Caduta della Repubblica di Venezia

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I territori della Repubblica di Venezia alla vigilia della caduta, nel 1796.

1leftarrow.pngVoce principale: Repubblica di Venezia.

La caduta della Repubblica di Venezia è l'evento storico che, nel 1797, pose fine alla millenaria storia della Serenissima Repubblica.

Quadro storico e antefatto[modifica | modifica sorgente]

Il giovane generale francese Napoleone Bonaparte.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione francese, Età napoleonica e Prima coalizione.

L'episodio si inquadra nell'ambito degli sconvolgimenti politici prodotti dalla Rivoluzione francese (presa della Bastiglia del 14 luglio 1789) e dalle guerre rivoluzionarie francesi, scoppiate con l'entrata in guerra dell'Austria il 20 aprile 1792. La decapitazione del re di Francia Luigi XVI, il 21 gennaio 1793, spinse numerosi stati europei a riunirsi nella Prima coalizione, con l'intento di reprimere il fenomeno rivoluzionario.

Il pretendente al trono di Francia, il conte di Lilla Louis Stanislas Xavier, riparò per un periodo, nel 1794, a Verona, ospite della Repubblica di Venezia. Il fatto provocò le vive proteste dei rappresentanti francesi, tanto che il diritto d'asilo venne revocato e, il 21 aprile, Louis lasciò Verona, chiedendo, per protesta, che il suo nome fosse cancellato dal libro d'oro della nobiltà veneziana e che gli fosse restituita l'armatura di Enrico IV, conservata a Venezia. L'allontanamento di Luigi spinse inoltre molte corti europee a manifestare il proprio disappunto al governo veneziano.

Nel 1795, con la Costituzione dell'anno III, la Francia pose fine all'epoca del Terrore e instaurò il governo di un Direttorio, che pianificò una grande offensiva a tenaglia contro le forze della coalizione: un attacco principale avrebbe investito da ovest gli Stati del Sacro Romano Impero attraversano il Reno, mentre una spedizione di disturbo avrebbe colpito gli austriaci e i loro alleati da sud, attraverso l'Italia settentrionale.

La conduzione della campagna d'Italia venne affidata al giovane e promettente generale Napoleone Bonaparte (aveva allora ventisette anni). Questi nell'aprile 1796 attraversò con quarantacinquemila uomini le Alpi per scontrarsi con le forze austro-piemontesi. La vittoriosa campagna travolse il Regno di Sardegna e il Ducato di Milano, controllato dagli Imperiali. Il 9 maggio l'arciduca Ferdinando, governatore di Milano, riparò con la famiglia a Bergamo, in terra veneziana. Sei giorni dopo, il 15 maggio, Napoleone entrò a Milano, costringendo contemporaneamente Vittorio Amedeo III di Savoia a firmare l'umiliante pace di Parigi, mentre gli asburgici ripiegavano nella difesa del principato vescovile di Trento. Il 17 maggio anche il Ducato di Modena dovette accettare la firma di un armistizio.

Nel corso del conflitto la Repubblica di Venezia aveva mantenuto l'ormai tradizionale posizione di neutralità, ma i suoi territori si trovavano a questo punto nel pieno della direttrice d'avanzata dell'esercito francese in direzione di Vienna, dopo che la Francia aveva denunciato il 20 maggio l'accordo armistiziale, riprendendo le ostilità.

L'occupazione della Terraferma[modifica | modifica sorgente]

L'arrivo dei francesi nella Lombardia veneta[modifica | modifica sorgente]

All'avvicinarsi dell'esercito francese, già il 12 maggio 1796 il Senato della Serenissima aveva istituito un Provveditore generale per la Terraferma, con l'incarico di sovrintendere a tutti i magistrati delle provincie (i reggimenti). Ma lo stato delle difese era disastroso: scarsi gli armamenti, cattiva la manutenzione delle fortificazioni. Le terre della Lombardia veneta vennero presto invase dalle masse di profughi in fuga dalla guerra, dalle truppe austriache sbandate o in fuga, cui si aggiunsero in breve le prime infiltrazioni di contingenti francesi. A stento le autorità veneziane riuscirono a distogliere prima gli austriaci del generale Kerpen, poi i francesi di Berthier al loro inseguimento, dall'attraversare Crema. Giunse infine in città lo stesso Napoleone, portando una proposta di alleanza tra la Francia e Venezia, cui però non venne data risposta.

Sia il governo che le autorità di terraferma, in considerazione del cattivo stato delle difese, opposero una blanda resistenza all'attraversamento del territorio veneto da parte degli austriaci in fuga. Venezia oppose però un fermo diniego alle richieste dell'ambasciatore imperiale di fornire, seppur segretamente, viveri e magazzini alle forze asburgiche. In breve, comunque, la situazione si fece critica per la Repubblica: non solo la Lombardia, ma lo stesso Veneto erano minacciati. Prima il comandante in capo austriaco, generale Beaulieau, si impadronì con l'inganno di Peschiera, poi, il 29 maggio, la divisione francese del generale Augereau entrò a Desenzano. La notte tra il 29 e il 30 maggio Napoleone attraversò in forze il Mincio, mettendo in fuga il nemico verso il Tirolo. Alle lagnanze della Serenissima, che per bocca del provveditore generale Foscarini lamentava i danni portati dalle truppe francesi al loro passaggio, Bonaparte rispose minacciando di mettere a ferro e fuoco Verona e marciare su Venezia. Egli ribatteva infatti che la Repubblica aveva favorito l'Imperatore, non dichiarando guerra dopo il fatto di Peschiera, e i nemici della Francia, avendo dato ospitalità al pretendente francese Luigi.

