchio, p. 14-15
  8. ^ Marcello Pagnini, "Il sonetto [A Zacinto]. Saggio teorico e critico sulla polivalenza funzionale dell'opera poetica", in Strumenti critici, 23 (1974), pp. 41-64.
  9. ^ Pecchio, p. 7-30
  10. ^ Breve storia degli ebrei d'Italia
  11. ^ Pecchio, p. 30-31
  12. ^ Michele Saponaro, Foscolo, Milano, Garzanti, 1943, p. 4.
  13. ^ Lettera del 29 ottobre 1794, Epistolario ottobre 1794 - aprile 1804, a cura di Plinio Carli, in Edizione Nazionale delle "Opere" di Ugo Foscolo, Firenze, Le Monnier, 1933, pp. 3-4
  14. ^ I componimenti, « un mero esercizio di apprendistato poetico », furono pubblicati postumi, a Lugano, nel 1831; G. Nicoletti, cit., pp. 22-23
  15. ^ Pecchio, p. 29-30
  16. ^ G. Nicoletti, cit., p. 22
  17. ^ Pecchio, p. 32-34
  18. ^ Articolo sull'influenza di Alfieri su Foscolo
  19. ^ Mario Pazzaglia, Antologia della letteratura italiana, in cui, tra l'altro, il critico letterario definisce l'Ortis "tragedia alfieriana in prosa".
  20. ^ Il mito di Parini nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis
  21. ^ «Al Tragico dell'Italia oso offrire la prima tragedia di un giovane nato in Grecia ed educato fra' Dalmati. Forse l'avrei presentata più degna d'Alfieri, se la rapacità de' tipografi non l'avesse carpita e stampata, aggiungendole a' propri difetti le negligenze della lor arte. Ad ogni modo accoglietela: voi avete de' diritti su tutti coloro che scrivono agl'Italiani, benché l'Italia "vecchia, oziosa e lenta" non può né vuol forse ascoltare. Né forse ve la offrirei, se non sperassi in me stesso di emendare il mio ardire con opere più sode, più ragionate, più alte; più, insomma, italiane. Addio.» (Ugo Foscolo, Epistolario, I, pp. 42-3; 22 aprile 1797)
  22. ^ "L'unico mortale ch'io desiderava conoscere era Vittorio Alfieri; ma odo dire ch'ei non accoglie persone nuove: ne io presumo di fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse da' tempi, da' suoi studj, e più ancora dalle sue passioni e dall'esperienza del mondo. E fosse anche una debolezza, le debolezze di si fatti mortali vanno rispettate; e chi n'e senza, scagli la prima pietra".
  23. ^ Ortis, Lettera del 17 marzo 1798, scritta in realtà nel 1816
  24. ^ Giuseppe Pecchio, Vita di Ugo Foscolo scritta da Giuseppe Pecchio, pag. 32
  25. ^ Il primo a fare parola del testo fu il biografo veneziano Luigi Carrer, che ne riportò alcuni stralci; L. Carrer, Prose e poesie edite inedite di Ugo Foscolo, Venezia 1852, pp. V e ss.; il Piano si può leggere in U. Foscolo, Scritti letterari letterari e politici dal 1796 al 1808 (volume VI dell'Edizione Nazionale delle Opere, a cura di G. Gambarin), Firenze, Felice Le Monnier, 1972, pp. 1-10
  26. ^ M. A. Terzoli, Foscolo, Roma-Bari 2010, p. 5
  27. ^ U. Foscolo, Scritti letterari e politici dal 1796 al 1808 (a c. di G. Gambarin, 1972), in Edizione Nazionale delle Opere, Firenze, Le Monnier 1933-1994, vol. VI, p. 9
  28. ^ Come affermato nel medesimo passo del Piano, nel sesto volume dell'Edizione Nazionale delle Opere, loc. cit.
  29. ^ G. Nicoletti, cit., p. 46; nel 1795 uscivano oltretutto a Milano le Odi di Parini
  30. ^ Pecchio, p. 34-35
  31. ^ B. Croce, Vite di avventure, di fede e di passione, Vita di Carlo Lauberg.
