Decimomannu

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Decimomannu
comune
Decimomannu – Stemma Decimomannu – Bandiera
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Sardegna-Stemma.svg Sardegna
Provincia Provincia di Cagliari-Stemma.png Cagliari
Amministrazione
Sindaco Anna Paola Marongiu (lista civica Progetto X Decimo) dal 27/05/2013
Territorio
Coordinate 39°19′00″N 8°58′00″E / 39.316667°N 8.966667°E39.316667; 8.966667 (Decimomannu)Coordinate: 39°19′00″N 8°58′00″E / 39.316667°N 8.966667°E39.316667; 8.966667 (Decimomannu)
Altitudine 10 m s.l.m.
Superficie 27,72 km²
Abitanti 8 092[1] (31/12/2013)
Densità 291,92 ab./km²
Comuni confinanti Assemini, Decimoputzu, San Sperate, Uta, Villasor, Villaspeciosa
Altre informazioni
Cod. postale 09033
Prefisso 070
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 092015
Cod. catastale D259
Targa CA
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitanti decimesi
Patrono sant'Antonio abate, Santa Greca di Decimomannu
Giorno festivo 17 gennaio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Decimomannu
Posizione del comune di Decimomannu nella provincia di Cagliari
Posizione del comune di Decimomannu nella provincia di Cagliari
Sito istituzionale

Decimomannu (Deximumannu o Dèximu Mannu in sardo) è un comune italiano di 8.092 abitanti della provincia di Cagliari, in Sardegna. Dista da Cagliari circa 15 chilometri ad ovest e confina a nord con il comune di Villasor, a nord-est con San Sperate, a ovest con Villaspeciosa e Decimoputzu e a sud con Assemini e Uta. Gli abitanti prendono il nome di decimesi più raramente decimomannesi.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Decimomannu è sorto in una zona pianeggiante all'interno di un'ansa del fiume Riu Mannu e fece parte del sistema insediativo di centri storici disposti lungo il tracciato viario che accompagna la riva sinistra di quel fiume.

Per la sua posizione topografica ha sempre avuto una rilevante funzione itineraria: in epoca romana la famosa via che da Caralis conduceva a Sulcis, si biforcava a Mansum (oggi Elmas); un ramo proseguiva per Sextum (Sestu), Biora e Valenza (distrutte); l'altro ramo passava per Decimum proseguendo per Valeria, florida cittadina, e da lì per Sulcis (l'odierna Sant'Antioco).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Decimomannu ha origini romane, come attesta il suo nome che significa "a dieci miglia da Cagliari" (Decimo ab urbe Karali miliario).

I primi stanziamenti di Decimomannu si fanno risalire all'epoca fenicio-punica, in quanto tra il 1879 e il 1880 fu riportata alla luce, durante i lavori della stazione, una necropoli nella quale, in molte tombe, furono rinvenute monete puniche in bronzo di conio globulare. Anche se tra Decimo e Assemini si sono trovate testimonianze di un villaggio nuragico, accanto ad un ristorante della zona.

L'abitato, come in altri esempi nel Campidano, deve essersi formato in un tessuto originariamente costituito da un castrum militare che si è evoluto in seguito a diversi processi economici di sviluppo succedutisi col passare del tempo. Secondo il Casula nei pressi di Decimo si svolse la battaglia del 215 a.C. nell'ambito della seconda guerra punica, che coinvolse romani, sardi e cartaginesi, i sardi erano comandati da Ampsicora.

La più rilevante testimonianza del periodo romano è costituita da due ponti, la cui presenza ci conferma che Decimo, grazie alla sua posizione, aveva una grande importanza nel campo della comunicazione sin dal periodo della dominazione romana.

I resti di un ponte si trovano sul Riu Mannu, non lontano dalla statale 130. Dai ruderi e anche dalla larghezza del fiume nel punto in cui sorge la struttura, si desume che il ponte nelle sue origini fosse costituito da tredici arcate.

