Lingua giapponese

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Giapponese (日本語 [Nihongo])
Parlato in Giappone
Brasile
Stati Uniti d'America (California, Hawaii, Guam)
Isole Marshall
Palau
Persone 127 milioni
Classifica 9
Scrittura sillabari Hiragana e Katakana, alfabeto latino (Rōmaji) e ideogrammi (Kanji)
Tipo SOV semiagglutinante
Filogenesi (Controversa)
 Lingue nipponiche
  Giapponese
Statuto ufficiale
Nazioni Giappone Giappone
Palau Palau (Angaur)[1][2]
Regolato da Governo giapponese
Codici di classificazione
ISO 639-1 ja
ISO 639-2 jpn
ISO 639-3 jpn  (EN)
SIL JPN  (EN)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
すべての人間は、生まれながらにして自由であり、かつ、尊厳と権利とについて平等である。人間は、理性と良心とを授けられており、互いに同胞の精神をもって行動しなければならない。
Traslitterazione
Subete no ningen wa, umare nagara ni shite jiyū de ari, katsu, songen to kenri to ni tsuite byōdō de aru. Ningen wa, risei to ryōshin to o sazukerarete ori, tagai ni dōhō no seishin o motte kōdō shinakereba naranai.

La lingua giapponese (日本語 nihongo?) è una lingua parlata in Giappone e in numerose aree di immigrazione giapponese.

Il giapponese, insieme alle Lingue ryūkyūane, forma la famiglia linguistica delle Lingue nipponiche. Dal punto di vista filogenetico il giapponese si considera solitamente una lingua isolata, per l'impossibilità di ricostruire con sicurezza la sua origine. Alcune delle teorie proposte ipotizzano che il giapponese possa avere origini comuni con la lingua ainu (parlata dalla popolazione indigena Ainu tuttora presente nell'isola di Hokkaidō), con le lingue austronesiane oppure con alcune lingue del gruppo uralo-altaico. Le ultime due ipotesi sono attualmente le più accreditate: molti linguisti concordano nel ritenere che il giapponese sarebbe costituito da un substrato austronesiano a cui si è sovrapposto un apporto di origine uralo-altaica. Evidenti sono le somiglianze sintattiche con il coreano, da cui differisce tuttavia sul piano morfologico e lessicale.

Vari studiosi utilizzano il termine Protogiapponese (dall'inglese Proto-Japonic) per indicare la protolingua di tutte le varietà delle lingue moderne del Giappone, ovvero la lingua moderna giapponese, i dialetti del Giappone e tutte le forme di lingua parlata nelle isole Ryukyu[3].

Dal punto di vista tipologico il giapponese presenta molti caratteri propri delle lingue agglutinanti del tipo SOV, con una struttura "tema-commento" (simile a quella del coreano). La presenza di alcuni elementi tipici delle lingue flessive ha spinto tuttavia alcuni linguisti a definire il giapponese una lingua "semi-agglutinante".

Distribuzione geografica[modifica | modifica sorgente]

Il giapponese è lingua ufficiale nell'arcipelago giapponese e nell'isola di Angaur (Palau), dove condivide questo status con l'angaur e l'inglese. Esistono inoltre numerose comunità di lingua giapponese nelle aree di immigrazione, in Brasile, in Perù e negli Stati Uniti (soprattutto nelle Hawaii e in California). Gli immigrati giapponesi di queste comunità sono chiamati 二世 nisei ("seconda generazione") ed è raro che parlino giapponese correntemente.

Fonologia[modifica | modifica sorgente]

In giapponese esistono 5 fonemi vocalici e 26 fonemi consonantici differenti. Questi ultimi, però, non si presentano mai da soli, ma hanno sempre bisogno di una vocale a cui appoggiarsi (l'unica eccezione è /ɴ/, che può apparire isolato). Si usa dire a questo proposito che il giapponese è una lingua sillabica: l'elemento fondamentale della parola non è infatti la lettera, ma la sillaba. Le sillabe sono composte sempre secondo lo schema [consonante] + [vocale] oppure secondo lo schema [consonante] + /j/ (IPA) + [vocale]. Questo limita notevolmente la possibilità di comporre parole usando i fonemi.

Nella traslitterazione della scrittura giapponese (secondo i sistemi ufficiali Hepburn e Kunrei) sono impiegate soltanto 22 delle 26 lettere dell'alfabeto latino, 5 vocali e 17 consonanti (alcune delle quali corrispondono a più di un fonema):

a b c d e f g h i j k m n o p r s t u w y z

Vocali[modifica | modifica sorgente]

Vocali della lingua giapponese

I fonemi vocalici giapponesi, in trascrizione IPA, sono /a/ /e/ /i/ /o/ /ɯ/. Vengono abitualmente traslitterati rispettivamente come a e i o u. L'unica vocale non presente in italiano è /ɯ/, che corrisponde al suono della u pronunciata senza arrotondare le labbra (vocali non arrotondate).

In ambiente sordo, ovvero quando precedute e seguite da consonanti sorde o in fine di frase, la pronuncia di alcune vocali (principalmente i e u ma in alcuni parlanti anche a e o) è desonorizzata (con vibrazione delle corde vocali solo parziale o totalmente assente). L'accento regionale della zona del Kansai (Ōsaka, Kyōto), molto caratteristico, invece tende a pronunciare marcatamente anche le vocali desonorizzate della lingua standard.

Alcuni esempi (le vocali tra parentesi sono da pronunciare senza far vibrare le corde vocali):

  • /ɯ/ desonorizzata:
    • desu (copula) è pronunciato /des(u)/
    • Asuka (nome proprio) è pronunciato /As(u) ka/
  • /i/ desonorizzata:
    • deshita (copula al passato) è pronunciato /desh(i) ta/
    • kita ("nord") è pronunciato /k(i) ta/
  • /a/ e /o/ desonorizzate:
    • kakaru (verbo dai molteplici significati) è pronunciato /k(a) karu/
    • kokoro ("cuore") è pronunciato /k(o) koro/

Le vocali possono essere allungate con la ripetizione della stessa o con l'aggiunta di una u o di una i a seconda dei casi: per esempio, ei e ou si pronunciano /e:/ e /o:/ (sensei si pronuncia /sense:/ e shoujoo:ʥo/).

