Carloforte

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Carloforte
comune
Carloforte – Stemma Carloforte – Bandiera
Carloforte – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Sardegna-Stemma.svg Sardegna
Provincia Provincia di Carbonia-Iglesias-Stemma.png Carbonia-Iglesias
Amministrazione
Sindaco Marco Simeone (lista civica) dall'11/06/2012
Territorio
Coordinate 39°09′01″N 8°18′00″E / 39.150278°N 8.3°E39.150278; 8.3 (Carloforte)Coordinate: 39°09′01″N 8°18′00″E / 39.150278°N 8.3°E39.150278; 8.3 (Carloforte)
Altitudine 10 m s.l.m.
Superficie 51,1 km²
Abitanti 6 420[1] (31-12-2010)
Densità 125,64 ab./km²
Comuni confinanti nessuno
Altre informazioni
Cod. postale 09014
Prefisso 0781
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 107004
Cod. catastale B789
Targa CI
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitanti carlofortini o tabarchini
Patrono Carlo Borromeo
Giorno festivo 4 novembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Carloforte
Posizione del comune di Carloforte nella provincia di Carbonia-Iglesias
Posizione del comune di Carloforte nella provincia di Carbonia-Iglesias
Sito istituzionale

Carloforte (U Pàize, ossia "Il Paese" in ligure tabarchino[2], Carluforte in sardo) è un comune italiano di 6.420 abitanti della provincia di Carbonia-Iglesias.
È situato sull'isola di San Pietro, al largo della sub-regione del Sulcis-Iglesiente, in Sardegna; l'isola, piuttosto grande per essere occupata da un solo comune, è situata a circa 10 km dalla costa sarda, e costituisce, insieme alla vicina isola di Sant'Antioco con altri isolotti e scogli vicini alle sunnominate due isole, l'Arcipelago del Sulcis. Carloforte è anche un comune onorario della provincia di Genova e fa parte del circuito dei "I borghi più belli d'Italia".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il promontorio ed il faro di Capo Sandalo
Centro storico

Carloforte è un'isola linguistica ligure e si può considerare una "espressione etnica e linguistica di un quartiere della Genova antica"[senza fonte], in quanto l'isola di San Pietro, a poca distanza dalla costa sarda (Sud-Ovest della Sardegna) fu colonizzata nel 1738 da Pegliesi provenienti da Tabarka, isola oggi collegata alla costa tunisina.

Carloforte, unico centro abitato dell'isola, fu realizzata su progetto dell'architetto piemontese Augusto de la Vallée. In attesa del suo completamento i profughi giunti da Tabarca sostarono un paio di giorni a Cagliari e, successivamente due settimane, nei fabbricati della tonnara "Su Pranu" di Portoscuso. Tutto quello che avevano (effetti personali, vestiti, materassi, coperte ecc.) lo avevano portato da Tabarka. Per la loro sussistenza, costruzione della Chiesa e delle prime case il Duca pagò tutto quanto era loro necessario.[3] Gli abitanti di Carloforte conservano ancora intatto il dialetto dei loro avi liguri che per il comune passaggio nell'isola tunisina di Tabarka è detto tabarchino. Gli abitanti di Carloforte sono detti carlofortini o carolini; parlando di sé stessi, in termini di etnia, si definiscono tabarchini.

I suoi abitanti partirono nel 1542 da Pegli, giungendo da Pegli stesso e dai vicini paesi della riviera ligure, ed al seguito dei Lomellini, cospicuo casato genovese dedito ai traffici che aveva avuto concessioni territoriali in quei luoghi, si insediarono sulla costa tunisina nell'isolotto di Tabarka nei pressi di Tunisi, dove pescarono corallo e si dedicarono a traffici e commercio fino al 1738; vennero per questo definiti "tabarchini".

