Cento Giorni
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Il termine Cento Giorni (in francese Cent-Jours, in inglese Hundred Days) indica il periodo della Storia francese, detto anche campagna di Waterloo o guerra della Settima Coalizione, compreso tra il ritorno di Napoleone I a Parigi (20 marzo 1815) dall'esilio all'isola d'Elba e la restaurazione della dinastia dei Borbone sotto Re Luigi XVIII (8 luglio 1815). La frase les Cent Jours fu usata per la prima volta dal Prefetto di Parigi, il conte di Chabrol, nel suo discorso di benvenuto al Re.
Il ritorno di Bonaparte avvenne durante il Congresso di Vienna, dal quale il 13 marzo, sei giorni prima che Bonaparte raggiungesse Parigi, le potenze riunite lo dichiararono 'fuorilegge'. Quattro giorni più tardi il Regno Unito, la Russia, l'Austria, la Prussia, i Paesi Bassi, il Regno di Sardegna e alcuni stati tedeschi membri della Settima Coalizione, si impegnarono a mettere in campo 150.000 uomini ciascuna per mettere fine al suo potere. Questa decisione pose le basi dell'ultimo conflitto nelle Guerre napoleoniche, della sconfitta di Bonaparte alla battaglia di Waterloo — una delle più famose battaglie della storia —, della seconda restaurazione della monarchia francese e dell'esilio permanente di Napoleone sull'isola di Sant'Elena, dove morì nel Maggio del 1821.
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[modifica] Il ritorno dell’imperatore
[modifica] La condanna all’esilio
Febbraio e marzo 1814 avevano visto, tra la Senna e la Marna, l’imperatore calzare gli stivali del 1793 per difendere il territorio nazionale palmo a palmo contro tutta l’Europa coalizzata. Incitati da Pozzo di Borgo e da Talleyrand, gli Alleati finirono per arrivare alle porte di Parigi mentre Napoleone cercava di arrestarli a Saint-Dizier. Dopo una vana corsa ad inseguimento, giunto troppo tardi, dovette ripiegare a Fontainebleau.
Nella sua reggia, incarica il gran scudiero Caulaincourt – già ambasciatore di Francia in Russia e amico personale dello zar, di negoziare con Alessandro I, il quale era disceso da Talleyrand, in rue Saint-Florentin, l’abdicazione in favore del Re di Roma, il figlio di Napoleone. Lo zar, che detesta i Borboni, non si oppone ma, avendo appreso la defezione del maresciallo Marmont, posto in avanguardia a Essonne, impone l’abdicazione senza condizioni.
Dopo un ultimo tentativo di contattare i suoi marescialli, Napoleone abdica e il Senato chiama «liberamente» Louis-Stanislas-Xavier de Bourbon «re dei Francesi, secondo il voto della nazione».
Poiché lo zar ha promesso un esilio degno di un imperatore, propone per Napoleone la Corsica a Caulaincourt, che rifiuta perché essa fa parte integrante della nazione francese, e allora chiede la Sardegna. Alessandro I, a sua volta, rifiuta la proposta, dal momento che quell’isola appartiene al re del Piemonte. Sul mappamondo, il dito dello zar scivola sull’isola d’Elba e questa è la prescelta. Caulaincourt, pensando che sia meglio di niente, è d’accordo, specie perché Inglesi e Prussiani dovrebbero essere meno accomodanti.
Il trattato di Fontainebleau dell'11 aprile 1814 stipula che Napoleone mantenga il titolo di imperatore, riceva in sovranità l'isola d'Elba e una rendita di due milioni di franchi dal governo francese, mentre l'imperatrice Maria Luisa diviene duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla.
Il 20 aprile Napoleone saluta a Fontainebleau i suoi collaboratori, funzionari e militari, s'imbarca a Fréjus e raggiunge Portoferraio il 3 maggio: lo stesso giorno Luigi XVIII entra trionfalmente a Parigi.