Non esiste un accento tonico come concepito nelle lingue neolatine: l'accento potrebbe cadere su qualunque sillaba della parola in base alla musicalità che assume all'interno della frase.

Consonanti[modifica | modifica sorgente]

Fonemi (e principali tassofoni) consonantici del Giapponese
Bilabiali Dentali Alveolari Prepalatali Palatali Velari Glottali (Variabili)
Nasali           m             n               [ȵ]        (ŋ) ƞ
Occlusive p         b          k       ɡ ː
Affricate [ʦ̪]     ʣ̪ [ʨ]         [ʥ]
Fricative [ɸ]        () [ɕ]         ([ʑ]) [ç] h
Approssimanti             j         ɰ
Vibranti              ɺ

(I suoni classificati con l'etichetta prepalatale si trovano chiamati anche alveolo-palatali nella letteratura scientifica.)

La pronuncia standard è basata sull'accento di Tokyo. Le consonanti possono essere raddoppiate (quando se precedute nella grafia da una piccola tsusokuon っ—, o, in alcuni casi, da una n).

Notevoli sono i fenomeni di assimilazione di alcune consonanti, che danno varianti combinatorie (tassofoni) caratteristiche.

  • Il fonema /t̪/ si realizza:
    come affricata prepalatale [ʨ] davanti a i /i/, y /j/ (traslitterato nel sistema Hepburn con ch: ち chi [ʨi]; ちゃ cha [ʨj̊a] < */tja/);
    come affricata dentale [ʦ̪] davanti a u /ɯ/ (suono della z sorda italiana; è traslitterato con ts: つ tsu [ʦɯ]).
  • Il fonema /ʣ̪/ ([ʣ̪] e variante lenita [z̪]; traslitterato con z; corrisponde alla z sonora italiana [ʣ̪]) si realizza come [ʥ] (variante lenita [ʑ]) davanti a i /i/, y /j/ (ed è traslitterato con j: じ ji [ʥi]; じゃ ja [ʥja]).
  • Il fonema /s̪/ si realizza come [ɕ] davanti a i /i/, y /j/ (ed è traslitterato con sh: し shi [ɕi]; しゃ sha [ɕj̊a]).
  • Il fonema /n/ si realizza come prepalatale [ȵ] (≅ IPA di base [n̠ʲ]) davanti a i /i/, y /j/ (questa assimilazione parziale non è indicata nella traslitterazione: に ni [ȵi], にゃ nya [ȵja]).
  • Il fonema /h/ si realizza come bilabiale [ɸ] davanti a u /ɯ/ (traslitterato con f: ふ fu [ɸɯ]) e come palatale [ç] davanti a i /i/, y /j/ (traslitterato sempre con h: ひ hi [çi]; ひゃ hya [çja]).

Le occlusive sonore non coronali /b/, /ɡ/ intervocaliche possono indebolirsi in fricative ([β], [ɣ]), soprattutto nella pronuncia veloce e/o informale:

/b/[β]:     /abaɺeɺɯ/ → [aβaɺeɺɯ] abareru 暴れる
/ɡ/[ɣ]:     /haɡe/ → [haɣe] hage はげ

Tuttavia il comportamento del fonema /ɡ/ è complicato dalla presenza di una sua variante di realizzazione nasale velare [ŋ]. Il tassofono intervocalico fricativo [ɣ] è presente infatti solo in alcuni parlanti.
L'occlusiva /ɡ/ può essere realizzata come nasale [ŋ] all'interno di parola (anche tra vocale e consonante). Se un parlante pronuncia in modo consistente una data parola con la variante [ŋ], non avrà mai [ɣ] come tassofono di /ɡ/ in quella parola.

Le velari /k/ e /ɡ ~ ŋ/ si assimilano davanti a i /i/, y /j/ e hanno realizzazione palatale ([c] per /k/ e [ɟ ~ ɲ] per /ɡ ~ ŋ/).

La nasale "moraica", "sillabica" ん, che ricorre solo in coda di sillaba e che può essere utile trascrivere con il vecchio simbolo IPA ƞ (U+019E), è foneticamente intensa e la realizzazione principale è [ŋ̩]. Davanti alle consonanti occlusive e affricate si assimila nel luogo d'articolazione al suono seguente (labiale [m̩], dentale [n̪̩], prepalatale [ȵ̩], velare [ŋ̩]).

Il fonema /ɰ/ si trascrive in traslitterazione con w: わ wa /ɰa/ (è come il suono [w] ma senza arrotondamento labiale).

Non è presente un fonema laterale /l/. Il fonema vibrante /ɺ/, r in traslitterazione, tuttavia è precisamente una vibratile (monovibrante flap, quindi con una sfumatura di occlusiva ultrabreve, del tipo della d inglese) apicale alveolare con una componente laterale.

Grammatica[modifica | modifica sorgente]

Parti del discorso[modifica | modifica sorgente]

Le parti del discorso presenti nella lingua giapponese sono cinque: sostantivo, verbo, aggettivo, avverbio, particella. Quest'ultima categoria racchiude le definizioni italiane di preposizione, congiunzione e interiezione. I pronomi non esistono come categoria a sé stante, ma sono trattati secondo i casi come sostantivi o come aggettivi. Gli articoli sono del tutto inesistenti.

Sostantivi[modifica | modifica sorgente]

Il sostantivo giapponese, nella maggior parte dei casi, non presenta distinzioni di genere e numero: Sensei significa indistintamente "maestro", "maestra", "maestri" o "maestre". Quando si vuole caratterizzare un nome di persona secondo il genere, si possono far precedere le specificazioni otoko no (maschio) e onna no (femmina): Ko (bambino) diviene perciò Otoko no ko (bambino maschio, ragazzo) oppure Onna no ko (bambina, ragazza) a seconda dei casi. Un ristretto numero di sostantivi presenta una forma plurale ottenuta per raddoppiamento, che può essere considerata alla stregua di un nome collettivo: Hito (persona) diviene Hitobito (persone, gente).

