Buddhismo

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Statua del Buddha Shakyamuni situata nel monastero di Baolian, (isola di Lantau, Cina). Inaugurata il 29 dicembre 1993, alta oltre 26 metri, è una delle più grandi al mondo. La sua mano destra è sollevata nell'abhyamudrā, il "gesto di incoraggiamento" per invitare ad avvicinarsi; la mano sinistra è invece nel varadamudrā, il "gesto di esaudimento", ovvero la disponibilità ad esaudire i desideri dei fedeli[1].

Il Buddhismo o Buddismo[2] (sanscrito buddha-śāsana) è una delle religioni[3][4] più antiche e più diffuse al mondo. Originato dagli insegnamenti di Siddhārtha Gautama, comunemente si compendia nelle dottrine fondate sulle Quattro nobili verità (sanscrito Catvāri-ārya-satyāni). Con il termine Buddismo si indica più in generale l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali, nate dalle differenti interpretazioni di queste dottrine, che si sono evolute in modo anche molto eterogeneo e diversificato[5][6]. Sorto nel VI secolo a.C. come disciplina spirituale assunse nei secoli successivi i caratteri di dottrina filosofica e di religione "ateistica"[7], a partire dall'India il buddhismo si diffuse nei secoli successivi soprattutto nel Sud-est asiatico e in Estremo Oriente, giungendo, a partire dal XIX secolo, anche in Occidente.

Origini del termine[modifica | modifica wikitesto]

La parola Buddhismo è di recente coniatura, introdotta in Europa nel XIX secolo per riferirsi a ciò che è correlabile agli insegnamenti di Siddhārtha Gautama in quanto Buddha. In realtà un'unica parola per esprimere questo concetto non esiste in nessuno dei paesi asiatici originari di tale tradizione religiosa.[8] La traduzione dei termini originari letteralmente va intesa come "insegnamento del Buddha" (sanscrito buddha-śāsana, pāli buddha-sāsana, cinese 佛教 pinyin fójiào Wade-Giles fo2-chiao4, giapponese bukkyō, tibetano sangs rgyas kyi bka' , coreano 불교 pulgyo, vietnamita phật giáo). Originariamente "l'insegnamento del Buddha" si denominava come DharmaVinaya (pāli dhamma-vinaya, cinese 法律 fǎlǜ, giapponese hōritsu, tibetano chos 'dul ba, coreano 법률 pŏmnyul, vietnamita phật pháp), ma questa denominazione non ha avuto quella diffusione nelle lingue asiatiche diverse dal sanscrito quanto invece la denominazione buddha-śāsana. Altri termini sanscriti con cui viene indicato il Buddhismo, nella sua accezione di religione esposta dal Buddha Shakyamuni, sono: buddhânuśāsana, jinaśāsana, tathāgataśāsana, dharma, buddhânuśāsti, śāsana, śāstuḥ ma anche buddha-dharma e buddha-vacana.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia del Buddhismo.
Proselitismo buddhista al tempo del re Aśoka (260-218 a.C.), così come descritto dai suoi editti.

La storia del Buddhismo inizia nel VI secolo a.C., con la predicazione di Siddhārtha Gautama. Nel lungo periodo della sua esistenza, la religione si è evoluta adattandosi ai vari Paesi, epoche e culture che ha attraversato, aggiungendo alla sua originale impronta indiana elementi culturali ellenistici, dell'Asia Centrale, dell'Estremo Oriente e del Sud-Est Asiatico; la sua diffusione geografica fu considerevole al punto da aver influenzato in diverse epoche storiche gran parte del continente asiatico. La storia del Buddhismo, come quella delle maggiori religioni, è anche caratterizzata da numerose correnti di pensiero e scismi, con la formazione di varie scuole; tra queste, le più importanti attualmente esistenti sono la scuola Theravāda, le scuole del Mahāyāna e le scuole Vajrayāna.

I fondamenti del Buddhismo[modifica | modifica wikitesto]

All'origine ed a fondamento del Buddhismo troviamo le Quattro nobili verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'Albero della Bodhi, le comprese nel momento del proprio risveglio spirituale[9].