[modifica] Il viaggio di ritorno
Il trattato di Fontainebleau non è però rispettato, in quanto la rendita non viene pagata e Napoleone apprende che che al Congresso di Vienna si discute anche della possibilità di esiliarlo alle isole Azzorre o a Sant'Elena. Oltre tutto, il suo favorito Cipriani, mandato in Austria fin dal 1814, lo informa non solo dell'infedeltà della moglie ma anche che i suoi interessi politici coincidono con quelli dell'Austria e che sarà molto difficile che egli riveda mai il figlio, l'Aiglon, che è allevato a Vienna come un principe austriaco. A quel punto la partenza è inevitabile e Napoleone tenta il tutto per tutto.
Il 1° marzo 1815 lo sbarco, già previsto a Fréjus, avviene a Vallauris. Napoleone, che abitò nel Castello Salé ad Antibes nel 1794, conosce molto bene la regione; il primo bivacco si fa sulla riva di quello che oggi è chiamato il golfo Juan: l'«invasione del paese di un solo uomo» è cominciata.
Napoleone ha ordinato al generale Cambronne, che comanda l'avanguardia, di non sparare nessun colpo. La sorpresa e la rapidità sono le ragioni essenziali della riuscita dell'operazione. Di notte, attraverso le dune, viene raggiunta Cannes e Napoleone dorme in prossimità della cappella di Notre-Dame de Bon-Secours. Cambronne, che precede sempre il gruppo dell'imperatore di qualche ora, è partito per Grasse, la località più importante della zona, con i suoi 10.000 abitanti.
Aggira il Jeu-de-Ballon e fa provviste a Grimaud: non ci sono vie carrozzabili per superare la montagna poiché la strada, iniziata a costruire dall'altro verante a Sisteron, e il tragitto Grasse-Digne si percorre solo con le mulattiere che hanno sostituito la medievale strada del sale che aveva a sua volta preso il posto dell'antica via romana.
Il 2 marzo, dopo 64 chilometri, Napoleone giunge a Séranon dove la truppa bivacca nella neve a più di 1.000 metri. All'alba del 3 marzo si riprende la marcia per Castellane dove ci si può rifornire di cavalli e muli: Napoleone è accolto dal sottoprefetto Francoul, che è stato appena sostituito da Luigi XVIII e sta aspettando il suo sostituto. Dopo la sosta, si riprende il cammino per la sconnessa strada innevata del Col des Lèques e, lungo il fiume Asse si perviene, dopo una marcia in fila indiana di 44 chilometri, a Barrême dove Cambronne ha preparato un alloggiamento presso il giudice Tartanson. Il 4 marzo, dal Col de Corobin, il gruppo scende su Digne-les-Bains dove reimbocca la strada che attraversa la Bléone. L’imperatore scende all'albergo Petit-Paris, mentre Cambronne, a Malijai, requisisce il castello dei Noguier e il generale Drouot, comandante della retroguardia, fa stampare dei proclami.
La marcia riprende, in testa il colonnello Mallet con le tre compagnie di cacciatori della vecchia guardia, i marinai e i lancieri polacchi; di seguito, il capitano Loubers con le tre compagnie dei granatieri, i cannonieri e una trentina di ufficiali. In questo gruppo si trova l'imperatore, lo Stato maggiore e il tesoro; i fucilieri del Battaglione corso comandati da Guasco chiudono la marcia. Il generale Drouot, con un plotone, è alla retroguardia ed è rimasto a Digne ad aspettare che la stampa dei proclami sia pronta.
Mentre il piccolo esercito bivacca nei giardini del castello di Malijai, dove il fiume Bléone affluisce nella Durance, Cambronne è partito per Sisteron per impedire che venga eventualmente fatto saltare il ponte sulla Baume. All'alba del 5 marzo, Napoleone è sulla via per L'Escale e Volonne sulla riva destra della Durance, penetrando a Sisteron dalla porta del Delfinato. Pur tutto impacciato, il sindaco Gombert fa la sua bella figura e l'imperatore pranza all'albergo del Bras d'Or tenuto dal nonno del poeta Paul Arène.
Si riparte presto, perché bisogna fare 69 chilometri per essere a Gap quella sera stessa; attraverso La Saulce e Tallard, la truppa attraversa Porte Colombe e sbocca su piazza Jean-Marcellin, dove è già pronto un picchetto della Guardia nazionale a presentare le armi e a rullare i tamburi sull'aria de «Aux champs». L'accoglienza è entusiastica e Napoleone offre un contributo per la costruzione di rifugi sulle montagne soprastanti, gli ancor celebri «refuges Napoléon».