Pronomi personali[modifica | modifica sorgente]

Rientrano fra i sostantivi anche i pronomi personali, che presentano numerose forme per ciascuna persona (utilizzate a seconda del contesto per esprimere il grado di familiarità fra i parlanti):

Formale Neutro Informale
Io Watakushi Watashi, Boku (solo maschile) Ore (solo maschile), Atashi (solo femminile)
Tu Anata Kimi, Omae, Anta
Egli Kare
Ella Kanojo
Noi Watakushi-tachi Watashi-tachi, Boku-tachi (solo maschile) Boku-ra, Ware-ware, Ore-tachi
Voi Anata-gata Anata-tachi Omae-tachi , Kimi-tachi
Essi Kare-ra
Esse Kanojo-tachi

Alcune precisazioni:

  • Il pronome di prima persona watakushi è una forma molto formale e ormai caduta in disuso; anche watashi è formale ma in misura minore rispetto a watakushi. Boku e atashi invece sono abbastanza informali e usati perlopiù tra amici e in famiglia. Ore è invece ancora più informale e talvolta considerato maleducato.
  • Riguardo ai pronomi di seconda persona c'è da aggiungere che esistono ulteriori forme: otaku (da non confondere con l'altro significato otaku) è un'altra forma estremamente formale, al pari di watakushi e in disuso. Anche anata è sempre formale ma meno di otaku. Kimi è la forma informale standard, mentre omae e anta sono ancora più colloquiali. Inoltre, ancora più in basso, vi sono le forme temee e kisama, che sono considerati dei veri e propri insulti (come per dire: "Tu, bastardo!"). Kisama è più offensivo di temee.
  • I pronomi di terza persona sono quelli che hanno meno forme. Le forme esistenti sono kare e kanojo, il cui grado di formalità/informalità è neutro. A questi però vi sono da aggiungere altre due forme, molto informali, aitsu e yatsu.

Lo stesso, con l'aggiunta del suffisso -tachi, vale per le forme plurali.

Verbi[modifica | modifica sorgente]

Il verbo giapponese presenta una coniugazione che permette di distinguere il modo e il tempo dell'azione (presente o passato), ma non la persona. La coniugazione segue le regole proprie delle lingue agglutinanti: i suffissi si uniscono alla radice del verbo senza fondersi e contengono ciascuno un'unica informazione semantica. La vocale radicale dei verbi può mantenersi invariata in tutta la coniugazione (verbi ichi-dan o ad una uscita) oppure variare a seconda del suffisso a cui è collegata (verbi go-dan o a cinque uscite). Sono ichi-dan i verbi che alla forma non caratterizzata (corrispondente spesso all'indicativo presente italiano) escono in -eru o -iru (la vocale radicale è evidenziata in grassetto):

Esempio: Taberu, mangiare

  • Tabe: davanti a tutti i suffissi (tranne ba);
  • Taberu: forma non caratterizzata;
  • Tabere: usata anche davanti al suffisso ba;
  • Tabero: forma imperativa

Sono go-dan tutti gli altri verbi:

Esempio: Kaku, scrivere

  • Kaka: davanti ai suffissi nai, reru, seru;
  • Kaki: davanti al suffisso masu, tai;
  • Kai: davanti ai suffissi ta, tara, tari, te;
  • Kaku: forma non caratterizzata;
  • Kake: forma imperativa; usata anche davanti al suffisso ba e ru;
  • Kako: utilizzata solo per l'esortativo Kakō

Elenchiamo di seguito i suffissi più comuni:

  • ta: passato (corrispondente a tutte le forme passate dei verbi italiani);
  • te: gerundio, sospensivo (usato in proposizioni coordinate), imperativo gentile;
  • nai: negativo;
  • tai: è uno dei modi per indicare la volontà di compiere un'azione;
  • masu: forma gentile;
  • ba: condizionale (usato nel periodo ipotetico);
  • reru (rareru per i verbi ichi-dan): passivo;
  • ru (rareru per i verbi ichi-dan): potenziale (posso mangiare, posso scrivere);
  • seru (saseru per i verbi ichi-dan): causativo (faccio mangiare, faccio scrivere).

Il suffisso nai si coniuga come un aggettivo, mentre il suffisso reru, ru e seru si coniugano come normali verbi ichi-dan.

In tabella diamo la coniugazione completa di due verbi ichi-dan e di nove verbi go-dan (si presti attenzione alle modifice eufoniche, evidenziate dal grassetto):

Mangiare Vedere Scrivere Andare Nuotare Far uscire Stare Morire Chiamare Leggere Attraversare Comprare
Forma non caratterizzata Taberu Miru Kaku Iku Oyogu Dasu Tatsu Shinu Yobu Yomu Wataru Kau
Passato Tabeta Mita Kaita Itta Oyoida Dashita Tatta Shinda Yonda Yonda Watatta Katta
Gerundio Tabete Mite Kaite Itte Oyoide Dashite Tatte Shinde Yonde Yonde Watatte Katte
Negativo Tabenai Minai Kakanai Ikanai Oyoganai Dasanai Tatanai Shinanai Yobanai Yomanai Wataranai Kawanai
Forma gentile Tabemasu Mimasu Kakimasu Ikimasu Oyogimasu Dashimasu Tachimasu Shinimasu Yobimasu Yomimasu Watarimasu Kaimasu
Condizionale Tabereba Mireba Kakeba Ikeba Oyogeba Daseba Tateba Shineba Yobeba Yomeba Watareba Kaeba
Passivo Taberareru Mirareru Kakareru - - - - - Yobareru Yomareru Watarareru Kawareru
Potenziale Taberareru Mirareru Kakeru Ikeru Oyogeru Daseru Tateru Shineru Yoberu Yomeru Watareru Kaeru
Causativo Tabesaseru Misaseru Kakaseru Ikaseru Oyogaseru - Tataseru Shinaseru Yobaseru Yomaseru Wataraseru Kawaseru

