Ultime lettere di Jacopo Ortis

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« La vecchia generazione se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte. [...] E non si sentì più una voce fiera, che ricordasse i dolori e gli sdegni e le vergogne fra tanta pompa di feste e tanto strepito di armi.
Comparve Jacopo Ortis. Era il primo grido del disinganno, uscito dal fondo della laguna veneta, come funebre preludio di più vasta tragedia. Il giovane autore aveva cominciato come Alfieri: si era abbandonato al lirismo di una insperata libertà. Ma quasi nel tempo stesso lui cantava l'eroe liberatore di Venezia[1], e l'eroe mutatosi in un traditore vendeva Venezia all'Austria. Da un dì all'altro Ugo Foscolo si trovò senza patria, senza famiglia, senza le sue illusioni, ramingo. Sfogò il pieno dell'anima nel suo Jacopo Ortis. La sostanza del libro è il grido di Bruto: "O virtù, tu non sei che un nome vano". Le sue illusioni, come foglie di autunno, cadono ad una ad una, e la loro morte è la sua morte, è il suicidio. »
(Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Rizzoli, Milano 2013, pp. 939-940.)
Ultime lettere di Jacopo Ortis
Andrea Appiani Ritratto di Ugo Foscolo Pinacoteca di Brera 1801-1802.jpg
Ugo Foscolo ritratto da Andrea Appiani nel 1802
Autore Ugo Foscolo
1ª ed. originale 1802
Genere romanzo
Sottogenere epistolare
Lingua originale italiano
Ambientazione Nord Italia, 1797 - 1798
Protagonisti Jacopo Ortis
Antagonisti Napoleone; il signor T.
Altri personaggi Teresa, Odoardo, Lorenzo Alderani, Giuseppe Parini, Isabellina, Michele, la madre di Jacopo

Ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo di Ugo Foscolo, considerato il primo romanzo epistolare della letteratura italiana, nel quale sono raccolte le lettere che il protagonista, Jacopo Ortis, mandò all'amico Lorenzo Alderani, che dopo il suicidio di Jacopo, le avrebbe date alla stampa corredandole di una presentazione e di una conclusione. Vagamente ispirato ad un fatto reale, e al modello letterario de I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe, l'opera risente molto dell'influsso di Vittorio Alfieri, al punto da essere definito[2] "tragedia alfieriana in prosa".

Genesi dell'opera[modifica | modifica sorgente]

La vicenda trae origine dal suicidio di Girolamo Ortis, uno studente universitario nato a Vito d'Asio (Pordenone) il 13 maggio 1773 e morto il 29 marzo 1796. Foscolo mutò il nome di Girolamo in Jacopo, in onore di Jean-Jacques Rousseau. Nel paese nativo esiste tuttora la casa del giovane, ristrutturata dagli eredi a seguito del terremoto del Friuli del 6 maggio 1976.

L'idea dell'opera risale al 1796 quando Foscolo, nel suo Piano di studi dove tentava di dare una sistemazione organica alla sua cultura, nominava un romanzo dal titolo "Laura, lettere" che si ispirava al suo amore per Isabella Teotochi Albrizzi. Il primo Ortis vide l'inizio della pubblicazione a Bologna nel 1798 ma venne interrotto a causa della guerra contro gli Austro-russi alla quale Foscolo partecipò. L'editore volle che l'opera venisse completata e la affidò ad un certo Angelo Sassoli facendola poi pubblicare nel 1799 cambiando il titolo con "Vera storia di due amanti infelici" e modificandone alcune parti sia per farla accettare al grosso pubblico, sia per evitare il sequestro della censura.

Nel 1801 Foscolo, dopo aver sconfessato l'edizione del Sassoli, riprese l'opera e la pubblicò a Milano. In seguito il romanzo veniva stampato prima a Zurigo nel 1816 con l'aggiunta di una lettera polemica contro Napoleone, alcune modifiche più che altro di forma e una interessante "Notizia bibliografica" e in seguito a Londra nel 1817.

Il romanzo si ispira alla doppia delusione avuta da Foscolo nell'amore per Isabella Roncioni che gli fu impossibile sposare e per la patria, ceduta da Napoleone all'Austria in seguito al Trattato di Campoformio. Il romanzo ha, quindi, chiari riferimenti autobiografici. Nella forma e nei contenuti è molto simile a I dolori del giovane Werther di Goethe (anche se a tratti richiama la Nuova Eloisa di Jean-Jacques Rousseau); per questo motivo alcuni critici hanno addirittura definito il romanzo una brutta imitazione del Werther. Tuttavia, la presenza del tema politico, assai evidente nell'Ortis e appena accennato nel Werther segna una differenza rilevante tra i due libri. Inoltre si avvertono la presenza dell'ispirazione eroica di Vittorio Alfieri e l'impegno civile e politico del poeta in quegli anni.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Jacopo Ortis è uno studente universitario veneto di passione repubblicana[3], il cui nome è nelle liste di proscrizione. Dopo aver assistito al sacrificio della sua patria si ritira, triste e inconsolabile, sui colli Euganei, dove vive in solitudine. Passa il tempo leggendo Plutarco, scrivendo al suo amico, trattenendosi a volte con il sacerdote curato, con il medico e con altre persone buone. Jacopo conosce il signor T., le figlie Teresa e Isabellina, e Odoardo, che è il promesso sposo di Teresa, e comincia a frequentare la loro casa. È questa, per Jacopo, che è sempre tormentato dal pensiero della sua patria schiava e infelice, una delle poche consolazioni.