Il 6 marzo si lascia Gap per il ponticello di Burle e si sale il Col Bayard per ridiscendere sul fiume Drac e a Saint-Bonnet-en-Champsaur dove la popolazione acclama l'imperatore e molti vogliono unirsi a lui. Costeggiando il fiume, si sale per Chauffayer verso Corps dove Cambronne ha preparato gli alloggiamenti. Il 7 marzo è il giorno più lungo: «avventuriero a Corps, principe a Grenoble». Molto presto, l'armata si mette sulla strada per Grenoble. Cambronne la sopravanza di qualche ora con una compagnia di granatieri e alcune staffette polacche: ha aperto la strada impedendo ai soldati realisti venuti da Grenoble di far saltare il Pont-Haut, all'ingresso de La Mure, ma ora il generale Marchand, comandante della piazza di Grenoble, è fermamente deciso a fermare quell'impostore e a rinchiuderlo nel forte Barraux. Ha mandato un battaglione, comandato dal colonnello Lessard a prendere posizione a Laffrey, tra la collina e il lago, dove si allarga la «pianura dell'incontro», come la chiamerà Stendhal, una scena rappresentata dal pittore tedesco Carl von Steuben: Napoleone apre la sua redingote e avanza verso i soldati realisti esclamando: «Soldati del 5°! Riconoscete il vostro Imperatore! Se qualcuno di voi vuole uccidermi, eccomi qui!».
Da Laffrey si discende su Vizille, si passa davanti al castello di Lesdiguières e risalendo su Eybens, sul pianoro di Brié-et-Angonnes trova il reggimento di La Bédoyère venuto a unirsi a lui. A Grenoble, una lunga linea diritta conduce alla porta di Bonne, chiusa dal generale Marchand ma forzata dalla popolazione stessa. A notte Napoleone entra a piazza Grenette e va a dormire all'hôtel des Trois Dauphins, in rue Montorge, dove era già sceso, tenente d'artigliaria di guarnigione a Valence, nel 1791. In due giorni passati a Grenoble, riceve autorità, emettere decreti e manda, passando per Torino, un corriere a Maria Luisa, chiedendole di tornare a Parigi.
Il 9 marzo, nel pomeriggio, la colonna lascia Grenoble, ingrossata da alcune compagnie organizzate dal generale Auguste Debelle. Dopo una fermata a Voreppe, un’altra a Moirans e una terza, per la cena, a Rives, alle 3 della notte la truppa entra a Bourgoin-Jallieu che, malgrado l’ora, è tutta illuminata e in festa. La Guardia nazionale presenta le armi e l’Imperatore scende nell’hôtel du Parc, in rue Impériale, lo stesso dove soggiornò con Joséphine de Beauharnais il 16 aprile 1805, diretti in Italia. Lasciato il paese nel pomeriggio e traversata La Verpillière, si fa tappa all’hôtel de l'Aigle di La Guillotière.
Il 10 marzo, entrata trionfale a Lione, che il conte d'Artois, fratello di Luigi XVIII, con l’ausilio del maresciallo Macdonald, avrebbe voluto difendere sbarrando il ponte de La Guillotière. L’11 marzo a Lione, dopo essere disceso nel palazzo dell’Arcivescovado, Napoleone passa in rassegna le truppe in piazza Bellecour. Dirà a Sant’Elena tutto il piacere ritrovato nell’essere «ridiventato una grande potenza». Di qui manda un nuovo corriere a Maria Luisa e promulga undici decreti.
Il 13 marzo si parte per Villefranche dove 60.000 persone aspettano l’Imperatore; la sera è a Mâcon, che nel 1814 offrì poca resistenza agli Austriaci. Il prefetto Germain è fuggito il giorno prima, dopo aver diffuso un libello ingiurioso. E il giorno della diffusione del messaggio dei sovrani del Congresso di Vienna, ma ispirato da Talleyrand, dell’«assassinio virtuale».