Diamo anche la coniugazione di suru (fare) e kuru (venire), gli unici due verbi irregolari giapponesi, della copula da (contrazione di dearu) e del suffisso masu:

Forma non caratterizzata Suru Kuru Da Masu
Passato Shita Kita Datta Mashita
Gerundio Shite Kite Datte, De -
Negativo Shinai Konai De(wa) nai Masen
Forma gentile Shimasu Kimasu Desu -
Condizionale Sureba Kureba Nara(ba) -
Passivo Sareru Korareru - -
Potenziale Dekiru Ko(ra) reru - -
Causativo Saseru Kosaseru - -

Le forme dubitative di da e masu (rispettivamente darō e mashō) sono frequentemente usate, la prima per esprimere l'incertezza nel futuro (viene posposta alla forma non caratterizzata dei verbi: taberu darō, forse mangerò), la seconda per esprimere un'esortazione gentile (tabemashō, mangiamo).

Aggettivi[modifica | modifica sorgente]

Gli aggettivi giapponesi possono essere utilizzati come attributi o predicati nominali. Si osservi l'esempio con l'aggettivo samui (freddo):

  • Samui tokoro: Un luogo che è freddo > Un luogo freddo;
  • Samukatta tokoro: Un luogo che era freddo;
  • Kyō wa samui: Oggi è freddo;
  • Kinō wa samukatta: Ieri era freddo.

In tutti i casi si può immaginare che il verbo essere sia incluso nell'aggettivo che termina in-i, unico tipo di aggettivo che subisce vere e proprie variazioni morfologiche.

Altri aggettivi si legano al nome che modificano tramite il gancio na. Sono chiamati anche aggettivi impropri o "nomi aggettivali".

Gli aggettivi in -i hanno una coniugazione a sé stante, mentre i secondi utilizzano la coniugazione della copula da (tranne che nella forma attributiva non determinata, che esce appunto in na). Riportiamo in tabella le due coniugazioni:

Felice Bello
Forma attributiva non caratterizzata Ureshii Kirei na
Forma predicativa non caratterizzata Ureshii Kirei da
Passato Ureshikatta Kirei datta
Gerundio Ureshikute Kirei de
Negativo Ureshiku(wa)nai Kirei de(wa)nai
Forma gentile Ureshiidesu Kirei desu
Condizionale Ureshikereba Kirei nara(ba)
Esortativo Ureshii darō Kirei darō

L'ausiliare negativo nai, già incontrato con i verbi, si coniuga come un normale aggettivo in i. Per questo motivo, la coniugazione completa di un verbo, che comprende anche tutte le forme gentili e tutte le forme negative, è sviluppata utilizzando anche alcune forme della coniugazione dell'aggettivo (evidenziate in grassetto):

Mangiare Non mangiare Mangiare (gentile) Non mangiare (gentile)
Forma non caratterizzata Taberu Tabenai Tabemasu Tabemasen o tabenaidesu
Passato Tabeta Tabenakatta Tabemashita Tabemasendeshita o Tabenakattadesu
Gerundio Tabete Tabenakute - -
Condizionale Tabereba Tabenakereba - -
Passivo Taberareru Taberarenai Taberaremasu Taberaremasen
Potenziale Taberareru Taberarenai Taberaremasu Taberaremasen
Causativo Tabesaseru Tabesasenai Tabesasemasu Tabesasemasen
Dubitativo Taberu darō Tabenai darō Taberu deshō Tabenai deshō
Esortativo Tabeyō - Tabemashō -

Avverbi[modifica | modifica sorgente]

Gli avverbi giapponesi si formano per lo più dagli aggettivi, cambiando la desinenza da i in ku (per i veri aggettivi) e da na in ni (per gli aggettivi impropri):

  • Ureshii, Felice > Ureshiku, Felicemente;
  • Shizuka na, Tranquillo > Shizuka ni, Tranquillamente.

Altri avverbi sono indipendenti dagli aggettivi, e la loro forma può variare (zenbu, completamente; ima, ora, ecc.). Frequenti sono le forme avverbiali raddoppiate, spesso con curiosi effetti onomatopeici (tabitabi, a volte; pikapika, in modo scintillante; nikoniko, con il sorriso; ecc.)

Particelle[modifica | modifica sorgente]

Le particelle giapponesi svolgono diverse funzioni all'interno della frase:

  • Determinano il caso del sostantivo a cui sono poste (particelle di caso);
  • Servono ad enfatizzare particolari elementi della frase (particelle enfatiche);
  • Poste alla fine del periodo, ne caratterizzano l'intonazione complessiva (particelle finali).
Particelle di caso[modifica | modifica sorgente]

In giapponese il caso dei sostantivi è sempre espresso attraverso la posposizione di particelle. Alcune di queste particelle (per lo più quelle per il soggetto, il complemento oggetto e il complemento di termine) vengono talvolta tralasciate nel linguaggio colloquiale. Le particelle di caso sono nove: ga, o(a volte scritto come wo), no, ni, e, de, kara, made, yori. Di seguito elenchiamo le loro funzioni principali.

