Vincenzo Monti

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« Vincenzo Monti cavaliero, traduttor de' traduttor d'Omero »
(Ugo Foscolo)
Vincenzo Monti, 1809, dipinto di Andrea Appiani presso la Pinacoteca di Brera a Milano

Vincenzo Monti (Alfonsine, 19 febbraio 1754Milano, 13 ottobre 1828) è stato un poeta, drammaturgo e scrittore italiano.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] I primi anni

Monti, figlio di Fedele e Domenica Maria Mazzari, proprietari terrieri, nacque ad Alfonsine, in provincia di Ravenna. Aveva tre fratelli (tutti più vecchi di lui) e cinque sorelle. Narrano i biografi che all'età di cinque anni cadde nel fosso del mulino della proprietà, salvandosi miracolosamente.[1] A otto anni fu condotto a Fusignano, dove ebbe come maestro don Pietro Santoni, rinomato come poeta dialettale. Nel 1766 entrò nel seminario di Faenza. Vi rimase dai dodici ai diciassette anni, e nel 1771 manifestò l'intenzione di entrare nell'Ordine Francescano. Privo di una vera vocazione, accantonò presto l'idea, e si trasferì a Ferrara, dove studiò diritto e medicina all'Università.

Dimostrò però soprattutto un talento sorprendente e precoce per le lettere, e già nel luglio 1775 venne ammesso all'Accademia dell'Arcadia con il soprannome di Antonide Saturniano e poté pubblicare l'anno successivo il suo primo libro, La visione di Ezechiello, impostato sul modello varaniano delle Visioni sacre e morali, che godeva di molta fortuna all'epoca, specialmente nell'entourage arcadico.[2]

[modifica] Il periodo romano

Tre anni dopo, invitato dal legato pontificio a Ferrara - il cardinale Scipione Borghese - si recò a Roma dove ottenne l'appoggio di Ennio Quirino Visconti, cui dedicò l'anno seguente un saggio di poesie dal forte influsso metastasiano (si consideri solo il titolo dell'ultimo componimento, Giunone placata, che ricorda la Didone abbandonata). Vide la luce, nello stesso anno del Saggio, anche la Prosopopea di Pericle, poema d'occasione suggerito a Monti da Visconti, in seguito al ritrovamento, in una villa di Tivoli, di un'erma del grande condottiero ateniese. Tutto ciò funge da pretesto per glorificare l'età presente, considerata superiore a quella classica.

Le opere di questo periodo sono fortemente influenzate dalla necessità di emanciparsi economicamente dalla famiglia, ed è quindi naturale che in esse predomini il tono adulatorio, all'interno, tuttavia, di una cornice stilistica molto armoniosa e cristallina, in cui gli stilemi neoclassici predominano, anche se non mancano contaminazioni provenienti dalla letteratura sepolcrale e dall'incipiente gusto romantico.

D'occasione è anche il poema successivo, La bellezza dell'universo (1781), e vale la definitiva consacrazione montiana nel mondo delle lettere. Nel febbraio del 1782 fu presentato a papa Pio VI, mecenate e verseggiatore, ed entrò nelle grazie del suo ambiente. Un cardinale francese, nel frattempo, gli commissionò, dietro lauta ricompensa, l'ennesima prestazione d'occasione; si tratta di due cantate in onore del Delfino di Francia che era appena venuto alla luce, Luigi Giuseppe.

Pio VI ritratto da Pompeo Batoni


Il suo stile abbandona la fredda adulazione con gli sciolti Al principe Sigismondo Chigi, e ancor più con i celebri Pensieri d'Amore, dove freme di passione disperata per una giovinetta che la critica ha identificato nell'educanda Carlotta Stewart, che Monti aveva conosciuto tra settembre e ottobre. Il modello dell'opera è da ricercare senz'altro nel Werther, che Monti lesse nella traduzione francese, e con cui condivideva il nome della protagonista femminile. I Pensieri d'amore adottano uno stile più malinconico e sincero, e costituiscono le prime avvisaglie di un avvicinamento alla poetica romantica, tanto che lo stesso Leopardi ne trarrà ispirazione per alcuni dei suoi componimenti più famosi.[3]

