Civiltà nuragica
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Nata e sviluppatasi in Sardegna la civiltà nuragica abbraccia un periodo di tempo che va dalla piena età del Bronzo (dal 1700 a.C.) al II secolo d.C., ormai in piena epoca romana. Deve il suo nome alle caratteristiche torri nuragiche che costituiscono le sue vestigia più eloquenti, e fu il frutto dell'evoluzione di preesistenti civiltà le cui tracce più evidenti sono (dolmen), menhir e Domus de Janas[1] .
Le torri nuragiche sono unanimemente considerate come i monumenti megalitici più grandi e meglio conservati d'Europa. Sulla loro effettiva funzione si discute da almeno cinque secoli e tanti restano ancora gli interrogativi da chiarire: c'è chi li ha visti come tombe monumentali e chi come case di giganti, chi fortezze, forni per la fusione di metalli, prigioni e chi templi di culto del sole. [2]
Popolo di guerrieri e di navigatori, i Sardi commerciavano con altri popoli mediterranei e la loro civiltà ha prodotto non solo caratteristici complessi nuragici, ma anche enigmatici templi dell'acqua sacra, le tombe dei giganti e delle particolari statuine in bronzo.
Per molto tempo la loro cultura ha convissuto con altre civiltà estranee all'Isola, come quella fenicia, quella punica e quella romana, senza mai però essere assorbita da queste.[3]
Indice |
[modifica] Le culture prenuragiche
| Per approfondire, vedi le voci Sardegna prenuragica, Cultura di Ozieri, Cultura di Arzachena e Monte d'Accoddi. |
In epoche remote l'Isola fu abitata stabilmente da genti arrivate nel Neolitico da varie parti del continente europeo e forse dal continente africano. I primi insediamenti sono stati rinvenuti sia in Gallura che nella Sardegna centrale, ma in tutta l'Isola progressivamente si svilupparono diverse culture.
Dei popoli prenuragici si possono ancora ammirare più di 2.400 tombe ipogeiche, conosciute con il nome sardo di Domus de Janas. Queste singolari vestigia si trovano disseminate in tutta l'Isola e sono state scavate con grande maestria nel granito e nella pietra lavica. Alcune sono decorate con sculture e pitture simboliche e si presume siano appartenute a capi politici e forse anche religiosi. Sono state datate dagli archeologi intorno al IV millennio a.C.
Ma il monumento più enigmatico di quel periodo è sicuramente la piramide a gradoni, ossia lo ziqqurath di Monte d'Accoddi, presso Sassari, le cui similitudini con le ziqqurath mesopotamiche sono eclatanti ma inspiegabili. Secondo alcuni studiosi ciò è dovuto ad un flusso migratorio avvenuto attorno al III-IV millennio a.C., di genti mesopotamiche e, in particolare, di Sumeri verso il Mediterraneo occidentale.
Tale altare preistorico rappresenta il primo esempio in occidente di un’architettura tipica dell’Oriente mesopotamico. Costituisce anche un esempio, unico in Europa, di una singolare concezione religiosa tipica delle genti mesopotamiche, le quali erano persuase che il cielo e la terra si unissero - per mezzo di un monte - mentre una divinità scendeva tra gli uomini. L'altare sulla torre era perciò considerato il punto di incontro tra umano e divino e si pensa che un gran numero di animali – sicuramente bovini - venissero sacrificati per propiziare la rigenerazione della vita e della vegetazione. Ai piedi della piramide a gradoni sono stati ritrovati dagli archeologi grandi accumuli composti da resti di antichi pasti sacri ed anche oggetti utilizzati durante i riti [4].
[modifica] L'Età del Bronzo
Con l’Età del Bronzo Medio (fase non avanzata, 1700 a.C. circa), con la nascita della Civiltà Nuragica, gli antichi luoghi di culto vengono abbandonati. L'altare di Monte d'Accoddi non fu più utilizzato a partire dal 2000 a.C. quando in Sardegna apparve la cultura del vaso campaniforme diffusa all' epoca in quasi tutta l' Europa occidentale . Nuove genti arrivarono in Sardegna in quel periodo, portando con se nuovi culti, nuove tecnologie e nuovi modelli di vita, rendendo obsoleti i precedenti o reinterpretandoli alla luce della cultura dominante.
L'introduzione del bronzo portò notevoli miglioramenti in ogni campo. Con la nuova lega di rame e stagno si otteneva infatti un metallo più duro e resistente, adatto a fabbricare attrezzi agricoli, ma soprattutto si prestava alla forgia di armi assai migliori, da utilizzare sia per la caccia che per la guerra.