Nel 1738 una parte dei Tabarchini, con a capo Agostino Tagliafico, chiese al re Carlo Emanuele III di Savoia di colonizzare, in prossimità della Sardegna, l'Isola degli Sparvieri (Accipitrum Insula) allora deserta, ed oggi chiamata isola di San Pietro; negli ultimi anni a Tabarka era diminuito il corallo, ed erano continue le loro disavventure politico-commerciali con i diversi rais governanti i territori del Nord Africa; la concessione dei Lomellini era diventata meno redditizia, ed erano aumentati i dissidi con i rais che li rendevano liberi o viceversa li facevano schiavi a seconda di chi regnava a Tunisi o ad Algeri in quel momento.

Per questo motivo, stanchi di queste vessazioni, chiesero al re sardo un luogo per continuare in tranquillità i loro commerci, soprattutto in spezie e stoffe pregiate, con il resto del Mediterraneo. Fu scelta l'isola degli Sparvieri, mediante una regolare infeudazione.

In onore del Re, a cui i nuovi abitanti eressero una statua nella piazza principale del paese e come segno di riconoscimento e fedeltà, il paese si chiamò Carloforte (Forte di Carlo) ed a San Carlo Borromeo fu dedicata la chiesa parrocchiale, il Re donò per l'occasione un pregiato quadro raffigurante il Santo Patrono, ancora oggi nell'abside della parrocchiale.

I primi periodi della colonizzazione furono durissimi per la presenza di aree insalubri, con conseguenti vere e proprie epidemie, che decimarono la popolazione; in seguito a bonifiche del territorio la colonia riuscì a migliorare le proprie condizioni ed a prosperare, fu di supporto l'arrivo di altri coloni da Tabarka, e di un gruppo di famiglie provenienti direttamente dalla Liguria. Un'ampia zona paludosa bonificata presso il paese fu allestita a salina, che risultò essere molto redditizia.

Un secondo insediamento di coloni provenienti da Tabarka si ebbe nel 1770 nella vicina Isola di Sant'Antioco, sul lato prospiciente all'Isola di San Pietro, dove fu fondato il paese di Calasetta.

Nel 1798 Carloforte subì una feroce incursione piratesca: più di 900 suoi abitanti furono catturati e tenuti schiavi a Tunisi per cinque anni. Durante questo periodo uno dei carlofortini catturati, Nicola Moretto, rinvenne sulla spiaggia di Nabeul, vicino a Tunisi, una statua lignea che si ritenne rappresentante la Madonna (sicuramente la polena di una nave, portata sulla spiaggia dal mare). Il ritrovamento fu considerato miracoloso, diede conforto e costituì fatto di coesione, dando origine al culto della "Madonna dello Schiavo" quale protettrice dei tabarkini. Successivamente gli schiavi furono liberati, pagando un oneroso riscatto, dal re Carlo Emanuele IV di Savoia. Al momento della liberazione la piccola statua della Madonna fu portata anch'essa a Carloforte, e per accoglierla fu costruita l'omonima Chiesa della "Madonna dello Schiavo". Le persecuzioni piratesche però continuarono ancora per diversi anni, fino a quando il fenomeno fu definitivamente represso in tutto il Mediterraneo.

A testimonianza delle incursioni barbaresche restano ancora alcuni tratti di mura di cinta a difesa del paese, la dotazione di forti, e diverse torri di avvistamento.

Pochi anni prima, nel 1793, la cittadina era stata invasa dai francesi nelle fasi post-rivoluzionarie che travagliarono l'Europa: dagli occupanti, l'isola fu definita "isola della libertà".