Tuttavia è ancora presto, la sua poesia rimane nel solco della tradizione arcadica e in sintonia con la lezione degli illuministi. Monti continua a frequentare l'Accademia, e qui recita le due opere successive, il sonetto Sopra la morte e l'ode Al signor di Montgolfier. Nel 1784 comincia a metter mano a un testo sul quale ritornerà per tutta la vita, senza mai riuscire a completarlo. Si tratta della Feroniade, il cui titolo rimanda alla ninfa amata da Zeus e perseguitata da Giunone. Anche qui non manca il pretesto: questa volta si vuole glorificare l'intenzione di Pio VI di bonificare le paludi dell'Agro Pontino. L'opera che ci è stata tramandata conta ben 2000 versi sciolti.

Tra il maggio del 1781 e quello del 1783 Vittorio Alfieri trascorse il suo secondo soggiorno romano, e nell'Urbe fece conoscere alcune delle sue tragedie (sono in particolare gli anni della composizione del Saul). Monti, che per Alfieri nutriva un'ammirazione mista a invidia,[4] pensò di virare verso il genere tragico, cercando di soddisfare il pubblico che per opere di questo tipo chiedeva, come ebbe a rilevare de Sanctis, uno stile che fosse una via di mezzo tra la durezza alfieriana e l'espressività metastasiana.

In questo modo nacque l'Aristodemo, storia dei tormenti di un padre che ha ucciso la figlia per ambizione. La fonte è classica: ci narra la storia il greco Pausania, e l'argomento era già stato messo in tragedia nel secolo precedente da Carlo de' Dottori, in un'opera che offre alcuni spunti ravvisabili nel testo montiano.[5] L'opera, rappresentata il 16 gennaio 1787 al teatro Valle (la prima assoluta risale all'anno precedente, a Parma), riscosse un ampio successo, per quanto non siano poi mancate, in un secondo momento, delle voci critiche. In ogni caso Monti era sempre più protagonista indiscusso della vita letteraria romana.

Sull'onda del successo scrisse ancora due tragedie, una modesta, Galeotto Manfredi (1787), e una di maggior spessore, Caio Gracco, che ebbe una gestazione più lunga (1788-1800). Quest'ultima riscosse grandi apprezzamenti nella rappresentazione milanese del 1802.

Nel 1791 sposò Teresa Pikler, figlia di Giovanni Pikler (1734-1791) famoso intagliatore romano di gemme. Dal matrimonio nacquero due figli, Costanza e Francesco, quest'ultimo morirà tuttavia in tenera età. Nella città eterna lavorò al servizio del Conte Luigi Braschi Onesti, nipote di papa Pio VI.

Il 13 gennaio 1793 l'inviato francese Hugo Basseville fu ucciso nella via pubblica dove circolava esibendo il simbolo dei rivoluzionari francesi, la coccarda. L'episodio esaltò gli impulsi antirivoluzionari che si agitavano in Italia e in particolar modo a Roma. Una miriade di opere fu composta per sottolineare la divina punizione cui la sacrilega Francia è andata incontro. La voce più alta la leva Monti nella celebre Cantica in morte di Ugo di Basseville, composta tra il gennaio e l'agosto di quell'anno. Senza contraddire le proprie basi arcadiche, il poeta traspone i ghiribizzi del suo stile elevato ed etereo in un componimento che ha una portata certamente maggiore rispetto a quelli precedenti. Il successo è immediato, tanto da portare a 18 edizioni nel giro di sei mesi.

Il modello della Bassvilliana, scritta in terzine, è certamente dantesco, ma non manca l'influenza, a livello schematico, della Messiade di Klopstock, che in quegli anni aveva anche pensato di tradurre dal francese (essendo privo di conoscenze del tedesco).[6] Monti tuttavia si fermò al quarto Canto, e passò alla composizione di un'opera più incline ai suoi favoleggiamenti mitici, La Musogonia (1793-1797), lasciata anch'essa a metà e foriera di spunti per le opere non lontane di Manzoni (Urania) e Foscolo (Le Grazie).