Ben presto in Sardegna, terra ricca di miniere, si costruirono fornaci per la fusione delle leghe che da esperti artigiani venivano lavorate in maniera molto abile, dando vita ad un fiorente commercio verso tutta l'area mediterranea ed in particolare verso quelle regioni povere di metalli.
Ciò spiega l'analogia culturale dei nuragici con le civiltà presenti nell'area egea (Micene, Creta e Cipro) e con l'area iberica.
[modifica] Gli Shardana
| Per approfondire, vedi la voce Popoli del mare. |
Dopo il 2000 a.C. , a partire dalla prima metà del II millennio a.c. , si sviluppò in Sardegna l’architettura del Nuraghe, torre di megaliti a secco con tholos (false cupole, spalti, cortili e corridoi), in Corsica chiamata Torreana.
L' età del bronzo finale (1400-1200 a.c.) fu il periodo in cui , secondo alcuni , nel Mar Mediterraneo ci fu un vasto movimento guerresco, e secondo ipotesi non comprovate da documentazione archeologica, la Sardegna e la Corsica furono invase da una popolazione di navigatori-guerrieri proveniente da Oriente: i Popoli del mare, e tra essi gli Shardana, misteriosi navigatori guerrieri, già ben conosciuti dagli antichi Egizi che li rappresentarono nei grandi bassorilievi del tempio di Medinet Habu (XII secolo a.C.).
L'incontro tra le preesistenti popolazioni della cultura megalitica e le nuove genti non fu probabilmente pacifico. Secondo alcune congetture gli indigeni cercarono di resistere agli invasori, ma invano. Furono sconfitti e i loro insediamenti distrutti. Altre ipotesi sostengo che l'integrazione fu pacifica e graduale. Ma questo incontro di genti così diverse tra loro, diede vita ad un amalgama di popoli e di culture che segnerà indelebilmente, per sempre, le due isole gemelle del Mediterraneo occidentale.
Tuttavia gli archeologi propendono a considerare l'ipotesi autoctona di questi popoli , i cosidetti Shardana sarebbero quindi lo stesso popolo che costrui i nuraghi [5] .
Fonti egizie, databili al periodo del faraone Ramses II, tramandano che gli Shardana sono venuti con le loro navi da guerra dal mezzo del Gran Mare (Grande Verde), nessuno può resistergli; questi guerrieri navigatori vengono anche definiti come: ..gli Shardana del mare, dal cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare. Queste considerazioni vengono poi riportate nel resoconto della battaglia di Kadesh, passata alla storia per essere la prima con un racconto preciso ed una descrizione tattica dei combattimenti.
L'equipaggiamento militare dei guerrieri Shardana, descritto nei bassorilievi, risulta molto particolare e distinto da quello di altri guerrieri contemporanei. Usavano spade lunghe, pugnali, lance e soprattutto lo scudo tondo (in quel periodo usato probabilmente solo dai sardi), mentre i guerrieri egiziani erano prevalentemente arcieri. Portavano un gonnellino corto, una corazza e un elmo provvisto di corna, e le loro imbarcazioni erano caratterizzate da protomi animali, con l'albero simile a quanto raffigurato in alcune navicelle nuragiche in bronzo rinvenute nei nuraghi.
Tra gli antichi scritti, quelli riportati da Zenobio e attribuiti a Simonide di Ceo, parlano di assalti dei sardi all'isola di Creta, nello stesso periodo in cui i Popoli del mare invadevano l' Egitto. Ciò evidenzierebbe una frequentazione dei Sardi nuragici nel Mediterraneo orientale. Ulteriori conferme di questa frequentazione arrivano poi dalla stessa ceramica nuragica del XIII secolo, ritrovata a Tirinto, a Creta e in Sicilia nell'Agrigentino, lungo la rotta che collegava l'oriente all'occidente del Mediterraneo.
[modifica] Le fonti greche e romane
Anticamente, i geografi e gli storici greci tentarono di risolvere l'enigma dei misteriosi popoli costruttori di nuraghi. Per loro la Sardegna era la più grande isola del Mediterraneo (in realtà è la seconda) e la descrivevano come una terra felice e libera, dove fioriva una civiltà ricca e raffinata e dall'agricoltura fiorentissima.
Nei loro resoconti dunque i greci parlarono di edifici favolosi, che battezzarono daidaleia, dal nome del loro leggendario architetto Dedalo. Secondo una loro leggenda fu lui a concepire il famoso labirinto del re Minosse a Creta, prima di sbarcare in Sicilia e trasferirsi successivamente in Sardegna, accompagnato da un gruppo di coloni.