  • Ga: scritto con il kana が indica il soggetto (Tenki ga yoi, Il tempo è bello). Si noti che alle volte il soggetto giapponese non coincide con quello italiano: in presenza di un verbo alla forma potenziale, ad esempio, ga può individuare il complemento oggetto italiano (Nihongo ga hanaseru, sa parlare il giapponese).
  • No: si scrive con il kana の e indica il complemento di specificazione (Kyōko no hon, Il libro di Kyōko). È usato di frequente per indicare una relazione di dipendenza tra due sostantivi, anche quando in italiano si utilizza un complemento differente da quello di specificazione (Go-kai no apāto, L'appartamento al quinto piano).
  • Ni: si scrive con il kana に e indica il complemento di termine (Tanaka-san ni tegami o kakimasu, Scrivo una lettera al signor Tanaka), il complemento di moto a luogo (Ie ni kaerimasu, Torno a casa) e con i verbi di stato anche il complemento di stato in luogo (Ie ni imasu, Sono in casa). Con i verbi alla forma passiva o causativa può indicare il reale soggetto dell'azione, che in italiano è espresso rispettivamente dal complemento di agente e dal complemento di termine.
  • E: si scrive con il kana へ (propriamente he) e indica il complemento di moto a luogo e può essere usata in sostituzione di ni per esprimere avvicinamento (Ie e ikimasu, Vado verso casa). A volte si usa in composizione con no (Tōkyō e no densha, *Il treno di verso Tōkyō > Il treno diretto a Tōkyō).
  • De: si scrive con il kana で e indica il complemento di mezzo (Enpitsu de kakimasu, Scrivo a matita) e il complemento di stato in luogo con i verbi di azione (Daigaku de benkyō shimasu, studio all'università).
  • To: si scrive con il kana と e indica il complemento di compagnia (Aiko to asondeimasu: gioco con Aiko), funge da congiunzione (Inu to neko o mimashita: ho visto un cane e un gatto), è usato in modo simile alla congiunzione che o alla preposizione di italiane quando introducono il discorso indiretto (Kare wa Aiko ga kuroi neko o mita to iimasu: Lui ha detto che Aiko ha visto un gatto nero).
  • Made: si scrive con i kana まで e significa fino a. In composizione con kara può indicare un intervallo temporale (Jugyō ga 11-ji kara 12-ji made desu, La lezione è dalle 11 alle 12).
  • Yori: si scrive con i kana より e significa da parte di ed è di uso molto limitato. Si utilizza nelle lettere per indicare il mittente (Suzuki Tarō yori, Da parte di Tarō Suzuki). Si utilizza inoltre per specificare il secondo termine in un paragone (花より男子 Hana yori dango, i ragazzi sono meglio dei fiori), più facile da ricordare se tradotto come piuttosto che.
Particelle enfatiche[modifica | modifica sorgente]

Alcune particelle, dette enfatiche non sono utilizzate per indicare il caso, ma piuttosto per focalizzare l'attenzione su qualche elemento della frase. Esse si presentano in sostituzione di ga e o oppure in aggiunta alle altre particelle di caso. Le più importanti sono wa e mo, descritte di seguito.

  • Wa: si scrive con il kana は (propriamente ha) e indica il tema della frase, ossia all'elemento che risponde alla domanda implicita da cui scaturisce il messaggio espresso nella frase. Spesso il tema coincide con il soggetto, ma non sempre è così. Si confrontino i due esempi:
Neko wa niwa ni imasu: Il gatto è in giardino (domanda implicita: Dov'è il gatto?, tema: Il gatto);
Niwa ni wa neko ga imasu: In giardino c'è un gatto (domanda implicita: Che cosa c'è in giardino?, tema: Il giardino).
  • Mo: si scrive con il kana も e significa anche (Watashi mo ikimasu, Vado anch'io) oppure sia, se raddoppiato (Yukiko-chan ni mo Satoshi-kun ni mo denwa shimashita, Ho telefonato sia a Yukiko sia a Satoshi).
Particelle finali[modifica | modifica sorgente]

Soprattutto nel linguaggio parlato, si tende a sottolineare l'intonazione di un periodo aggiungendo una o più particelle finali. La scelta di queste particelle dipende dal sesso di chi parla e dall'intento espressivo che si vuole ottenere. Ricordiamo di seguito le più importanti.

  • Ka: si scrive con il kana か e indica una domanda, e si usa soprattutto nel linguaggio cortese o formale (Nan desu ka, Che cos'è?). Nel linguaggio informale può essere sostituita da kai (maschile) o da no (femminile), oppure essere del tutto assente. Alla fine delle domande non è necessario mettere il punto interrogativo visto che la particella か fa già il suo lavoro, ma comunque lo si vede spesso.
  • Ne: si scrive con il kana ね e indica una richiesta di conferma nei confronti di chi ascolta (Atsui ne, Fa caldo, eh?). Nel linguaggio colloquiale può essere enfatizzata e assumere la forma allungata .
  • Yo: si scrive con il kana よ e sottolinea che si tratta dell'opinione di chi parla (Kawaii yo, (per me) è carino!). Nel linguaggio femminile, provoca spesso la caduta dell'eventuale da che lo precede. Può essere usata in combinazione con ne (Samui yo ne, Fa freddo, eh!?).
  • Wa: propria del linguaggio femminile, indica una leggera esclamazione o un coinvolgimento da parte di chi parla (Tsukareta wa, Come sono stanca). Si scrive con il kana わ e non va confusa con la particella enfatica wa は.
  • Zo: utilizzata specialmente dai maschi, si scrive con il kana ぞ e conferisce alla frase un tono di avvertimento o anche di minaccia (kore de sumanai zo!, non finisce qui!).

Sintassi[modifica | modifica sorgente]

La struttura della frase giapponese obbedisce al seguente schema generale:

[Tema] + wa + [soggetto] + ga + [complementi + particelle di caso] + [complemento di termine] + ni + [complemento oggetto] + o + [predicato] + [particelle finali]

È consentita una certa elasticità nella successione dei complementi, ma il tema si trova sempre in prima posizione e il verbo sempre alla fine. Inoltre, tutto ciò che ha la funzione di specificare precede rigorosamente l'elemento a cui è riferito (gli attributi e i complementi di specificazione precedono i nomi, gli avverbi precedono i verbi, le proposizioni subordinate precedono la principale). Questi vincoli fanno sì che la disposizione delle parole in un periodo giapponese sia spesso l'opposto di quella italiana:

Kyō wa Tōkyō no Tomodachi ni nagai tegami o kakimasu, Oggi scrivo una lunga lettera a un amico di Tōkyō (lett.: Oggi-(tema)-Tōkyō-di-amico-a-lunga-lettera-(oggetto)-scrivo);
Ame ga futte iru kara, dekakemasen, Non esco perché piove (lett.: pioggia-(soggetto)-cadendo sta-poiché-non esco)

In giapponese, tutto ciò che è superfluo viene solitamente tralasciato. Il soggetto, per esempio, viene espresso soltanto nei casi in cui la sua mancanza renderebbe il messaggio incomprensibile. Questa caratteristica, unita alla tendenza a mettere in risalto ciò che è secondario, fa sì che l'espressione del pensiero in giapponese risulti generalmente più sfumata e ambigua di quanto non avvenga in italiano.