L'apertura dei territori veneti alle truppe di Napoleone[modifica | modifica sorgente]

La Porta Nuova di Verona, città in cui il 1º giugno 1796 fu concesso l'ingresso alle truppe di Napoleone.
Il castello di Brescia, occupato dai francesi il 31 luglio 1796.

Il 1º giugno il provveditore Foscarini, desideroso di non provocare ulteriormente Napoleone, acconsentì all'ingresso dei soldati francesi in Verona. Le terre di Venezia divennero così campo di battaglia tra gli opposti schieramenti, mentre in molte città si venne progressivamente a creare una difficile condizione di convivenza tra le truppe veneziane, gli occupanti francesi e la popolazione locale.

Di fronte all'impellente minaccia, il Senato ordinò il richiamo della flotta, la coscrizione delle cernide dell'Istria, la creazione di un Provveditore generale alle Lagune e ai Lidi per provvedere alla difesa del Dogado. Nuove tasse e contributi volontari furono richiesti per provvedere al riarmo dello Stato. Infine si ordinò all'ambasciatore a Parigi di protestare presso il Direttorio per la violazione della neutralità. Contemporaneamente rimostranze furono sollevate a Vienna per aver portato la guerra nella Terraferma.

Il 5 giugno, a Brescia, i rappresentanti del re di Napoli, Ferdinando, firmarono l'armistizio con Napoleone. Il 10 giugno giunse in fuga a Venezia il Duca di Parma Ludovico I di Borbone. Il 12 giugno Napoleone invase anche la Romagna, appartenente allo Stato Pontificio, che il 23 giugno dovette accettare l'occupazione delle legazioni settentrionali. I francesi acquisirono così il controllo del porto di Ancona.

A quel punto, la comparsa di legni armati francesi nell'Adriatico spinse Venezia a rinnovare l'antichissimo decreto che proibiva l'ingresso di navi straniere armate nella laguna di Venezia, provvedendo ad informarne rapidamente Parigi. Vennero poi allestite flottiglie e fortificazioni lungo tutta la gronda lagunare e i canali, per bloccare qualsiasi accesso dalla terra e dal mare. Scriveva in proposito il 5 luglio il Provveditore alle Lagune, ricordando la vittoriosa guerra di Morea contro i Turchi:

« Mortifica il mio animo il vedere che un secolo solo dopo quell'importante epoca, siano VV.EE. ridotte a pensare alla difesa del solo estuario, senza pensare di rivolgere il pensiero neppur una linea fuori dal medesimo. »
(Giacomo Nani, Provveditore generale alle Lagune e ai Lidi.)

Venezia sembrava infatti ormai dare per perduta, come all'epoca della lega di Cambrai, la Terraferma. Senza però risolversi a smobilitarla definitivamente per raccogliere le forze. Anzi, sotto l'incitamento dello stesso provveditore alle lagune, il governo fu sul punto di ordinare la mobilitazione e di affidare il comando delle forze di terra al duca Guglielmo di Nassau, ma, vi rinunciò per effetto delle congiunte opposizioni austriache e francesi.

Verso la metà di luglio le truppe francesi vennero acquartierate nelle città di Crema, Brescia e Bergamo, per consentire la separazione tra francesi e Imperiali, giunti frattanto ad una tregua. Al contempo trattative diplomatiche cercavano di spingere Venezia ad accettare un'alleanza congiunta con la Francia e l'Impero ottomano contro la Russia, rompendo la neutralità. La notizia però dei preparativi del generale von Wurmser per una controffensiva austriaca dal Tirolo, spinsero la Repubblica a respingere ufficialmente, con lettera ducale del 22 luglio, le proposte francesi. Frattanto era stato chiamato ad affiancare, e in pratica sostituire, il provveditore generale Foscarini il provveditore straordinario Francesco Battagia. Mentre si ordinava la creazione, a Venezia, di pattuglie notturne composte da bottegai e garzoni e comandate da due cittadini e due patrizi, per il mantenimento dell'ordine e della sicurezza. Anche a Bergamo si reclutavano silenziosamente e ordinatamente truppe dalle valli vicine, avendo cura di evitare di entrare in contrasto con gli occupanti, ma solo per tenere in freno il fervore del popolo, senza avvilirlo, come scrivevano gli Inquisitori di Stato.

Il 31 luglio, dal canto suo, Napoleone occupò il castello di Brescia.

Il fallimento delle offensive austriache[modifica | modifica sorgente]

Il generale von Wurmser, comandante imperiale.

Intanto, il 29 luglio il generale von Wurmser iniziò la controffensiva austriaca, scendendo dal Trentino in una manovra a tenaglia lungo le rive del lago di Garda e il corso del Brenta, tra il territorio veneto e quello mantovano. Le due colonne austriache vennero però fermate rispettivamente a Lonato del Garda (3 agosto) e a Castiglione delle Stiviere, dove, nella battaglia combattuta il 5 agosto Würmser venne sconfitto e costretto a ripiegare su Trento. Riorganizzatosi, Würmser ritentò l'assalto marciando questa volta lungo il corso dell'Adige, ma l'8 settembre gli Imperiali vennero nuovamente e duramente sconfitti nella battaglia di Bassano: costretti ad una precipitosa ritirata su Mantova, abbandonarono artiglierie e carriaggi.