Pseudo Aristotele: Si dice che nell'isola di Sardegna si trovano edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica, e molti altri splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola con straordinario rapporto delle proporzioni. Si ritiene che queste opere siano state innalzate da Iolao figlio di Ificle nel tempo in cui, portando con sé i Tespiadi figli di Eracle, trasferì la colonia per condurla via dai loro luoghi di origine verso quelle contrade, poiché procurava queste per il parentado di Eracle, al quale qualunque terra fosse situata verso Occidente riteneva gli appartenesse .... Raccontano poi che la Sardegna sia stata, in tempi lontani, prospera e dispensatrice di ogni prodotto: difatti raccontano che Aristeo, il quale - si dice ancora - ai suoi tempi era stato il più esperto fra gli uomini nell'arte di coltivare i campi, fosse il signore in questi luoghi; prima di Aristeo questi luoghi erano occupati da molti e grandi uccelli ....
Diodoro Siculo riporta le origini al mito di Eracle: Quando ebbe portato a termine le imprese, poiché secondo l'oracolo del dio era opportuno che prima di passare fra gli déi inviasse una colonia in Sardegna e ne mettesse a capo i figli che aveva avuto dalle Tespiadi, Eracle decise di spedire, con i fanciulli, suo nipote Iolao, poiché erano tutti molto giovani. Sugli Ilienses racconta inoltre che: ..prima i Cartaginesi e poi i Romani li combatterono spesso, ma fallirono il loro obiettivo.
Fonti romane ci tramandarono invece che le due isole furono abitate da tante etnie che si erano progressivamente uniformate culturalmente, rimanendo però divise politicamente in tante tribù, sovente confederate ma anche in contesa tra loro per il possesso dei territori più ricchi e fertili. Le stesse fonti fanno sapere quali erano le più consistenti concentrazioni etniche, e tra queste vengono indicate chiaramente quelle degli Iolei o Ilienses, dei Bàlari, dei Corsi e le Civitates Barbariae, ossia le etnie che stanziavano nelle attuali Barbagie e che rifiutavano il processo di romanizzazione.
Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum, XIII, 7, dopo il resoconto della "facile" conquista della vicina Sicilia, racconta della spedizione cartaginese del generale Malco nel 540 a.C., in una Sardegna ancora fortemente nuragica: ...portata la guerra in Sardegna, furono gravemente sconfitti in una grande battaglia dove persero la maggior parte dell'esercito. Per questo furono esiliati il loro comandante, Malco, e i sopravvissuti.... La sconfitta determinò una sanguinosa rivoluzione interna a Cartagine, con la presa di potere inizialmente da parte di Malco e la sua definitiva sconfitta ad opera di Magone. La Sardegna, sempre secondo Giustino ( XIX,1, 3-6 ) divenne oggetto di una seconda spedizione navale sotto il comando di Asdrubale e Amilcare, figli di Magone. ...In Sardegna Asdrubale fu gravemente ferito e vi morì lasciando il comando al fratello Amilcare; e non solo il lutto che percorse la cittadinanza ma il fatto di essere stato undici volte dittatore e aver riportato quattro trionfi lo resero grande... Dunque Asdrubale, ferito nel corso della guerra sarda, morì nell'isola, dopo aver passato il comando al fratello Amilcare. Fu questi che entro il 510 a.C. ebbe la meglio sulla resistenza anticartaginese ottenendo il dominio della Sardegna costiera e di altri territori come l'Iglesiente minerario e le pianure dalla Sardegna meridionale. La Civiltà Nuragica sopravvisse nelle zone interne.
Pausania (X, 17, 5) ricorda che i Cartaginesi nel periodo in cui erano potenti per la loro flotta, sottomisero tutti coloro che si trovavano in Sardegna ad eccezione degli Iliesi (localizzati nel Marghine e nel Goceano) e dei Corsi (in Gallura), per i quali fu sufficiente la protezione delle montagne per non essere asserviti....
Strabone conferma la sopravvivenza della Cultura Nuragica anche in epoca romana: racconta infatti che alcuni capi militari romani, disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro degli agguati, profittando del costume di quei barbari di raccogliersi, dopo grandi razzie, a celebrare feste tutti insieme.
La sopravvivenza della cultura Nuragica nei secoli viene denominata Costante resistenziale sarda.