Successivamente alcuni tratti del letto del fiume furono rialzati dai pescatori per deporre le nasse e dieci arcate sono state ostruite dai detriti trasportati dalle correnti d'acqua. Questa situazione ha segnato la precoce rovina del ponte, dato che nei periodi piovosi l'ondata di piena del fiume, carica di fango e di detriti, non trovando sfogo sotto le arcate del ponte, scaricava su di esso tutta la sua energia. Delle tredici arcate oggi, sulla riva sinistra del fiume Riu Mannu, rimangono visibili tre arcate più i resti dei basamenti di alcune pile nell'alveo del fiume. Imboccato il ponte, il primo arco è quasi completamente interrato sotto il piano di campagna; degli altri due archi, entrambi in vista, l'ultimo muore sull'argine in terra eretto in epoca moderna lungo il corso d'acqua, onde contenere le piene.

Lungo la strada di imboccatura del ponte, per circa 50 metri, è possibile trovare le tracce di una muratura in pietra larga circa 70 cm e alta circa 50 cm che, nei periodi di piena, doveva servire ad arginare l'afflusso dell'acqua nel tratto di strada all'ingresso del ponte stesso. I resti dell'altro ponte ad una sola arcata, che molti dicono di origine romana, si trovano in zona Su Meriagu, a meno di cento metri dalla superstrada Cagliari-Iglesias; vi scorreva il Riu Concias, di cui attualmente non c'è più traccia.

Quando è stata progettata la Cagliari-Iglesias non ci si è preoccupati non solo di valorizzarlo, ma neppure di salvaguardarlo: fino a qualche anno fa l'imponente arcata risultava quasi completamente sepolta da terra, detriti e immondizie. Ora, invece, la zona è stata ripulita e il ponte è stato riportato al suo antico splendore. Altra opera, notevole del periodo romano, era l'acquedotto che da Villamassargia portava l'acqua a Cagliari. Anche di questa opera non sono quasi rimaste tracce.

Dell'oscuro periodo bizantino, Decimo non offre documenti o monumenti che sono invece rilevanti nel vicino paese di Assemini. Il paese appartenne al Giudicato di Cagliari e fu il capoluogo della Curatoria omonima. Molti giudici fecero di Decimo la loro residenza.

Alla venuta degli Aragonesi si combatté il 29 febbraio 1324 proprio in territorio di Decimo l'unico scontro in linea tra eserciti Pisani e Aragonesi: la Battaglia di Lucocisterna. Tale scontro vide sconfitti i Pisani e la conseguente nascita territoriale e giuridica del Regno di Sardegna e Corsica. Rimase agli Aragonesi fino al 1353. Poco dopo, per il tradimento di Gerardo Donoratico, fu annessa al superstite Giudicato di Arborea. Poi fece parte della Viscontea di Sanluri e, nel 1519, sotto gli Spagnoli, passò alla Baronia di Monastir, restandovi fino al 1839, quando fu riscattata dagli ultimi feudatari, i Bou Crespi di Valdaura. Al periodo spagnolo risale il sarcofago di Violante Carroz, figlia di Giacomo, Viceré di Sardegna.Ora custodito nel cimitero del paese.

Il sarcofago di pietra che si trovava nella chiesa di San Francesco di Stampace, a Cagliari, fu riportato a Decimo dalla famiglia Cao-Pinna, che aveva acquistato i resti della chiesa e l'area circostante.

La guerra alla malaria[modifica | modifica wikitesto]

La guerra alla malaria fu sostenuta dall'ERLAAS (Ente Regionale per la Lotta Anti-Anofelica in Sardegna) dal 1946 al 1950, con il contributo organizzativo della Fondazione Rockefeller.