Esse sono riportate nel Dhammacakkappavattana Sutta del Saṃyutta Nikāya del Canone pāli[10] e nel Canone cinese nello Záhánjīng (雜含經, giapp. Zōgon agonkyō, collocato nello Āhánbù, T.D. 99.2.1a-373b) che poi è la traduzione in cinese del testo sanscrito Saṃyuktāgama al cui interno è collocato il Dharmaçakrapravartana Sūtra.[11]

Questo è, sempre secondo la tradizione, il primo discorso del Buddha, tenuto nel parco delle gazzelle nei pressi di Sarnath vicino Varanasi (detta anche Benares) nel 528 a.C. ai suoi primi cinque discepoli, all'età di 35 anni, dopo che nei pressi del villaggio di Bodhgaya, nell'odierno Stato del Bihar, aveva raggiunto il risveglio spirituale.

Questo discorso è quindi anche detto il "Discorso di Benares", fondamentale per il Buddhismo, che da questo prende le mosse, tanto da farlo considerare l'evento che dà inizio al Dharma (sans., Dhamma, pāli), ossia la dottrina buddhista. La ricorrenza di questo evento è infatti festeggiata nei paesi di tradizione theravāda con la festa di Magā Puja, il "giorno del Dhamma". Da altri è invece considerato il punto d'inizio della prima comunità buddhista, formata proprio da quei cinque asceti che lo avevano abbandonato anni prima sfiduciati, dopo essere stati a lungo suoi discepoli.

In questo discorso si identifica il Buddhismo come "La Via di Mezzo" (sanscrito Madhyamāpratipad, pāli Majjhimā pāṭipada) in cui si riconosce che la retta condotta risiede nella linea mediana di condotta di vita evitando tanto gli eccessi e gli assolutismi, quanto il lassismo e l'individualismo.

Nell'esposizione di questo insegnamento il Buddha enuncia le Quattro nobili verità, frutto del proprio risveglio spirituale testé raggiunto. Queste "Quattro Nobili Verità" contemplano l'aspetto pratico della condotta di vita e della pratica spirituale buddhista nel cosiddetto Nobile ottuplice sentiero, che costituisce il secondo cardine dottrinale del Buddhismo.

I punti salienti della visione buddhista della "realtà percettiva" indirizzata dall'insegnamento del Buddha, sono:

  1. La dottrina della sofferenza o duḥkha (sans., dukkha, pāli), ossia che tutti gli aggregati (fisici o mentali) sono causa di sofferenza qualora li si voglia trattenere ed essi cessano, oppure si voglia separarsene ed essi permangono.
  2. La dottrina dell'impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), ossia che tutto quanto è composto di aggregati (fisici o mentali) è soggetto alla nascita ed è quindi soggetto a decadenza ed estinzione con la decadenza ed estinzione degli aggregati che lo sostengono;
  3. La dottrina dell'assenza di un io eterno e immutabile, la cosiddetta dottrina dell'anātman (sans., anattā, pāli) come conseguenza di una riflessione sui due punti precedenti.

Tale visione è integrata nella:

  • Dottrina della coproduzione condizionata (sans. pratītyasamutpāda, pāli paṭicca samuppāda), ossia del meccanismo di causa ed effetto che lega l'uomo alle illusioni e agli attaccamenti che costituiscono la base della sofferenza esistenziale;
  • Dottrina della vacuità (sans. śunyātā, pāli: suññatā) che insiste sull'inesistenza di una proprietà intrinseca nei composti e nei processi che formano la realtà e sulla stretta interdipendenza degli stessi.