Un giorno di festa aiuta i contadini a trapiantare i pini sul monte, commosso e pieno di malinconia, un altro giorno con Teresa e i suoi visita la casa del Petrarca ad Arquà. I giorni trascorrono e Jacopo sente che il suo amore impossibile per Teresa diventa sempre più grande. Jacopo viene a sapere dalla stessa Teresa che essa è infelice perché non ama Odoardo al quale il padre l'ha promessa in sposa per questioni economiche, nonostante l'opposizione della madre che ha perciò abbandonato la famiglia.

Ai primi di dicembre Jacopo si reca a Padova, dove si è riaperta l'Università. Conosce le dame del bel mondo, trova i falsi amici, s'annoia, si tormenta e, dopo due mesi, ritorna da Teresa. Odoardo è partito ed egli riprende i dolci colloqui con Teresa e sente che solo lei, se lo potesse sposare, potrebbe dargli la felicità. Ma il destino ha scritto: "l'uomo sarà infelice" e questo Jacopo ripete tracciando la storia di Lauretta, una fanciulla infelice, nelle cui braccia è morto il fidanzato ed i genitori della quale sono dovuti fuggire dalla patria.

I giorni passano nella contemplazione degli spettacoli della natura e nell'amore per Jacopo e Teresa, i quali si baceranno per la prima volta in tutto il romanzo. Egli sente che lontano da lei è come essere in una tomba ed invoca l'aiuto della divinità. Si ammala e, al padre di Teresa che lo va a trovare, rivela il suo amore per la figlia. Appena può lasciare il letto scrive una lettera d'addio a Teresa e parte. Si reca a Ferrara, Bologna e Firenze. Qui visita i sepolcri dei "grandi" a Santa Croce. Poi viaggia fino a Milano, portandosi sempre dietro l'immagine di Teresa e sentendosi sempre più infelice e disperato, dove incontra il Parini. Vorrebbe fare qualcosa per la sua infelice patria ma Giuseppe Parini con il quale ha un ardente colloquio, lo dissuade da inutili atti d'audacia. Inquieto e senza pace decide di andare in Francia ma, arrivato a Nizza si pente e ritorna indietro. Quando viene a conoscenza che Teresa si è sposata sente che per lui la vita non ha più senso. Ritorna ai colli Euganei per rivedere Teresa, va a Venezia per riabbracciare la madre, poi ancora ai colli e qui, dopo aver scritto una lettera a Teresa e l'ultima all'amico Lorenzo Alderani, si uccide, piantandosi un pugnale nel cuore.

La lettera di apertura del Romanzo[modifica | modifica sorgente]

La lettera è indirizzata a Lorenzo Alderani ed è stata scritta l'11 ottobre 1797. Jacopo fa riferimento al sacrificio della patria ormai "consumato". Egli così fa intendere di aver perso ogni speranza per la patria e per sé stesso.

Temi principali del romanzo[modifica | modifica sorgente]

In questo romanzo è presente l'ispirazione eroica di Vittorio Alfieri. Il suicidio qui va inteso come scelta dell'ultima libertà che il destino non può togliere, quindi assume un alto valore spirituale in quanto dimostra che nella vita sono essenziali gli ideali senza i quali l'esistenza diventa priva di significato e di dignità.

La patria è un altro motivo presente, peraltro sacro al Foscolo. "Il sacrificio della patria nostra è consumato...": è un'affermazione scritta all'inizio dell'opera in cui confluisce anche la delusione storica dell'intellettuale giacobino italiano (trattato di Campoformio; delusione per la fine delle repubbliche democratiche del 1799).

Si presenta poi conflittuale il rapporto intellettuale-società, connotazione fondamentale del Romanticismo europeo. La società tutta, impegnata solo ad occuparsi del benessere materiale, appare indifferente al richiamo ai valori ideali e al sacrificio, richiamo fatto dall'intellettuale: "In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano, l'universalità che serve; e i molti che brigano. Noi [gli intellettuali] non possiamo comandare, né forse siamo tanto scaltri.[...] Tu mi esalti sempre il mio ingegno: sai quanto io vaglio? né più né meno di quanto vale la mia entrata...." (4 dicembre 1799).

L'amore mostra un dissidio già romantico fra natura e intelletto, fra passione e dovere: "Bensì Teresa parea confusa, veggendosi d'improvviso un uomo che la mirava così discinta [...]; essa tuttavia proseguiva, ed io sbandivo tutt'altro desiderio, tranne quello di adorarla e udirla" (3 dicembre). Anche il paesaggio, ora pittoresco ora idillico come in Rousseau, ora cupo secondo i moduli dell'ossianismo, riflette questo dissidio interiore.

Le illusioni sono invece viste in funzione consolatrice e come fonte di generose passioni:"Illusioni! grida il filosofo. Or non è tutto illusione? tutto! [....] Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mio spaventa ancor di più) nella rigida e noiosa indolenza, e se questo cuore non vorà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele" (15 maggio 1798).

Viene pure anticipato da Foscolo anche un motivo fondamentale delle sue opere: la morte e la speranza di essere compianto ("la morte non è dolorosa"), la sepoltura nella propria terra (lettere dell'11 ottobre 1797 e del 25 maggio 1798).[4][5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Nota 126: «Nell'ode A Bonaparte liberatore che è del 1797, anno del trattato di Campoformio».
  2. ^ Mario Pazzaglia, Antologia della letteratura italiana
  3. ^ Il nome è in effetti quello di un universitario padovano morto suicida.
  4. ^ Aldo Giudice, Giovanni Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, vol. 3, tomo primo, ed. Paravia, 1978, pp. 62 e sgg.
  5. ^ F. Gavino Olivieri, Storia della letteratura italiana, '800-'900, Nuove Edizioni Del Giglio, Genova, 1990, pag. 13.

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