Repubblica Ligure

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Repubblica Ligure
Repubblica Ligure – Bandiera Repubblica Ligure - Stemma
Repubblica Ligure - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome completo Repubblica Ligure
Nome ufficiale Repubblica Democratica Ligure
Lingue parlate italiano, francese (de facto il ligure parlato dalla totalità degli abitanti)
Capitale Genova
Dipendente da Francia
Politica
Forma di governo Repubblica giacobina
Nascita 14 giugno 1797 con Gerolamo Luigi Durazzo
Causa Campagna d'Italia di Napoleone
Fine 4 giugno 1805
Causa Campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte
Territorio e popolazione
Bacino geografico Liguria, Oltregiogo, Isola di Capraia
Territorio originale Repubblica di Genova
Feudi imperiali
Popolazione 600.000 nel 1797
Economia
Valuta Lira
Risorse commercio, pesca, sale, vite
Produzioni vetro, oreficeria, armi, cantieri navali
Commerci con Egitto, Siria, Impero Ottomano, Francia, Spagna, Inghilterra, India
Esportazioni spezie, sale, vetro
Importazioni spezie
Religione e società
Religioni preminenti cattolicesimo
Religione di Stato cattolicesimo
Religioni minoritarie cristianesimo ortodosso, ebraismo, islam
Classi sociali nessuna, ma de facto le stesse della Repubblica di Genova
Evoluzione storica
Preceduto da Repubblica di Genova Repubblica di Genova
Succeduto da nel 1805: Primo Impero Francese Primo Impero Francese
nel 1814 Repubblica di Genova Repubblica di Genova

La Repubblica Ligure (1797-1805) è il nome che ha connotato uno stato preunitario dell'Italia nord-occidentale durante il periodo napoleonico, comprendente il territorio della ex Repubblica di Genova (vale a dire la Liguria, l'isola di Capraia, e la regione dell'Oltregiogo).

Capitale[modifica | modifica sorgente]

La capitale fu stabilita a Genova che all'epoca contava 89 000 abitanti mentre l'intera Repubblica ne contava 600 mila. La Repubblica Ligure usò la tradizionale bandiera genovese, una croce rossa in campo bianco.

Confini[modifica | modifica sorgente]

Al momento della sua costituzione la Repubblica Ligure confinava ad ovest ed a nord con il Regno di Sardegna, ad est col Ducato di Parma e Piacenza, a sud-est con la Repubblica Cispadana (che presto diverrà Repubblica Cisalpina, assorbendo anche i territori dell'ex-Ducato di Milano nel frattempo divenuto Repubblica Transpadana) ed a sud col Mar Ligure. Parte dei Feudi Imperiali fu annessa nel settembre 1797.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Le idee democratiche si erano ampiamente diffuse in Liguria dalla vicina Francia rivoluzionaria, anche grazia all'opera di propaganda di Filippo Buonarroti e altri esuli, negli anni 1794-1795, avendo come base la cittadina di Oneglia. Le nuove idee liberali avevano trovato terreno fertile nel territorio di una repubblica oligarchica e aristocratica, che teneva ai margini del potere politico, un'ampia fetta della società, i cosiddetti "nobili poveri". A Genova, per poter aspirare a posti di governo, era necessario "un certo censo", vale a dire una data disponibilità di denaro, il che spingeva le famiglie nobili a concentrare tutte le ricchezze nelle mani del primogenito. Questa norma faceva dei figli cadetti dei diseredati, riducendoli, in qualche caso, in condizioni economiche molto modeste. Di pari passo era decaduto il ruolo del Maggior Consiglio, assemblea di cui questi patrizi (ben 400) facevano parte. Il potere era andato così interamente ai duecento membri del Minor Consiglio, formato da ricchi eredi delle grandi casate che lo gestivano con criteri privatistici, attenti unicamente a tener buono il popolo, convinti com'erano che i restanti genovesi, anche se poveri, mai si sarebbero schierati contro il governo. Fu quindi una sorpresa quando, nel 1794, venne alla luce una cospirazione antioligarchica: un movimento d'opposizione, compreso ancora entro l'ambito parlamentare, con cui un gruppo di "nobili poveri" intendeva imporre una riforma degli organismi di governo, ridistribuendo il potere secondo i dettami della Costituzione del 1576. La cospirazione fu repressa dalle autorità, i principali esponenti arrestati o costretti all'esilio e tutto rimase come prima, anche se le riforme sollecitate avrebbero potuto forse salvare l'aristocrazia dall’imminente rovina.