Il 14 marzo Napoleone chiede del sindaco, un negoziante di vini chiamato Bonne, che è fuggito con il prefetto. Il sostituto Brunet si presenta tutto turbato e Napoleone si diverte a imbarazzarlo: «Dite, è vero che voi avete ricevuto l’anno scorso la duchessa d'Angoulême? – Sire…le circostanze.... - Ma avete fatto bene! È mia cugina!» Da Mâcon si va a Tournus, che ottiene la Legion d'Onore per la sua resistenza nel 1814 e la sera a Chalon-sur-Saône, dove si presenta una delegazione di Digione, che ha espulso sindaco e prefetto.
Il 15 marzo, partito da Chalon dopo aver nominato il nuovo prefetto e sottoprefetto, mette alla testa della 18^ divisione il generale Devaux, e consegna la Legione d’Onore al sindaco di Saint-Jean-de-Losne per la sua condotta nella campagna del 1814. Presa la strada della Borgogna, passa per Autun, dove destituisce le autorità municipali; nella notte, il barone Passinges, ufficiale d’ordinanza del maresciallo Ney che è a Lons-le-Saunier, viene ad annunciargli la sua fedeltà. Napoleone risponde: «Cugino, conservate il vostro comando. Mettete in campo le vostre truppe e raggiungetemi a Auxerre, dove vi riceverò come l’indomani di Elchingen e della Moscova».
Il 16 marzo, in calesse a sei cavalli, scortato dai lancieri polacchi in divisa rossa e nera, da Autun, attraverso La Roche-en-Brenil, Rouvray e Cussy-les-Forges arriva ad Avallon, dove il generale Girard lo attende con due nuovi reggimenti.
Il 17 marzo parte per Auxerre: cinque carrozze trasportano Napoleone e i suoi compagni: quella del prefetto Gamot, cognato di Ney, insieme col sottoprefetto Audibert, quella del generale Drouot, quella di Napoleone stesso, insieme con il generale Bertrand, quella dei segretari Fleury de Chaboulon, Rathery, Champollion e infine quella dei servitori: Marchand, il gigantesco Noverraz, Gentilini, il mamelucco Ali. Le carrozze entrano in prefettura attraverso una nuova porta, costruita nel 1810 dopo che la precedente era stata demolita per poter liberare il maresciallo Davout, rimasto imprigionato nella sua carrozza incastratasi tra le pietre. La sera Napoleone passa in rassegna, in piazza Saint-Étienne, il 14° Reggimento di linea del colonnello Bugeaud.
Il 18 marzo, a Auxerre, Napoleone scorre i giornali giunti da Parigi e i dispacci intercettati. Al suo fianco è anche il maresciallo Ney che, preso tra l’incudine e il martello, non sa bene quale sia il suo dovere: il nuovo regime non riconosce i suoi meriti di ventennale servizio per la Francia e ora la moglie, Aglaé Auguié, è rimasta a corte, dove subisce le angherie dei cortigiani di Luigi XVIII. Era giunto da Besançon, dove il maresciallo Soult, ministro della Guerra, l’aveva spedito a marciare contro gli invasori, ma a Lons-le-Saunier aveva preso congedo dai suoi generali di divisione Lecourbe e Bourmont. La defezione di Ney fece una forte impressione a Parigi.
Ad Auxerre Napoleone s’intrattiene intanto con i marinai che dall’Elba l’hanno portato in Francia; essi sono stupiti di vedere che un imperatore sa sulla marineria quanto un marinaio di lungo corso. La Guardia, arrivata a Chaumont agli ordini del maresciallo Oudinot, raggiunge Napoleone, che scrive ancora a Maria Luisa, che si trova a Vienna, una terza lettera: «Mia buona Luisa, la gente accorre in folla davanti a me. Reggimenti interi lasciano tutto per raggiungermi. Sarò a Parigi quando riceverai questa lettera. Raggiungimi con mio figlio. Spero di abbracciarti prima della fine del mese».
Il 19 marzo, domenica delle Palme, si organizza l’ultima tratta per Parigi: al sindaco di Sens Napoleone confida la possibilità che, in previsione del suo arrivo a Parigi, possano avvenire spargimenti di sangue. In realtà, Luigi XVIII, abbandonato dall’esercito, è già partito per Beauvais, accompagnato dal duca di Berry e dal maresciallo Marmont. I ministri partono quella notte.