La campagna di disinfestazione fu condotta irrorando tutte le zone paludose, i rigagnoli, le pozzanghere, tutti i luoghi in cui potevano annidarsi le zanzare del tipo Anopheles Labranchiae e le loro larve con il DDT. È stata un'impresa di enorme portata, dal momento che in Sardegna vi lavorarono per 4 anni ben 32000 persone. Da molte decine di migliaia di casi di malaria, nel 1946, si scese a quota zero nel 1952.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa parrocchiale[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate risale al XVI secolo ed è in stile gotico-catalano. Nell'unica navata si innestano tre cappelle per lato: quelle a destra, originarie, hanno volte a crociera con nervature e gemme pendule, mentre quelle a sinistra, coperte a botte, sono più recenti e hanno subito rifacimenti. Attraverso un maestoso arco ad ogiva si accede al presbiterio dalla volta stellare. Di notevole rilievo sono i capitelli gotici dei pilastri sul lato destro della navata e il fonte battesimale del '700.

La facciata è impreziosita da un portale gotico e da un rosone; sul lato sinistro si erge la torre campanaria. La chiesa ha subito rifacimenti nel tempo, come risulta dai bollettini parrocchiali. Fino al 1922, la facciata della chiesa era rettangolare, come la finestra che, al posto dell'attuale rosone, sovrastava il portone. Ai lati del portone si trovavano due rozzi sedili in pietra.

Nel 1922 fu fatta una questua nel paese per raccogliere i fondi necessari per il restauro della chiesa. In quella occasione la facciata subì una trasformazione notevole: su di essa fu eretto un timpano triangolare sormontato da una croce, la finestra rettangolare sopra il portone fu sostituita da una apertura circolare e furono eliminati i sedili in pietra. In successivi restauri fu aggiunta la bussola nella porta della chiesa e il pavimento, inizialmente di pietra, fu rifatto con pianelle di cemento bianche e nere; per avere più spazio, furono eliminati i due altarini collocati davanti ai primi pilastri della navata centrale (in uno vi era un quadro raffigurante S. Francesco di Paola e nell'altro uno raffigurante S. Filomena); fu anche cambiata la pila per l'acqua benedetta, sostituendo la colonna, che era in granito grigio, con un'altra di pietra bianca, avanzo di colonna proveniente da una chiesa campestre andata in rovina.

Nel 1931, essendo aumentata la popolazione, si sentì l'esigenza di avere una chiesa più spaziosa: si resero comunicanti le cappelle di sinistra con porte ampie, seguendo lo stile delle medesime, e di fare archi ogivali tra le cappelle di destra, in modo da poter sfruttare tutto lo spazio. Nello stesso anno fu eliminata anche la scala in muratura all'interno del campanile, sostituita con una scala in legno che, passando vicino alla stanza dell'orologio, portava sopra questa, alle campane.

Nel 1932 furono decorate le cappelle laterali con dipinti eseguiti dal pittore Peppino Scano e da suo figlio e l'anno successivo furono riparati e ridipinti soffitto, porte e confessionali, in quanto era attesa la visita pastorale dell'arcivescovo di Cagliari, Ernesto Maria Piovella (che dovette poi essere rimandata al 21 gennaio 1934).

Nel 1938 fu realizzato l'impianto di illuminazione elettrica e fu collocato un cancelletto in ferro a chiudere le due balaustre che delimitavano il presbiterio. In un successivo intervento effettuato negli anni '50 venne riparata e modificata la facciata, prolungando lo spiovente destro della navata centrale anche sulla stanza accanto alla chiesa (sede dell'ufficio parrocchiale) e rivestendo il tutto, compreso il campanile, con lastroni di marmo. L'effetto estetico non era gradevole: la chiesa assunse l'aspetto di un capannone.

Nel 1993 viene restaurato il campanile e riportato all'antica bellezza: i lastroni di rivestimento vengono rimossi e le finestre ad arco, chiuse probabilmente nel secolo scorso, riaperte. Si mette in evidenza la tecnica di costruzione: la solidità della struttura è dovuta alla presenza di robusti tiranti posti a due diverse altezze.