Con l'avvento della breve dominazione francese (durata pochi mesi: 8 gennaio-26 maggio) una parte della popolazione inneggiò ai nuovi principi sociali di libertà, fraternità ed uguaglianza della rivoluzione, altri furono avversi, ci furono di conseguenza disordini e conflitti nel paese; in tale periodo convulso i sostenitori del re rimossero la statua del re Sardo, tentando di nasconderla, seppellendola il più presto possibile, (i rivoluzionari infatti erano ovviamente nemici del Re sardo), perché non fosse deturpata sostennero molti, o si dice anche per dimostrare ai nuovi conquistatori francesi e dei loro sostenitori di essere dalla loro parte, altri sostennero maliziosamente che sarebbe stato utile conservarla per rimetterla al suo posto una volta allontanati i francesi dall'isola, come infatti poi avvenne. Comunque nei ristretti tempi concessi prima dell'arrivo della soldataglia francese, la buca faticosamente scavata in fretta sotto il piedistallo, si rivelò non abbastanza profonda, dato che dopo aver calato al statua nella buca il braccio della statua rimase emergente; non essendo possibile risollevare la statua per fare la buca più profonda, il braccio fu spezzato intenzionalmente con un colpo di mazza, affinché nulla sporgesse, e non ci fosse alcun segno visibile del seppellimento. La statua fortunosamente salvata, non deturpata, ma col braccio destro spezzato, è così ancora oggi, come si può vedere, ritornata sul piedistallo nella piazza del lungomare della cittadina, a ricordo e testimonianza di quel convulso e non edificante momento storico.

Il 10 novembre 2004 Carloforte è stato riconosciuto come comune onorario dalla provincia di Genova in virtù dei legami storici, economici e culturali con il capoluogo ligure e, in particolare, con Pegli, luogo di partenza della emigrazione. Nel 2006 questo riconoscimento fu dato anche alla vicina città di Calasetta.

Carloforte vive tutti gli anni celebrazioni di gemellaggio con Pegli. Anche l'architettura, la cultura, i costumi, gli usi di Carloforte sono di tipo strettamente ligure.

Una parte minore di popolazione proveniente dall'esodo da Tabarca si diresse alla costa spagnola nei pressi di Alicante, fondando il villaggio di Nova Tabarca dove però la esigua popolazione attuale, pur conservando in parte i cognomi originali, conserva ancora alcuni termini di linguaggio e costumi dalla comunità d'origine, ma nel tempo sta perdendo le sue caratteristiche linguistiche per un uso più comune dello spagnolo - lingua catalano-valenziana; si pensa che uno sparuto gruppo di famiglie si sia anche diretto verso Bonifacio, nella parte meridionale della Corsica (Bonifacio), dove preesisteva una comunità autonoma della Repubblica di Genova ceduta poi ai Francesi.

La popolazione carolina porta con sé diversi personaggi famosi nell'arte nella cultura, nella politica, nelle armi, nelle arti e mestieri sin dal 1738 per passare attraverso l'epoca sabauda fino ai giorni nostri, parte della popolazione è dispersa in diverse città di tutto il mondo, soprattutto portuali, non solo per necessità ma per vocazione marinaresca, tanto che molti anziani ritornano da tutto il mondo alla terra d'origine, ad oggi ancora sussistono forti legami tra le parentele divise tra Carloforte e le famiglie diffuse nell'intera riviera Ligure, e anche alcune che erano rimaste nel Nord Africa (sino agli anni cinquanta del Novecento), oggi si contano numerosi luoghi in cui vi sono piccole comunità di residenti carolini, per citarne alcuni, oltre che in Sardegna ed in Italia peninsulare, in USA, Francia, Germania, Spagna, Marocco, Tunisia, Argentina, Australia, Uruguay, Perù, Cile, Gibilterra, a Boca di Buenos Aires, e naturalmente in Bonifacio in Corsica, per un numero non stimato ma che si ritiene superi abbondantemente le 18.000 persone.[senza fonte] Pur strettamente di cultura e linguaggio liguri, le caratteristiche linguistiche particolari dei tabarchini, pur restando perfettamente comprensibili agli altri liguri di altre regioni, sono da questi riconosciute come ben distinguibili per le loro particolarità.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa dei Novelli Innocenti[modifica | modifica wikitesto]

Antecedente alla colonizzazione dell'isola, vi fu eretta in memoria dei giovani e bambini facenti parte della cosiddetta "Crociata dei fanciulli" che partì da Marsiglia nel 1212. Due delle sette navi che componevano la flotta affondarono al largo dell'Isola di San Pietro, tutti i naufraghi perirono ed alcuni vi furono sepolti. La chiesa dei Novelli Innocenti fu eretta in memoria di essi per volere del Papa Gregorio IX. La piccola chiesa ridotta a rudere fu restaurata dai tabarchini all'epoca della colonizzazione. È ubicata nella parte sud dell'abitato.