Un elemento importante del Buddhismo, riportato in tutti i Canoni, è la conferma dell'esistenza delle divinità come già proclamate dalla letteratura religiosa vedica (i deva, tuttavia, nel Buddhismo sono sottomessi alla legge del karma e la loro esistenza è condizionata dal saṃsāra). Così nel Majjhima Nikāya 100 II-212[12] dove al brahmano Sangarava che gli chiedeva se esistessero i Deva, il Buddha storico rispose: «I Deva esistono! È questo un fatto che io ho riconosciuto e su cui tutto il mondo è d'accordo». Sempre nei testi che raccolgono i suoi insegnamenti, testi riconosciuti tra i più antichi in assoluto e conservati sia nel Canone pāli che nel Canone cinese e che la storiografia contemporanea inquadra nel termine Āgama-Nikāya, il Buddha storico consiglia a due brahmana che, dopo aver dato da mangiare a uomini santi, si debba dedicare questa azione alle divinità (Deva) locali che restituiranno l'onore concesso loro assicurando il benessere dell'individuo (Digha-nikāya, 2,88-89[13]). È evidente, a partire da questi due antichi brani, la certezza da parte del Buddha storico che le divinità esistessero e andassero onorate. A differenza, tuttavia, delle altre correnti religiose dell'epoca, il Buddha ritiene che le divinità non possano offrire all'uomo la salvezza dal Saṃsāra, né un significato ultimo della propria esistenza. Va precisato, peraltro, che non esiste, né è mai esistita alcuna scuola buddhista al mondo che affermi, o abbia affermato, l'inesistenza delle divinità. Tuttavia la totale mancanza di centralità delle divinità nelle pratiche religiose e nelle dottrine buddhiste di tutte le epoche ha fatto considerare, da parte di alcuni studiosi contemporanei, il Buddhismo come una religione 'atea'[14].

I fondamenti del Buddhismo Mahāyāna[modifica | modifica wikitesto]

Nāgārjuna (II secolo d.C.) considerato il padre del Buddhismo Mahāyāna e Vajrayāna in una stampa cinese.

A questo quadro dottrinario, proprio del Buddhismo dei Nikāya e del Buddhismo Theravāda, il Buddhismo Mahāyāna aggiunge le dottrine esposte nei Prajñāpāramitā sūtra e nel Sutra del Loto. All'interno di questi insegnamenti la dottrina della vacuità (sans. śunyātā) acquisisce un ruolo assolutamente centrale in quanto rende correlate, nella Realtà ultima, tutte le altre realtà e dottrine. Questa unificazione nella vacuità, ovvero di privazione di sostanzialità inerente, fa dichiarare al patriarca del Mahāyāna, Nāgārjuna:

« Il saṃsara è in nulla differente dal nirvāna. Il nirvāna è in nulla differente dal saṃsara. I confini del nirvāna sono i confini del saṃsara. »
(Nāgārjuna, Mūla-madhyamaka-kārikā)

Per il Sutra del Loto inoltre

« A beneficio di chi cercava di diventare un ascoltatore della voce, il Buddha rispondeva esponendo la Legge delle Quattro Nobili Verità così che potesse trascendere nascita, vecchiaia, malattia e morte e ottenere il nirvana. A beneficio di chi cercava di diventare pratyekabuddha rispondeva la Legge della dodecupla catena di causalità. A beneficio del bodhisattva rispondeva esponendo le sei paramita, facendo ottenere loro l'anuttara-samyak-sambodhi e acquisire la saggezza onnicomprensiva[15]. »

Questa presentazione delle Quattro Nobili Verità nella parte più antica del Sutra del Loto indica che, secondo le dottrine esposte in questo Sutra e attribuite da questo testo allo stesso Buddha Śākyamuni, la dottrina delle Quattro Nobili Verità non esaurisce l'insegnamento buddhista il quale deve invece mirare all'anuttara-samyak-sambodhi ovvero all'illuminazione profonda e non limitarsi al nirvāṇa generato dalla comprensione delle Quattro Nobili Verità. Nel suo complesso anche il Sutra del Loto non insiste sulle dottrine del duḥkha (la sofferenza, la prima delle Quattro nobili verità) e dell'anitya (impermanenza dei fenomeni) quanto piuttosto su quelle dell'anatman e dello śūnyatā (assenza di sostanzialità inerente in tutti i fenomeni). Il Dharma esposto nei primi 14 capitoli del Sutra del Loto corrisponde alla verità dell'apparire dei fenomeni secondo la causazione che segue le dieci condizioni (o "talità", sanscrito tathata) descritte nel II capitolo del Sutra. Il Dharma profondo è quindi nella comprensione della causa dei fenomeni; la realizzazione spirituale, la bodhi profonda (l'anuttarā-samyak-saṃbodhi), consiste nel comprendere questa "causa" dell'esistere, mentre la verità della sofferenza (duḥkha), come anche la dottrina dell'anitya, implica solo un giudizio. Nel Sutra del Loto non viene quindi enfatizzata la verità della sofferenza contenuta nelle Quattro nobili verità. Ecco perché quando il Buddha è sollecitato a insegnare la Legge "profonda" (nel II capitolo) non la esprime con la dottrina delle Quattro Nobili Verità (considerata nel Sutra come dottrina hīnayāna) ma la esprime secondo le dieci talità (o condizioni, sanscrito tathātā, dottrina mahāyāna)[16].