Nel corso dell'autunno e dell'inverno la presenza francese in Italia si andò rapidamente consolidando, tanto che il 15 e 16 ottobre vennero costituite la Repubblica Cispadana e la Repubblica Transpadana. Contemporaneamente, nella Terraferma Veneziana i soldati napoleonici presero progressivamente il controllo del sistema difensivo, prendendo il controllo di città e fortezze. Mentre le direttive provenienti da Venezia continuavano ad ingiungere ai magistrati posti a capo dei vari reggimenti di fornire la massima collaborazione e di evitare qualunque motivo di conflitto, dal canto loro i francesi spinsero sempre più apertamente alla rivolta i gruppi giacobini locali.

Il 29 ottobre gli austriaci, raccoltisi nel Friuli veneto, tentarono una nuova offensiva. Al comando del generale Alvinzi von Berberek attraversarono il Tagliamento, superando il Piave il 2 novembre e raggiungendo, il 4, il Brenta. Sconfitti i francesi il 6 novembre a Bassano, due giorni più tardi l'armata asburgica entrava a Vicenza. La battaglia del 12 novembre a Caldiero e la battaglia del ponte di Arcole (17 novembre) bloccarono, però, l'avanzata austriaca. Infine la battaglia di Rivoli Veronese, il 14 gennaio 1797, ristabilì la situazione a favore di Napoleone.

Le rivolte di Bergamo e Brescia[modifica | modifica sorgente]

La rocca di Bergamo, città ribellatasi il 13 marzo 1797.
Il generale Junot, comandante francese nel Veneto occupato.

Conquistata Mantova il 2 marzo 1797, i francesi si liberarono dell'ultima importante sacca di resistenza asburgica. In tale posizione, gli occupanti finirono per forzare apertamente la democratizzazione di Bergamo, che, su pressione del generale d'Hilliers, si ribellò il 13 marzo all'autorità veneziana. Tre giorni più tardi il provveditore straordinario Battagia, nel tentativo di riportare all'ordine Bergamo, emanò un'amnistia generale per chiunque avesse causato turbamento alla pubblica quiete. Il magistrato iniziava però già a presagire il ribollire di Brescia, città in cui risiedeva e sulla quale erano in quel momento in marcia i rivoluzionari bergamaschi.

In quello stesso 16 marzo, Napoleone, battuto sul Tagliamento l'arciduca d'Austria Carlo, vide finalmente spianata la strada dell'Austria.

Il giorno successivo, dal canto suo, il Senato provvide ad inviare attestati di gratitudine sovrana alle città e castelli mantenutisi fedeli, ordinando finalmente anche i primi provvedimenti difensivi. Si decretò lo sbarramento delle lagune, l'istituzione di ronde armate nelle città del Dogado e il richiamo delle unità navali di stanza in Istria. Si ordinò altresì l'incremento delle attività dell'Arsenale, cuore militare dello Stato, e l'invio di rinforzi di truppe oltremarine in Terraferma. Il 19 marzo, poi, i Tre Inquisitori di Stato relazionarono allo stesso Senato lo stato generale dei reggimenti veneti. Per Bergamo, in rivolta, risultavano tagliati i collegamenti, così che gli Inquisitori riferivano di attendere notizie dai castelli e dalle valli circostanti. Brescia risultava invece ancora tranquilla, sotto il pieno controllo del provveditore Battagia, così come Crema, per la quale si richiedeva però un rafforzamento del presidio militare. Verona pareva invece in pieno fermento antifrancese, mentre Padova e Treviso tacevano, anche se la prima rimaneva sotto costante osservazione per il potenziale pericolo connesso alla presenza dello Studium. Si leggeva infatti:[1]

« Bergamo: i capi sollevati sostenuti da francesi, e si tenta di screditare la Repubblica, interrotte le comunicazioni, si attendono notizie dalle valli e luoghi e castelli della Provincia.
Brescia mediante le prudenti direzioni del provveditore straordinario è tuttora ferma (...).
Crema (...) reclama un qualche presidio militare.
Verona (...), il di cui popolo disse sembrargli non inclinato ai francesi, (...) che (...) non lasciano di essere e armati e pericolosi. (...)
Padova oltre non esser pur troppo immune dal veleno in alcuni della città e dello Studio (...) ha numero di scolari delle città oltre il Mincio (...).
Treviso non offre peculiari osservazioni. »
(Relazione dei Tre Inquisitori di Stato del 19 marzo 1797 sullo stato delle provincie venete)

In realtà, però, gli Inquisitori ignoravano che a Brescia il giorno precedente (18 marzo), un gruppo di notabili, desiderosi di liberarsi del governo Serenissimo per via di taluni sgarbi ricevuti, ma nell'indifferenza generale e con il solo supporto della vicina Bergamo nonché dei francesi che dal castello minacciavano l'intera città, vi era già stata una rivolta e che il Battaglia, per non creare danni alla popolazione ancora filo-veneta, aveva deciso di abbandonare con gli schiavoni la città. La notizia degli eventi venne infatti recata al Senato solo il 20 marzo, dopo l'arrivo a Verona dal provveditore Battagia, scampato alla rivolta. Il governo sembrò a quel punto reagire. Si inviò a tutti i reggimenti una lettera ducale per ordinare l'apprestamento all'assoluta difesa e per reclamare il rinnovo del giuramento di fedeltà. Il 21 marzo, mentre Bonaparte entrava a Gradisca, prendendo il controllo di Tarvisio e dell'accesso alle valli austriache, giunse la prima risposta: Treviso si proclamava ancora pienamente fedele a Venezia. Il seguente però, pervenne da Udine una lettera da parte degli ambasciatori veneziani inviati a parlamentare con Napoleone. Questi informavano il governo dell'atteggiamento sempre più evasivo e sospetto tenuto dal generale francese. Di rimando il governo ritenne utile informare pertanto i principali magistrati di Terraferma, tutti concentrati a Verona, della necessità di operare con la massima circospezione nei confronti dei francesi: in pratica limitando il concetto di assoluta difesa espresso nella lettera ducale, nella speranza di non dar modo a Napoleone di entrare in aperto conflitto. Il 24 marzo, comunque, giunsero i rinnovi di fedeltà da parte delle cittadinanze di Vicenza e Padova, in breve seguite da Verona, Bassano, Rovigo e, di lì a poco, da tutti gli altri centri. Numerose deputazioni giunsero persino dalle valli bergamasche, pronte a sollevarsi contro i francesi.