[modifica] Il nuraghe
| Per approfondire, vedi la voce Nuraghe. |
Risalenti al II millennio a.C. (dal 1700 circa) i nuraghi sono torri megalitiche di forma tronco conica, ampiamente diffusi in tutto il territorio della Sardegna (1 nuraghe ogni 3 chilometri quadrati circa). Furono il centro della vita sociale degli antichi sardi e diedero il nome alla loro civiltà, sebbene la loro funzione e destinazione sia ancora altamente controversa tra storici ed archeologi che, di volta in volta, hanno elaborato teorie sul loro uso militare, civile, religioso o per la sepoltura dei defunti. Secondo alcuni hanno funzione astronomica. Intorno al 1500 a.C., dai rilievi archeologici, si possono notare aggregazioni sempre più consistenti di villaggi costruiti in prossimità di queste poderose costruzioni, edificate spesso sulla sommità di un’altura, ma sempre con tecnica megalitica (grossi blocchi di pietra sovrapposti) e con ampie camere aventi i soffitti voltati a tholos (falsa cupola). Probabilmente per un maggior bisogno di protezione, si nota nel tempo il costante aggiungersi progressivo di più torri a quella più antica - addossandole o collegandole tra loro con cortine murarie. Da semplici, i nuraghi divennero in questo modo complessi, trilobati ed anche quadrilobati, in modo da essere caratterizzati da sistemi articolati di torri, con sistemi murari muniti di feritoie. Tuttavia alcuni hanno una posizione meno strategica. Secondo alcune teorie avrebbero una funzione sacra per marcare l'orizzonte visto dai principali nuraghi rispetto ai solstizi.
Quelli giunti fino a noi - a parte le torri isolate - sono costruzioni imponenti e complesse, con annessi villaggi a formare costruzioni simili a castelli, a volte denominati dagli studiosi anche regge nuragiche[6]. Nonostante siano trascorsi millenni, questi villaggi nuragici non sono scomparsi completamente, ma si ritiene che le popolazioni nuragiche abbiano abitato costantemente i siti, mantenendoli in vita e originando alcuni paesi della Sardegna odierna, forse a quelli che hanno come prefisso la parola Nur come Nurachi, Nuraminis, Nurri, Nurallao, Noragugume.
Molti siti nuragici sono stati riportati alla luce da imponenti scavi archeologici, ne sono un esempio quelli di Su Nuraxi a (Barumini), Palmavera, (Alghero), Santu Antine a (Torralba), Santa Cristina a (Paulilatino), Genna Maria a (Villanovaforru), Nuraghe Losa ad (Abbasanta), ma molto resta ancora da scavare ed esaminare scientificamente vista la notevole quantità di vestigia nuragiche.
[modifica] Le Tholoi ed i legami con la Civiltà Micenea e con la Civiltà Minoica
| Per approfondire, vedi la voce Tholos. |
Le Tholoi sono caratteristiche oltre che della Civiltà nuragica anche della Civiltà micenea, di quella minoica e, più tardi, di quella etrusca. Tuttavia questa copertura ogivale a falsa cupola la si ritrova a partire dal Neolitico anche in Siria, Oman, Turchia, Spagna. I Micenei, detti Achei o Danai furono la terza popolazione ellenica che invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti preelleniche, da alcuni dette greche, o pelasgi. Essi diedero luogo a costruzioni imponenti come il Tesoro di Atreo caratterizzato da una tholos alta 13 metri. Questa tipologia edilizia, con connotati e tecniche costruttive ben precise, oltre ai corridoi megalitici quasi a sesto acuto presenti nella fortezza di Tirinto ed in diversi nuraghi, lasciano ipotizzare un forte legame culturale tra queste civiltà.
Ciò è testimoniato, oltre che dalla citazione degli edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica ad opera dello Pseudo Aristotele, dai reciproci scambi commarciali il cui filo conduttore, anche culturale, sembra essere legato alla metallurgia.
Nel testo De mirabilibus auscultationibus, scritto di tradizione beotico-euboica, cioè di regioni interessate dalla colonizzazione micenea, vengono istituite correlazioni strutturali e storiche tra le tholoi Achee e quelle nuragiche spiegandole dalla loro ottica attraverso la venuta di Dedalo in Sardegna: i Greci moderni riconobbero nella Sardegna la forte impronta comune ai Micenei in queste lontane terre d'occidente. Dedalo, Iolao, Aristeo..., potrebbero inoltre essere considerati un riflesso dell'attivissimo commercio minoico-miceneo così come la leggenda su Dedalo che, esule da Creta e rifugiatosi nella Sicilia occidentale, a Camico, viene poi fatto approdare in Sardegna da Iolao o Aristeo, mettendo in risalto il cambiamento della rotta commerciale verso l'occidente avvenuto durante il Miceneo III b.
La Civiltà Minoica similmente a quella micenea presenta forti analogie con quella nuragica. Ad esempio è assai simile nella tipologia costruttiva il complesso del villaggio di Stylos a Sternaki che include una tomba del tardo minoico con tholos ed una lunga dromos. Ma sono tanti i siti archeologici in cui si respira una certa somiglianza e familiarità: Phylaki, Yerokambos, Platanos, Odigitria, Nea Roumata, Koumasa, Kamilari, Apesokari, Chamaizi, Phourni. Da un punto di vista culturale la Civiltà Nuragica e quella Minoica avevano in comune il culto per la Grande Madre, una figura tipica del resto in quasi tutte le civiltà che si affacciavano sul Mar Mediterraneo, con l'attributo della Colomba quale richiamo alla fertilità spesso riportata a coronamento delle navicelle nuragiche in bronzo.
