Regno di Sardegna (1720-1861)

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1leftarrow.pngVoce principale: Regno di Sardegna.

Stemma del regno di Sardegna dal 1814 al 1848
Blasone della Dinastia Reale italiana - Casa Savoia
Karte von den Staaten des Konigs von Sardinien - D.F. Sotzmann, Berlin, 1793 (Carta degli Stati del Re di Sardegna)
Stemma del regno di Sardegna in vigore dal 28 novembre 1848

Il Regno di Sardegna - dopo la Guerra di successione spagnola - in forza dei trattati di Londra del 1718 e dell'Aia del 1720, l'8 agosto 1720 passò a Vittorio Amedeo II di Savoia che lo aggregò agli Stati ereditari della Casata formati dal Principato di Piemonte con il Ducato di Savoia, la Contea di Nizza e di Asti, il ducato di Aosta, il marchesato del Monferrato, la signoria di Vercelli, il marchesato di Saluzzo ed una parte del ducato di Milano (a questi si aggiunse poi il Ducato di Genova, in seguito all'annessione della Repubblica di Genova decisa dal Congresso di Vienna)[1]. Con ciò la nuova compagine politico territoriale...

« ...divenne uno Stato composto, formato dall’unione di più Stati che conservavano ciascuno la propria qualità di Stati, ma senza costituire un nuovo soggetto ad essi superiore, un nuovo Stato »
(Francesco Cesare Casula, Breve Storia di Sardegna, pag 187; op. cit.)

La denominazione di Regno di Sardegna cominciò ad essere utilizzata progressivamente per indicare l'insieme dei possedimenti sabaudi anche se formalmente il Regno di Sardegna continuò ad essere limitato all'omonima isola ed essere istituzionalmente distinto dai cosiddetti "Stati di terraferma" della dinastia sabauda, condividendone solo il capo dello stato, re per i sardi, duca per i savoiardi, principe per i piemontesi ecc. Per indicare ufficialmente l'insieme dei possidementi sabaudi si usava il termine "Stati del Re di Sardegna" [2]. Soltanto la fusione perfetta del 1847, ratificata da Carlo Alberto su richiesta dei sardi, diede vita ad uno stato unitario; esso comprendeva tutti i precedenti stati sabaudi e gli venne mantenuta la denominazione di Regno di Sardegna ma subendo una totale trasformazione del suo ordinamento giuridico, con una carta costituzionale, lo Statuto Albertino, una nuova organizzazione amministrativa e doganale, un unico parlamento e una nuova capitale, Torino, da secoli residenza della dinastia. Non più dunque un insieme di Stati, uniti solo dalla figura del monarca, ma centralista sul modello francese, in cui il sovrano regnava non sulla sola Sardegna, ma sull'intero Stato, col titolo di Re, e allo stesso tempo reggeva come Principe di Piemonte gli Stati di terraferma[non chiaro]. In questa fase della sua storia fu conosciuto anche come Regno sabaudo e venne ufficialmente citato sia in ambito interno che internazionale come Sardegna e in maniera ufficiosa come Piemonte-Sardegna o Piemonte, essendo tale regione la più prospera e popolata. Con l'unificazione italiana e l'annessione degli stati preunitari, l'ultimo Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, assunse il titolo di Re d'Italia il 17 marzo 1861.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Il Regno di Sardegna comprendeva i territori delle attuali regioni italiane Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria (dal 1815) e Sardegna, una piccola parte della Lombardia (Voghera), oltre alla Contea di Nizza e al Ducato di Savoia, oggi territori di Francia.

Suddivisioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Suddivisione amministrativa del Regno di Sardegna.

Nel 1838 il Regno sardo veniva circoscritto in divisioni, ognuna delle quali divisa in province, a loro volta divise in intendenze.[3]

  • I Divisione di Savoia (capoluogo: Ciamberì)

Comprendeva le province di Savoia propria, Alta Savoia, Scialbese, Fossignì, Genevese, Moriana e Tarantasia.

  • II Divisione di Torino (capoluogo: Torino)

Comprendeva le province di Torino, Biella, Ivrea, Pinerolo e Susa.

  • III Divisione di Cuneo (capoluogo: Cuneo)

Comprendeva le province di Cuneo, Alba, Mondovì e Saluzzo.

Comprendeva le province di Alessandria, Acqui, Asti, Casale, Tortona e Voghera.

  • V Divisione di Novara (capoluogo: Novara)

Comprendeva le provincie di Novara, Lomellina, Pallanza e Vercelli.

  • VI Divisione di Aosta (capoluogo: Aosta)

Comprendeva la sola provincia di Aosta.

  • VII Divisione di Genova (capoluogo: Genova)

Comprendeva le province di Genova, Albenga, Bobbio, Chiavari, Di Levante, Novi e Savona.

Con decreto del 12 agosto del 1848, dopo la "fusione perfetta" si aggiunsero altre tre divisioni:

  • VIII Divisione di Cagliari (capoluogo: Cagliari)

Comprendeva le province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Isili.

  • IX Divisione di Nuoro (capoluogo: Nuoro)

Comprendeva le province di Nuoro, Cuglieri e Lanusei.

  • X Divisione di Sassari (capoluogo: Sassari)

Comprendeva le province di Sassari, Alghero, Ozieri e Tempio Pausania.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'Europa dopo il Trattato di Utrecht

Regno dopo la Guerra di successione spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra di successione spagnola, Ducato di Savoia e Vittorio Amedeo II di Savoia.