Nel mese di gennaio 1995 iniziò il restauro, terminato nel 1998, che ha riportato la chiesa parrocchiale alla sua bellezza originale.

Chiesa di Santa Greca[modifica | modifica wikitesto]

Si ha notizia certa dell'esistenza a Decimo di una chiesa dedicata alla Santa nel 1500, edificata su una più antica, non si sa di quale periodo (secondo Coroneo, dallo stile dovrebbe essere del XIII secolo), che aveva annesso un monastero di monache. Nel 1777 fu costruita una nuova chiesa su quella preesistente, della quale è rimasta solo l'abside, simile a quella attuale nella forma e nelle strutture principali. Qualche anno dopo, nel 1792, furono edificati in marmo policromo l'altare ed il pulpito che si possono ammirare attualmente, l'autore era Giovanni Battista Franco marmoraro della valle d'Intelvi. È in una bella posizione, a sud-ovest del paese, orientata, come si usava nell'antichità, con l'entrata principale a ponente e l'altare maggiore ad oriente. Ha subito modifiche in alcune parti esterne: nel 1928 fu demolito il campanile a vela che era situato al centro della facciata, costruito il timpano, ingrandita la finestra e costruito l'attuale campanile alto 18 metri.

Davanti all'ingresso principale vi era una lolla con colonne ottagonali che fu demolita nel 1933. Era riservata, nel tempo della festa e della fiera, ai venditori di argenteria, di gioielli e di altre cose di valore.

Nel 1981 si dovette intervenire in modo radicale su tutto l'edificio che presentava gravi lesioni agli archi e alle strutture portanti, per dimpedirne il crollo. Con l'interessamento dell'allora parroco, sac. Raimondo Podda, e con la collaborazione dell'Amministrazione Comunale e della popolazione, si è riusciti ad ottenere dall'Assessorato ai Beni Culturali della Regione Sardegna i fondi necessari per un restauro completo.

Fondazioni, tetto, pavimento, intonaci, porte, finestre, impianto elettrico, lampadari: tutto è stato rinnovato riportando la chiesa alla sua struttura antica, quella del 1977, togliendo intonaci e verniciature di vario genere, specie agli archi, ai cornicioni e ai pilastri. In particolare la cupola è stata riportata alla bellezza originale, riaprendo tre finestre che erano state murate e dando così luce alla zona attorno all'altare.

Successivamente si è proceduto alla sistemazione dell'area antistante la chiesa: ora vi è un ampio sagrato pavimentato, interrotto da molte e grandi aiuole. In questo modo la chiesa rimane isolata dal traffico e dal rumore.

Un successivo intervento è stato necessario recentemente, dopo che un fulmine, durante un violento temporale la sera del 18 luglio 2006, ha colpito la croce situata sul campanile, facendola cadere sul sagrato insieme a vari calcinacci, bruciando le varie centraline elettriche dell'intera chiesa e creando delle piccole crepe nella struttura.

Ponte romano[modifica | modifica wikitesto]

Di notevole interesse è la presenza di un ponte romano attraversato dal Rio Mannu, in località Bingia Manna, a sinistra della SS 131, all'altezza dell'odierno ponte.

Di questa antica costruzione, originariamente formata da 13 arcate, edificata in conci calcarei squadrati, oggi rimangono in piedi appena tre arcate; su una di esse è visibile quello che presumibilmente doveva essere un sarcofago in tufo calcareo, incastonato nella struttura della costruzione.

La misura complessiva di quanto ancora rimane è di m. 36,40. Secondo il Can. Spano, ai suoi tempi il ponte romano di Decimo era assai più bello di quello di Porto Torres che, insieme a quelli di Sant'Antioco e di Gavoi erano gli unici ancora in piedi in Sardegna. Anche il Fara ricorda il ponte romano di Decimo, "pons maximus terdecim fornicibus connexus" (un grande ponte, formato da tredici arcate).