Modelli di proposizioni[modifica | modifica sorgente]

Frase copulativa: utilizza la copula da(colloquiale) / desu(formale) che può essere tradotta come essere.

  • Affermativa: [Soggetto] + wa + [Nome del predicato] + だ da / です desu.
Watashi wa gakusei da, Io sono uno studente(colloquiale); Maria-san wa itariajin desu, Maria è italiana(formale).
  • Negativa: [Soggetto] + wa + [Nome del predicato] + じゃない janai / じゃありません ja arimasen / ではない dewa nai / で(は)ありません de(wa) arimasen.
Watashi wa sensei janai, Io non sono un professore(colloquiale); Maria-san wa nihonjin dewa arimasen, Maria non è giapponese(formale).
  • Interrogativa: [Soggetto] + wa + [Nome del predicato] + ですか desu ka / ではありませんか de(wa) arimasen ka (Il punto interrogativo è opzionale).
Anata wa gakusei desu ka?, Tu sei uno studente?; Maria-san wa itariajin desu ka?, Maria è italiana?.

Frase esistenziale: utilizza i verbi imasu e arimasu (esserci, esistere), il primo per gli esseri animati, il secondo per quelli inanimati. Essi sono di solito scritti solo in kana, rispettivamente います e あります, ma anche se raramente è possibile vederli scritti come 居ます e 有ります.

  • Affermativa: [Soggetto] + wa / ga + います imasu / あります arimasu.
Isu ga arimasu, C'è una sedia; Sensei ga imasu, C'è il professore.
  • Negativa: [Soggetto] + wa / ga + いません imasen / ありません arimasen.
Isu wa arimasen, Non ci sono sedie; Sensei wa imasen, Non ci sono professori.
  • Interrogativa: [Soggetto] + wa / ga + いますか imasu ka / ありますか arimasu ka / いませんか imasen ka / ありませんか arimasen ka.
Isu wa arimasu ka?, Ci sono sedie?; Sensei ga imasen ka?, Non c'è il professore?.

Modelli di periodo[modifica | modifica sorgente]

Periodo causale: è costituito da una proposizione principale e da una proposizione subordinata causale.

  • Forma normale: [Subordinata] + (のだ) から (no da) kara / ので no de + [Principale] + (のです) (no desu).
Kōhī ga suki dewa nai kara, nomimasen, Poiché non mi piace il caffè, non lo bevo.
  • Forma invertita: [Principale] + (のです) (no desu). [Subordinata] からです kara desu / のです no desu.
Kōhī o nomimasen. Suki dewa nai no desu, Non bevo caffè. Il fatto è che non mi piace.

Proposizione finale: quella che in italiano è una proposizione finale si traduce in giapponese con una proposizione seguita dal termine ために tame ni o semplicemente に ni qualora il verbo della reggente sia un verbo di movimento.

  • Aiko ni hanasu tame ni denwa shita: Ho telefonato per parlare con Aiko, (Aiko ni: ad Aiko, hanasu: parlare, tame ni: per, indica la finale, denwa shita: aver telefonato).
  • Shinbun o kai ni deta: Sono uscito a comprare il giornale, (Shinbun o: giornale [complemento oggetto], kai: comprare, ni: particella usata in questo caso per formare la subordinata finale, deta: essere uscito).


Proposizione relativa: a differenza delle lingue indoeuropee che fanno frequente uso di pronomi relativi, il giapponese non ne fa uso e la proposizione relativa precede immediatamente il sostantivo al quale si riferisce, la funzione logica che dovrebbe essere ricoperta dal pronome relativo è spesso deducibile dal contesto:

  • Kinō anata ga mita neko wa kuroi desu: Il gatto che hai visto ieri è nero,(kinō: ieri, anata ga: tu [soggetto della relativa], mita: aver visto, neko wa: gatto [tema della frase principale], kuroi: nero, desu: è, in questo caso nella funzione di ausiliare di cortesia).
  • Uchi ni kaeru densha ga nai: Non c'è un treno con cui tornare a casa, (uchi ni: a casa, kaeru: ritornare, densha ga: treno [soggetto della proposizione principale], nai: non c'è).
  • Watashi ga kita machi wa Tōkyō desu: La città dalla quale sono venuto è Tokyo, (watashi ga: io [soggetto della relativa], kita: essere venuto, machi wa: città [tema della principale], Tōkyō: Tokyo, desu: è).

Sistema di scrittura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sistema di scrittura giapponese.

Il sistema di scrittura giapponese si basa sui due kana (hiragana e katakana), alfabeti sillabici creati — secondo la tradizione — intorno al IX secolo dal monaco buddhista giapponese Kūkai (Kōbō Daishi), e sui kanji (caratteri di origine cinese), i sinogrammi.

I primi due alfabeti sono composti ciascuno da 45 sillabe (che comprendono le vocali) e da una consonante, la N. Oltre a questi suoni seion, puri, ci sono 20 suoni dakuon o impuri (ottenuti dalla nigorizzazione, ovvero dall'aggiunta di due trattini chiamati nigori a destra dei caratteri, che sonorizza le consonanti), 5 suoni handakuon o semipuri (con un cerchietto, maru, a destra dei caratteri) e 36 suoni yōon o contratti, derivati dalla combinazione di alcuni dei precedenti.