La notizia della fuga del re arriva ai 20.000 uomini schierati tra Villejuif e Corbeil-Essonne: il 1° corpo di fanteria a Chevilly-Larue, il 2° corpo a Bourg-la-Reine con la cavalleria agli ordini di Kellermann. A sera, il maresciallo Macdonald fa pervenire l’ordine di ripiegare a Saint-Denis e di qui a Beauvais. Quella stessa notte l’imperatore è a Pont-sur-Yonne e, arrivato a Fossard, trova allineato lungo la strada il 13° Reggimento dei dragoni, i cui ufficiali hanno preferito seguire il re. Senza sapere che Luigi XVIII è fuggito dalla capitale ma avendo compreso che non troverà comunque alcuna resistenza, Napoleone, senza trombe né tamburi, raggiunge quella notte Fontainebleau, entrando nel castello illuminato attraverso il cortile del Cheval Blanc, quello degli addii dello scorso 20 aprile.
Il 20 marzo il generale Haxo, che credeva di raggiungere il re alle Tuileries, trova il palazzo deserto; Lavalette alle 7 del mattino assume la direzione della Posta e fa interrompere la pubblicazione del Moniteur universel. Mentre sulla strada tra Parigi e Fontainebleau è un accorrere di truppe e di gente venuta a vedere l’Imperatore, questi è diretto alla capitale, dove i generali Exelmans e Sébastiani hanno preso le redini dell’organizzazione. Nel primo pomeriggio il tricolore torna a sventolare alle Tuileries, agli Invalides, al Lycée Louis-le-Grand e Sadi Carnot, dalle finestre della sua abitazione, lo vede issato sulla colonna Vendôme.
[modifica] Le reazioni al ritorno dell'Imperatore
Il 18 marzo, in Olanda, il principe d’Orange, sovrano dei Paesi Bassi da qualche mese per decisione del Congresso di Vienna, dichiara di assumere il titolo di re dei Paesi Bassi e di duca del Lussemburgo. A Bruxelles passa in rivista le truppe che gli prestano giuramento, mentre la folla vede passare lo Stato maggiore olandese e verso sera, quei soldati allontanarsi e aprire la strada, come previsto, agli alleati inglesi. Attraverso una strada in pavée, attraversano un villaggio come ce ne sono tanti, dal nome ancora sconosciuto di Waterloo
Lo stesso giorno il duca d'Orléans è a Cambrai con il maresciallo Mortier. Crede che Napoleone farà cadere Luigi XVIII con tutta la sua dinastia, poi sarà deposto dagli Alleati e lui sarà messo sul trono. Ouvrard, Laffitte e gli altri venti banchieri che hanno in mano le fortune della Francia sono i più occupati del giorno: più di venti milioni di franchi stanno cambiando di mano.
Le Moniteur universel annuncia che la calma è stata ristabilita a Lione, che Marchand ha ripreso Grenoble, e che Napoleone è stretto in una morsa dalle truppe che risalgono il Rodano e quelle concentrate a Melun agli ordini del duca de Berry e di Macdonald. Quest’ultimo presenta le sue dimissioni al re, che le respinge. Chiede al re in quale dipartimento voglia ritirarsi, se le cose andranno male: «In Vandea», risponde Luigi XVIII. «In tal caso tutto è perduto. Ella vi ha di certo più partigiani di prima, ma la maggior parte non si muoverà : sono stanchi, nauseati della guerra civile e voi sarete inseguito ; controllate le coste, ogni ritirata sarà impossibile. Andate nelle Fiandre, lo spirito dei dipartimenti del Nord e del Pas-de-Calais è il migliore ove insediare il governo»
I generali Maison e Dessolles, fedeli al re, dicono a Blacas, il favorito del re, che si tengano pronti a sacrificare la vita attaccando Napoleone, ma che la loro resistenza non sarà mai perdonata e in caso di sconfitta perderanno la loro fortuna e dovranno esiliarsi. A ciascuno di loro sono consegnati 200.000 franchi. Intanto, la Borsa di Parigi crolla
Degli intellettuali, La Fayette ritorna in Auvergne. Madame de Staël chiude il suo salotto – ma Juliette Récamier lascia le porte aperte e Chateaubriand suggerisce di stringersi tutti attorno al re fino alla morte. Benjamin Constant, che ha appena terminato il suo Adolphe, scrive un articolo su Le Journal des débats: «È tornato quell’uomo tinto del nostro sangue, quell’Attila....»