Nel periodo compreso tra luglio 1995 e febbraio 1996 veniva effettuato il primo intervento di restauro e scavo archeologico. Durante quell'intervento, oltre agli urgenti lavori di restauro, vennero studiate le tecniche costruttive del ponte, di cui rimanevano ancora in piedi le prime tre arcate sul lato pertinente all'attuale territorio comunale di Decimomannu. L'uso di blocchi squadrati in calcare locale, perfettamente lavorati e combacianti tra loro, permette di datare l'opera tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del I secolo dell'era volgare.

Alcune strutture presso l'alveo del fiume facevano ipotizzare la sopravvivenza del piano stradale antico anche in questa zona. In occasione del nuovo cantiere, nel novembre 1999 veniva effettuato un saggio di scavo ai margini del rio Flumineddu, ormai a pieno regime d'acqua.

In conclusione, le strutture venute alla luce durante i recenti scavi presso il ponte romano, testimoniano per la prima volta in Sardegna l'esistenza, in epoca romana, di strutture pubbliche destinate all'approvvigionamento idrico dei viaggiatori che, con vari mezzi, attraversavano le strade dell'isola.

Base N.A.T.O.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Aeroporto di Decimomannu.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[2]

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Decimomannu e il culto di Santa Greca[modifica | modifica wikitesto]

Non è semplice spiegare chi era Santa Greca, perché si rischia di scambiare la leggenda per storia. Da circa 1700 anni è conosciuta, amata e venerata non solo dai decimesi ma dalla Sardegna intera.

Secondo la lapide funeraria che sovrasta la sua tomba, ritenuta autentica del IV o V secolo dell'era cristiana, quando morì era una ragazza di 20 anni, 2 mesi e 9 giorni. I suo genitori erano probabilmente oriundi della Grecia o esiliati in Sardegna perché cristiani, e proprio per ricordo della patria lontana avrebbero chiamato questa loro figlia con il nome di Greca.La reliquia di santa Greca fu ritrovata nel 1633, come risulta dai documenti e atti notarili.

La data esatta della nascita di Greca è inutile cercarla nel buio della storia. Tenendo però per buona la tradizione che pone il suo martirio nella persecuzione di Diocleziano e Massimiano che raggiunse il suo culmine come estensione territoriale e come ferocia nel 304 d.C. Possiamo quindi dire che ci avviciniamo alla verità se diciamo che Santa Greca nacque nell'anno 284, il 12 ottobre.

Persone legate a Decimomannu[modifica | modifica wikitesto]

I nobili di Decimomannu[modifica | modifica wikitesto]

I Cao Pinna[modifica | modifica wikitesto]

La famiglia più antica e Nobile di Decimomannu è quella dei Cao Pinna, che ha vissuto a Cagliari, ma che a Decimo possedeva grandi estensioni di terreno e una casa che occupava una gran parte del centro storico.

I Cao, famiglia di antichissima origine cagliaritana, sono sempre andati fieri della loro casata e, in vari periodi, ne hanno scritto le vicende. Nel 1430, l'arcidiacono della cattedrale di Cagliari, Andrea Cao, costruendo la genealogia della famiglia, la faceva risalire ad Aulo Caio, comandante romano sbarcato in Sardegna nel 262 a.C. Secondo un'altra ipotesi, il Papa Ilario di origine sarda, vissuto nel V secolo, sarebbe membro della famiglia Cao ma nessuna delle due tesi è stata dimostrata. La genealogia dei Cao può essere ritenuta attendibile solo a partire dagli inizi dello scorso millennio, in quanto documentata. Si sa che in questo periodo Ilario Cao vedeva esaudita da parte del Papa Benedetto VIII la richiesta di un intervento militare per liberare la Sardegna dai saraceni; questo dimostra che già da allora i Cao avevano influenti amicizie nella corte papale.