I duchi di Savoia avevano perseguito con costanza e tenacia attraverso i secoli l'ottenimento del titolo regio. L'obiettivo fu raggiunto da Vittorio Amedeo II partecipando vittoriosamente alla guerra di successione spagnola: nel 1714, in virtù del Trattato di Utrecht, il duca ottenne la corona reale di Sicilia. Nel 1720, come concordato col trattato di Londra del 1718, Vittorio Amedeo II lasciò il trono di Sicilia in cambio di quello di Sardegna, mantenendo dunque il titolo regio. La sua scelta di allearsi dalla parte dell'imperatore e degli alleati durante la guerra di successione spagnola fu più che mai felice. Sarà considerato come un despota illuminato ed amministrò saggiamente tutti i territori del regno, mettendo in opera una serie di riforme alcune delle quali molto avanzate per quei tempi, come l'istituzione del catasto. Ma anche in periodi di pace i sudditi vivevano in uno stato di precarietà e di arretratezza economica. Una certa vivacità per i commerci arrivò però intorno alla metà del XVIII secolo quando le vallate alpine divennero la destinazione preferita degli aristocratici inglesi a seguito, nel 1741, della scoperta dei ghiacciai di Chamonix fatta dagli inglesi William Windham e Richard Pecock. I loro racconti percorsero velocemente i salotti londinesi e parigini e ben presto le valli del massiccio del Monte Bianco divennero un richiamo per il nascente turismo alpino consacrato poi nel 1786 dalla guida Jacques Balmat, con la scalata alla vetta del Monte Bianco, che sancì la nascita dell'alpinismo. Il successivo re di Sardegna fu Carlo Emanuele III; lo stato sabaudo fu coinvolto nelle due sanguinose guerre che sconvolsero nuovamente l'Europa: la guerra di successione polacca e la guerra di successione austriaca. Ottenuti alcuni vantaggi nel primo conflitto, che lo vide alleato alla Francia, fu decisamente più fortunato nella seconda guerra, quando si schierò con l'Austria contro la Francia e vide ancora una volta i suoi Stati invasi dai francesi. Persa la battaglia di Madonna dell'Olmo, riuscì però ad infliggere una pesantissima sconfitta ai francesi sulle alture dell'Assietta nel 1747, ottenendo nuovamente la piena sovranità sul Piemonte e l'accrescimento dei suoi Stati fino al raggiungimento del confine naturale del Ticino. Il 19 settembre 1772 Carlo Emanuele introdusse nei suoi Stati il servizio postale, ammodernò in seguito i porti di Nizza e di Villafranca; combatté il banditismo in Sardegna, creò i Monti frumentari, cioè dei magazzini comunali nei quali i contadini potevano comprare le sementi ad un prezzo calmierato.

Famiglia reale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Casa Savoia, Storia di Torino, Torino e Re di Sardegna.

Umberto I Biancamano nel 1032 ottenne dall'imperatore Corrado II la signoria della Savoia, della Moriana e Valle d'Aosta. Attraverso varie successioni ereditarie i Savoia ingrandirono nel tempo i loro territori a cavallo tra le Alpi Occidentali. Prima conti e poi duchi, nel 1416 ottennero il titolo nominale (senza territori) di re di Gerusalemme lasciato in eredità da Carlotta di Lusignano. Riuscirono abilmente nel XVII e nel XVIII secolo a difendersi dalle mire espansionistiche del regno di Francia mantenendo tenacemente la loro autonomia. Da quando poi Emanuele Filiberto I di Savoia spostò la capitale da Chambéry a Torino per meglio difendersi dagli attacchi nemici, la dinastia prese le redini della storia piemontese mantenendo il dominio sul ducato prima e sul Regno di Sardegna poi, fino all'unità d'Italia. Nel 1720, con l'istituzione sovrana vennero a pieno titolo annoverati fra le grandi casate d'Europa, fregiandosi anche dei titoli di: Re di Cipro, di Gerusalemme, di Armenia; duca di Savoia, di Monferrato, Chiablese, Aosta e Genova; principe di Piemonte ed Oneglia; marchese in Italia, di Saluzzo, Susa, Ivrea, Ceva, Maro, Oristano, Sesana; conte di Moriana, Genova, Nizza, Tenda, Asti, Alessandria, Goceano; barone di Vaud e di Faucigny; signore di Vercelli, Pinerolo, Tarantasia, Lumellino, Valsesia; principe e vicario perpetuo del Sacro Romano Imperio in Italia. Seguì un periodo di splendore per il regno. Il prestigio di Casa Savoia, che si era celebrato dopo la battaglia di Torino con la costruzione della basilica di Superga e la ricostruzione dell'antica capitale sabauda in stile barocco, chiamando a corte il grande architetto Filippo Juvara, si celebrava con fastosi ricevimenti e feste nel Palazzo Reale, nella reggia di Venaria Reale e nella Palazzina di caccia di Stupinigi, tutti veri capolavori dell'arte. Torino, la città dove risiedeva la corte del regno e dove si concentravano tutte le funzioni politiche, si abbellì ulteriormente divenendo una città completamente barocca, con palazzi e chiese di grande bellezza come quella di San Lorenzo in Piazza Castello.

Moti antifeudali angioiani[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giovanni Maria Angioy e Moti rivoluzionari sardi.