Il 25 marzo, però, i rivoluzionari lombardi occuparono Salò, seguita, il 27 marzo, da Crema, dove il giorno successivo venne proclamata la Repubblica Cremasca. Anche i napoleonici si facevano sempre più spavaldi, intervenendo prima con un corpo di cavalleria nella repressione della resistenza cremasca e poi, il 31 marzo, colpendo con fuoco d'artiglieria Salò, ribellatasi ai giacobini. Questa però resistette, riconsegnandosi a Venezia.

La controffensiva anti-giacobina di Venezia[modifica | modifica sorgente]

Tutti questi fatti spinsero infine i magistrati veneziani di Terraferma ad autorizzare la parziale mobilitazione delle cernide e l'apprestamento difensivo di Verona, principale piazzaforte militare. Gli occupanti francesi furono inizialmente costretti a salvaguardare le apparenze, acconsentendo a non interferire con le forze veneziane intente a riprendere il controllo delle città della lombardia veneta. In questo sostenute dall'accordo stipulato il 1º aprile, con cui Venezia accondiscendeva al pagamento di un milione di lire al mese a Napoleone per il finanziamento della sua campagna contro l'Austria. In tal modo la Repubblica sperava infatti di favorire al contempo una rapida conclusione del conflitto, con il conseguente sgombero degli occupanti, e l'acquisto di una certa libertà d'azione contro i rivoluzionari lombardi.

Di fronte però al diffondersi delle sollevazioni popolari a favore di Venezia e alla rapida avanzata delle truppe venete, i francesi furono costretti a soccorrere i giacobini lombardi, svelando definitivamente le loro reali intenzioni. Il 6 aprile un drappello di cavalleria veneziana venne fatto prigioniero a tradimento dai francesi e condotto a Brescia. L'8 aprile il Senato fu informato di scorrerie compiute fin alle porte di Legnago da rivoluzionari bresciani dotati di divise francesi. Il 9 aprile un proclama napoleonico invitò la popolazione della Terraferma ad abbandonare il governo di Venezia, che si era sino a quel momento premurato della sicurezza della sola capitale. Contemporaneamente il generale Junot ricevette dal Bonaparte una lettera in cui si lamentava la generale sollevazione antifrancese della Terraferma veneta. Il 10 aprile, quindi, i francesi, dopo aver catturato una nave veneziana carica di armamenti sul Garda, accusarono Venezia di aver rotto la neutralità istigando gli abitanti delle valli bresciane e bergamasche alla rivolta anti-giacobina. Il generale Miollis accusò l'aggressione subita da un battaglione di volontari polacchi che era intervenuto in uno degli scontri. Il 12 aprile venne ordinata poi la massima vigilanza nei porti veneti per la sempre più frequente presenza di navi da guerra francesi. Il 15 aprile, infine, l'ambasciatore di Napoleone a Venezia informò la Signoria dell'intenzione francese di sostenere e promuovere le rivolte contro il tirannico governo della Repubblica. Questa rispose emanando un bando per imporre a tutti i sudditi la calma e il rispetto della neutralità.

Il Preliminare di Leoben e le Pasque Veronesi[modifica | modifica sorgente]

L'assalto di Castel Vecchio durante le Pasque Veronesi.
Il forte di Sant'Andrea, da cui vennero sparate le salve d'artiglieria che affondarono il Le Libérateur d'Italie.
Un'udienza ducale in un dipinto di Francesco Guardi, realizzato tra il 1770 e il 1775.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato di Leoben, Pasque Veronesi e Le Libérateur d'Italie.

Il 17 aprile 1797 Napoleone firmò a Leoben, in Stiria, un preliminare di pace con i rappresentanti dell'imperatore Francesco II. Nelle clausole segrete annesse al trattato egli già disponeva la cessione dei Domini di Terraferma all'Impero in cambio dello sgombero dei Paesi Bassi da parte di quest'ultimo.

Nello stesso giorno, però, a Verona la situazione precipitò. La popolazione e parte delle truppe venete acquartierate, stanche dell'oppressione e dell'arroganza dei francesi, insorsero. L'episodio, noto come pasque Veronesi, costrinse in breve le truppe d'occupazione alla difensiva, spingendole a rinchiudersi nei forti posti a presidio della città.
Nonostante poi fosse stata nuovamente rinnovata la proibizione all'ingresso di navi da guerra straniere nelle acque di Venezia, avvisando prontamente del fatto la Francia, il 20 aprile la fregata francese Le Libérateur d'Italie tentò di forzare il porto del Lido, nel probabile tentativo di saggiarne le difese. In risposta, le potenti artiglierie del forte di Sant'Andrea distrussero la nave, uccidendone il comandante. Il governo della Repubblica non seppe tuttavia sfruttare la situazione di momentaneo vantaggio e, sperando ancora di evitare un conflitto aperto, seppure a prezzo della perdita dei possedimenti terrestri, si rifiutò di mobilitare l'esercito e di inviare rinforzi a Verona. Questa, infine, il 24 aprile fu costretta ad arrendersi.