A dare il segnale di inizio di quella che fu chiamata la Rivoluzione di Genova fu, la mattina del 22 maggio 1797, la fanfara del reggimento dei Cadetti. Mentre questo reparto d'élite si avviava a rilevare la guardia a Ponte Reale (la stazione marittima d'allora) a un cenno del comandante Falco, trombe e tamburi intonarono le note del Ca ira, inno proibito a Genova per i suoi accesi significati antiaristocratici. A quelle note sbucarono, dalle strade circostanti, squadre di giacobini armati che subito si unirono ai cadetti nell'occupazione del varco portuale e quindi si sparsero per la città. Mentre i nobili si rifugiavano nei loro palazzi e le botteghe chiudevano i battenti, gli insorti presidiarono le Porte delle Mura, saccheggiarono i depositi di armi, liberarono i detenuti della Malapaga e i galeotti. Un comitato rivoluzionario, destinato a guidare l'insurrezione, si installò nella Loggia di Banchi: ne facevano parte Felice Morando, Filippo Doria, l'abate Cuneo, Valentino Lodi, Andrea Vitaliani, il monaco Alessandro Ricolfi detto Bernardone. Furono subito avviati contatti con il governo cui gli insorti chiesero le dimissioni immediate. Il Doge Giacomo Maria Brignole e i pochi senatori che erano riusciti ad arrivare a Palazzo stavano per accettare quando, sobillati da qualche patrizio, da Portoria, l'inquieto quartiere di Balilla, mosse una folla di popolani che gridando "viva il nostro Principe", "viva Maria" penetrò nella pubblica armeria asportandone 14 000 fucili. Questi uomini, coraggiosi e decisi, cominciarono a dare la caccia ai giacobini e ai francesi: le strade della città divennero in breve un campo di battaglia. Due giorni durarono gli scontri con morti e feriti. Lo stesso Filippo Doria cadde colpito a morte sugli scalini di Ponte Reale. Le celle di Palazzo Ducale si riempirono di democratici arrestati dai "viva Maria" e, non bastando queste, fu adattata a prigione anche la vicina chiesa di S. Ambrogio. L'intervento del popolo in difesa del "vecchio principe", se aveva dato al governo un buon motivo per rifiutare di dimettersi, con le sue violenze, specie nei confronti dei cittadini francesi, diede anche a Faipoult l'occasione per ricorrere a Bonaparte. Questi inviò a Genova l'aiutante di campo La Vallette con una lettera per il ministro e una per il Doge, durissime entrambe. Nella prima il generale accusava Faipoult di aver impedito l'ingresso delle navi francesi nel porto e di aver agito con eccessiva debolezza. Lo invitava quindi a lasciare la città nel caso che il governo genovese non avesse ottemperato a quanto richiesto nella lettera al Doge. In questa ultima Bonaparte chiedeva che fossero messi in libertà tutti i francesi detenuti, che fossero arrestati i nobili che avevano sobillato i "viva Maria" e disarmato il popolo. «Se entro 24 ore dopo ricevuta la presente lettera non avrete ottemperato a quanto richiesto - intimava il generale - il ministro della Repubblica Francese sortirà da Genova e l'aristocrazia avrà esistito». I Magnifici compresero che non restava loro altra scelta che accettare il diktat di Bonaparte. Si affrettarono i tempi. Partì per Milano Faipoult, partì una delegazione genovese composta dall'ex Doge Michelangelo Cambiaso, dal giurista Luigi Carbonara e da Girolamo Serra per concordare con Bonaparte, in quei giorni "in vacanza" nella villa di Mombello, il cambio di governo. Lo stesso Bonaparte, tra il 5 e il 6 giugno, con l'aiuto di Faipoult, stese il testo di una Convenzione che prese il nome di "Convenzione di Mombello", con cui si sanciva la fine della Repubblica di Genova, oligarchica e aristocratica, e la nascita della Repubblica Ligure democratica. Al testo dell'accordo, che fu poi approvato a Genova il 9 giugno, Bonaparte unì una lista di 22 persone designate a formare il nuovo governo, tra cui figuravano alcuni nobili, compreso il marchese Giacomo Maria Brignole. Questo governo, detto provvisorio fu insediato il 13 giugno con a capo lo stesso Giacomo Brignole che, in tal modo, cambiava soltanto carica: da Doge diventava Presidente.