Tra il 1792 e il 1793 la Francia rivoluzionaria, intenzionata a contrastare l'Inghilterra nel Mediterraneo occidentale, provò ad attaccare la Sardegna, nel tentativo di occuparla militarmente e di sollevare una ribellione generalizzata contro i piemontesi. A tale scopo, da tempo, infiltrati rivoluzionari e simpatizzanti locali diffondevano notizie, idee e scritti politici nelle città e nelle campagne. Al momento dell'attacco decisivo, benché il governo piemontese fosse stato colto di sorpresa e non predisponesse alcuna misura difensiva, gli aristocratici e il clero sardi, timorosi delle conseguenze politiche di una vittoria francese in Sardegna, finanziarono e organizzarono la resistenza, arruolando in poco tempo una milizia. Fu questo esercito popolare a respingere il tentativo francese di sbarcare sul lido di Quartu Sant'Elena, nel febbraio 1793. Contemporaneamente, a nord, veniva fermato il tentativo di occupazione all'isola della Maddalena (tentativo al cui comando c'era un giovanissimo ufficiale corso di nome Napoleone Buonaparte). Il successo della mobilitazione dei sardi da parte degli stamenti (i bracci del parlamento, riunitisi d'urgenza per affrontare la crisi, nell'inerzia del governo piemontese), benché sembrasse frustrare l'opera di propaganda rivoluzionaria dei mesi precedenti, fece emergere la questione dell'inadeguatezza e della mediocrità del personale di governo forestiero. I rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città inviarono dunque al re Vittorio Amedeo III una petizione con cinque richieste: 1) convocazione delle Corti Generali (ossia appunto del parlamento, che le autorità piemontesi non avevano mai convocato); 2) conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso; 3) assegnazione al nativi dell'isola di tutti gli impieghi e le cariche; 4) creazione di un Consiglio di Stato da consultare su tutte le questioni relative al regno; 5) un ministero distinto per gli affari della Sardegna. Non erano richieste rivoluzionarie, tuttavia il re non le accolse, contestandole in parte[4]. Il malcontento accumulato fino a quel momento esplose dunque con un moto di ribellione fra notabili e popolo cagliaritano che, il 28 aprile 1794, catturarono ed espulsero da Cagliari il Viceré e tutti i funzionari piemontesi; la giornata è oggi commemorata oggi Sa die de sa Sardigna e festa del popolo sardo.[5] La situazione venne presa in mano dagli stamenti e dalla Reale Udienza, la suprema corte del regno. Si confrontavano il partito dei "novatori" e quello dei "moderati". I primi, per lo più esponenti della borghesia, intendevano approfittare del momento per ottenere riforme decisive di tipo economico, politico e sociale; i secondi desideravano semplicemente l'accettazione delle cinque richieste e per il resto il sostanziale mantenimento dello status quo. La situazione intanto tendeva a sfuggire al controllo. A Cagliari vennero linciati due esponenti dell'aristocrazia. A Sassari la nobiltà e l'alto clero si schierarono contro gli stamenti e invocarono la protezione del re, allo scopo di ottenere un'emancipazione con l'autonomia dal governo di Cagliari e ulteriori privilegi. Nelle campagne, le popolazioni, incitate da agitatori e dal basso clero, si ribellavano, attaccavano le sedi governative, gli istituti di credito agrario, le residenze di aristocratici e di alti prelati, rifiutando di versare le imposte e le decime. A Sassari, infine, sotto l'influsso cagliaritano e le proteste dei vassalli, si raccolsero genti da tutto il Logudoro per manifestare il 28 dicembre 1795 cantando il famoso inno Su patriottu sardu a sos feudatarios.[5] La situazione era diventata così grave che a Cagliari si decise di inviare nel settentrione dell'Isola uno dei personaggi più in vista della politica sarda del periodo, il nobile e magistrato della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy. Questi, investito della carica di alter nos, ossia facente funzioni viceregie, attraversò la Sardegna e giunse a Sassari accolto da un bagno di folla come liberatore. Angioy cercò per tre mesi di riconciliare feudatari e vassalli attraverso atti legali, ma quando s'avvide del diminuito interesse e sostegno governativo e cagliaritano, lavorò ad un piano eversivo con emissari francesi, mentre Napoleone Bonaparte invadeva la penisola italiana.[6] Tuttavia con l'armistizio di Cherasco e la successiva Pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno, e l'Angioy decise di effettuare una marcia antifeudale e rivendicativa su Cagliari[6], con l'intenzione di rovesciare il governo, abolire gli istitui feudali e proclamare la repubblica[senza fonte]. Il tentativo rivoluzionario coalizzò le forze moderate e reazionarie, mettendo contro l'Angioy nobiltà, clero e buona parte della borghesia cittadina e rurale, che aveva timore di perdere, insieme agli istitui feudali, privilegi e vantaggi acquisiti. A questo punto dal Viceré gli vennero revocati i poteri di alter nos, e Angioy dovette arrestare la sua marcia a Oristano l'8 giugno, in quanto venne abbandonato dai suoi sostenitori dopo che il Re ebbe accettato lo stesso giorno le citate cinque richieste degli Stamenti Sardi.[6] Angioy dovette abbandonare la Sardegna e si rifugiò a Parigi. Qui morì esule e in povertà nel 1808. Sull'isola l'ordine veniva ripristinato con le armi. Furono assediati e presi d'assalto i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare[7].

David, Napoleone Bonaparte attraversa le Alpi

Guerra contro la Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Napoleone Bonaparte.

Entrando nella prima coalizione a fianco di Austria, Spagna e Prussia, Vittorio Amedeo III si espose alle vendette dei rivoluzionari francesi che occuparono il Ducato di Savoia e la contea di Nizza e come detto tentarono di invadere la Sardegna. Il 21 dicembre 1792 la flotta francese comandata dall'ammiraglio La Touche-Tréville si presentò nel golfo di Cagliari. L'8 gennaio i francesi sbarcarono nell'isola di San Pietro e presero Carloforte; il 14 gennaio occuparono Sant'Antioco ed il 27 dello stesso mese iniziarono i cannoneggiamenti contro la città di Cagliari. Nel mese successivo, il 14 febbraio iniziò lo sbarco nel litorale di Quartu di 4.000 soldati. La spontanea mobilitazione dei miliziani sardi e la paura di essere rigettati in mare, spinsero i francesi a reimbarcarsi e ad abbandonare l'Isola il 28 febbraio, lasciando nelle isole sulcitane una guarnigione di 700 soldati. Mentre Cagliari subiva il bombardamento, a nord, attraverso le Bocche di Bonifacio, Napoleone Bonaparte, allora tenente di artiglieria, attaccava e bombardava La Maddalena con l'intento di occupare la parte settentrionale della Sardegna. Il 25 ed il 26 febbraio la reazione dei maddalenini guidati da Domenico Millelire fece fallire la spedizione.

Intanto le armate rivoluzionarie francesi attaccavano la Savoia, che veniva occupata dalle truppe del generale Montesquiou, entrate in Chambéry il 24 settembre 1792, mentre le truppe del generale Anselme attaccavano la città di Nizza, occupata e saccheggiata il 29 settembre, spingendosi poi fino ad Oneglia, che fu semidistrutta dalla flotta dell'ammiraglio Truguet e saccheggiata dalle truppe di Anselme. Il 27 novembre 1792 la Convenzione decretò l'annessione della Savoia alla Francia repubblicana.[8] Il 31 gennaio 1793 la Convenzione decretò l'annessione alla Francia anche della Contea di Nizza.[9] Tuttavia, nella primavera di quello stesso anno, Vittorio Amedeo III tentò la riconquista militare di Nizza, affidando il comando delle truppe all'anziano generale austriaco De Wins, ma questi venne respinto dai francesi del generale Dugommier a Saint-Martin-du-Var.

Nel 1798, attaccato dall'Austria, dall'Inghilterra e dalla Russia, il Direttorio della Repubblica francese chiese l'alleanza del Regno di Sardegna che Carlo Emanuele IV, figlio di Vittorio Amedeo III, gli rifiutò. A seguito di tale rifiuto, il Direttorio fece invadere il Piemonte dal generale Barthélemy Joubert e il 10 dicembre 1798 fu costituita la Repubblica Piemontese. I Savoia, con tutta la corte, lasciarono Torino e si trasferirono nel palazzo regio di Cagliari che divenne de facto la capitale politica del Regno. La corte resterà nell'isola fino alla definitiva restituzione degli Stati di terraferma. Mentre il generale Bonaparte era in Egitto, gli austro-russi sconfissero ripetutamente i francesi e il 20 giugno 1799 le truppe alleate riconquistarono Torino, ponendo fine alla Repubblica Piemontese e restaurando il trono di Carlo Emanuele IV.