Altro forte punto di contatto era la venerazione e l'importanza del Toro, protagonista della tauromachia e della leggenda minoica del minotauro che, probabilmente, in Sardegna aveva un qualche richiamo essendo stati ritrovati bronzetti aventi corpo di toro e testa umana. Altra similitudine era di tipo sportivo, essendo praticato nelle due isole il pugilato con mani dotate di guantoni.
[modifica] Le etnie nuragiche
| Per approfondire, vedi la voce Categoria:Nuragici. |
L'illustre studioso della civiltà nuragica Giovanni Lilliu, alle entità etniche più rilevanti (che negli ultimi tempi della loro storia si ritirarono nei territori montani - fondendosi ulteriormente tra loro - e creando il tessuto di sardità costituito oggigiorno dalle popolazioni barbaricine), fa corrispondere entità culturali abbastanza evidenti:
- - i Bàlari costituirono l'etnico che produsse la cultura di Bonnànaro e che sembra trovare corrispondenza anche nelle isole Baleari;
- - negli Iolèi (anche Iliesi/Iliensi) viene individuato un ciclo culturale prodotto da etnie provenienti dal Mediterraneo orientale, ossia gli Achèi-Eraclidi, arrivati in Sardegna sulla scia dei Minoici-Cicladi prenuragici;
- - nei Corsi, stabiliti in Gallura sin dai tempi più remoti, viene indicata l'etnia che produsse l'aspetto culturale detto gallurese ossia la cultura di Arzachena che si estese poi anche alla vicina Corsica a cui darà il nome.
Queste ed altre etnie progressivamente si accentrarono in villaggi a cui poi corrispose un territorio molto ben definito, fino a formare nel corso del II millennio a.C. - e specie nella prima metà del I Millennio a.C - piccoli staterelli - che raggiunsero, federandosi tra loro, un notevole equilibrio ed un notevole assetto civile.
Ecco le principali tribù nuragiche - così come ci vengono tramandate dagli scritti romani - che popolavano la Sardegna e la Corsica:
- i Beronicenses nel basso Sulcis e nell' Iglesiente
- i Giddilitani a Tresnuraghes e nella Planargia
- gli Euthichiani, gli Huton, gli Arri a Cuglieri
- gliUddadhaddar a Cuglieri
- gli Aichilensi - Sardi Pelliti o Olea nel Montiferru ( in particolare, a seguito delle invasioni prima punica e poi romana, stanziati nelle montagne di Scano di Montiferro e di Santu Lussurgiu
- i Luguidonensi nel Logudoro
- i Balari nell'alto e basso Coghinas
- i Corsi nel Montacuto e nella Gallura
- i Lestrigoni in Gallura settentrionale
- gli Iliensi o Iolei nelle montagne di Alà
- i Nurritani o Nurrenses nei territori di Orotelli
- i Parati nel Monte Albo
- i Sossinati nel Monte Albo
- gli Acconiti nel Monte Albo e nei monti Remule
- i Cunusitani a Fonni
- i Celsitani in Barbagia
- gli Esaronensi nella valle del Cedrino
- i Gallilensi nell'alto Flumendosa e nel Gennargentu
- i Maltamonenses in Marmilla
- i Semilitenses nel Cixerri
- i Moddol nella Trexenta
[modifica] Suddivisione del territorio
La disposizione delle torri, poste a difesa e dominio di un territorio, corrispondevano spesso a frontiere politiche o etniche. Delimitavano zone agricole e pastorali non molto diverse, per grandezza e per forma, da quelle che saranno, nel Medioevo, le curatorie giudicali. [7]
Si suppone che solamente una società gerarchicamente molto organizzata, con un numero molto elevato di persone religiosamente assoggettate, poteva esprimere architetture così imponenti come le reggia nuragica de su Nuraxi o altre tipologie architettoniche.
[modifica] Struttura economica
Se l’assetto urbanistico era fondato sul villaggio, quello economico si basava sull' agricoltura e sulla pastorizia originando probabilmente una economia inizialmente di tipo agro-pastorale. Le figurine dei bronzetti ritrovati evidenziano abbastanza chiaramente una specializzazione nelle arti e nei mestieri.