Il 25 aprile, festa di San Marco, di fronte agli sbigottiti emissari veneti giunti a Graz, Napoleone, asserendo di possedere ottantamila uomini in armi e venti cannoniere pronte a rovesciare Venezia, lanciò una tremenda minaccia:

« Io non voglio più Inquisizione, non voglio Senato, sarò un Attila per lo Stato Veneto. »
(Napoleone Bonaparte)

Nella stessa occasione il generale accusava Venezia di aver rifiutato l'alleanza con la Francia, che le avrebbe consentito la riacquisizione delle città ribelli, al solo scopo di poter mantenere i propri uomini in armi e poter così in caso tagliare la via della ritirata ai francesi in caso di sconfitta.

Nei giorni successivi, l'armata napoleonica procedette quindi alla definitiva occupazione della Terraferma, arrivando ai margini della laguna. Il 30 aprile una lettera di Napoleone, ormai attestatosi a Palmanova, informò la Signoria dell'intenzione da parte del generale di modificare la forma di governo della Repubblica, pur offrendosi di mantenerne la sostanza. L'ultimatum concesso era di quattro giorni.

Nonostante tutti i tentativi di giungere ad una conciliazione, tanto che il 1º maggio Napoleone, ormai attestatosi a Marghera, era stato informato dell'intenzione veneziana di rivedere l'ordinamento costituzionale in senso più democratico, il 2 maggio giunse ugualmente la dichiarazione di guerra da parte francese.

Al contrario, il 3 maggio, Venezia revocò l'ordine generale di reclutamento per le cernide della Dalmazia. Poi, nell'ennesimo tentativo di placare Napoleone il 4 maggio, con 704 voti favorevoli, 12 contrari e 26 astenuti, il Maggior Consiglio deliberò l'accettazione delle richieste francesi, accondiscendendo all'arresto del castellano di Sant'Andrea di Lio, responsabile dell'affondamento del Le Libérateur d'Italie, e dei Tre Inquisitori di Stato, magistratura particolarmente invisa ai rivoluzionari in quanto suprema garanzia del sistema oligarchico veneziano.

L'8 maggio il Doge si dichiarò pronto a deporre le insegne nelle mani dei capi giacobini, invitando nel contempo tutte le magistrature allo stesso passo. Tutto questo nonostante il consigliere ducale Francesco Pesaro lo spronasse a fuggire a Zara, possedimento ancora sicuro. Venezia d'altra parte disponeva ancora della propria potente flotta e dei fedeli possedimenti istriani e dalmati, oltre che delle intatte difese della città e della laguna. Nel corpo della nobiltà serpeggiava però il terrore di una possibile rivolta popolare. L'ordine diramato fu quindi quello di smobilitare le fedeli truppe di Schiavoni presenti in città. Lo stesso Pesaro sfuggì all'arresto, ordinato per ingraziarsi Napoleone, lasciando Venezia.

La sera dell'11 maggio, l'ultima prima della convocazione del Maggior Consiglio e sotto la minaccia dell'invasione, l'anziano doge esclamò:

(VEC)
« Stanotte no semo sicuri gnanca nel nostro letto. »
(IT)
« Stanotte non siamo sicuri nemmeno nel nostro letto. »
(Ludovico Manin)

Il 12 maggio 1797: la caduta della Repubblica[modifica | modifica sorgente]

Il balcone di Palazzo Ducale da cui il 12 maggio 1797 fu annunciata al Popolo l'abdicazione del Maggior Consiglio e la fine della Serenissima Repubblica.
Il vessillo con il leone di san Marco, innalzato sulle antenne di piazza San Marco dalla popolazione insorta in favore della decaduta Repubblica.

La mattina del 12 maggio, tra voci di congiure e dell'imminente attacco francese, il Maggior Consiglio della Repubblica si riunì per l'ultima volta. Nonostante alla seduta fossero presenti soli 537 dei mille e duecento patrizi aventi diritto e mancasse quindi il numero legale, il doge, Ludovico Manin, aprì la seduta con le seguenti parole:

(VEC)
« Quantunque siemo con l'animo molto afflitto e conturbà, pure dopo prese con una quasi unanimità le due Parti anteriori, e dichiarata così solennemente la pubblica volontà, anche Nu semo rassegnadi alle divine disposizion.
(...)
La parte che se ghe presenta no xe che una conseguenza de quanto Le ha già accordà con le precedenti (...); ma due articoli ne reca sommo conforto, vedendone assicurada con uno la nostra Santa Religion, e con l'altro li mezzi di sussistenza per li nostri concittadini (...).
(...)
Mentre ne vien minacià sempre el ferro e el fogo se non se aderisce alle loro ricerche; e in adesso semo circodadi da 60/m uomini caladi dalla Germania, vittoriosi ed in conseguenza liberadi dal timor dele Armi austriache.
(...)
Chiuderemo dunque, come ben se deve, col racomandarghe de rivolgerse sempre a Dio Signor ed alla Madre sua santissima, onde i se degni dopo tanti flagelli, che meritamente per le nostre colpe i n'ha fatto provar, i vogia riguardarne con gli occhi della loro misericordia, e sollevarne almeno in qualche parte da tante angustie che ne opprime.
 »
(IT)
« Per quanto siamo con l'animo molto afflitto e turbato, pur dopo aver preso con una quasi unanimità le due precedenti decisioni, e avendo dichiarato così solennemente la pubblica volontà, anche Noi siamo rassegnati alle divine decisioni.
(...)
La decisione che Vi si presenta non è che una conseguenza di quanto già accordato con quelle precedenti (...); ma due articoli ci danno sommo conforto, vedendoci assicurata con uno la nostra Santa Religione, e con l'altro i mezzi di sussistenza per i nostri concittadini (...).
(...)
Mentre ci viene minacciato sempre il ferro e il fuoco se non si aderisce alle loro richieste; e in questo momento siamo circondati da sessantamila uomini calati dalla Germania, vittoriosi e quindi liberati dal timore delle armi austriache.
(...)
Chiuderemo dunque, come ben si deve, col raccomandarVi di rivolgersi sempre a Dio Signore e alla sua Madre santissima, affinché si degnino dopo tanti flagelli, che meritatamente ci hanno fatto provare per le nostre colpe, e vogliano guardarci di nuovo con gli occhi della loro misericordia, e sollevarci almeno in parte dalle tante angustie che ci opprimono. »
(Ludovico Manin, discorso all'ultima seduta del Maggior Consiglio.)