Kana[modifica | modifica sorgente]

Sillabario Hiragana
(a) (i) (u) (e) (o)
(ka) (ki) (ku) (ke) (ko)
(ga) (gi) (gu) (ge) (go)
(sa) (shi) (su) (se) (so)
(za) (ji) (zu) (ze) (zo)
(ta) (chi) (tsu) (te) (to)
(da) (dji) (dzu) (de) (do)
(na) (ni) (nu) (ne) (no)
(ha) (hi) (fu) (he) (ho)
(ba) (bi) (bu) (be) (bo)
(pa) (pi) (pu) (pe) (po)
(ma) (mi) (mu) (me) (mo)
(ya) (yu) (yo)
(ra) (ri) (ru) (re) (ro)
(wa) (wo)
(n)

Lo hiragana è impiegato specialmente per i prefissi, i suffissi, le particelle (o posposizioni) — parti grammaticali giapponesi che non si rappresentano con i kanji. Viene usato inoltre per trascrivere la pronuncia dei kanji (prendendo il nome di furigana), sia per motivi didattici (nel caso di kanji rari) sia per scrivere sul computer (ogni ideogramma è scritto inizialmente come sequenza di segni hiragana e poi sostituito da uno dei kanji che hanno quella pronuncia).

Sillabario Katakana
(a) (i) (u) (e) (o)
(ka) (ki) (ku) (ke) (ko)
(ga) (gi) (gu) (ge) (go)
(sa) (shi) (su) (se) (so)
(za) (ji) (zu) (ze) (zo)
(ta) (chi) (tsu) (te) (to)
(da) (dji) (dzu) (de) (do)
(na) (ni) (nu) (ne) (no)
(ha) (hi) (fu) (he) (ho)
(ba) (bi) (bu) (be) (bo)
(pa) (pi) (pu) (pe) (po)
(ma) (mi) (mu) (me) (mo)
(ya) (yu) (yo)
(ra) (ri) (ru) (re) (ro)
(wa) (wo)
(n)

Il katakana, in alcuni casi simile allo hiragana, ma più rigido e squadrato, è attualmente impiegato soprattutto per trascrivere le parole di origine straniera (adattate naturalmente alla fonotassi giapponese: non tutti i suoni stranieri sono infatti presenti nell'alfabeto katakana, per esempio a causa del rotacismo). Inoltre può essere usato quando si vuol dare una maggior enfasi a determinati termini giapponesi all'interno di un testo. Fra i giovani è sempre più diffuso l'uso dei katakana per scrivere sostantivi giapponesi dai kanji troppo difficili o antiquati. Vengono infine usati per la scrittura delle voci onomatopeiche.

Per molti aspetti l'uso del katakana rispetto allo hiragana ha funzioni analoghe a quello del corsivo latino rispetto al tondo.

I tre sistemi di scrittura hiragana, katakana e kanji vengono utilizzati contemporaneamente nello stesso testo: i kanji per le radici della maggior parte dei verbi, degli aggettivi, dei pronomi, dei sostantivi e dei nomi propri giapponesi; lo hiragana per suffissi, desinenze, ausiliari e posposizioni, ma può essere usato anche in sostituzione dei kanji, soprattutto nel caso di testi informali o destinati ai bambini che ancora non hanno imparato molti dei kanji; il katakana è invece utilizzato per scrivere le onomatopee, le parole straniere e in certi casi le parole alle quali si desidera dare particolare rilievo all'interno di una frase. Per esempio si considerino i diversi modi in cui la frase Watashi wa Mirano e ikimasu" (Io vado a Milano) può essere scritta:

私はミラノへ行きます。

わたしはミラノへいきます。

Il pronome personale Watashi (io) e la radice i del verbo iku (andare) possono essere scritti sia con i rispettivi kanji (私: watashi, 行: i) che con il loro equivalente hiragana (watashi: わたし, i: い) come nel secondo esempio perché sono rispettivamente un pronome e una radice verbale. La parola Mirano (Milano) va scritta in katakana in quanto parola straniera: ミラノ; mentre per scrivere la posposizione e (へ), la desinenza verbale ki (き) e l'ausiliare di cortesia masu (ます) si utilizza sempre e comunque lo hiragana.

Kanji[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Kanji.

I kanji (lett. "Caratteri della Cina", da kan = Cina) sono propriamente caratteri di origine cinese. Sono più di 50,000, ma quelli considerati di uso comune, gli shinjitai, sono solo 2238.[4] I kanji sono formati da uno dei 214 radicali e da altri elementi riconducibili ad altri kanji. I radicali, a loro volta, sono dei kanji a sé che solitamente non hanno molti tratti. È importante riconoscere i radicali perché aiutano nella comprensione dei kanji: infatti questi hanno un significato preciso e varie pronunce (di solito da una a tre) a seconda della loro posizione nelle parole. Adottando gli ideogrammi cinesi, i giapponesi hanno importato anche la loro pronuncia, detta on, modificata secondo la propria fonetica, specialmente per le parole composte, data la brevità di tali pronunce (la lingua cinese scritta di epoca classica era di fatto quasi totalmente monosillabica).

Esempio: la parola yasumi (休み) significa "riposo, vacanza", e il kanji è composto dal radicale di "persona" (人) e da "albero" (木), il secondo carattere (み) è la sillaba mi in hiragana.

Traslitterazione o rōmaji[modifica | modifica sorgente]

Il rōmaji (lett. "Segni di Roma") è il sistema di traslitterazione dal giapponese ai caratteri latini. Ci sono più tipologie di rōmaji: i più usati sono il sistema Hepburn e il sistema Kunrei. Qui viene usato il sistema Hepburn, che si differenzia dal Kunrei solo per qualche sillaba e per la scrittura dei suoni contratti. Il primo si avvicina di più alla pronuncia; il secondo è più schematico (dove lo Hepburn scrive ta, chi, tsu, te, to, il Kunrei scrive ta, ti, tu, te, to). Attenzione: i giapponesi non usano mai il rōmaji per scrivere (anche se da tempo si è diffuso il modo di scrivere orizzontale sinistra-destra, alto-basso, occidentale, al posto del "classico" — e naturalmente tuttora impiegato — sistema di scrittura verticale alto-basso, destra-sinistra). Il rōmaji è comunque insegnato nelle scuole perché attraverso la sillabazione in caratteri romani si possono scrivere i testi in giapponese su apparecchi elettronici (computer, telefoni, ecc.).

