Religione civile

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L'Arc de Triomphe, al centro dell'Étoile, esempio di luogo di "culto civile" per la celebrazione della memoria collettiva.

In sociologia della religione e della politica, l'espressione religione civile si riferisce a quel processo culturale di creazione ed elaborazione, all'interno di una comunità, di un patrimonio condiviso di pratiche rituali collettive, valori, lessici, simboli, credenze ideologiche, attraverso cui uno stato, una nazione, un regime, un potere, costruisce e conferisce un'aura di sacralità alla propria sfera politica (sacralizzazione della politica).

Si tratta di un complesso di pratiche e manifestazioni che sono estranee alla sfera convenzionalmente definita coma "religiosa", ma che spesso hanno trovato origine, e scopo, proprio nella volontà di affrancarsi dalla religione e di sostituirsi a essa all'interno del processo di "secolarizzazione" di età moderna. Questo non impedisce che in tali manifestazioni confluiscano, con un ruolo importante, contenuti attinti dalla dimensione religiosa. Anzi, nella forma, il processo di creazione della religione civile integra cascami ed elementi stabili chiaramente mutuati dall'esperienza religiosa, riplasmati e adattati per assolvere a una nuova funzione sociale, che consiste nel rafforzare i vincoli tra gli appartenenti alla comunità, rinsaldare la coesione sociale, definire e rafforzare l'identità sociale e nazionale[1].

In italiano si usano anche, spesso come fossero sinonimi, le espressioni religione politica, pubblica, civica, laica, secolare, della repubblica, che esprimono significati e concetti affini[1].

Il concetto non va confuso con quello di religione di Stato, con cui si fa riferimento, invece, a un vero e proprio culto religioso caratterizzato dal possedere una posizione di particolare favore all'interno dell'ordinamento giuridico in un determinato stato.

Origine del concetto[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto si trova espresso, in maniera compiuta, da Jean-Jacques Rousseau: questi, nel Contratto sociale (1762)[2], auspicava la necessità di elaborare una "religione civile" a cui fosse affidato il compito di educare alla cittadinanza, all'amor patrio, all'osservanza delle leggi[1]. Il concetto nasceva in un contesto storico e culturale, quello dell'Illuminismo e delle rivoluzioni borghesi del XVIII secolo, in cui si avvertiva l'esigenza ideologica di "una nuova religione", un sistema di credenze e di valori condivisi a cui ancorare una nuova società "basata sul culto del bene comune"[1].

Fu poi ripreso, con accezioni grossomodo analoghe, dagli studiosi del XX secolo che se ne servirono come paradigma interpretativo di varie manifestazioni culturali contemporanee, con particolare riferimento alle dinamiche dei totalitarismi novecenteschi.

Il sociologo Robert Bellah, allievo di Talcott Parsons e seguace di Emile Durkheim, se ne servì, negli anni '60, per descrivere i tratti culturali salienti degli Stati Uniti in cui la coesione identitaria si rafforza con la condivisione di una religione civile nazionale[1].

Fenomenologia storica[modifica | modifica wikitesto]

Esempi precoci di realtà storiche che avvertirono il bisogno di elaborare una "sacralizzazione" della sfera politica sono offerti dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione americana[1].

Sacralizzazione della sfera pubblica nelle società secolarizzate[modifica | modifica wikitesto]

I fenomeni di elaborazione di "religioni secolari" partecipa ai processi storici di secolarizzazione e modernizzazione attraverso un particolare schema, in cui (seguendo Talcott Parsons e Robert Bellah) la presenza della religione nella società non viene affievolita e marginalizzata, bensì rafforzata dal fatto che la dimensione religiosa viene trasposta e istituzionalizzata in una diversa sfera, quella della morale laica e civile, con l'elaborazione culturale di prodotti che, nella modernità, assolvono a una funzione sociale equivalente a quella svolta nei secoli dalla religione[3]. Durante tutto il XIX e XX secolo è il nazionalismo il più potente catalizzatore di fenomeni di "sacralizzazione" della sfera politica: nel primo dopoguerra, l'elaborazione di una compiuta "religione politica" si rinviene quale tratto comune di sistemi politici totalitari, dittatoriali, come il fascismo di Benito Mussolini, il nazionalsocialismo di Adolf Hitler, e il coevo bolscevismo[1]. Nel secondo dopoguerra il comunismo sovietico conobbe un "culto" incentrato sulla figura personale di Stalin, riadattato dopo la sua morte, ed esportato nelle varie forme di culto della personalità fiorite nei regimi totalitari comunisti del blocco sovietico europea, dell'Asia, e dell'America latina[1].