Mentre in Italia Murat combatte per il suo regno, il 20 marzo, a Vienna l' Aiglon s'appresta a festeggiare i suoi 4 anni. All’annuncio dello sbarco del padre, è allontanato dal castello di Schönbrunn per il freddo palazzo di Hofburg dove è più facile sorvegliarlo. Si raddoppiano i guardiani, vestiti da domestici, con l’ordine di tenere d’occhio i tre francesi che restano e che vorrebbero partire subito: Madame de Montesquiou, Ménéval et Bausset. Il generale Neipperg saluta Maria Luisa e, al comando d’una divisione, va in Italia a combattere contro Murat, il genero dell'amante.
Lo stesso giorno a Londra, alla Camera dei Comuni, Samuel Whitbread, leader dei Whigs, che si oppongono alla guerra con la Francia, si alza per porre delle domande al potente Castlereagh, il primo ministro appena rientrato dal Congresso di Vienna. «È forse il momento, questo, di rilanciare l’Inghilterra in una guerra sul continente che finirà per sfinirci? La vostra famosa assemblea di Vienna ha fatto tanto da riportare Bonaparte sulla scena politica, investito di una nuova forza morale sui suoi nemici. Vorrei sapere se le Potenze non hanno dato a Bonaparte dei legittimi motivi di lamentela. Il trattato di Fontainebleau è stato violato? Si è pagata la pensione che gli era stata promessa? Si è cercato di togliere al giovane figlio di Bonaparte il ducato di Parma? Se Bonaparte trionfa, è verosimile che le grandi sconfitte subite gli avranno insegnato a giudicare meglio i suoi veri interessi e di conseguenza l’Inghilterra potrebbe restare in pace con lui»
[modifica] La scelta della nuova Costituzione
Occorre intanto formare al più presto un governo. Alla fine del mese il governo viene composto con Cambacérès alla Giustizia, Carnot all’Interno, Caulaincourt è ministro degli Esteri, Decrès alla marina, Gaudin è ministro delle Finanze, Davout è ministro della guerra e Mollien cura il Tesoro; capo della Polizia è l'esperto Fouché, che è poi, di fatto, il vero capo del governo. Occorre presentare una nuova Costituzione, in modo da tagliare ogni rapporto con il passato senza ripresentarsi come nella vecchia veste di autocrate. Mediante Fouchè, cerca di ingraziarsi gli intellettuali e Constant, invitato alle Tuileries, è nominato consigliere di Stato con l'incarico della redazione della nuova Carta costituzionale.
La Commissione incaricata dell'elaborazione della nuova Carta elaborò molte bozze, che si dividevano nella sostanza in due tipologie di progetti: il primo, ispirato ai principi del 1791, per i quali alla base dell'azione politica stanno le decisioni di un'Assemblea legislativa eletta democraticamente, e il secondo che afferma il principio autocratico della volontà dell'Imperatore. Fu naturalmente quest'ultimo a essere accettato da Napoleone.
La costituzione approvata rimase così sostanzialmente la stessa adottata l'anno precedente sotto Luigi XVIII, sotto forma di Atto addizionale, che veniva presentato, nella premessa, come un ulteriore perfezionalmento delle forme costituzionali già adottate in Francia fin dal tempo della Rivoluzione. Erano previste una Camera dei Pari, i cui membri erano scelti da Napoleone, e una Camera dei Rappresentanti, composta da 629 deputati, eletti dai sudditi francesi maschi almeno venticinquenni con voto palese - si sarebbe dovuto votare nelle prefetture - con l'aggiunta di rappresentanti degli industriali. Nell'Atto fu scritto l'esplicito divieto della possibilità di un ritorno dei Borboni in Francia.
[modifica] Bibliografia
- D. de Villepin, Les Cent-Jours: ou l'esprit de sacrifice, Perrin 2001 ISBN 2-262-01397-7
- J. Tulard, Les vingt jours, Fayard 2001
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