Convenzioni ortografiche[modifica | modifica sorgente]

Solo 3 particelle hanno una pronuncia irregolare: は (ha) che si pronuncia wa, を (wo) che si pronuncia o e へ (he) che si pronuncia e. Queste letture irregolari si applicano solo quando il fonema è usato come particella. Nel caso di は ci sono anche altre poche eccezioni dovute a rimanenze arcaiche della particella d'argomento in parole ormai indipendenti, per esempio ではありません (dewa arimasen, traduzione: non è) o こんにちは (konnichiwa, buongiorno). La sillaba を è esclusivamente particella e non compare in nessuna altra parola giapponese.

Scrivere senza spazi[modifica | modifica sorgente]

Gli spazi nella lingua giapponese sono una introduzione piuttosto recente ad uso dei bambini e di coloro che devono apprendere la lingua iniziando dagli alfabeti sillabici. A volte la divisione fra parola e parola si basa su metodi meramente convenzionali (alcuni legano le particelle ai nomi che li precedono, altri no, stesso discorso per la desinenza -masu dei verbi nella forma di cortesia). In realtà l'alternanza di kanji e hiragana fa sì che ci sia un'alternanza delle parti del discorso pienamente distinguibile. Dopo ogni sostantivo (scritto in kanji) segue una particella in hiragana; anche verbi e aggettivi hanno una prima parte in kanji e una desinenza in hiragana. Conoscendo questa struttura diventa semplice delimitare una parola dall'altra.

Altre particolarità della lingua giapponese[modifica | modifica sorgente]

  • Grande quantità di omofoni;
  • Gran numero di voci onomatopeiche;
  • Uso dei classificatori, unità di misura che cambiano a seconda dell'oggetto della conta;
  • Numero enorme di prestiti linguistici, la maggior parte derivati dal cinese, più recentemente dall'inglese americano;
  • Grande ricchezza e varietà di parole con sfumature di significato diverse (dovuto appunto all'importazione massiccia di parole anche da altre lingue straniere);
  • Sostantivi, verbi e aggettivi non distinguono tra genere, numero e persona;
  • Confine sfumato tra verbi e aggettivi;
  • Suddivisione delle voci verbali per basi;
  • Coniugazione positiva e negativa di tutte le forme verbali e aggettivali;
  • Divisione della lingua in livelli di cortesia, specialmente per i verbi, e di conseguenza gran numero di suffissi e di prefissi di genere onorifico;
  • Indicatore del tema o argomento della frase;
  • Soggetto quasi sempre sottinteso.
  • Si scrive dall'alto verso il basso ordinando le righe da destra verso sinistra, ma si può scrivere anche all'occidentale.

Premi Nobel per la letteratura di lingua giapponese[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ CIA - The World Factbook -- Field Listing :: Languages, Central Intelligence Agency. URL consultato il 17 febbraio 2010 (archiviato dall'url originale il 17 febbraio 2010).
  2. ^ Lewis, Paul M. (ed), Languages of Palau, SIL International, 2009. URL consultato il 17 febbraio 2010 (archiviato dall'url originale il 17 febbraio 2010).
  3. ^ Vedi bibliografia nella voce di dettaglio
  4. ^ I nuovi caratteri sono dati dalla somma dei 1945 jōyō kanji e dei 293 jinmeiyō kanji usati per i nomi propri. Ad essere ormai desueti sono i circa 45,000 kyūjitai.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Claude Lévi-Strauss " Lezioni giapponesi" , Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2010.
  • Paolo Calvetti (1999) "Introduzione alla storia della lingua giapponese" Istituto Universitario Orientale-Dipartimento di Studi Asiatici
  • Silvana De Maio, Carolina Negri, Junichi Oue (2007) "Corso di Lingua Giapponese" vol. 1. Hoepli. ISBN 978-88-203-3663-9
  • Silvana De Maio, Carolina Negri, Junichi Oue (2007) "Corso di Lingua Giapponese" vol. 2. Hoepli. ISBN 978-88-203-3664-6
  • Silvana De Maio, Carolina Negri, Junichi Oue (2008) "Corso di Lingua Giapponese" vol. 3. Hoepli. ISBN 978-88-203-3665-3
  • Matilde Mastrangelo, Naoko Ozawa, Mariko Saito (2006) "Grammatica Giapponese". Hoepli ISBN 88-203-3616-2
  • Kubota Yoko (1989). Grammatica di giapponese moderno. Libreria Editrice Cafoscarina. ISBN 88-85613-26-8
  • Mariko Saito (2001). Corso di lingua giapponese per italiani 1. Bulzoni. ISBN 88-8319-387-3
  • Mariko Saito (2003). Corso di lingua giapponese per italiani 2. Bulzoni. ISBN 88-8319-853-0
  • Makino Seiichi, Tsutsui Michio (1991). A dictionary of basic Japanese grammar. Japan Publications Trading Co. ISBN 4-7890-0454-6
  • Makino Seiichi, Tsutsui Michio (1995). A dictionary of intermediate Japanese grammar. Japan Publications Trading Co. ISBN 4-7890-0775-8
  • Andrew Nelson, a cura di John Haig (1996). The New Nelson Japanese-English Character Dictionary. Tuttle Publishing. ISBN 0-8048-2036-8
  • Mark Spahn, Wolfgang Hadamitzky (1996). The Kanji Dictionary. Tuttle Publishing. ISBN 0-8048-2058-9
  • (1999). Dizionario Shogakukan Italiano-Giapponese. Shogakukan. ISBN 4-09-515402-0
  • (1994). Dizionario Shogakukan Giapponese-Italiano. Shogakukan. ISBN 4-09-515451-9
  • Remebering the kanji, James W. Heisig (imparare i kanji in modo facile e veloce) non disponibile in italiano (traduzione in corso).
  • Kana Un libro di esercizio (PDF)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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