[modifica] Il Commercio
Dopo essere stata per anni dipinta come una civiltà chiusa in se stessa, con ricostruzioni che ad esempio attribuivano alle navicelle nuragiche in bronzo la funzione di lucerne e non di riproduzione votiva delle vere imbarcazioni nuragiche, così come avveniva invece per i guerrieri, per le altre figure della società civile e religiosa, per i nuraghi o per i carri ecc., le evidenze archeologiche testimoniano forti legami con la Civiltà Micenea, con la Spagna, con l'Italia, con Cipro. Ma sono di grande attualità e interesse alcuni rinvenimenti archeologici nelle coste del Vicino Oriente e della Bulgaria.
I frequenti scambi commerciali e l’importanza dell’intenso commercio del rame verso il Mediterraneo orientale, testimoniato dal ritrovamento di importanti quantità di lingotti di rame di tipo probabilmente cipriota, contribuirono significativamente a provocare nei nuragici un intenso sviluppo economico e culturale, basato sulla metallurgia e sui commerci. Tale sviluppo è considerato da molti studiosi - per quei tempi - il più importante mai prodotto in tutto l’Occidente mediterraneo di allora. I contatti con i popoli orientali divennero sempre più stretti, in particolare quelli con Cipro e con le coste libanesi, ma si è oramai certi dei contatti anche con l’ Europa atlantica e con l’Europa centrale. Ceramiche nuragiche di tipo "askoide", anfore, tripodi e spade di tipo nuragico sono state trovate ad esempio in Spagna (Huelva, Tarragona, Malaga, teruel e Cadice) oltre lo stretto di Gibilterra.
Gli scambi con i centri Etruschi, principalmente con Vetulonia, Vulci e Populonia, avvenuti tra il IX ed il VI secolo a.C., sono molto assidui e ben documentati dai ritrovamenti in tombe etrusche delle singolari e tipiche statuette e navicelle votive e di vasi nuragici, che testimonierebbero anche legami di tipo dinastico.
La navigazione rivestì pertanto un ruolo molto importante. Sono state infatti trovate negli scavi archeologici ben 70 navicelle di bronzo che richiamerebbero la tradizione marinaresca. Grazie alle relazioni commerciali con altri popoli, i sardi nuragici arricchirono il loro patrimonio culturale ed anche la qualità dei loro prodotti.
[modifica] La metallurgia nuragica
La metallurgia realizzava tutto il ciclo di lavorazione sul posto e la maestria dimostrata dai nuragici nella lavorazione del bronzo, fa capire fino a che punto erano divenuti abili nella lavorazione dei metalli e nella costruzione di armi. Nei musei sardi, oltre alle magnifiche collezioni di bronzetti votivi, si possono ammirare anche veri e propri arsenali di armi di ogni specie. Stupisce non solo il notevole livello tecnico raggiunto dagli artigiani, ma anche l’indice elevato di produzione e l'elevato grado di consumo, sono stati rinvenuti - infatti - grandissime quantità di oggetti in bronzo rotti e destinati nuovamente alla fusione.
Le attuali ricerche sui bronzi tentano ancora di stabilire con esattezza la loro datazione: se sono stati prodotti prima del VIII secolo a.C. e se i risultati daranno esito positivo, saranno senza ombra di dubbio di molto antecedenti alle più antiche sculture bronzee greche fino ad ora conosciute.
Le ultime scoperte archeologiche fanno conoscere nuovi ed interessanti aspetti della civiltà nuragica nella quale i ricchi giacimenti di minerali, soprattutto quelli di rame e piombo, hanno avuto un ruolo primario. Non è infatti considerata una semplice coincidenza se l’età aurea, nel mezzo del II millennio a.C., viene posta in un’ epoca in cui l’attività estrattiva e metallurgica conobbe una straordinaria espansione.
La metallurgia produsse poi lingotti di rame, chiamati - per la loro particolare forma - a pelle di bue: alcuni di questi lingotti sono stati ritrovati in Spagna e in Francia, ma anche lungo le lontane coste turche ed in Grecia.
L'esame delle armi rinvenute offre interessanti riflessioni essendo, queste, utili per capire le connessioni e, forse, le origini ed i flussi commerciali della civiltà nuragica. Nel periodo che va dal 1500 a.C. al 1200 a.C. le armi avevano una foggia ed una fattura di tipo orientale; nel periodo che va dal 1200 a.C. al 900 a.C., le armi erano invece di tipo egeo.
Non è stato invece ancora risolto il "mistero" legato alla fusione del bronzo: tale lega è infatti il risultato della fusione tra il rame (ampiamente disponibile in Sardegna) e lo stagno, del quale invece non è mai stata segnalata la presenza sull'Isola, salvo un piccolo giacimento di cassiterite in località Perdu Cara presso Fluminimaggiore di cui fu concesso nel dopoguerra il permesso di ricerca alla S.M.M. di Pertusola. Grandi giacimenti di stagno erano presenti in Inghilterra. I nuragici, dunque, si approvvigionavano presumibilmente all'esterno intrattenendo scambi commerciali con paesi molto lontani.