Si procedette quindi ad esporre le richieste francesi, portate da alcuni esponenti giacobini veneziani, che prevedevano l'abdicazione del governo in favore di una Municipalità Provvisoria, l'innalzamento in piazza San Marco dell'albero della libertà, lo sbarco di un contingente di 4000 soldati francesi e la consegna di alcuni magistrati che più avevano sostenuto l'ipotesi di resistenza. Il suono, proveniente dalla piazza, delle salve di moschetto degli Schiavoni intenti a salutare il vessillo di San Marco prima di imbarcarsi, provocò nell'assemblea il terrore che fosse scoppiata una rivolta. Così si procedette immediatamente alla votazione e, con 512 voti favorevoli, 5 astenuti e 20 contrari, la Repubblica fu dichiarata decaduta. Mentre il consiglio si scioglieva frettolosamente, il Doge e i magistrati deposero le insegne e si presentarono quindi al balcone di Palazzo Ducale per fare l'annuncio alla folla radunatasi nella sottostante piazzetta. Al termine della lettura del decreto di scioglimento del Governo, il popolo si sollevò.

Anziché inneggiare alla rivoluzione, però, com'era stato nei peggiori timori del patriziato veneziano, il popolo, al grido di Viva San Marco! e Viva la Repubblica, issò il gonfalone marciano sulle tre antenne della piazza, tentando di reinsediare il Doge e attaccarono le case e i beni dei giacobini veneziani. I magistrati tentarono di riportare l'ordine, temendo di dover rispondere ai francesi dei tumulti, e verso sera le ronde di arsenalotti e i colpi di artiglieria sparati a Rialto riportarono l'ordine in città.

L'occupazione francese[modifica | modifica sorgente]

Il Corno Ducale, definitivamente deposto dal doge Ludovico Manin con la caduta della Repubblica di Venezia.

Gli ultimi atti del Serenissimo Principe[modifica | modifica sorgente]

La mattina del 13 maggio, ancora nel nome del Serenissimo Principe e con l'usuale stemma marciano, furono emanati tre proclami, coi quali si minacciava di morte chiunque avesse osato sollevarsi, si ordinava la restituzione presso le Procuratie dei frutti del saccheggio e infine si riconoscevano i capi giacobini come benemeriti della Patria. Poiché il giorno successivo scadeva il termine ultimo dell'armistizio concesso da Napoleone, dopo il quale i francesi avrebbero forzato l'entrata in città, si accondiscese infine ad inviare loro le imbarcazioni necessarie a trasportare quattromila uomini, dei quali milleduecento destinati a Venezia e i restanti alle isole e alle fortezze che la circondavano.

Il 15 maggio il doge lasciò per sempre il Palazzo Ducale per ritirarsi nella residenza della sua famiglia, annunciando nell'ultimo decreto dell'antico governo la nascita della Municipalità Provvisoria.

L'istituzione della Municipalità Provvisoria[modifica | modifica sorgente]

La Municipalità Provvisoria si insediò in Palazzo Ducale, nella sala che era stata del Maggior Consiglio, emanando il 16 maggio un proclama per annunciare il nuovo ordine:

« Il veneto Governo desiderando di dare un ultimo grado di perfezione al sistema repubblicano che forma da più secoli la gloria di questo paese, e di far godere sempre più ai cittadini di questa capitale d'una libertà che assicuri ad un tratto la religione, gl'individui e le proprietà, ed anelando di richiamare alla madre patria gli abitanti della Terraferma che se ne distaccarono, e che non di meno conservano per i loro fratelli della capitale l'antico loro attaccamento, persuaso d'altronde che l'intenzione del Governo francese sia di accrescere la potenza e la felicità del veneto popolo, associando la sua sorte a quella dei popoli liberi d'Italia, annuncia solennemente all'Europa intera, e particolarmente al popolo veneto, la riforma libera e franca ch'egli ha creduto necessaria alla costituzione della Repubblica. I soli nobili erano ammessi per diritto di nascita all'amministrazione dello Stato, questi nobili stessi rinunziano oggidì volontariamente a questo diritto, affinché i più meritevoli fra la nazione intera siano per l'avvenire ammessi ai pubblici impieghi. [...]

L'ultimo voto dei nobili veneti, facendo il glorioso sagrifizio dei loro titoli, è di vedere i figli tutti della patria una volta eguali e liberi, godere, nel seno della fratellanza, i benefizii della democrazia e onorare del rispetto delle leggi il titolo più sacro ch'eglino acquistarono di Cittadini »

(Proclama della Municipalità Provvisoria di Venezia del 16 maggio 1797.)

Lo stesso giorno fu firmata a Milano una pace umiliante e, su richiesta della Municipalità, conformemente agli articoli del trattato, i francesi entrarono in città: erano le prime truppe straniere a mettervi mai piede dalla nascita di Venezia.