Inizialmente quindi su posizioni contrarie alla rivoluzione francese, che trovarono spazio anche ne La Feroniade e ne La Musogonia, Monti diede tuttavia presto spazio nuovamente allo spirito che spesso lo contraddistinse: schierarsi col più forte per salvare la pelle. Gli sconvolgimenti politici e l'ormai evidente affermazione di Napoleone lo portarono a schierarsi dalla sua parte e ad accogliere nella sua casa romana il colonnello Marmont, che era giunto nell'Urbe per ratificare i patti di Tolentino con cui si umiliava la figura del pontefice. Scrisse anche in questo periodo un sonetto anonimo, Contro la Chiesa dei Papi, in cui preconizza la giusta punizione per una Istituzione che si era allontanata dal proprio spirito originario.

Il Monti, che pure nel frattempo continuava a tenere il piede in due staffe (era ancora stipendiato dalla corte del Papa e cercava di mantenerne i favori fino alla fine), si vide costretto ad abbandonare Roma, dove troppi ormai sarebbero stati i rischi. Fu così che nella notte del 3 marzo 1797 fuggì in carrozza.


[modifica] Il periodo milanese

Dopo un breve soggiorno fiorentino e dopo essere passato per Bologna (dove conobbe Foscolo, con cui fu legato da profonda amicizia), il 18 luglio 1797, solo pochi giorni dopo la proclamazione della costituzione della Repubblica Cisalpina, egli giunse a Milano. Il momento è opportuno per un voltafaccia: in modo da cancellare il ricordo della Bassvilliana scrive tre poemetti per rinnegarla (Il Fanatismo, La Superstizione e Il Pericolo) e avvia il Prometeo, dedicato a Napoleone e rimasto incompiuto all'inizio del quarto canto.

A Bologna conobbe Foscolo, cui fu legato da profonda affinità spirituale e letteraria


L'arrivo del Bonaparte è visto come unica speranza perché l'Italia trovi coesione interna e libertà. Napoleone diviene pari a un Dio dell'Antichità, senza rivali degni in terra. Così anche senza pietà il Monti trasforma gli elogi di cui aveva ricoperto il Papa e il re in altrettanto forti vituperi (rispettivamente in un sonetto e in un inno). Persino l'onta di Campoformio, che tanto indignò Foscolo, lo porta, in una canzonetta metastasiana dal titolo La pace di Campoformio, a scusare il tradimento in quanto, almeno, è giunta la pace.

Tornati gli austriaci nel corso della campagna d'Egitto, Monti si rifugiò a Parigi, per tornare al seguito di Napoleone nel marzo 1801, alcuni mesi dopo Marengo. Al periodo parigino risale la Mascheroniana, opera in cinque canti in terzine sulla falsariga della Bassvilliana, rimasta incompleta e scritta in occasione della morte di Lorenzo Mascheroni, avvenuta il 14 luglio 1800. Il poema svela un Monti moderato, quindi più autentico, deluso sia dai primi che dai secondi entusiasmi, ossia la corte papale e Napoleone. Tuttavia l'ispirazione non raggiunge le vette dell'opera-modello, e nelle vicende post mortem di Mascheroni, in un Paradiso immobile abitato da alcune anime a lui affini (quali Parini, Spallanzani, Beccaria), si avverte uno stridore con il contesto storico che mal si adattava a vagheggiamenti astratti.

In ogni caso, in una lettera Stendhal raccontò come molti anni dopo, a Milano, durante un pranzo in casa di Breme Byron fosse rimasto estasiato nell'ascolto dei versi montiani, segno che la pulizia delle immagini e lo stile classicheggiante continuavano a sostenere il poeta, frutto di un'innata vena lirica.[7]


Quando Napoleone riprese il controllo della Cisalpina, Monti si lasciò andare ad una canzonetta entusiasta, preludio a un prossimo ritorno in Italia e sincero giubilo per le sorti dell'amata patria: si tratta di Per la liberazione dell'Italia, uno dei suoi componimenti più popolari.