  32. ^ Foscolo su Biblioteca della letteratura italiana
  33. ^ Questa la definizione che il doge Ludovico Manin diede della Municipalità democratica
  34. ^ G. Nicoletti, cit., p. 24
  35. ^ Si veda la precisazione di T. Casini, in U. Foscolo, Poesie, lettere e prose letterarie, Firenze, Sansoni, 1964, pp. 44-45, nota 2
  36. ^ C. Del Vento, Un allievo della rivoluzione, Bologna 2003, pp. 31-32
  37. ^ Lettera di Gerolamo Polito ad Antonio Micheroux del 13 novembre 1797; si trova all'Archivio di Stato di Napoli, nella sezione Esteri, al n. 6854
  38. ^ Memorie apologetiche di Giovanni Andrea Spada scritte da lui medesimo, Brescia, s.t., 1801, vol. II, p. 8
  39. ^ C. Del Vento, cit., p. 32
  40. ^ C. Del Vento, cit., p. 33
  41. ^ Pecchio, p. 40
  42. ^ Così ricorderà la propria condizione scrivendo a Vincenzo Monti il 13 giugno 1810; Epistolario. Lettere del Foscolo e dei corrispondenti, vol. III (a cura di P. Carli), Firenze, Felice Le Monnier, 1953, p. 409, in Edizione nazionale delle Opere di Ugo Foscolo, cit. (l'Epistolario copre i volumi XIV-XXII)
  43. ^ Epistolario, cit., vol. I, p. 57 (Lettera del 20 novembre 1797)
  44. ^ C. Del Vento, cit, pp. 73-75
  45. ^ G. Gambarin, cit., p. XXVII
  46. ^ Si veda G. Gambarin, cit., pp. XXVIII e ss.
  47. ^ a b Pecchio, p. 50-60
  48. ^ Continuava a pesare sul Monti la Bassvilliana, poema antirivoluzionario, nonostante il futuro traduttore dell'Iliade ne avesse preso pubblicamente le distanze, sancendo la sua vicinanza alla causa patriottica
  49. ^ G. Gambarin, cit., pp. XLV-LI
  50. ^ Foscolo su Novecento letterario
  51. ^ Saponaro, pp.58-60
  52. ^ G. Chiarini, Gli amori di Ugo Foscolo, Bologna, 1892, vol. I, p. 50.
  53. ^ Foscolo su Homolaicus
  54. ^ Pecchio, p. 68-70
  55. ^ Pecchio, p. 60-68
  56. ^ Pecchio, p. 68
  57. ^ I testi videro la luce in ottobre sul « Nuovo Giornale dei Letterati »
  58. ^ Pecchio, p. 67-68; 83; 103-104
  59. ^ G. Nicoletti, cit., p. 28
  60. ^ Pecchio, p. 110-128
  61. ^ Margarer Campbell, Walter Wicks, The Italian Exiles in London, 1816-1848, p. 41
  62. ^ Foscolo segreto
  63. ^ Pecchio, p. 99-102
  64. ^ Pecchio, p. 131-135
  65. ^ 150 anni unità d'italia
  66. ^ Pecchio, p. 150-153
  67. ^ Pecchio, p. 153-161
  68. ^ G. Nicoletti, cit., p. 32
  69. ^ Pecchio, p. 161-169
  70. ^ Pecchio, p. 170 e segg.
  71. ^ Foscolo, Lettera apologetica
  72. ^ L. Aramroli, C. Verri, La rivoluzione di Milano del 1814
  73. ^ che ricordava un altro celebre esule, Dante Alighieri
  74. ^ Pecchio, p. 189-195
  75. ^ Epistolario, Lettera alla famiglia del 31 marzo 1815
  76. ^ Notizia intorno a Didimo Chierico
  77. ^ Pecchio, p. 189-200
  78. ^ Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, 1803
  79. ^ Pecchio, p. 201
  80. ^ Pecchio, p. 202-205
  81. ^ Paolo Borsa, Per l'edizione del Foscolo "inglese", in Prassi ecdotiche. Esperienze editoriali su testi manoscritti e testi a stampa, a c. di A. Cadioli e P. Chiesa, Milano, Cisalpino, 2008, pp. 299-335.