I fondamenti del Buddhismo Mahāyāna-Vajrayāna[modifica | modifica wikitesto]

La terza grande corrente del Buddhismo esistente in epoca contemporanea, la corrente Vajrayāna (Veicolo del diamante), è essa stessa uno sviluppo del Buddhismo Mahāyāna. Alle dottrine proprie del Mahāyāna quali ad esempio la vacuità (śunyātā), karuṇā, la bodhicitta il Vajrayāna aggiunge, allo scopo di poter realizzare "in questo corpo e in questa vita" l'"illuminazione profonda", alcuni insegnamenti "segreti" denominati come tantra e riportati nella propria letteratura religiosa.

Canoni buddhisti[modifica | modifica wikitesto]

Il monaco buddhista tibetano Geshe Konchog Wangdu legge dei sutra da una vecchia edizione xilografica del Kanjur.

Fra i testi più antichi del Buddhismo si annoverano i cosiddetti canoni: il Canone pāli (o Pāli Tipitaka), il Canone cinese (大藏經, Dàzàng jīng), e il Canone tibetano (composto dal Kangyur e dal Tenjur) così denominati in base alla lingua degli scritti.

Il Canone pāli è proprio del Buddhismo Theravāda, e si compone di tre piṭaka, o canestri successivamente raccolti in 57 volumi: il Vinaya Piṭaka, o canestro della disciplina, con le regole di vita dei monaci; il Sutta Piṭaka o canestro della dottrina, con i sermoni del Buddha; infine l'Abhidhamma Piṭaka o canestro della fenomenologia in ambito cosmologico, psicologico e metafisico, che raccoglie gli approfondimenti alla dottrina esposta nel Sutta Piṭaka.

Il Canone cinese si compone di 2.184 testi a cui vanno aggiunti 3.136 supplementi tutti raccolti successivamente in una edizione in 85 volumi.

Il Canone tibetano si suddivide in due raccolte, il Kangyur (composto da 600 testi, in 98 volumi, riporta discorsi attribuiti al Buddha Shakyamuni) e il Tanjur (Raccolta, in 224 volumi, di 3.626 testi tra commentari e insegnamenti).

Parte dei Canoni cinese e tibetano si rifanno ad un precedente Canone tradotto in sanscrito ibrido sotto l'Impero Kushan e poi andato in buona parte perduto. Questi due Canoni furono adottati dalla tradizione Mahāyāna che prevalse sia in Cina che in Tibet. Il Canone sanscrito riportava tutti i testi delle differenti antiche scuole e dei differenti insegnamenti presenti nell'Impero Kushan. La traduzione di tutte queste opere dalle originali lingue pracritiche a quella sanscrita (una sorta di lingua dotta 'internazionale' come lo fu il latino nel Medioevo europeo) fu voluta dagli stessi imperatori kushan. Buona parte di questi testi furono successivamente trasferiti in Tibet e in Cina sia da missionari kushani (ma anche persiani, sogdiani e khotanesi), sia riportati in patria da pellegrini. Da segnalare che le regole monastiche (Vinaya) delle scuole presenti in Tibet e in Cina derivano da due antichissime scuole indiane (vedi Buddhismo dei Nikāya), rispettivamente dalla Mūlasarvāstivāda e dalla Dharmaguptaka.