Al contempo le province presero a ribellarsi all'autorità della Municipalità di Venezia, cercando di istituire propri governi, mentre l'impennarsi del debito pubblico, non più sostenuto dalle entrate dei domini, la sospensione dei pagamenti del banco giro e gli altri provvedimenti fiscali, spingevano a sempre più manifeste forme di insofferenza da parte della popolazione.

Il 4 giugno, in piazza San Marco venne innalzato il fatidico Albero della Libertà: durante la cerimonia fu fatto a pezzi il gonfalone della Repubblica e arso il libro d'oro della nobiltà, mentre veniva presento il nuovo simbolo del leone alato recante la scritta DIRITTI DELL'UOMO E DEL CITTADINO.

Un mese più tardi (11 luglio) venne soppresso il Ghetto di Venezia e fu concessa libertà di circolazione agli Ebrei.

La perdita dello Stato da Màr[modifica | modifica sorgente]

La cattedrale di Zara, città consegnatasi il 1º aprile 1797 all'Austria.
Una chiesa di Perasto, città dove il gonfalone di Venezia venne sepolto sotto l'altare maggiore del Duomo.

I francesi, il 13 giugno, temendo che la Municipalità non riuscisse a mantenere il controllo di Corfù, salparono da Venezia con una flotta, intenzionati a deporre il Provveditore generale da Màr, che ancora reggeva le province oltremarine, e stabilire il governo democratico. Il 27 giugno venne così creata una Municipalità Provvisoria delle isole Ionie.

Intanto, in Istria e Dalmazia, magistrati e nobili si rifiutavano di riconoscere il nuovo governo. La flotta che aveva riportato in patria le truppe schiavone allontanate da Venezia rimaneva all'ancora senza mostrare l'intenzione né di rientrare in laguna, né di imporre il controllo municipale. A Traù i beni dei filo-rivoluzionari furono saccheggiati, mentre a Sebenico lo stesso console francese venne assassinato. Il diffondersi della notizia dei patti stipulati a Leobén, poi, spinse la popolazione ad invocare una rapida occupazione da parte austriaca. Il 1º luglio gli Imperiali entrarono a Zara, accolti da campane a festa e salve di saluto. Le insegne marciane, ammainate quello stesso giorno, vennero condotte in processione nella cattedrale per ricevere l'omaggio della popolazione. A Perasto, città che vantava il titolo di fedelissima gonfaloniera, il vessillo venne persino simbolicamente sepolto sotto l'altare maggiore, accompagnato dalle seguenti parole del capitano della guardia:

(VEC)
« In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, el Gonfalon della Serenissima Repubblica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passada, che quella de sti ultimi tempi rende più giusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso per nu. Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l'Europa, che Perasto ha degnamente sostenudo fino all'ultimo l'onor del Veneto Gonfalon, onorandolo con sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. [...] Ma za che altro no resta da far per ti, el nostr cuor sia l'onoratissima to tomba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagrime. »
(IT)
« In questo amaro momento, in quest'ultimo sfogo d'amore, di fede al Serenissimo Dominio Veneto, al gonfalone della Serenissima Repubblica, ci sia di conforto, o cittadini, che la nostra passata condotta e quella di questi ultimi tempi rendono più giusto quest'atto fatale, ma virtuoso e doveroso per noi. Sapranno da noi i nostri figli, e la storia del giorno lo farà sapere a tutta l'Europa, che Perasto ha sostenuto degnamente e fino all'ultimo l'onore del Gonfalone Veneto, onorandolo con quest'atto solenne e deponendolo bagnato del nostro universale e amarissimo pianto. [...] Ma già che non resta altro da fare per te, il nostro cuore sia la tua onoratissima tomba e le nostre lacrime l'elogio più grande e più puro. »
(Discorso alla sepoltura del Gonfalone di san Marco a Perasto.)

In breve l'intera costa istriano-dalmata passò all'Arciducato d'Austria, suscitando le inutili proteste della Municipalità Provvisoria di Venezia.

Il Terrore a Venezia[modifica | modifica sorgente]

Il 22 luglio il Comitato di Salute Pubblica, organo della Municipalità di Venezia, lamentando la pesante situazione politica della città, istituì una Giunta Criminale per avviare la repressione del dissenso e decretò la pena di morte per chiunque avesse pronunciato l'antico motto Viva San Marco!. La circolazione in mancanza di lasciapassare venne proibita. Il 12 ottobre venne denunciata dalla Municipalità la scoperta di una congiura contro il governo. Il fatto spinse il generale Balland, comandante militare francese della città, a decretare lo stato d'assedio, procedendo ad arresti e richiedendo la consegna di ostaggi.

Il trattato di Campoformio e la fine dell'indipendenza[modifica | modifica sorgente]

Villa Manin, dove fu siglato il trattato di Campoformio.
I cavalli di bronzo della Basilica di San Marco, portati a Parigi dai francesi e restituiti solo nel 1815.

La stipula del trattato austro-francese[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato di Campoformio.

Dopo il Colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre), l'ala dura prese il controllo della Francia, premendo per la ripresa delle ostilità con l'Austria. Il 29 settembre venne recapitato a Napoleone un ordine del Direttorio che gli intimava di annullare gli accordi di Leoben, lanciando un ultimatum all'Impero, per non lasciare a questo la possibilità di riprendere il controllo dell'Italia. Il generale, però, disattendendo le direttive di Parigi, proseguì le trattative di pace con gli Asburgo d'Austria.