Rientrato in Francia, nel 1800, il generale Bonaparte scese nuovamente nella pianura padana valicando le Alpi. A Marengo, nello scontro decisivo, le truppe francesi prevalsero ed occuparono nuovamente Torino, destituendo il re ed instaurando la Repubblica Subalpina. Questa repubblica, per prima in Italia, coniò monete secondo il sistema decimale già adottato per il franco francese, che sarebbe poi stato alla base dell'Unione monetaria latina. In particolare, fu coniata una moneta in oro da 20 franchi in ricordo della battaglia di Marengo: con lo stesso nome saranno poi indicate una serie di monete anche di altri stati con caratteristiche simili a quella piemontese. La breve parentesi napoleonica portò con sé ben pochi vantaggi al regno, l'economia si ridusse e si verificò un considerevole crollo dell'industria tessile mentre i commerci con l'estero iniziarono a languire. Si assistette, invece, ad un evento inverso: furono cioè molti stranieri - ed in particolare francesi - a voler impiantare le loro fabbriche oltralpe. Gravissimi furono poi i danni recati al patrimonio artistico, le truppe francesi mal equipaggiate e mal nutrite, durante l'occupazione si diedero spesso al saccheggio delle campagne e dei villaggi, depredando chiese e città, da dove rubarono inestimabili opere d'arte inviate poi a Parigi, e dove requisivano oggetti sacri d'oro e d'argento, fusi in seguito e utilizzati a finanziare la guerra d'invasione. L'attività di governo del Re fu minima durante la sua permanenza a Cagliari[senza fonte].

Il Regno di Sardegna nell'Italia dopo il Congresso di Vienna(1815)

Restaurazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Congresso di Vienna.

L'11 settembre 1802 il Piemonte fu annesso e integrato direttamente alla Francia ponendo fine alla Repubblica Subalpina. Il territorio continentale dell'ex-stato sabaudo fu riorganizzato in 6 départements: Dora, Sesia, Po, Marengo, Stura, Tanaro[10]; cui si aggiungevano le precedenti annessioni del 1792-93: Savoia (dipartimento del Monte Bianco e parte del dipartimento del Lemano) e Nizza (Dipartimento delle Alpi Marittime). Novara (Dipartimento dell'Agogna) passò invece alla Repubblica napoleonica d'Italia, cui successe il Regno napoleonico d'Italia. Dopo le folgoranti vittorie in Europa e dopo la disastrosa ritirata dalla Russia, Napoleone fu sconfitto dalla sesta coalizione nel 1813 e relegato nell'isola d'Elba il 6 aprile 1814. Un mese dopo, il 2 maggio 1814, Vittorio Emanuele I lasciava Cagliari per Torino, dove il 19 entrava trionfalmente accolto dalla popolazione. Con il trattato di Parigi del 30 maggio 1814, fu ripristinato il potere dei Savoia ed il 4 gennaio 1815 con il congresso di Vienna, furono annesse al Regno di Sardegna (senza aver fatto votare alcun plebiscito e senza il consenso del popolo) Genova e la Liguria insieme con i feudi imperiali[11], assumendo la funzione di stato cuscinetto nei confronti della Francia. Il 16 agosto la regina Maria Teresa raggiungeva Torino e a Cagliari la carica viceregia veniva assunta da Carlo Felice. Vittorio Emanuele I ed il suo successore Carlo Felice di Savoia erano fratelli dell'abdicatario Carlo Emanuele IV. Vittorio Emanuele I ebbe un solo figlio maschio, Carlo Emanuele, morto di vaiolo all'età di due anni, oltre ad alcune figlie femmine escluse dalla successione al trono così come prevedeva la legge salica. Carlo Felice, invece, non ebbe figli. La successione a Casa Savoia, dunque, divenne un affare in cui l'Austria vedeva la possibilità di imporre il proprio potere anche su queste terre se mai Vittorio Emanuele I avesse scelto come suo successore il genero principe Francesco IV di Modena, imparentato con gli Asburgo. Non fu così, dato che Vittorio Emanuele I scelse invece Carlo Alberto, del ramo Savoia-Carignano, che divenne re nel 1831, detenendo la corona per 17 anni.

Moti rivoluzionari del 1821[modifica | modifica wikitesto]

Il Regno in quegli anni era sconvolto da moti rivoluzionari che segnarono l'inizio della stagione risorgimentale italiana. Nel 1821 scoppiarono i primi subbugli, difficili da controllare, anche perché le rivolte erano segretamente appoggiate dal principe Carlo Alberto. Santorre di Santa Rosa, il capo dei ribelli, si era incontrato col principe di nascosto, ottenendo il suo appoggio. Ma l'aiuto promesso da Carlo Alberto venne meno proprio quando la rivolta stava per scoppiare. Vittorio Emanuele I, in seguito alle sommosse, preferì abdicare nei confronti di Carlo Felice. Questi però si trovava a Modena e Carlo Alberto assunse la reggenza del regno proclamando la costituzione, subito sconfessata dallo zio che lo destituì. Invocò poi l'aiuto della Santa Alleanza, fondata nel 1815 da quasi tutte le potenze europee per garantire gli assetti politici espressi nel congresso di Vienna. Le forze rivoluzionarie cercarono egualmente di tenere testa a quelle austriache, ma vennero sconfitte a Novara. Carlo Felice fece incarcerare molti patrioti e la rivolta sembrò placata. Nei successivi dieci anni di regno innalzò lo Stato al grado di potenza marittima, effettuò la riforma della gerarchia giudiziaria, stabilì consolati sulle coste d'Africa e del Levante, adornò Genova e Torino di suntuosi palazzi. Nel 1821 in Sardegna vengono istituite due vice-intendenze a Cagliari e Sassari e il numero delle Province viene ridotto a dieci (Sassari, Alghero, Ozieri, Nuoro, Cuglieri, Busachi, Lanusei, Isili, Iglesias e Cagliari), cui si sarebbe aggiunta nel 1833 quella di Tempio. Morì il 27 aprile 1831 e con lui si estingueva la dinastia degli Amedei ed iniziava quella dei Savoia-Carignano.

Riforme albertine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Statuto Albertino e Città libere di Mentone e Roccabruna.

