Tre Grazie (Canova)

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Le tre Grazie
Le tre Grazie
Autore Antonio Canova
Data 1813 - 1816
Materiale Marmo
Altezza 182 cm
Ubicazione Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

Le Tre Grazie è un'opera di Antonio Canova che ritrae le tre famose dee della mitologia greca ed è stata effettuata tra il 1813 e il 1816. Ne esistono due versioni: la prima conservata al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, ed una sua copia successiva esposta alternativamente al Victoria and Albert Museum o alla National Gallery of Scotland.

La Storia[modifica | modifica wikitesto]

In una lettera datata 11 giugno 1812[1], Giuseppina di Beauharnais invita Canova ad iniziare un gruppo scultoreo raffigurante Le tre Grazie. Alla morte della committente, John Russell, Duca di Bedford, resta colpito dalla visione dell'opera finita e si offre di acquistarla, ma la statua viene invece ritirata dal figlio di Giuseppina, Eugenio di Beauharnais, il quale la portò con sé in Russia. Il nobile inglese ne ordinò quindi una copia per installarla nella propria residenza di Woburn Abbey.

Lettura dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

È probabile che Canova abbia voluto rifarsi all'immagine tradizionale delle Grazie di ascendenza greco-romana, poi ripresa dall'arte del Rinascimento. Nella scultura le tre figure femminili sono le tre figlie di Zeus (Aglaia, Eufrosine e Talia), che in genere accompagnano Artemide. Esse simboleggiano lo splendore, la gioia e la prosperità. Queste sono cinte da un velo, rafforzando il senso di unione dettato dall'abbraccio della figura centrale; da notare la presenza di una colonna, una sorta di altare, su cui è posta una ghirlanda, posta per motivi di staticità che funge da base d'appoggio. Come nelle altre opere di Canova, la sinuosità delle forme femminili (qui ispirata dalla figura mitologica delle Grazie), la delicatezza e la morbidezza nonché la ricercata levigatezza del marmo determinano un gioco di luci ed ombre che riporta alla formazione artistica veneziana dello scultore. L'opera segue perfettamente le teorie di Winckelmann rappresentando la grazia , intesa come armonia di forme, delicatezza e leggiadria di posture.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ data indicata nel volume Canova, alla corte degli Zar, Federico Motta Editore, p. 134
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