Dopo la battaglia di Marengo, del 14 giugno 1800 Monti si vide infine premiato, e Napoleone ne fece il proprio aedo, il proprio poeta di corte, assegnandogli anche la cattedra di eloquenza presso l'Università di Pavia, che il 25 giugno 1800 fece riaprire dopo la chiusura imposta dagli Austro-Russi. Monti inizierà l'insegnamento solo nel 1802, in quanto decise di rimanere ancora qualche mese in Francia, dove scrisse l'ultima tragedia, il Gracco, e dove terminò la traduzione de La pucelle d'Orléans di Voltaire.

Nel 1802 Monti si insedia all'Università di Pavia e vi tiene lezioni tra il 1802 e il 1804, ricevendo la nomina di poeta del governo italico. In questo periodo delle lezioni pavesi Monti si discosta nettamente dai giovanili ardori per i moderni di marca illuminista. Nelle sue lezioni la capacità di "invenzione", in pratica l'originalità, è accordata solo agli antichi. Il "progresso" concerne le sole scienze; nella poesia non si ha progresso, semmai "regresso" poiché i suoi elementi furono già interamente scoperti dagli antichi.

Di questo magistero pavese ben poco ci è giunto: Monti ricevette numerose censure, oltre all'impedimento della stampa degli ultimi due capitoli della Mascheroniana, pubblicati solo postumi. Questo Monti censurato ci appare distante da quello voluto da de Sanctis, "segretario dell'opinione dominante"; se il governo dovette ripetutamente impedirne gli scritti, è palmare che Monti non ne promuoveva gli interessi. Dunque neanche esatto è definire Monti come "poeta del consenso".

Delle lezioni pavesi ne sono pervenute solo nove e il frammento di una decima. La lezione VI° è consacrata a Socrate e risponde all'obiettivo di promuovere modelli ideologico-letterari "convenienti". Monti scarta Demostene, nonostante sia un classico giudicato come "modello di eloquenza": ciò perché lo ritiene inadatto ad essere proposto alla meditazione degli allievi. La sua eloquenza gli appare quasi tutta deliberativa e politica, "pericolosa" per l'attuale forma di stato: non più una "turbolenta democrazia" ma una "tranquilla e temperata repubblica". "Non più di Demosteni c'è bisogno, ma di Socrati".

Dopo che Napoleone s'incoronò Re d'Italia nel 1805 Monti divenne lo storico e poeta ufficiale di corte, componendo molte liriche inneggianti a Bonaparte, alle sue vittorie e alla sua politica, come la poesia "Bardo della Selva nera". Quest'opera celebra Napoleone tramite le parole di uno dei suoi soldati sopravvissuto alla battaglia di Austerlitz.

Al Còrso sono dedicate molte delle opere negli anni successivi, ispirate sia ai motivi della mitologia classica, sia a modelli più vicini. Ma i migliori risultati poetici del Monti sono in realtà costituiti dalle traduzioni, laddove non è frenato dalla sua scarsa fantasia ma può bene mettere in mostra il suo talento dialettico e formale, la sua eleganza compositiva: tra il 1798 e 1799, in una fase di profondo distacco dal suo passato papalino, cura la traduzione in ottave dell'irriverente poema satirico di Voltaire La Pucelle d'Orléans, sulle vicende di Giovanna d'Arco, in chiave sorprendentemente comica e piena di ritmo (il lavoro sarà poi pubblicato postumo nel 1878).

Un'altra prova di virtuosismo è costituita dalla versione delle Satire di Persio (1803), ma è la traduzione dell'Iliade in endecasillabi sciolti, terminata e pubblicata nel 1810, il suo vero capolavoro. Essa non offre un'immagine fedele del testo omerico, ma un suo travestimento in equilibrate forme neoclassiche. Il mondo eroico è rappresentato con continui effetti trionfali, i sentimenti dei personaggi si arricchiscono di sfumature intimiste e malinconiche. Una traduzione che pare costruita sulla misura dell'Italia napoleonica, tra gli echi delle guerre europee e lo spirito militare che penetrava anche nell'Italia prerisorgimentale.

Il 23 gennaio 1812 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca[8].