I principi di Carignano erano lontani parenti dei Savoia. Si erano staccati dal ramo principale nel 1596 e si erano riavvicinati nel 1714 con il matrimonio fra Vittorio Amedeo Principe di Carignano e Vittoria Francesca, figlia naturale di Vittorio Amedeo II di Savoia. Carlo Alberto, fu un cattolico devoto e anti-rivoluzionario: non appena salito al trono, forte di una solida tradizione di alleanze dinastiche, firmò un patto militare con gli Asburgo, chiedendo l'appoggio dell'Impero austriaco per difendere il trono dalla rivoluzione. Fu anche un lavoratore instancabile e cercò di attuare un piano di rinnovamento del regno. Nel 1837 riformò l'organizzazione della giustizia in Sardegna e vengono istituiti sette «Tribunali di Prefettura» (Sassari, Tempio, Nuoro, Lanusei, Oristano, Isili e Cagliari). Nel 1838, il 12 maggio, fece terminare il feudalesimo, introdotto in Sardegna dai catalano aragonesi nel 1323; era fra le strutture del regno che con il trattato di Londra del 1718 i Savoia - con Vittorio Amedeo II - avevano giurato di rispettare. La proprietà feudale terminerà ufficialmente solo l'11 dicembre. Gli ex duchi, conti e marchesi furono compensati con un singolare indennizzo, cioè con rendite garantite da obbligazioni di Stato (quindi debito pubblico), ma furono i rispettivi comuni locali a doversi accollare l'indennizzo con imposte aggiuntive ai cittadini. Il valore di questi terreni, nella maggior parte incoltivati ed incoltivabili[senza fonte], o le case, vere e proprie catapecchie[senza fonte], vennero valutate profumatamente. Molti nobili persero il titolo[senza fonte] ma divennero dieci o cento volte più ricchi di prima a spese della collettività[senza fonte]. Il 29 novembre 1847, con la "fusione perfetta" e la rinuncia dei sardi alla loro autonomia statuale, il regno di Sardegna si fuse con gli Stati della terraferma, costituendo uno stato unitario. In conseguenza di ciò, nel 1848 la struttura amministrativa dell'isola viene riorganizzata sul modello piemontese nelle tre Divisioni di Sassari (comprendente le Province di Sassari, Tempio, Alghero e Ozieri), Nuoro (con le Province di Nuoro, Cuglieri e Lanusei) e Cagliari (Province di Cagliari, Oristano, Iglesias e Isili). Il 4 marzo 1848, il re promulgò dal palazzo reale di Torino il ben noto Statuto Albertino, contenente concessioni alle istanze liberali.

Risorgimento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Risorgimento e Giuseppe Mazzini.

Le idee liberali, le speranze suscitate dall'illuminismo e le idee della rivoluzione francese portate in Italia da Napoleone alimentarono nel Regno un crogiolo di aspettative e di ideali, alcuni incompatibili tra loro. Vi erano in campo le varie idee romantico-nazionaliste, quelle democratiche e repubblicane professate da Giuseppe Mazzini, gli ideali laici e socialisti di Giuseppe Garibaldi, le convinzioni liberali e monarchiche filo-Savoia di Cesare Balbo, Massimo d'Azeglio e Camillo Benso, conte di Cavour, mentre altri ancora, come Vincenzo Gioberti, pensavano ad una confederazione italiana presieduta dal Papa. Vi era anche l'ambizione espansionista di Casa Savoia e si sentiva incessante il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nella Lombardia e nel Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico-industriale. Si andava pian piano sviluppando ulteriormente un'idea di patria più ampia, e forte era il desiderio di uno stato nazionale che unisse tutto il territorio italiano, analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Prima guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra di indipendenza italiana.

Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia, sollecitato dai liberali milanesi, dichiarò guerra all'Austria. La bandiera rivoluzionaria tricolore «verde-bianco-rosso», nata a Reggio nell'Emilia il 7 gennaio 1797, comparve per la prima volta tra le truppe sarde che con essa combatterono vittoriosamente a Pastrengo e a Goito. A fianco dell'esercito sardo intervennero soldati volontari provenienti da altri stati italiani, ansiosi di liberare i territori in mano straniera. Nella fase iniziale del conflitto vengono colti alcuni successi importanti: nelle battaglie di Monzambano, Valeggio e Pastrengo i sardi ottengono alcune vittorie che comunque non vennero sfruttate appieno avanzando con notevole ritardo: una colonna riuscì ad entrare a Milano, ma non inseguì subito gli austriaci in rotta. Carlo Alberto pose l'assedio a Peschiera, una delle quattro città del Quadrilatero. L'attacco del maresciallo Josef Radetzky si risolse con la disfatta nella battaglia di Goito (30 maggio) e lo stesso giorno si arrese Peschiera. Carlo Alberto, però, non seppe sfruttare questi successi e il maresciallo tedesco riuscì a riconquistare le piazzeforti venete e la guerra volse sfavorevolmente per i Savoia. Il 9 agosto 1848 l'esercito sardo fu battuto a Custoza. Dopo l'armistizio di Salasco, al quale susseguì, sette mesi dopo, la disfatta di Novara, Carlo Alberto fu costretto ad abdicare il 23 marzo 1849 a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia e si ritirò in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove morì di lì a poco, il 28 luglio 1849. In seguito alla disfatta il Regno di Sardegna cercò di ristabilire la sua economia. Massimo d'Azeglio, presidente del consiglio, approvò le leggi Siccardiane in seguito alle quali i privilegi di cui il clero aveva sempre goduto venivano aboliti.

Cavour[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Camillo Benso conte di Cavour, Congresso di Parigi e Guerra di Crimea.

L'11 ottobre 1850 fu chiamato al governo Camillo Benso, conte di Cavour inizialmente come ministro del Commercio e dell'Agricoltura, poi in seguito come ministro delle Finanze. Nel 1852 aveva stretto un patto (il connubio) con la sinistra di Urbano Rattazzi che gli consentì di diventare in seguito primo ministro. Non piaceva né al re né al popolo, ma dimostrò a tutti di saper bene amministrare e ben presto la sua figura politica avrà un ruolo chiave nel prosieguo del Risorgimento. Conscio della situazione degli altri paesi europei, iniziò una serie di riforme che contemplano, tra l'altro, la canalizzazione del Vercellese, finanziamenti alle industrie, creazione di ferrovie, di navi. Nel 1855 il regno si alleò con la Francia nella cosiddetta guerra di Crimea contro la Russia; il primo ministro Cavour considerava infatti l'intervento un buon trampolino di lancio per entrare a far parte del gioco politico europeo, ed inviò un corpo di Bersaglieri a combattere a fianco degli alleati, partecipando poi al Congresso di Parigi tra le nazioni vincitrici. A Plombières, una stazione termale nel massiccio dei Vosgi, il 20 luglio 1858 Cavour strinse un'alleanza segreta con Napoleone III. Tale accordo prevedeva, in caso di attacco austriaco, l'intervento dei francesi a fianco dei sardi, per tentare la conquista della Lombardia e per proseguire eventualmente fino all'Adriatico. In caso di vittoria, in cambio di tale aiuto, alla Francia sarebbe stato ceduto il ducato di Savoia e la contea di Nizza insieme alla possibilità di controllare indirettamente l'Italia centrale.