Correnti del Buddhismo[modifica | modifica wikitesto]

Diffusione dell'Buddhismo nel mondo

In India[modifica | modifica wikitesto]

Il Buddhismo si estinse in India, paese d'origine, approssimativamente attorno al XIV secolo. Tuttavia durante più di 1500 anni di storia il Buddhismo indiano ha sviluppato indirizzi e interpretazioni diverse, anche estremamente complesse. Lo sviluppo di tale complessità si rese necessario con il continuo confronto dottrinale sia all'esterno delle Comunità monastiche con le scuole brahmaniche e jaina, sia all'interno delle stesse per svelare progressivamente gli insegnamenti (soprattutto i cosiddetti "inesprimibili", sanscrito avyākṛtavastūni) contenuti negli antichi Āgama-Nikāya. Le scuole nate nel sub-continente indiano nel corso di questi 1500 anni di storia sono suddivisibili in tre gruppi:

  • Il Buddhismo Tantrico è anch'esso Mahāyāna, e rappresenta la controparte buddhista di un fenomeno più ampio nelle religioni dell'India, il Tantrismo, che ha influenzato anche l'Induismo. Si sviluppò in seno al Buddhismo Mahāyāna e ne influenzò profondamente la pratica, almeno dal VI secolo in poi. Anche noto come Mantrayāna, la sua forma più organizzata è più conosciuta come Buddhismo Vajrayāna o Veicolo del Diamante. Antiche cronache del Buddhismo come la "Storia dell'avvento del Dharma in India" (tib. rGyar-gar chos-'byung) redatta nel 1608 dallo storico tibetano Tāranātha Kunga Nyingpo attestano che, almeno dal X secolo, i centri universitari buddhisti in India dispensavano soprattutto insegnamenti tantrici. Pressoché tutte le scuole tibetane, ma anche diverse scuole estremo-orientali come la giapponese Shingon, appartengono a questa tradizione.

Il Buddhismo fuori dall'India[modifica | modifica wikitesto]

Un moderno tempio buddhista a Qibao, Shanghai, Cina.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Buddhismo nel mondo.