Chiesa della Madonna dello Schiavo[modifica | modifica wikitesto]

Dedicata alla omonima Madonna, è ubicata nella centralissima Via XX settembre ed accoglie la statua venerata dai carlofortini esuli in Tunisia. È detta anche chiesetta del "Previn" ("il pretino") in memoria di Don Nicolò Segni, il sacerdote giovanissimo che volle essere prigioniero insieme agli schiavi carlofortini in Tunisia. In onore della Madonna dello Schiavo un nome molto diffuso fra le figlie femmine nelle famiglie carlofortine era in passato "Schiavina".

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

Torre San Vittorio - Osservatorio astronomico[modifica | modifica wikitesto]

La torre San Vittorio sorge a sud dell'abitato di Carloforte, in zona detta Spalmadureddu. Costruita nel 1768 rappresenta l'avamposto difensivo a sud della cittadina carolina. All'originale progetto si apportarono delle modifiche: l'aggiunta di tre corpi alla torre centrale e la costruzione di una scala esterna. Interamente costruita con blocchi di trachite locale, in onore del sovrano Vittorio Amedeo III la torre prese il nome di San Vittorio. Cessate le necessità difensive, la torre fu venduta a privati cittadini. Nel 1889 la Torre fu espropriata dal Ministero della pubblica istruzione al fine di utilizzarla per la ricerca scientifica. Nel 1898 la torre fu convertita, mediante apposite modifiche strutturali, a Osservatorio astronomico. Vi fu istituita una delle cinque stazioni internazionali per lo studio della precessione degli equinozi con lo studio di piccole variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre.

Cineteatro Giuseppe Cavallera[modifica | modifica wikitesto]

Noto come "U Palassiu" (Il Palazzo), è un edificio monumentale costruito negli anni 20 dai lavoratori di Carloforte organizzati nella Lega di Battellieri. Ospita un teatro ed è soggetto a vincolo come bene architettonico di interesse nazionale. Si trova nella centrale Via Roma.

Architetture militari[modifica | modifica wikitesto]

Mura di cinta[modifica | modifica wikitesto]

A seguito delle incursioni barbaresche Carloforte fu protetta da un sistema di mura con vari fortini che circondava tutto l'agglomerato urbano. Una parte delle mura è ancora esistente nel quartiere alto del paese (il cosiddetto "Castello"), in essa è presente ancora la "Porta del Leone" così chiamata per la scultura di una testa di leone inserita nelle mura.

Altro[modifica | modifica wikitesto]

Monumento a Carlo Emanuele III[modifica | modifica wikitesto]

Il monumento a Carlo Emanuele III

Il monumento a Carlo Emanuele III di Savoia è ubicato nella Piazza omonima sul Lungomare. Costituito da un gruppo marmoreo di tre statue con al centro il Sovrano, fu eretto in segno di riconoscenza al Re. La statua centrale è chiamata affettuosamente "Pittaneddu" dai carlofortini. Le statue sono opera dello scultore genovese Bernardo Mantero. Il monumento fu inaugurato il 16 luglio 1786 con la messa in loco della statua centrale, le statue laterali furono erette nel 1788 in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione di Carloforte.

Miniere[modifica | modifica wikitesto]

Nel territorio comunale di Carloforte sono presenti le seguenti miniere dismesse:

  • Miniera di capo Becco.
  • Miniera di capo Rosso.
  • Miniera di Punta Nera.