Religione politica degli Stati Uniti d'America[modifica | modifica wikitesto]

Un caso molto studiato è quello della politica degli Stati Uniti, la cui religione civile, inaugurata dalla rivoluzione americana, si nutre dell'aura sacrale che avvolge le figure dei grandi personaggi della storia statunitense, come i Padri Fondatori, Abraham Lincoln, Martin Luther King, e altri.

Di essa sono partecipi i sentimenti di venerazione rivolti a luoghi di memoria collettiva, oggetti, riti civili, assurti a profondo valore simbolico per il rafforzamento della coesione sociale e la legittimazione dell'identità nazionale: esempi ne sono il rito collettivo dell'intonazione dell'Inno nazionale, il sentimento rivolti alla bandiera degli Stati Uniti, luoghi il Lincoln Memorial e altri monumenti presidenziali.

«Religioni civili» in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il caso italiano presenta elementi paradossali e peculiari, che Bellah provò a delineare in uno studio iniziato durante una sua venuta in Italia nel 1972: il suo approccio risiedeva nel tentativo di applicare il medesimo paradigma a un contesto sociologico come quello italiano, molto variegato e con differenze profonde rispetto a quello americano.

Attingendo alla terminologia musicale, Bellah utilizzò la metafora del "religious ground bass" (basso ostinato religioso, che è stato tradotto in italiano come "basso continuo religioso"-BCR). Si trattava di un termine era Bellah aveva coniato con riferimento a un diverso ambiente, quello della cultura giapponese, per definire quel fondo di religiosità popolare non riducibile alle religioni ufficiali del Giappone (Confucianesimo e Buddismo)[4][5] Il concetto serviva a Bellah per individuare e definire un sostrato di religiosità popolare, distinta da quella ufficiale, che si sviluppa nel profondo della società permeando la vita sociale con attenzione alle sue dimensioni più particolariste ("alla famiglia, al clan, ai gruppi di pseudo-parentela come la mafia, al villaggio, alla città, alla fazione e alla cricca"[6]): la sonorità diffusa di questo sottofondo di religiosità incede ostinata e ripetitiva, mentre le teologie e le filosofie formali si incaricano di elevare la melodia ai registri musicali superiori. Il sottofondo, tuttavia, secondo Bellah, è in grado di sopravanzare e sopraffare le melodie eccelse intessute dal razionalismo dell'alta cultura italiana.

In questo quadro sociologico complesso, Bellah introduce altre quattro manifestazioni che egli individua nella religione civile degli italiani, che si affiancano al già citato "basso continuo religioso":

Gli studi compiuti da Federico D'Agostino hanno sostenuto la persistenza, nella cultura dell'Italia meridionale degli anni ottanta e novanta del Novecento, del sostrato del cattolicesimo popolare (il "basso continuo religioso"), resistente ai processi di modernizzazione[8][9].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Emilio Gentile Religione politica, Enciclopedia Italiana - VII Appendice (2007)
  2. ^ Rousseau, Il contratto sociale, IV, 8
  3. ^ Loredana Sciolla, Secolarizzazione, Enciclopedia Italiana - VII Appendice (2007).
  4. ^ Si veda: Robert N. Bellah, "Values and Social Changes in Modern Japan", in: Asian Cultural Studies, 3, International Christian University (ottobre 1962), pp. 13-56.
  5. ^ Federico D'Agostino, «Il significato del "basso continuo" nella cultura meridionale italiana», in Studi di sociologia, Anno 26, Fasc. 3/4 ("Valori, religione e società complesse"), luglio-dicembre 1988, Edizioni Vita e pensiero, p. 377
  6. ^ Robert N. Bellah, Le cinque religioni dell'Italia moderna, in; op. cit., 1974, p. 445
  7. ^ Federico D'Agostino, «Il significato del "basso continuo" nella cultura meridionale italiana», in Studi di sociologia, Anno 26, Fasc. 3/4 ("Valori, religione e società complesse"), luglio-dicembre 1988, Edizioni Vita e pensiero, p. 377.
  8. ^ Federico D'Agostino, «Il significato del "basso continuo" nella cultura meridionale italiana», in Studi di sociologia, Anno 26, Fasc. 3/4 ("Valori, religione e società complesse"), luglio-dicembre 1988, Edizioni Vita e pensiero, pp. 377-395.
  9. ^ Federico D'Agostino, Il "basso continuo" religioso nella società postradizionale. Una comunità in transizione: la diocesi di Capua, Edizioni Studium, Roma, 1997

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]