Tra le tradizioni che fuori dall'India hanno avuto una lunga storia e un'evoluzione in parte indipendente ricordiamo:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Hans Wolfgang Schumann. Immagini buddhiste. Roma, Mediterranee, 1986, pp.33 e sgg.
  2. ^ «Dal n. di Budda, lett. "lo svegliato, l'illuminato" (Buddháh, dal part. pass. sans. di bódhati), soprannome del fondatore del buddismo», termine presente in italiano già nel 1839 (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli) e preferibile alla grafia non adattata per i dizionari Treccani, Sabatini-Coletti, De Mauro, Garzanti, Gabrielli, Zingarelli 1995, Devoto-Oli 2006/2007. In alcune enciclopedie si trova invece "buddhismo", fra queste la Zanichelli, l'Enciclopedia UTET/La Repubblica, l'Enciclopedia Rizzoli Larousse (che nella voce generalista inserisce ambedue, ma nei lemmi di approfondimento preferisce la grafia con l'h), l'Enciclopedia Einaudi, nonché nelle enciclopedie e dizionari specialistici della materia, come il Dizionario di Buddhismo Milano, Bruno Mondadori, 2003; Dizionario della Saggezza Orientale Milano, Mondadori, 2007; Buddhismo, Enciclopedia delle Religioni a cura di Mircea Eliade, Milano, Jaca Book, 2004; Buddhismo Milano, Electa, 2005; Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche Roma, Rai; Enciclopedia di Filosofia Milano, Garzanti, 1985; Dizionario di Filosofia Milano, Rizzoli, 1976; Enciclopedia delle Religioni Milano, Garzanti, 1996; Dizionario delle Religioni orientali Milano, Vallardi, 1993; Dizionario di Sapienza orientale Roma, Edizioni Mediterranee, 1985; Dizionario del buddhismo Milano, Garzanti, 1994; Dizionario delle Mitologie e Religioni Milano, Rizzoli, 1989; Immagini Buddhiste, Dizionario iconografico del Buddhismo Roma, Mediterranee, 1986; Dizionario buddhista Roma, Ubaldini, 1981; Dizionario delle opere filosofiche Milano, Bruno Mondadori, 2000; Dizionario letterario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi Milano, Bompiani, 1947; Cronologia universale Torino, UTET, 2002; Enciclopedia Universale dell'Arte, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma, parte editoriale a cura della Casa Editrice G. C. Sansoni, Firenze, 1958, quindi Casa Editrice Sadea, Firenze, 1971 e Roma, 1976, quindi Istituto Geografico De Agostini SpA, Novara, 1980; tranne il Dizionario del Buddismo, Esperia, Milano, 2006 e l'enciclopedia Treccani che riporta ambedue le grafie [1].
  3. ^ Per quanto controversa la nozione di religione è ormai da decenni universalmente applicata al buddismo, anche se tutt'oggi alcuni praticanti occidentali ne contestano l'attribuzione, ma come nota Lionel Obadia:
    « Dall'Ottocento agli inizi del Novecento uno dei tratti più costanti delle interpretazioni del buddhismo consiste nel non riconoscergli lo statuto di religione. Questo argomento, uno dei temi classici dell'orientalismo erudito ottocentesco, si ripresenta con forza alla fine del Novecento per giustificare il successo del buddismo nelle società occidentali moderne. La sua trasfigurazione in una "non-religione" si spiega in primo luogo con la conoscenza parziale e selettiva che gli occidentali ne avevano (e ne hanno tuttora) [...]. »
    (Lionel Obadia. Il buddhismo in Occidente. Bologna, Mulino, 2009, pag.45.)
  4. ^ Treccani Dizionario di filosofia; Treccani Enciclopedia delle Scienze sociali
  5. ^ «La nozione di "Buddhismo" che poi raggruppa un insieme assai articolato d'indirizzi dottrinali in competizione tra loro, privilegia indebitamente ciò che li accomuna rispetto a ciò che costituisce la loro peculiarità, dando l'impressione erronea che si tratti di un movimento unitario piuttosto che di un fascio di numerose scuole divergenti (i cosiddetti nidāna, infelicemente resi con "sètte" nella letteratura corrente) come è invece il caso.» (M. Piantelli. Il buddhismo indiano in Buddhismo a cura di Giovanni Filoramo. Bari, Editori Laterza, 2007, pag.5)
  6. ^ Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddhismo Enciclopedia delle Religioni diretta da Mircea Eliade. Milano, Città Nuova-Jaca Book, 1986, pag. 67-68.
  7. ^ Enciclopedia Treccani
  8. ^ «Il concetto di Buddhismo fu creato circa tre secoli fa per indicare una tradizione religiosa panasiatica risalente a circa 2.500 anni fa.», Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddhism: An Overwiev, Encyclopedia of Religion, USA, Mc Millian References, 1994, anche Second Edition 2005, Vol. II pag.1087.
  9. ^ Vi sono molti termini sanscriti e pāli che indicano questo stato di "risveglio spirituale". Il più comune è bodhi (sia sanscrito che pāli). In cinese viene reso con 菩提 pútí (giapp. bodai). Una resa ben più antica di questa è 道 (dao giapp. che significa anche "Via"). Più recente invece è 覺 (jué o jiǎo, giapp. kaku o gaku). Da ricordare anche 三菩提 (sānpútí, che indica il sanscrito saṃbodhi, giapp. sanbodai, tibetano rdzogs par byang chub pa), Molto utilizzato nelle scuole del Buddhismo Zen è 悟 (, giapp. satori o go) che attiene tuttavia maggiormente al significato di "comprensione della Realtà"; peraltro il termine giapponese satori deriva dal verbo satoru che significa "conoscere", "comprendere". Sempre in questa scuola un utilizzo più vicino al sanscrito bodhi è certamente kenshō (見性, cin. jiànxìng) nel suo significato di "guardare la propria natura di Buddha" (ovvero attualizzare la propria natura "illuminata"). In tibetano bodhi è reso con byang chub.
  10. ^ (EN) Thanissaro Bhikkhu (trad.), Dhammacakkappavattana Sutta - Setting the Wheel of Dhamma in Motion (la messa in moto della ruota del Dhamma), Access to Insight edition, 24 marzo 2008, pp. 1. URL consultato l'8 aprile 2009.
  11. ^ Da tenere presente che i due testi appartengono a due scuole differenti del Buddhismo dei Nikāya. Il primo appartiene alla scuola cingalese Theravāda e proviene, probabilmente, dalla scuola indiana Vibhajyavāda; il secondo appartiene invece alla scuola Mulasarvāstivāda che deriva a sua volta dalla scuola Sarvāstivāda.
  12. ^ (EN) Majjhima nikāya 100 - Sangarava Sutta, Mahindarama. Kampar Road 10460, Penang, Malaysia, pp. 1. URL consultato il 4 aprile 2009.
  13. ^ (EN) Sister Vajira (trad.), Francis Story (trad.), Maha-parinibbana Sutta - Last Days of the Buddha (gli ultimi giorni del Buddha), Buddhist Publication Society, 1998. URL consultato l'8 aprile 2009.
  14. ^ Hoseki Schinichi Hisamatsu, Una religione senza Dio. Satori e ateismo Roma, Il Nuovo Melangolo, 1996.
  15. ^ Sutra del Loto ( tr. Burton Watson, Milano, Esperia, 1997), pag. 16
  16. ^ Cfr., tra gli altri, John Ross Carter. Quattro nobili verità-Interpretazioni del Mahāyāna. In Encyclopedia of Religion vol.5. NY, MacMillan, 2004, pagg. 3179 e segg.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito una bibliografia ragionata dei testi 'del'e 'sul'Buddhismo in lingua italiana.