Il passaggio dei feudi imperiali a Genova[modifica | modifica sorgente]

Il 17 ottobre 1797 con il Trattato di Campoformio, l'imperatore d'Austria Francesco II rinunciava ai feudi Imperiali liguri accettando la loro unione alla Repubblica Ligure.

I feudi imperiali costituivano una fascia territoriale che occupava l'immediato Oltregiogo Ligure, circondando i pochi accessi viari tenuti da Genova, lungo la strada della Bocchetta sino a Novi: erano feudi imperiali i piccoli centri a Levante e a Ponente di questa, come Busalla, Ronco, Arquata, ecc. Al momento questi passavano pertanto alla Repubblica Ligure.

La Costituente e la Controrivoluzione[modifica | modifica sorgente]

Il governo provvisorio che doveva guidare la neonata repubblica in attesa della redazione e dell'approvazione della nuova Costituzione, non costituì una completa rottura con il passato. Alcuni suoi membri, scelti in parte dai delegati genovesi e in parte dal governo francese, ma tutti previo esame e approvazione dello stesso Napoleone, erano rappresentanti dell'appena deposto regime oligarchico, primo fra tutti, l'ultimo doge Giacomo Brignole.

La redazione del testo costituzionale si presentò subito problematico e suscitò accesi dibattiti soprattutto su alcuni temi, quali l'espropriazione dei beni feudali dell'entroterra ligure, e i rapporti della nuova repubblica con la Chiesa Cattolica e le autorità ecclesiastiche e l'incameramento dei beni di loro proprietà.

Ancora una volta, proprio per il timore di vedersi cancellare i propri privilegi, i feudatari e gli ecclesiastici più influenti, fecero uso del potere di cui godevano presso il popolo minuto delle campagne circostanti Genova, per fomentare disordini. Il 3 settembre 1797, su istigazione del parroco, insorse Albaro, piccolo borgo alle porte della città, dove la popolazione doveva la sua sussistenza al servizio presso le ville di campagna delle più ricche famiglie genovesi. Ma gli insorti furono dispersi entro breve tempo dalle truppe francesi guidate dal generale Duphot.

Il giorno successivo, però, anche le popolazioni contadine della val Polcevera si sollevarono e approfittando dell'attenzione del governo verso i fatti di Albaro, si impadronirono dei forti Sperone e Tenaglia e attaccarono le fortificazioni di San Benigno. Una delegazione composta anche dall'Arcivescovo di Genova, parlamentò con i rivoltosi e si raggiunse un accordo di fermare la rivolta in cambio della promessa che la repubblica non avrebbe compromesso la religione cattolica. L'accordo però venne disatteso dagli stessi insorti che ripresero le armi, ma ancora una volta la rivolta finì nel sangue ad opera dei francesi.

Sempre il 4 settembre si sollevarono i contadini della val Fontanabuona, i quali, calarono sulle cittadine costiere, dove però sollevarono pochi entusiasmi, per poi marciare verso le porte di levante di Genova, con l'intento di dare man forte agli insorti della Val Polcevera. Ma alla notizia della sconfitta di questi ultimi, le loro file, sempre più assottigliate dalle diserzioni, furono facilmente disperse.

Il progetto di Costituzione, alla luce di questi eventi, fu pertanto sottoposto a forti pressioni da parte dei francesi, che ne volevano l'approvazione nel più breve tempo possibile. Il risultato fu che i costituenti, per affrettare i tempi, dovettero attingere a piene mani, dalla traduzione italiana del testo della Costituzione francese del 1795, e solo in parte poterono effettuare modifiche e innovazioni più adatte alla realtà ligure.

La Costituzione del Popolo Ligure venne infine approvata il 2 dicembre del 1797 dai comizi popolari. Ecco qui di seguito un estratto dei primi sette articoli:

  • Art. 1 - La Repubblica Ligure, è una e indivisibile.
  • Art. 2 - L'universalità dei cittadini liguri è il sovrano.
  • Art. 3 - La libertà e l'eguaglianza sono la base della repubblica.
  • Art. 4 - La Repubblica Ligure conserva intatta la religione cristiana-cattolica, che professa da secoli.
  • Art. 5 - Accorda una speciale protezione all'industria, al commercio alle arti e alle scienze.
  • Art. 6 - Difende tutte le proprietà, e assicura le giuste indennizzazioni di quelle, delle quali la pubblica necessità, legalmente provata, esige il sacrifizio.
  • Art. 7 - Conserva e tramanda a' posteri sentimenti di riconoscenza per la repubblica francese, e si dichiara naturale alleata di tutti i popoli liberi.