Aree naturali[modifica | modifica wikitesto]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[4]


Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

I faraglioni nella località denominata Colonne. Nel novembre 2013 una delle due colonne (quella più bassa) è stata abbattuta dalla forza del mare.[5]

Il tabarchino, lingua tradizionalmente parlata nei comuni di Carloforte e Calasetta, ha origine direttamente dal ligure fa parte del Genoise d'Otre Mer, vale a dire oltre lingua parlata nei secoli nella Repubblica Genovese, anche dalla popolazione dei possedimenti della Repubblica di Genova, nei territori d'oltremare, che sin dall'anno 1000 in poi, si insediarono presso tutte le rotte marittime controllate dalla Repubblica, oggi la civiltà dei Genoise d'Otre Mer è tutelata come minoranza etnica e linguistica, si trovano comunità simili in Turchia, Sardegna, Francia, Spagna, Sicilia. Infatti la rada di San Pietro, per la sua posizione, ha avuto una notevolissima importanza da sempre nei periodi storici, la lingua del Genese D'Otre Mer, parlata ancora oggi a San Pietro forse ultimo baluardo di quei periodi storici, conserva tutti gli elementi caratteristici della lingua d'origine, ma per effetto della obbligatoria scuola di italiano e proibizione del dialetto a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento e per la presenza di parte della popolazione non di origine tabarchina residente sin dalle prime fasi della colonizzazione, oggi alcuni termini (soprattutto sostantivi) sono diventati desueti ma ancora utilizzati da chi conosce il tabarchino antico, soprattutto da studiosi e paradossalmente da chi si è allontanato dalla madre patria. Il tabarchino o Genese D'Otre Mer, conserva ancora moltissimi termini antichi anche se non tutti, ma contiene molti termini di origine francese, testimonianza dei possedimenti della Repubblica nel Nizzardo e dei contatti commerciali tra la repubblica e i territori tra Francia e Spagna, si menziona la numerazione, molto simile a quella francese attuale, i biscotti "galette" (tuttora usato in genovese) oppure il denaro, i soldi, in tabarchino è in uso argent, così come in francese, altri termini come muratore "massacan" (tuttora usato in genovese) sono oggi in disuso, sostituito dal derivato dall'italiano muratù. Curiosa e comprensibile per il diverso clima in terra d'Africa, la quasi totale perdita dei sostantivi originali liguri per "neve", "ghiaccio" e "gelo", ricuperati in seguito dall'italiano. I pochi termini assimilati dal francese spesso non sono quelli assimilati dal dialetto ligure-genovese di eguale origine.

La costante caratteristica di sradicamento culturale subito, in cui la lingua ha costituito un importante presidio identificativo, il tabarchino è ricchissimo di motti e modi dire, a volte conservati gelosamente dall'antico, ma soprattutto del tutto originali e creati autonomamente, attinenti alla loro realtà specifica passata e presente, fino a costituire una sorta di "slang" che permette la condivisione culturale e la reciproca identificazione; anche alcuni termini di origine diversa dal tabarchino (spesso volutamente deformati) sono assimilati ed incorporati in questo slang.

Il dialetto tabarchino ha una forte pressione omologante, gli individui parlanti altri dialetti che intendono inserirsi nella situazione culturale tabarchina subiscono, come azione considerata necessaria, una forte pressione per la acquisizione del linguaggio tabarchino, la cui conclusione condiziona pesantemente l'inserimento. Nonostante la relativa esiguità numerica totale dei parlanti è definibile un dialetto "forte".

L'80% della popolazione di Carloforte usa correntemente l'idioma tabarchino.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

La Madonna dello schiavo, patrona di Carloforte[modifica | modifica wikitesto]

La Madonna, (una piccola statua in legno), probabilmente una piccola polena di un veliero portata sulla spiaggia dai marosi, fu trovata dal giovane schiavo tabarchino Nicola Moretto nella spiaggia di Nabeul, presso Tunisi il 15 novembre 1800. Il ritrovamento della "Madonnina Nera" fu accolto come un segnale divino dagli schiavi in terra d'Africa, ma soprattutto come esortazione e conforto per sopportare le tribolazioni e le persecuzioni.

Portata nell'Isola di San Pietro nella loro emigrazione dagli schiavi liberati, la Madonnina è rimasta un fortissimo simbolo di fede ma, al di fuori del significato strettamente religioso, anche di libertà e di forte unione solidale della comunità.