Dopo la sconfitta di Napoleone, Monti non si fece scrupoli nel dedicare pari lodi al nuovo sovrano, l'imperatore d'Austria e Re del Lombardo-Veneto Francesco I, e ne fu ricompensato conservando il ruolo di poeta di corte.

Il Monti di questi anni rivendica il merito di una "Riforma" intervenuta nella letteratura nel ventennio tra la Bassvilliana e la sua traduzione dell'Iliade, passando per la Mascheroniana; una ripresa dello studio dei classici, e di Dante. Lo afferma in una lettera del 1815, rispondendo all'invito di scrivere lui una prefazione alla Biblioteca Italiana, periodico voluto dall'Austria.

Nella lettera dice anche che due ostacoli lo disturbano: la parte scientifica, per la quale ha bisogno che "altri gli forniscano il materiale", e il suo riconoscersi come personaggio fondamentale per la letteratura di allora, e quindi la prospettiva di ritrovarsi a parlare di sé stesso nella prefazione (non volendosi dare meriti altrui ma nemmeno omettere ciò di cui si crede meritevole). Importante è la parola "Riforma", che veniva utilizzata in origine per il Neoclassicismo; ma Monti fa partire questa riforma dal 1793 (il Neoclassicismo nasce secondo Carducci con la pace di Aquisgrana nel 1748 e per gli studiosi più recenti con le scoperte di Pompei e gli scritti di Winckelmann) e la fa concludere al più tardi nel 1812; la descrive come riforma esclusivamente letteraria e quindi in niente debitrice a Winckelmann, alle arti, all'archeologia.

"Riforma" è una parola d'autore. Questo convalida le tesi di Carducci, sul fatto che quello che noi chiamiamo Neoclassicismo si occupasse non della vecchia letteratura (De Sanctis) ma della nuova letteratura. Monti vede il futuro nel passato: per lui il poeta più attuale è Dante. Spezza così il primato petrarchesco di allora in favore di Dante che era considerato duro, aspro, talvolta sgradevole, affiancandovi Omero, "il più grande dei poeti".

Successivamente, il vecchio Monti scrisse anche canzoni più intime e familiari, come la canzone "Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler", scritta nel 1826. Si schierò in difesa dell'uso in letteratura della mitologia e della tradizione classica, ma mantenne buoni rapporti con gli esponenti delle nuove tendenze romantiche e nel 1827 espresse giudizi entusiastici sulla lettura dei Promessi Sposi. Negli ultimi anni di vita lavora al poemetto in tre canti in endecasillabi sciolti La Feroniade, iniziato già nel periodo romano per esaltare i progetti di bonifica delle paludi pontine, e ora ripreso con ossessiva cura formale, ma comunque non concluso e stampato postumo nel 1832. La Feroniade è anche un modo di affermare una sua estraneità alla storia e al presente, proprio da parte di uno scrittore che aveva costruito la sua carriera sulla partecipazione della letteratura alle trasformazioni politiche.

Monti morì a Milano il 13 ottobre 1828.

Fu sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, ma la sua tomba andò dispersa. Nella Cripta della Chiesa di San Gregorio Magno in Milano (attuale Porta Venezia) è custodita la lapide funebre (insieme a quella di altri personaggi illustri) che era posta sul muro di cinta del cimitero di San Gregorio. La sua casa natale di Alfonsine, in Romagna, è attualmente adibita a museo.

È stato intitolato a suo nome il noto Liceo classico di Cesena.

Lapide sulla casa in cui morì Vincenzo Monti in via Galileo a Milano

[modifica] Critica

I suoi repentini cambiamenti di posizione non furono ben visti da Giacomo Leopardi, che lo definì "poeta veramente dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo".

Di lui fu più volte criticata l'ispirazione poetica, dovuta per lo più al bisogno di denaro, ma gli si riconoscevano grandi doti di poeta: la traduzione dell'Iliade, infatti, fu da lui realizzata per puro diletto, senza guadagno, ed è l'unica (insieme alla versione inglese di Alexander Pope) che la critica ha considerato paragonabile, a livello poetico, all'originale omerico[senza fonte]. Su una posizione assolutamente contraria fu peraltro Ugo Foscolo, che criticò il Monti chiamandolo il "traduttor dei traduttori", in quanto aveva tradotto l'Iliade senza sapere il greco, ma rielaborando semplicemente in maniera poetica le traduzioni precedenti.