Intanto, di fronte al precipitare ovunque della situazione politica generale e al rischi che fossero attuate le disposizioni di Leoben, le città della Terraferma accettarono di partecipare ad una conferenza a Venezia per decidere della sorte comune degli ex-territori della Serenissima. Fu decisa l'unione con la Repubblica Cisalpina, ma i francesi non diedero seguito alla scelta delle popolazioni.

L'ultimo incontro tra francesi e austriaci si tenne il 16 ottobre nella villa di Passariano di Codroipo che era stata di proprietà del doge Ludovico. Poi, il 17 ottobre 1797, venne firmato il trattato di Campoformio. Così, in conformità alle clausole segrete di Leoben, i territori della Repubblica di Venezia, ancora formalmente esistente sotto il governo della Municipalità Provvisoria, furono consegnati all'Arciducato d'Austria. Le Municipalità Provvisorie di giacobini costituite dai francesi a Venezia e nelle altre terre della Repubblica stavano quindi per cessare di esistere.

Il 28 ottobre a Venezia il popolo venne radunato per parrocchie per esprimersi tra l'accettazione delle decisioni francesi o la resistenza: su 23.568 votanti, ben 10.843 non scelsero per libertà. Mentre i capi della Municipalità si affannavano per resistere, inviando ambasciatori a Parigi, l'azione degli agenti austriaci e del patriziato deposto già preparavano la strada all'Austria. Gli ambasciatori vennero invece arrestati a Milano e rispediti in patria.

Il saccheggio e la consegna all'Austria[modifica | modifica sorgente]

Modello del Bucintoro, la nave di Stato distrutta dai francesi durante l'occupazione per saccheggiarne le decorazioni d'oro.

Il 21 novembre, durante la tradizionale festa della Salute i rappresentanti della Municipalità vennero pubblicamente scherniti dal popolo e abbandonarono il potere. Tutto questo mentre gli occupanti si davano al saccheggio più sfrenato. Delle 184 navi presenti nell'Arsenale, quelle già armate furono inviate a Tolone, le altre affondate, ponendo fine alla marina da guerra. I magazzini della flotta vennero depredati. Per non lasciare nulla all'Austria di cui trarre vantaggio, i duemila arsenalotti vennero licenziati e l'immenso cantiere dato alle fiamme.

Chiese, conventi e palazzi vennero razziati di preziosi e opere d'arte. La Zecca e il tesoro della basilica di San Marco vennero depredati e il Bucintoro, la nave ducale, fatta a pezzi di tutte le sculture, che furono arse nell'isola di San Giorgio Maggiore per fondere la foglia d'oro che le ricopriva. Anche i cavalli di bronzo della basilica di San Marco furono condotti a Parigi. Alcuni privati furono incarcerati e costretti a versare le loro ricchezze in cambio della libertà.

Il 28 dicembre il potere venne preso dal governo militare francese e da una giunta di polizia. Il 18 gennaio 1798 entrarono a Venezia le truppe austriache.

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Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno d'Italia (1805-1814), Province Illiriche e Regno Lombardo-Veneto.

Il governo austriaco non durò a lungo. Nel 18 marzo 1805 il trattato di Presburgo cedette la Provincia Veneta austriaca alla Francia: il 26 maggio Napoleone, da poco divenuto Imperatore dei francesi, si incoronò Re d'Italia a Milano, cingendo la Corona Ferrea. Venezia tornò così sotto il controllo francese. Napoleone soppresse gli ordini religiosi e avviò grandi opere pubbliche in quella che doveva divenire una delle capitali del suo Impero. In piazza San Marco venne costruita una nuova ala di quello che doveva essere il suo palazzo reale: l'Ala Napoleonica o Procuratie Nuovissime, mentre veniva aperta una nuova strada in città: la via Eugenia (nel 1866 rinominata via Garibaldi), intitolata al viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, figlio dell'imperatrice Giuseppina.

In questo periodo venne soppressa la carica episcopale di Primicerio della Basilica di San Marco, di antica pertinenza ducale, e la Basilica divenne nuova cattedrale del Patriarcato di Venezia.

Nel 1808 anche la Dalmazia venne annessa al Regno d'Italia napoleonico, venendo retta da un Provveditore generale di Dalmazia fino al 1809, quando, a seguito del Trattato di Schönbrunn, entrò a far parte delle Province Illiriche dell'Impero francese.

Il secondo dominio francese durò fino alla caduta di Napoleone. Il 20 aprile 1814 Venezia venne restituita agli asburgici e con la caduta del Regno, quello stesso mese, la città e l'intero Veneto tornarono all'Impero d'Austria, che incorporò i territori nel Regno Lombardo-Veneto (1815).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ da Samuele Romanin, Storia Documentata di Venezia, Tomo X.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV. Storia di Venezia, Treccani, 12 Voll., 1990-2002
  • Da Mosto, Andrea: L'Archivio di Stato di Venezia, indice generale, storico, descrittivo ed analitico, Biblioteca d'Arte editrice, Roma, 1937.
  • Dandolo, Girolamo: La caduta della Repubblica di Venezia ed i suoi ultimi cinquant'anni, Pietro Naratovich tipografo editore, Venezia, 1855.
  • Diehl, Charles: La Repubblica di Venezia, Newton & Compton editori, Roma, 2004. ISBN 88-541-0022-6
  • Frasca, Francesco: Bonaparte dopo Capoformio. Lo smembramento della Repubblica di Venezia e i progetti francesi d'espansione nel Mediterraneo, in "Rivista Marittima", Ministero della Difesa, Roma, marzo 2007, pp. 97–103.
  • Romanin, Samuele: Storia documentata di Venezia, Pietro Naratovich tipografo editore, Venezia, 1853.