Secondo la nuova Costituzione, il potere legeslativo era attribuito a due assemblee, il Consiglio dei Giuniori (o dei Sessanta, in quanto composto da 60 membri) e il Consiglio dei Senatori (30 membri). I due consigli eleggevano un Direttorio di 5 membri, detentore del potere esecutivo. Il Direttorio svolgeva le proprie funzioni attraverso un Segretario Generale e un certo numero di Ministri.

La Guerra contro il Piemonte[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'ingresso della Repubblica Ligure nella sfera di influenza francese, l'ultima preoccupazione del governo rivoluzionario era quella di scacciare dal Piemonte, Carlo Emanuele IV e istituire un governo repubblicano anche in quel regno. Gli agenti francesi agivano nell'ombra per fomentare rivolte dei sostenitori giacobini, ma queste insurrezioni erano tutte fallite.

Dopo la battaglia di Ornavasso, un folto gruppo di ribelli, si era rifugiato a Carrosio, territorio del Regno di Sardegna, ma enclave della Repubblica Ligure, e da qui organizzavano incursioni contro i vicini villaggi del dominio sabaudo, con il tacito appoggio dei francesi e dei liguri. Il 5 giugno 1798, truppe reali al comando del conte Policarpo Cacherano d'Osasco, entrati in territorio ligure, attaccarono i ribelli a Carrosio, per poi inseguirli fino a Gavi, città ligure, dove la guarnigione prese le parti dei fuggiaschi sparando sui piemontesi.

I 7 giugno, la Repubblica Ligure dichiarò guerra al Piemonte. Dapprima la guerra fu favorevole ai Liguri, appoggiati dai francesi: occupazione di Carrosio (12 giugno), resa di Loano (19 giugno), presa del forte di Serravalle (27 giugno).

Ma, nel frattempo, ad Oneglia, le truppe repubblicane non solo non riuscirono ad occupare la città, ma truppe piemontesi fuoriuscite, riuscirono ad impadronirsi di Diano e di Porto Maurizio. Inoltre altre truppe piemontesi si installarono su tutte le alture circostanti. La Repubblica Ligure sarebbe andata incontro a una grave disfatta militare, se il Direttorio di Francia, la sera stessa del 27 giugno, non avesse ordinato di cessare le ostilità.

La breve guerra dimostrò tutta la debolezza che caratterizzava la neonata repubblica e a nulla valsero i successivi processi, volti a individuare i colpevoli del fallimento militare.

Conseguenze delle sconfitte francesi[modifica | modifica sorgente]

La ripresa della guerra tra la Francia e le altre potenze europee si rivelò nefasta anche per la giovane Repubblica. La continue sconfitte dell'esercito francese e il conseguente abbandono dei territori occupati avvicinavano sempre più il conflitto al territorio ligure, strenuamente difeso in quanto ultimo corridoio di collegamento con la Francia. Nel maggio 1799 la situazione era alquanto grave: la riviera di Levante era stata occupata dalle truppe austro-russe che assediavano i forti, mentre a ponente Oneglia era in rivolta.

Nel quadro degli eventi, era inevitabile che lo scontro avvenisse a poca distanza da Genova. Il 15 agosto 1799, i due fronti si scontrarono a Novi, a circa 60 km dalla città. La sconfitta subita dai francesi costrinse questi ultimi ad asserragliarsi nella capitale ligure.

A questo punto il governo ligure divenne un fantoccio in mano francese, anche più di quanto non lo fosse stato fino a quel momento. A seguito del colpo di Stato del 18 brumaio, che portò Napoleone al potere, anche in Liguria, il 7 dicembre 1799, l'esperienza democratica della riviera ebbe bruscamente fine su pressione francese. Il Direttorio venne esautorato e sostituito da un collegio di Novemviri.