Anastasio Cao, figlio di Ilario, ricoprì una carica importante nella segreteria papale; il figlio Benedetto fu fatto cardinale da Gregorio VII. Dal fratello di Anastasio, Costantino, proseguì la discendenza dei Cao. Sposò una donna figlia di ricchi mercanti pisani e anche i figli e in nipoti si imparentarono con prestigiose casate pisane. Nella contesa tra Pisa e Aragonesi per il possesso della Sardegna, i Cao si schierarono con questi ultimi, con i quali instaurarono buoni rapporti che rafforzarono imparentandosi con famiglie nobili di origine spagnola come i Boyl e i Tog

Durante il periodo aragonese e spagnolo, i Cao si distinsero in tutti i più importanti eventi militari, meritando gli elogi per iscritto del viceré della Sardegna, Michele de Moncada. In questo periodo si misero in luce anche nella vita religiosa e civile ricoprendo cariche di prestigio. Nel 1500, Pietro ricoprì importanti cariche pubbliche tra cui quella di sindaco dell'"appendice" di Villanova. Nel 1646 Filippo IV di Spagna concesse il cavalierato a Francesco Cao e gli confermò la facoltà di usare l'antico stemma di famiglia posseduto fin dai primi del Trecento, pur non essendo nobili. Nello stemma, sopra gli altri simboli araldici, figura un uccello bianco, un gabbiano, che in sardo è detto appunto cau.

Agli inizi dell'Ottocento, i Savoia, durante la permanenza della Corte a Cagliari, ebbero modo di apprezzare e stimare i Cao. Carlo Felice, salito al trono nel 1839, conferì il titolo di conte di S. Marco al nobile Efisio Cao. Costui fu sindaco di Cagliari nel 1838 e nel 1841, anno in cui accolse alla porta del molo di Cagliari l'ultimo re di Sardegna, Carlo Alberto, e il futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele.

Dal nobile Efisio Cao discende Vincenzo Sanna Cao Pinna, antico proprietario di una delle case campidanesi meglio conservate a Decimomannu, precedentemente citata. Nella zona dove attualmente sorge il palazzo comunale e la piazza antistante era situata la casa di Don Ottavio Cao - Pinna, discendente di uno dei fratelli di Don Efisio Cao.

Don Antonio Campus Serra[modifica | modifica wikitesto]

La sua antica casa sorgeva accanto all'attuale chiesa parrocchiale. La casa padronale vera e propria era la parte più vicina alla chiesa: di fianco vi erano abitazioni per la servitù, magazzini e stalle.

Nel cortile vi erano alcuni pozzi. Questa casa era in comunicazione con la chiesa mediante un accesso privato di cui si sono notate le tracce quando è stata demolita.

Don Antonio Campus Serra per lunghi periodi risiedeva a Cagliari, dove svolgeva la sua funzione di procuratore del re (analoga a quella di un procuratore della Repubblica); trascorreva anche dei periodi a Roma, ma di solito rientrava a Decimo il giorno che precedeva una festività o la domenica ed il suo arrivo era preannunciato dal rumore delle ruote della carrozza sul selciato.

Non ha avuto figli, ma una nipote di nome Maria Grazia che sposò il Dott. Carloni, impiegato del Ministero del Tesoro: anch'essa non ha avuto figli e si è interessata ben poco alla grande proprietà ereditata, che fu affidata ad un amministratore. La casa venne affidata a più di una famiglia, venne suddivisa in più parti e trasformata; pian piano perse gran parte delle caratteristiche di antica e ricca casa campidanese.

Quando fu costruito il palazzo che ospita la ASL era già in parte diroccata.

Don Battista Diana[modifica | modifica wikitesto]

Abitava nell'attuale via Stazione, dove ancora oggi esiste la sua casa con un ampio cortile.