La festa della Madonna dello Schiavo è senza dubbio quella più sentita dalla comunità Carolina e da diversi anni questa festa si rinnova anche a Pegli l'ultima domenica di novembre. Alla Madonna dello Schiavo è dedicata la omonima Chiesa ubicata in Via XX settembre, ove la statua è venerata.

San Pietro, patrono dei pescatori e dell'omonima isola[modifica | modifica wikitesto]

La devozione a San Pietro risale alle origini della colonia. Il culto per il santo protettore dei corallari e dei tonnarotti verteva attorno alla chiesetta delle Fontane, di impianto duecentesco, ma ristrutturata nel XVIII secolo. Ancora oggi il 29 giugno è festa solenne per Carloforte.

I festeggiamenti si concludono a sera con una suggestiva processione a mare e, successivamente, spettacolo pirotecnico a tempo di musica.

La devozione religiosa svolse importante funzione per propiziarsi la benedizione divina nelle imprese di mare, data la forte tradizione marinara della popolazione, e nella calata della Tonnara, importantissima risorsa dei secoli passati, impresa a cui partecipava tutta la popolazione.

Il Girotonno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Girotonno.
Logo del Girotonno

Il Girotonno è una caratteristica manifestazione culturale e gastronomica che si svolge tutti gli anni a Carloforte, nel periodo della mattanza dei tonni.

L'evento, si svolge, indicativamente, tra fine maggio ed inizio giugno e vede la presenza di numerosi paesi mediterranei e non, ciascuno con la propria cucina tipica.

Crêuza de mä[modifica | modifica wikitesto]

Crêuza de mä - Musica per film è una manifestazione trattante le musiche presenti nei film che si svolge a Carloforte. Essa fa parte dell'iniziativa "Le isole del cinema" che si compone di quattro manifestazioni tra cui "Pensieri e parole" (isola dell'Asinara), "La valigia dell'attore" (isola La Maddalena), "Una notte in Italia" (isola di Tavolara) e appunto "Crêuza de mä" a Carloforte.

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cucina tabarchina.

È frutto di coerente fusione di culture intermediterranee.

Persone legate a Carloforte[modifica | modifica wikitesto]

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Suddivisioni storiche[modifica | modifica wikitesto]

I rioni storici del comune sono i seguenti:

  • Castello (in tabarchino: Cassinee, letteralmente "calcinaie" cioè il luogo dove si preparava la calce spenta per costruzioni e le fortificazioni).
  • La Marina (in tabarchino: A Maina)
  • San Carlo (in tabarchino: Casseba, dall'arabo "Qasba": cittadella)
  • Le Fontane (in tabarchino: E Fontann-e)
  • San Pietro (in tabarchino: San Pê)
  • Darsennetta (dal tabacchino Darsennetta', letteralmente 'piccola darsenà dal lago salmastro, sito nell'attuale Piazza Pegli)

Frazioni[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Isola di San Pietro.

Il Comune di Carloforte, per motivi culturali, non ha frazioni. Esistono numerose località, tra queste: La Punta, Faro di Capo Sandalo, Isola dei Ratti, Isola Piana, La Caletta, Tacca Rossa, Tonnare e Villamarina.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Carloforte è gemellata con le seguenti città:

Inoltre è gemellata con il quartiere di Genova Pegli, e con la Provincia di Genova.

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Calcio[modifica | modifica wikitesto]

La principale squadra di calcio della città è l'U.S. Carloforte che milita nel girone B sardo di 1ª Categoria. I colori sociali sono: il rosso e l'azzurro.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ O Paize in grafia genovese.
  3. ^ Archivio privato Genovès-Vivaldi Pasqua
  4. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  5. ^ Il mare abbatte una delle Colonne monumento simbolo di Carloforte in L'Unione Sarda, 21 novembre 2013. URL consultato il 2 novembre 2013.
  6. ^ Giuseppe Dessì
  7. ^ Fonte sul gemellaggio Camogli-Carloforte

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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