[modifica] Le ceramiche
Nella ceramica, l'abilità ed il gusto degli artigiani sardi si manifestano essenzialmente nel decorare le superfici di vasi ad uso certamente rituale, destinati ad essere utilizzati nel corso di complesse cerimonie, forse in alcuni casi anche ad essere frantumati al termine del rito, come le brocche rinvenute nel fondo dei pozzi sacri. [8]
La ceramica sviluppa anche una grafia geometrica nelle lampade, nei vasi piriformi (esclusivi della Sardegna) e negli askoi. Forme importate e locali sono state trovate a Barumini, a Santu Antine, a Cuccuru Nuraxi, Santa Anastasia, Villanovaforru, Furtei e Suelli. Ritrovate anche nel continente italiano e in Spagna, tutto fa pensare ad una Sardegna molto ben inserita nei commerci del Mediterraneo.
[modifica] I bronzetti
| Per approfondire, vedi la voce Bronzetto sardo. |
Oltre ad oggetti di uso militare, l' artigianato fabbricava attrezzi agricoli d’uso comune, oggetti per la casa, monili, vasi di bronzo laminato, cofanetti, specchi, spille, fibbie, candelabri, manici per mobili e soprattutto i caratteristici bronzetti votivi.
Utilizzati probabilmente come ex-voto e/o come riferimento ad un mondo eroico tramandato, legato comunque al culto, i bronzetti rappresentavano figure di uomini, imbarcazioni, nuraghi e animali utili per ricostruire scene di vita quotidiana. In base alla loro produzione, si possono notare diversi stili e gradi di perfezione, tra i quali quello aulico, chiamato di Uta ed uno popolaresco, definito anche Mediterraneo.
Tra i bronzetti più noti si possono menzionare i capi tribù (con mantello e daga borchiata), le divinità con 4 occhi e 4 braccia, gli uomini-toro, i guerrieri, i pugilatori, le sacerdotesse e le maternità, due di Serri e una di Urzulei, quest’ultima è nota comunemente come madre dell'ucciso, in analogia ad una celebre scultura novecentesca di Francesco Ciusa.
[modifica] Le statue dei "Giganti di Monti Prama"
| Per approfondire, vedi la voce Giganti di Monti Prama. |
Ai luoghi di culto si associava, in genere, l'offerta dei bronzetti votivi che raffiguravano uomini e donne, animali, modellini di imbarcazioni, modellini di nuraghi, esseri fantastici, riproduzioni in miniatura di oggetti e arredi.
Questa importante produzione artistico-religiosa ha prodotto un'iconografia ben codificata e tipizzata che, nel 1974, è stata arricchita dai resti di 32 (forse 40) statue in pietra arenaria di dimensioni monumentali (alte da 2,6 a 3 metri) comunemente conosciute come Giganti di Monti Prama dal nome della località del Sinis presso Cabras, in provincia di Oristano nella quale vennero ritrovate. Queste statue richiamano la tipologia dei bronzetti stile "Abini-Serri".
La scoperta degli enormi frammenti di queste statue giganti che rappresentano guerrieri, arcieri, lottatori, modelli di nuraghe e pugilatori dotati di scudo e guantone armato, che si ritiene siano risalenti al X-VIII secolo a.C., ha sconvolto non poco le attuali certezze degli archeologi sulla civiltà nuragica, proiettando nuova luce sull'arte e la cultura delle popolazioni della Sardegna. La datazione confermerebbe la sopravvivenza e la forza della cultura nuragica nel periodo fenicio.
I "Giganti" hanno occhi come dischi solari, volutamente privi di espressione e di bocca ed acconciature che lasciano cadere sulle spalle 2 trecce per lato, abito di foggia orientale con scollo a V. Sono ben visibili importantissimi dettagli relativi alla foggia delle armature e delle protezioni.
Il sito di Monti Prama raffigura un complesso di personaggi che in tutta probabilità rivestivano carattere eroico, in ricordo di imprese andate oggi dimenticate, poste a guardia di un sepolcro.
Potrebbe anche trattarsi, con minore probabilità, della rappresentazione di una sorta di "olimpo" con peculiari divinità nuragiche.
[modifica] Struttura sociale
Gli storici ritengono che la Sardegna nuragica avesse un'organizzazione di tipo cantonale. Tali entità erano probabilmente formate da varie famiglie (Clan) che obbedivano ad un capo e vivevano in villaggi composti da capanne circolari con il tetto in paglia, del tutto simili alle attuali pinnettas dei pastori barbaricini.