Vittorio Emanuele II di Savoia - Re di Sardegna - pagò un caro prezzo ai francesi, dovette privarsi di Nizza e della Savoia, culla della sua dinastia

Seconda guerra d'Indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra di indipendenza italiana, Vittorio Emanuele II di Savoia e Armistizio di Villafranca.

Nel gennaio 1859 iniziarono i due anni più drammatici e ricchi di avvenimenti di tutto il Risorgimento. In un susseguirsi di alleanze, guerre e improvvisi colpi di scena, il regno di Sardegna si ingrandiva considerevolmente inglobando nei suoi confini quasi tutti i territori della penisola italiana. Le operazioni militari si svolsero tra il 29 aprile ed il 6 luglio 1859 in seguito alle provocazioni militari dei sardi ed alle quali gli austriaci reagirono, provocando l'intervento della Francia come da accordi di Plombières. Invadendo la Lombardia, gli eserciti franco-sardi travolsero gli austriaci a Montebello, Palestro e Magenta, mentre sulle alture di Solferino e di San Martino si combatté una sanguinosa battaglia che costo la vita a 22 000 soldati austriaci e 17 000 soldati alleati. Contrariamente a quanto promesso a Cavour negli accordi di Plombières, Napoleone III, preoccupato per l'andamento della guerra, non tenne fede alla sua parola e propose unilateralmente la pace agli Austriaci[12]. Cavour - sdegnato contro l'imperatore e contro il re che aveva firmato l'armistizio - si dimise da primo ministro e si ritirò sfiduciato in Savoia, tra Bonneville e Chamonix: gli accordi dei quali lui era l'artefice, erano stati ben altri[13]. I territori della Savoia e di Nizza, promessi dal re a Napoleone III, non vennero consegnati e i francesi si accontentarono di una somma in danaro per le spese di guerra. L'8 luglio 1859, a seguito dei trattati di Villafranca e Zurigo, la Lombardia, tranne Mantova, venne ceduta dal Regno Lombardo-Veneto alla Francia e da questa al Regno di Sardegna, ma il Veneto e Venezia rimanevano completamente in mano asburgica. Dopo questi avvenimenti, La Marmora, Rattazzi e Dabormida, formarono un nuovo governo ereditando una situazione molto tesa e difficile con l'alleato che mantenne varie guarnigioni in Lombardia. Napoleone III ben presto si rese conto che l'armistizio firmato unilateralmente con gli austriaci lasciava alla Francia ben poche possibilità di manovra in Italia. Nel dicembre 1859 decise allora di cambiare completamente politica. Nel gennaio 1860, in un rapido evolversi degli avvenimenti, Cavour venne richiamato al governo. Dopo il tradimento di Villafranca era pronto a ribaltare l'intero sistema di alleanze, ma Napoleone III permaneva ancora con il suo esercito nell'Italia centrale e in Lombardia, assai preoccupato dalle domande di annessione al Regno di Sardegna fatte nel Granducato di Toscana, nei ducati di Parma e Modena e nelle Legazioni pontificie. I suoi piani per il controllo dell'Italia centrale furono completamente stravolti, ma non era per niente intenzionato a lasciare la Penisola a mani vuote, né tanto meno era d'accordo a rafforzare ulteriormente il Regno di Sardegna. Fece sapere allora (contro ogni principio di nazionalità, contro la volontà stessa dei nizzardi e dei savoiardi) che avrebbe tollerato l'annessione dell'Italia centrale al Regno di Sardegna unicamente in cambio di importanti concessioni territoriali sulla frontiera alpina. Cavour stesso si rese conto in quel momento che il Regno non poteva sfidare contemporaneamente i due imperatori che dominavano la lunga catena delle Alpi. Il 12 marzo 1860, venne allora firmato un nuovo trattato segreto dove venivano riportate in vita le clausole di quello stipulato nel gennaio 1859 - prima dell'inizio della guerra - e nel quale si stabilivano le cessioni territoriali alla Francia, clausola decaduta dopo i fatti di Villafranca. Se in un primo tempo le cessioni erano frutto di un accordo bilaterale, nel nuovo trattato sono una vera e propria imposizione per il Regno di Sardegna, pena la rottura con l'Alleato visto oramai non più come amico. Ma ancor prima che il documento fosse firmato, l'annessione dell'Italia centrale era già un fatto compiuto. Le cessioni territoriali sulla frontiera furono accordate dopo l'esito positivo delle votazioni richieste per l'annessione. A partire dal 5 marzo 1860 - infatti - Parma, la Toscana, Modena e la Romagna votarono un referendum per l'unione al Regno di Sardegna.

Garibaldi si batté accanitamente per evitare la cessione della sua città natale alla Francia

Impresa dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giuseppe Garibaldi e Spedizione dei Mille.

Nello stesso anno, Giuseppe Garibaldi iniziò la sua spedizione da Quarto, per la conquista del Regno delle Due Sicilie. Arrivato in Sicilia, trovò l'appoggio economico degli inglesi e quello dei contadini ai quali lo stesso Garibaldi aveva promesso la spartizione delle terre, promessa poi tradita dalla strage di Bronte ad opera di Nino Bixio. Nello storico incontro con Vittorio Emanuele II, passato alla storia come "Incontro di Teano", il 26 ottobre del 1860 il generale consegnò il regno delle Due Sicilie al re Vittorio Emanuele II. Di seguito avvenne il plebiscito che approvò l'annessione al Regno di Sardegna con solo l'1% di voti a sfavore, data la presenza della camorra a fianco delle urne[senza fonte]. Dopo la sfavorevole battaglia del Volturno, i garibaldini furono rilevati dall'esercito sardo che, dopo alcuni scontri con le truppe napoletane (Macerone, Garigliano) cinse d'assedio Capua, che - per le pressioni del vescovo, preoccupato per le sorti della popolazione civile - capitolò dopo i bombardamenti iniziali. Ben più lungo (4 mesi, dal novembre 1860 al febbraio 1861) si rivelerà l'assedio di Gaeta, piazzaforte di 1ª classe (Capua era di 3ª), ma in ogni caso dall'esito scontato: infatti, le batterie piemontesi avevano una gittata di 5.000 metri che le manteneva al sicuro rispetto al tiro napoletano effettuato da pezzi meno moderni che raggiungevano a malapena i 4.000 metri. Dopo la presa di Gaeta il 13 febbraio 1861, resistettero eroicamente ancora qualche tempo le piazzeforti di Messina (12 marzo 1861) e Civitella del Tronto (20 marzo 1861).