Era un possidente terriero che aveva molti dipendenti. Il suo titolo nobiliare è di origine incerta. Le persone anziane di Decimo raccontano che suo fratello, Don Felice Diana, abbia avuto una triste esperienza che ha segnato tutta la sua vita: il primo giorno delle nozze portò sulle braccia la sposa in camera e la distese sul letto nel quale degli amici avevano nascosto un "cladodio" di fico d'India; lo scherzo, di pessimo gusto, ebbe come conseguenza la morte della sposa per gangrena, in quanto non guarì più di alcune ferite prodotte dalle spine.

Don Felice Diana, rimasto vedovo, non si risposò e lasciò sempre intatta la camera dove la sua giovane sposa aveva trovato la morte.

Il conte Lostia[modifica | modifica wikitesto]

Abitò a Decimomannu tra il 1900 e il 1920, nella casa che ancora si può ammirare in corso Umberto, perfettamente conservata e periodicamente abitata dagli eredi.

Andrea Boy Melis[modifica | modifica wikitesto]

Non di sangue blu, ma nobile d'animo, padre Andrea Boy Melis, gesuita, trascorse parte della sua vita missionaria in Madagascar.

Nacque a Decimomannu il 5 dicembre 1813 e fu battezzato il giorno successivo nella chiesa parrocchiale. Nel 1825 andò a Cagliari per intraprendere gli studi prima nelle scuole pubbliche dei Padri Scolopi e poi nel collegio dei Padri Gesuiti. Dopo alcuni anni chiese di entrare a far parte dell'Ordine e venne accettato dopo aver terminato gli studi. Nel 1835 a Voghera, ove prestava la sua opera come insegnante elementare, fece i primi voti. Nel 1939, a Torino, intraprese lo studio della filosofia e della matematica, che ben presto abbandonò. Studiò teologia e venne ordinato diacono e poi sacerdote. Celebrò la sua prima Messa nella Chiesa Gesuitica di San Michele, a Cagliari, il 27 ottobre 1844.

Nel 1848, i gesuiti furono espulsi da Cagliari e fra questi anche Padre Boy Melis, che peregrinò in diversi paesi della Sardegna: Villasor, Samatzai, Nuraminis, dove si ammalò gravemente. Fece voto a Sant'Ignazio e a San Francesco Saverio che, se fosse guarito, sarebbe partito missionario. Subito dopo aver fatto il foto si accorse che il male regrediva rapidamente come se una mano invisibile gli togliesse un grande peso. Capì che quella era la volontà di Dio e chiese subito di partire in missione.

Il 9 ottobre ricevette la comunicazione di tenersi pronto a partire per il Madagascar. Il 27 novembre si imbarcò a Cagliari, dopo aver celebrato una Messa nel Santuario di Nostra Signora di Bonaria. Fu un viaggio molto avventuroso a causa delle cattive condizioni del mare. Sbarcò a Saint Tropez dopo 12 giorni di navigazione, perché la nave non ce l'avrebbe fatta a superare il Golfo del Leone; da qui con una diligenza raggiunse Marsiglia, poi Avignone, Grenoble ed infine Le Havre e Cherbourg, luogo d'imbarco per il Madagascar.

Davanti a tante avversità, Padre Boy Melis dimostrò di possedere quella forza di sopportazione caratteristica dei buoni missionari. Il viaggio attraverso l'oceano durò più di quattro mesi. Il Madagascar era allora una "terra vietata" ai cattolici, ma si poteva sbarcare nelle piccole e grandi isole vicine. Padre Boy Melis si recò in molti centri abitati, imparò la lingua ed i dialetti, fondò e diresse una scuola tra mille difficoltà. Dopo 12 anni di dura attività missionaria, quando salì al trono Radama II, poté finalmente approdare in Madagascar, ad Antananarivo.

Si sa poco sui suoi ultimi anni di vita, se non che morì pronunciando le parole "Offro il sacrificio della mia vita per la Chiesa, per la Compagnia e per questa Missione", il 2 gennaio del 1868.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2013
  2. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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