Testi storiografici sul buddhismo, tutte le scuole e tutti i paesi[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Filoramo (a cura di), Mario Piantelli, Ramon N. Prats, Erich Zürcher, Pier Paolo Del Campana, Heinz Beckert, Martin Baumann, Buddhismo, Bari, Laterza, 2007, ISBN 978-88-420-8363-4.
  • Richard H. Robinson, Willard L. Johnson, La religione buddhista, Roma, Ubaldini, 1998, ISBN 88-340-1268-2.
  • Henri-Charles Puech (a cura di), Giuseppe Tucci, André Bareau, Anne Marie Blondeau, Paul Demiéville, Gaston Renondau, Bernard Frank, Pierre Bernard Lafont, Mauro Bergonzi, Storia del Buddhismo, Bari, Laterza, 1984.

Testi canonici afferenti al Buddhismo dei Nikāya o al Buddhismo Theravāda[modifica | modifica wikitesto]

Sono i testi ritenuti canonici da tutte le scuole buddhiste. Occorre ricordare che la scuola Theravāda considera "canoniche" solo le opere contenute nel Canone pāli.

  • La Rivelazione del Buddha - I testi antichi, Raniero Gnoli (a cura di), Milano, Mondadori, 2001, ISBN 88-04-47898-5.
Contiene una selezione di scritti dal Canone pāli, dal Canone tibetano nonché un sūtra, lo Śālistambasūtra, scoperto agli inizi dello scorso secolo nel Gilgit.
  • Canone buddhistico - Testi brevi, Vincenzo Talamo (a cura di), Torino, Bollati Boringhieri, 1961 (rist. 2000), ISBN 88-339-1260-4.
Contiene il Dhammapada, Itivuttaka e il Suttanipata estratti dal Canone pāli.
  • Saṃyutta Nikāya, Vincenzo Talamo (a cura di), Roma, Ubaldini, 1998, ISBN 88-340-1293-3.
È la pubblicazione della terza raccolta contenuta nel Sutta Pitaka del Canone pāli.
  • Canone Buddhista - discorsi brevi, Pio Filippani-Ronconi (a cura di), Torino, UTET, 1968.
il Khuddaka Nikāya tradotto in italiano, due volumi
  • I discorsi di Buddho, K. E. Neumann e G. de Lorenzo (a cura di), Bari, Laterza, 1916.
il Majjhima Nikāya tradotto in italiano, tre volumi

Testi canonici per il Buddhismo Mahāyāna[modifica | modifica wikitesto]

Sono testi considerati canonici solo dalle scuole del Buddhismo Mahāyāna e del Buddhismo Vajrayāna. Non sono ritenuti canonici dalla scuola Theravāda e dalle altre scuole del Buddhismo dei Nikāya, queste ultime tutte scomparse.