I confini statuali del Regno di Sardegna nel 1860

Perdita della Savoia e di Nizza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Plebiscito del 1860.

Come Cavour stesso confessò, la cessione del nizzardo e della Savoia fu uno dei momenti più tristi della sua vita politica, un atto da lui stesso definito in privato anticostituzionale. Per lui Nizza era essenzialmente italiana e cederla ad un'altra potenza andava contro il principio di nazionalità. Cercò in ogni modo di prendere tempo, ma davanti alle perentorie insistenze dei francesi, fu costretto a cedere. Anche il Re era restio ad abbandonare la Savoia, patria della sua dinastia, ed il ministro della guerra Manfredo Fanti, avvertì il sovrano del pericolo che il Regno e la stessa Torino avrebbero corso senza quei territori cuscinetto, diventando in quel modo militarmente indifendibili. Aspre critiche furono mosse da Urbano Rattazzi e da Giuseppe Garibaldi, ma anche da tutti i patrioti italiani, nonché da molti stati esteri e da un'incredula Inghilterra[14]: le simpatie che la causa italiana avevano destato in Europa venivano improvvisamente meno a causa del tradimento del principio di nazionalità. In un clima di tristezza, Cavour autorizzò la polizia e i soldati francesi ad entrare nei territori sardi, per assicurare che i plebisciti di conferma della cessione alla Francia dessero il risultato voluto. Chiese anche che il documento segreto in cui era palese la sua approvazione fosse distrutto, e persuase i francesi ad utilizzare il termine riunione anziché cessione in modo da rendere meno insostenibile la sua posizione costituzionale.

Verso il Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno d'Italia (1861-1946).

Così si completò l'unificazione dell'Italia. Con la proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861, il Regno di Sardegna cambiò definitivamente denominazione. Il Regno fu completato con la conquista del Veneto (attuali Veneto e Friuli, ma senza la Venezia Giulia e la Venezia Tridentina, ossia il Trentino) nella Terza guerra d'indipendenza nel 1866. La presa di Roma avvenne solamente quattro anni più tardi il 20 settembre 1870. La futura capitale fu teatralmente «conquistata» dai Bersaglieri che aprirono un varco nelle mura della città (breccia di Porta Pia) e si trovarono dopo poche centinaia di metri al Quirinale, peraltro ermeticamente sbarrato. Si tramanda che fu necessario un fabbro per entrare.

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

In quasi tutti i comuni esistevano le scuole d'insegnamento primario maschile, meno sviluppate erano le scuole femminili, per lo più avocate ai conservatori di monache[15].

Per le scuole secondarie, nel 1840 il regno contava 286 istituti maschili tra collegi reali, collegi comunali, scuole di latinità inferiore, convitti e pensionati (di tutti questi solo 23 erano diretti da corporazioni religiose); rendendo così il Regno di Sardegna lo stato italiano pre-unitario colla maggior densità di istituti d'istruzione in rapporto alla popolazione[16]. L'istruzione secondaria femminile era invece totalmente avocata dagli enti religiosi, di cui 15 istituti gestiti dalle Suore di San Giuseppe, 8 dalle Salesiane, 6 dalle Suore di Carità, 6 dalle Suore Bigie, 3 dalle Orsoline, 2 dalle Dame del Sacro Cuor di Gesù e 2 dalle Dame Pie[17].

La principale università del regno sardo era quella di Torino, che vantava anche musei di fisica, storia naturale, archeologia e l'orto botanico, oltre all'osservatorio astronomico e ad una biblioteca con centinaia di migliaia di volumi. Seguivano poi le università di Cagliari, fondata nel 1607, Sassari, fondata nel 1617, e Genova, fondata poco dopo l'unione della Liguria al Piemonte. Esistevano inoltre delle scuole universitarie secondarie, dove si potevano seguire i primi anni di corso delle facoltà di medica e/o di legge. Erano queste quelle di Chambéry, Asti, Mondovì, Nizza, Novara, Saluzzo e Vercelli[18].

Le scuole speciali erano invece la Reale Accademia Militare di Torino, la Scuola d'Equitazione di Venaria Reale, le scuole nautiche di Genova, Savona e La Spezia.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Agricoltura[modifica | modifica wikitesto]

L'agricoltura era intensamente e notevolmente sviluppata. Nella Liguria il principale prodotto era l'olio d'oliva, la cui annua raccolta dava valore di quattro o cinque milioni di lire piemontesi.[19] Nel Monferrato primeggiava il vino e i cereali,[20] mentre la vendita di riso e seta della pianura circumpadana (novarese) dava un prodotto, in media, superiore ai quaranta milioni di lire.[20]

Industria[modifica | modifica wikitesto]

L'industria estrattiva contava diverse miniere metallurgiche e minerali sparse in tutte le provincie del regno.[21] Nel 1835 i lavori delle industrie estrattive contavano circa ventimila addetti.[22] Nel solo Piemonte esistevano 40 fabbriche di carta, a cui si aggiungevano 4 in Savoia e 50 in Liguria.[23] Esistevano poi la raffineria di zucchero di Carignano, le manifatturiere di specchi e cristalli di Domodossola e quelle in Savoia, le filature di cotone a macchina e di seta in Piemonte, Liguria e Savoia; la “fabbrica d’armi” a Torino e un centinaio di lanifici.[23]

Nel periodo della Repubblica Ligure napoleonica si sviluppò il cantiere navale di Foce, e le prime navi varate furono la fregata "L’Incorruptible" e il brick "Le Cyclope" (1804), a cui seguì la fregata “La Pomone”, varata nel marzo 1805[24]. Dopo l'annessione della Liguria al regno sabaudo ebbe inizio una nuova fase di sviluppo. Il cantiere, ampliato su parte dell'area del soppresso lazzaretto, si estendeva su circa 70.000 m² sulla sponda sinistra alla foce del Bisagno; di proprietà municipale, fu dato in gestione prima ai fratelli Westermann, poi ai fratelli Orlando, siciliani trapiantati a Genova. Durante la loro gestione, nel 1862, fu impostato l'avviso a elica "Vedetta", primo piroscafo militare con scafo in ferro costruito in Italia, varato nel 1866.[25]