  82. ^ Cfr. P. Borsa, Appunti per l'edizione delle 'Epoche della lingua italiana' di Ugo Foscolo, in "Studi italiani", 47-48, 1-2 (2013), pp. 123-149 [ISSN 1121-0621 - ISSN 1724-1596].
  83. ^ Cfr. Ugo Foscolo, Antiquarj e Critici. On the Antiquarians and Critics, edizione critica bilingue a cura di Paolo Borsa, prima ristampa riveduta e corretta, Milano, Ledizioni, 2012 (La ragione critica, 1) - ISBN 978-88-95994-13-0
  84. ^ a b c Che latin lover quello Jacopo Ortis
  85. ^ Pecchio, p. 201-220; 232
  86. ^ Foscolo tra lettere d'amore e l'Ortis pag. 7
  87. ^ Old Chiswick Cemetery; dove Foscolo trovò sepoltura
  88. ^ a b c Gli ultimi anni di Foscolo
  89. ^ Eugenio Donadoni, Vita di Ugo Foscolo
  90. ^ Pecchio, p. 240
  91. ^ Pellegrino Artusi, Vita di Ugo Foscolo', p. 270
  92. ^ Venne cremato probabilmente dopo la riesumazione; cfr. Pellegrino Artusi, p. 271-274
  93. ^ Sepolcri, vv. 180-185
  94. ^ straniere genti, almen l'ossa rendete / allora al petto della madre mesta, da In morte del fratello Giovanni, vv. 13-14
  95. ^ L'arduo viaggio delle ceneri di Foscolo
  96. ^ Artusi, p. 264
  97. ^ Lucy Riall, Garibaldi: invention of a hero, Yale University Press, 2007, p.4
  98. ^ Mario Pazzaglia, Antologia della letteratura italiana, Foscolo
  99. ^ "Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme che vanno al nulla eterno" (Alla sera, v.8-9)
  100. ^ Dei sepolcri, v. 18
  101. ^ Sambugar, Salà, Letteratura modulare vol.1, Ritratto d'autore: Ugo Foscolo
  102. ^ Foscolo
  103. ^ Foscolo, Orazione inaugurale, come riportato da M. Pazzaglia, Letteratura italiana
  104. ^ come Giuseppe Mazzini, il quale vestì di nero in segno di lutto per l'oppressione, dopo aver letto l'Ortis
  105. ^ Foscolo, Lettera a M. Guillon sulla sua incompetenza a giudicare i poeti italiani
  106. ^ Sepolcri, vv. 1-2
  107. ^ lettera del 15 maggio 1798
  108. ^ Sambugar, Salà, op. cit.
  109. ^ "Dal dì che nozze tribunali ed are..."; Dei Sepolcri, vv. 91 e sgg.)
  110. ^ Le Grazie, Inno I, vv. 28-395 è ispirata alla descrizione dei "bestioni" primitivi, descritti da Vico nella Scienza nuova
  111. ^ Ortis, Lettera di Ventimiglia, 19-20 febbraio 1799
  112. ^ Foscolo, Orazione sull'origine e i limiti della giustizia
  113. ^ M. Pazzaglia, Note a Ugo Foscolo in Letteratura italiana
  114. ^ cfr. il sonetto Non son chi fui, perì di noi gran parte e il discorso pronunciato da Parini nell'Ortis, nella Lettara del 4 dicembre 1798
  115. ^ Goethe massone e poeta
  116. ^ Eraldo Bellini, Pellico, Foscolo e la «donna gentile»
  117. ^ cfr. i versi finali di In morte del fratello Giovanni, ad esempio; talune antologia riportano "almen l'ossa rendete" ed altre "l'ossa mia rendete", senza tuttavia che la metrica degli endecasillabi ne sia alterata
  118. ^ POESIA DI FOSCOLO GIALLO A CATANIA - la Repubblica.it

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