[modifica] Opere principali

  • Tutta l'Iliade - Tutta l'Iliade su Internet
  • 1776 - "La visione di Ezechiello"
  • 1779 - "Prosopopea di Pericle" (ode), "Saggio di poesie"
  • 1781 - "La bellezza dell'universo" (poema)
  • 1782 - "Cantate per la nascita del Delfino", "Il Pellegrino Apostolico" "Sciolti a Sigismondo Chigi", "Pensieri d'amore"
  • 1783 - "Versi"
  • 1784 - "Al signor di Montgolfier" (ode), "Feroniade" (poemetto incompiuto)
  • 1786 - "Aristodemo" (tragedia)
  • 1787 - "Galeotto Manfredi" (tragedia)
  • 1788 - "Sulla morte di Giuda" (sonetti)
  • 1792 - "Invito di un solitario a un cittadino"
  • 1793 - "Bassvilliana" (poema incompiuto)
  • 1797 - "La Musogonia", "Prometeo", "Il fanatismo", "La superstizione", "Il pericolo"
  • 1799 - "Nell'anniversario del supplizio di Luigi XVI" (inno)
  • 1800 - "Poesie", "Dopo la battaglia di Marengo", traduzione dell'opera di Voltaire "La Pucelle d'Orléans" -> "La pulcella d'Orleans"
  • 1802 - "Mascheroniana" (poema incompiuto), "Caio Gracco" (tragedia)
  • 1803 - traduzione: "Satire" (Persio)
  • 1805 - "Il beneficio"
  • 1806 - "Il bardo della Selva Nera"
  • 1809 - "La sfida di Federico II", "La Palingenesi Politica"
  • 1810 - traduzione: "Iliade" (Omero)
  • 1815 - "Il mistico omaggio"
  • 1816 - "Il ritorno di Astrea"
  • 1825 - "Sermone sulla mitologia"
  • 1826 - "Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler"
  • 1817-1826 - "Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca"

[modifica] Note

  1. ^ Quinto Veneri, Vincenzo Monti, Torino, Paravia, 1941, p.15
  2. ^ Enrico Bevilacqua, Vincenzo Monti, Firenze, Le Monnier, 1928, p.15
  3. ^ Ivi, p. 24
  4. ^ Ivi, p. 30
  5. ^ Ivi, p. 31
  6. ^ Ivi, p. 46
  7. ^ Ivi, p. 83
  8. ^ Cfr. la scheda su Vincenzo Monti del sito dell'Accademia della Crusca URL consultato il 7 giugno 2009

[modifica] Bibliografia

  • Cesare Angelini: Carriera poetica di Vincenzo Monti. Fabbri, Milano 1960
  • Guido Bustico: Bibliografia di Vincenzo Monti. Olschki, Firenze 1924
  • Umberto Fracchia: Le più belle pagine di Vincenzo Monti, Treves, Milano 1927
  • Enrico Bevilacqua: Vincenzo Monti. Le Monnier, Firenze 1928
  • Quinto Veneri: Vincenzo Monti, Paravia, Torino, 1941
  • Nicolò Minéo: Vincenzo Monti. La ricerca del sublime e il tempo delle rivolutione, Giardini, Pisa 1992
  • Angelo Romano: Vincenzo Monti a Roma. Vecchiarelli, Roma 2001, ISBN 88-8247-076-8
  • Achille Monti: Apologia politica di Vincenzo Monti". Galeati, Imola 1870
  • Giulio Ferroni: "Storia e testi della letteratura italiana: La rivoluzione in Europa (1789-1815) (Epoca 7)" Mondadori, 2002
  • Roberto Cardini: "Classicismo e Modernità. Monti, Foscolo, Leopardi", Edizioni Polistampa, Firenze, 2010

[modifica] Collegamenti esterni

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