Nel 1853 poi venne inaugurata a Genova l'Ansaldo, in sostituzione della Taylor & Prandi, fondata nel 1842 e fallita per difficoltà finanziarie.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Cesare Casula, Breve Storia di Sardegna, pag 187; op. cit.
  2. ^ Federigo Sclopis, Storia della legislazione negli Stati del Re di Sardegna dal 1814 al 1847, Torino, 1860
  3. ^ Bianchi, vol. I, pagg. 28-29.
  4. ^ Francesco Manconi, La Sardegna al tempo degli Asburgo. Secoli XVI-XVII, Il maestrale, Nuoro, 2010.
  5. ^ a b Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 468, ISBN 88-7741-760-9.
  6. ^ a b c Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 470, ISBN 88-7741-760-9.
  7. ^ La rivolta antifeudale.
  8. ^ J. Tulard - J. F. Fayard - A.Fierro, Histoire e Dictionaire de la Revolution française, p. 349
  9. ^ J. Tulard - J. F. Fayard - A.Fierro, Histoire e Dictionaire de la Revolution française, p. 352
  10. ^ Il dipartimento del Tanaro, con capitale Asti, fu soppresso nel 1805, quando la Francia annesse direttamente anche la Repubblica ligure. Il suo territorio fu spartito tra i dipartimenti di Marengo, Stura, e Montenotte.
  11. ^ I feudi imperiali costituivano una fascia territoriale che occupava l'immediato Oltregiogo Ligure. Erano stati annessi alla Repubblica Ligure nel 1797 a seguito del Trattato di Campoformio
  12. ^ Paolo Pinto, nel libro Vittorio Emanuele II il re avventuriero a riguardo della battaglia di Solferino e del comportamento di Napoleone III, a pagina 304 scrive:...«ancora una volta non inseguì gli austriaci che si ritiravano disordinatamente [...] (...) Già il 6 luglio cercò di spiegare a Vittorio Emanuele le circostanze che rendevano auspicabile un'interruzione delle ostilità. Quella stessa sera mandò il suo aiutante in campo, generale Fleury, al quartier generale austriaco, con una lettera in cui erano illustrate le proposte francesi. Dunque il vincitore chiedeva tregua al vinto: probabilmente Francesco Giuseppe stentò a crederlo, ma era proprio così. Due giorni dopo, l'8 luglio fu firmato l'armistizio....(...).»
  13. ^ Al capitolo XXVII del libro di Denis Mack Smith Il Risorgimento italiano, a pagina 355 viene riportato il testo del trattato segreto firmato nel gennaio 1859, appena prima dell'inizio della guerra. Si parla delle concessioni territoriali alla Francia in caso di vittoria, ed inoltre si specifica chiaramente: «le parti contraenti si impegnano a non accogliere alcun approccio né alcuna proposta tendente alla cessazione delle ostilità, senza averne preventivamente deliberato in comune.( [...] )»
  14. ^ Giovanni Spadolini, nel suo libro Gli uomini che fecero l'Italia, parlando dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con Cavour, della «irreparabile frattura» tra i due, sul plateale inganno del referendum - a pagina 293 - riporta i commenti della stampa inglese ed in particolare dell'inviato del giornale Times che scriveva:« [...] È un triste spettacolo vedere due potenze tenere di fronte all'Europa una simile condotta, senza la minima vergogna...(...)».
  15. ^ Bianchi, vol. I, pag. 50
  16. ^ Bianchi, vol. I, pag. 51
  17. ^ Bianchi, vol. I, pag. 52
  18. ^ Bianchi, vol. I, pag. 53
  19. ^ Bianchi, vol. I, pag. 59
  20. ^ a b Bianchi, vol. I, pag. 63
  21. ^ Bianchi, vol. I, pag. 66
  22. ^ Bianchi, vol. I, pag. 67
  23. ^ a b Bianchi, vol. I, pag. 69
  24. ^ The Italian Military in the Napoleonic Wars 1792-1815
  25. ^ http://www.marina.difesa.it/unita/vedetta.asp
1786 - Blasone dello Stato sardo

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Matteo Bianchi, Geografia politica dell’Italia, Le Monnier, 1845.
  • Manlio Brigaglia, Attilio Mastino e Gian Giacomo Ortu, Storia della Sardegna. 2.Dal Settecento a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2002.
  • Goffredo Casalis (voci sulla Sardegna di Vittorio Angius), Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino, 1855
  • Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, Sassari, Delfino, 1994.
  • Francesco Cesare Casula, Storia di Sardegna, Sassari-Pisa, Delfino-ETS, 1994, Nuoro, Condaghes, 2001
  • Max Gallo, Napoleone. La voce del destino, volume primo, Milano, Mondadori, 2000.
  • Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, Roma, Laterza, 1999.
  • Antonello Mattone, La cessione del regno di Sardegna. Dal trattato di Utrecht alla presa di possesso sabauda, in "Rivista storica italiana", 1992, fasc. I, pp. 5–89.
  • P.P. Merlin, Il Piemonte sabaudo: stato e territori in età moderna, Torino UTET, 1994, in Giuseppe Galasso(a cura di), Storia d'Italia, vol. VIII.1.
  • P. Notario, Il Piemonte sabaudo: dal periodo napoleonico al Risorgimento, Torino, UTET, 1993, in Giuseppe Galasso(a cura di), Storia d'Italia, vol. VIII.2.
  • Paolo Pinto, Vittorio Emanuele II. Il re avventuriero, Milano, Mondadori, 1995.
  • Giovanni Spadolini, Gli uomini che fecero l'Italia, Milano, Longanesi, 1993.
  • G. Stefani, Dizionario generale geografico-statistico degli Stati sardi, Sassari, Delfino
  • Pasquale Tola, Codex diplomaticus Sardiniae, Torino, 1861-8, in Historiae Patriae Monumenta, Tomi X-XII.
  • Carlo Baudi di Vesme, Codex diplomaticus Ecclesiensis, Torino, Bocca, 1877, in Historiae Patriae Monumenta, Tomo XVII.
  • (FR) J. Tulard - J. F. Fayard - A.Fierro, Histoire e Dictionaire de la Revolution française, Paris, Éditions Robert Laffont, 1998, ISBN 2-221-08850-6

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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