  • La Rivelazione del Buddha - Il Grande veicolo, Raniero Gnoli (a cura di), Milano, Mondadori, 2001, ISBN 88-04-51354-3.
Contiene una raccolta di sūtra del Buddhismo Mahāyāna (tra gli altri contiene una traduzione integrale del Śūraṃgamasamādhi sūtra) e di tantra del Buddhismo Vajrayāna nonché commentari ed opere esegetiche estratti dal Canone cinese e dal Canone tibetano
  • Sutra del Loto, introduzione di Francesco Sferra, traduzione dal sanscrito e note di Luciana Meazza, Milano, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2001, ISBN 978-88-17-12704-2.
  • Sutra del Loto, introduzione di Burton Watson, Milano, Edizioni Esperia, 1997, ISBN 88-86031-33-5.
  • Il Sutra del Diamante, la cerca del paradiso, traduzione dal sanscrito, commento e note di Mauricio Y. Marassi, Genova-Milano, Marietti, 2011, ISBN 978-88-211-6517-7.
  • I libri buddhisti della sapienza, introduzione di Edward Conze, Roma, Ubaldini, 1976.
Contiene la traduzione del Sutra del Diamante e del Sutra del Cuore.

Miscellanea[modifica | modifica wikitesto]

  • Peter Harvey, Introduzione al Buddhismo. Insegnamenti, storia e pratiche, Le Lettere, 1998, ISBN 88-7166-390-X.
  • Christmas Humphreys, Dizionario buddhista, Astrolabio Ubaldini, 1981, ISBN 88-340-0681-X.
  • Klaus K. Klostermeier, Buddhismo. Una introduzione, Fazi, 2005, ISBN 88-8112-603-6.
  • Kulananda, Buddhismo, Armenia, 1997, ISBN 88-344-0785-7.
  • Damien Keown, Buddhismo, Einaudi, 1996, ISBN 88-06-14797-8.
  • Luciana Meazza, Le filosofie buddhiste, Xenia, 1998, ISBN 88-7273-300-6.
  • Lama Ole Nydahl, Buddhismo della Via di Diamante, Mediterranee.
  • Mario Piantelli, Il Buddhismo Indiano in Storia delle religioni - 4. Religioni dell'India e dell'Estremo Oriente, Giovanni Filoramo (a cura di), Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 275-368..
  • Mauricio Y. Marassi, Gennaro Iorio, La via libera. Etica buddista e etica occidentale, Stella del Mattino editore, 2013, ISBN 978-88-908401-0-4.
  • Mauricio Y. Marassi, Il Buddismo mahāyāna attraverso i luoghi, i tempi e le culture. L'India e cenni sul Tibet, Genova-Milano, Marietti, 2006, ISBN 88-211-6549-3.
  • Mauricio Y. Marassi, Il Buddismo mahāyāna attraverso i luoghi, i tempi e le culture. La Cina, Genova-Milano, Marietti, 2009, ISBN 978-88-211-6533-7.
  • Giangiorgio Pasqualotto, Illuminismo e illuminazione. La ragione occidentale e gli insegnamenti del Buddha, Roma, Donzelli, 1997, ISBN 88-7989-349-1.
  • Stephen Batchelor, Il Buddhismo senza fede, Neri Pozza, 1998, EAN 9788873056508.
  • Alexandra David-Nèel, Il Buddhismo del Buddha, Genova, ECIG, 2003.
  • Bernie Glassman, Cerchio infinito. La via buddhista all'Illuminazione, Mondadori, 2003.

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