L'assedio di Genova (1800)[modifica | modifica sorgente]

L'arrivo degli eserciti austriaci e russi al nord segnò la fine della rivoluzione in tutta la penisola: solo Genova rimase in guerra, sostenendo grazie al generale André Masséna, sottufficiale di Napoleone, un rigido assedio da parte degli austriaci e degli inglesi: nel marzo del 1800 cominciò il blocco da parte delle navi inglesi, facendo sì fosse impossibile introdurre viveri dal mare.

Da terra, Genova era circondata da truppe austro-piemontesi e da quelle savonesi. La città resistette a lungo, nonostante la fame che uccise ancor più dei combattimenti.

La città era chiusa lato mare dal blocco navale inglese, da terra dalle truppe austriache il cui campo principale era alle Capanne di Marcarolo. Fu in queste circostanze che, forzando continuamente il blocco navale e attaccando direttamente con una vecchia galea le navi inglesi, mostrò le sue capacità marinare e tattiche il leggendario capitano Giuseppe Bavastro. Da terra si combatteva lungo la linea dei forti, ed a quei combattimenti partecipò anche Ugo Foscolo, rimasto ferito presso il Forte Puin.

Infine, messa allo stremo, la città fu costretta ad arrendersi. Gli assediati poterono cedere onorevolmente, con il permesso di lasciare la città. Il tempo in cui aveva impegnato i nemici ad assediarla aveva però dato a Napoleone Bonaparte lo spazio necessario per poter trionfare nuovamente nella battaglia di Marengo, vicino ad Alessandria. Di conseguenza Napoleone era nuovamente arbitro delle sorti d'Italia: e Genova, chiusa con l'assedio la fase della Repubblica Ligure, nel 1805 fu annessa al primo Impero francese. Importante ruolo di mediatore ebbe in questa circostanza il futuro ministro delle finanze del regno di Francia Luigi Emanuele Corvetto.

L'ultimo doge[modifica | modifica sorgente]

L'ultimo, anzi l'unico doge della Repubblica Ligure (e non, lo si noti, della Repubblica di Genova come spesso viene erroneamente considerato) fu Girolamo Luigi Durazzo, eletto doge il 10 agosto 1802, deposto il 29 maggio 1805 con l'annessione della Liguria all'Impero francese (4 giugno 1805) e la sua nomina a Prefetto del Dipartimento di Genova e poi a senatore dell'Impero francese il 31 ottobre 1805.

Dopo la fine di Napoleone, le potenze europee vollero ripristinare gli Stati nei loro vecchi limiti, ma affinché i possedimenti del regno sabaudo avessero confini più estesi verso la Francia, il Congresso di Vienna, deliberò l'annessione della Liguria al Piemonte.

La fine della Repubblica Genovese (e non, come erroneamente spesso si indica, della Repubblica di Genova, essendo diversa la denominazione dello Stato nel periodo restaurativo del 1814) fu sancita il 26 dicembre 1814. Il cambio della guardia avvenne il 7 gennaio 1815. Girolamo Serra, Ministro della Guerra e della Marina della Repubblica Ligure dal 1802, fu designato presidente del Governo Provvisorio nel gennaio del 1815.

Divisione territoriale[modifica | modifica sorgente]

Dal 1797 al 1798:

Dal 1798 al 1803:

Dal 1803 al 1805:


Fonte:Divisioni territoriali della Liguria in periodo napoleonico sul sito di Franco Bampi

Capi di stato della Repubblica Ligure[modifica | modifica sorgente]

  • Giacomo Maria Brignole, Doge del Governo Provvisorio dal 14 giugno al 26 giugno 1797
  • Giacomo Maria Brignole, Presidente del Governo Provvisorio dal 26 giugno 1797 al 17 gennaio 1798
  • Direttorio Esecutivo dal 17 gennaio 1798 al 7 dicembre 1799
  • Commissione di Governo dal 7 dicembre 1799 al 24 giugno 1800
  • Commissione Provvisoria di Governo dal 24 giugno 1800 al ? 1800
  • Commissione di Governo dal ? 1800 al 2 luglio 1800
  • Commissione Straordinaria di Governo 2 luglio 1800-3 luglio 1800
  • Girolamo Luigi Durazzo, Doge della Repubblica Ligure dal 3 luglio 1800 al 4 giugno 1805

Note[modifica | modifica sorgente]


Voci correlate[modifica | modifica sorgente]