La struttura sociale era fortemente improntata su caratteri militari e religiosi. In tale struttura teocratica - secondo gli studiosi - aveva un’importanza di rilievo la figura degli eroi fondatori quali Iolaos, Norax e Sardus, mitici condottieri ma allo stesso tempo considerati divinità. È abbastanza plausibile ritenere che la società fosse strutturata come una società di capi, in cui l'egemonia di alcune famiglie all'interno della comunità era ben consolidata ed il potere, forse all'inizio attribuito con un sistema elettivo, probabilmente divenne stabile ed ereditario.
Le raffigurazioni dei bronzetti ci indicano chiaramente la presenza di capi-Re, riconoscibili perché molto spesso reggono un bastone borchiato ed hanno un mantello, interpretati come simbolo di comando, ma sono rappresentate tutte le varie categorie sociali compresi gli artigiani e i minatori.
Il gran numero di figurine di soldati lascia desumere una società votata alla guerra e oligarchica, strutturata in modo gerarchico e ben organizzata militarmente, ad espressione di una classe militare ben ordinata in corpi e gradi (arcieri, fanteria, guerrieri con spada, con daga), con varie uniformi che fanno pensare a milizie di corpi o cantoni differenti.
Per desumere le tecniche di combattimento sono interessanti gli scudi forniti di spade di scorta, di coltelli da lancio o i parastinchi uncinati ed i guantoni metallici per la lotta corpo a corpo.
Un' attenta analisi ci fa inoltre riconoscere anche altre entità di casta, come quella che fa riferimento al potere pastorale, al re-pastore, oppure a quello costituito dai sacerdoti (probabilmente donne). I bronzetti descrivono anche il popolo con figurine di contadini, di donne, di artigiani, di sportivi (lottatori e pugilatori simili a quelli della civiltà minoica) e di musicisti.
Dai bronzetti e dalle statue di Monti Prama si desumono informazioni anche relative all'aspetto ed alla cura del corpo. I maschi portavano due paia di lunghe trecce nel lato sinistro e destro del volto. Il capo era invece rasato o coperto da calotte in cuoio. Le donne portavano in genere i capelli lunghi.
[modifica] Religione nuragica
Le grandi effigi in pietra, raffiguranti organi genitali maschili, chiamati bètili, e rappresentazioni di animali come il toro, probabilmente risalgono alla cultura pre nuragica, ma tuttavia, come tutti gli animali muniti di corna, avevano valenza sacra anche nella civiltà nuragica, essendo frequentemente riprodotto nelle imbarcazioni, nei grandi vasi in bronzo per il culto e negli elmi dei soldati. Sono stati rinvenuti poi bronzetti rappresentanti figure metà toro e metà uomo, personaggi con quattro braccia e quattro occhi, cervi con due teste, e aventi carattere mitologico, simbolico o religioso. Altro animale sacro fortemente raffigurato in modo stilizzato era la colomba, la cui importanza è nota anche nella cultura semitica.
Le diverse tribù nuragiche, per ingraziarsi le divinità e poter progredire, praticavano molto probabilmente una religione che collegava la fertilità dei campi, il ciclo delle stagioni, dell'acqua e della vita, con la forza maschile del Toro-Sole e la fertilità femminile dell'Acqua-Luna. Si ritiene che vi fosse probabilmente una dea Madre mediterranea e un dio padre Babai (chiamato in epoca romana: Sardus Pater Babai).
Dagli scavi si evince che in determinate ricorrenze annuali i nuragici si radunavano in luoghi comuni di culto, con alloggi e strutture di tipo aggregativo, a volte gradonate, in cui solitamente si segnala la presenza di un pozzo sacro, talune volte di fattura molto decorata e complessa da un punto di vista idraulico come Sedda 'e sos Carros di Oliena (NU). In alcune aree sacre, come quella di Gremanu a Fonni (NU), di Serra Orrios a Dorgali (NU) o di S'Arcu 'e is forros a Villagrande Strisaili (Ogliastra), sono presenti templi a base rettangolare detti Megaron, strutture con spazio sacro interno che potrebbe essere stato destinato ad un fuoco sacro forse mantenuto acceso da una casta sacerdotale.[9]
Nei Pozzi Sacri e nei Megaron vi erano sacerdoti di sesso in prevalenza femminile, che officiavano riti ormai ignoti, ma che si ritiene comunque collegati all'acqua e forse a ritualità astronomiche di tipo solare, lunare o di osservazione dei solstizi. In particolare è interessante la raffigurazione bronzea di una sacerdotessa che presenta il capo sormontato da un disco che verosimilmente richiama il sole o la luna. Altri copricapi circolari sono allungati verso l'alto. Si ritiene che siano collegati alla religiosità anche alcuni dischi cesellati con figure geometriche, chiamati Pintadera, la cui funzione non è univocamente stabilita. Tantissime statuette in bronzo raffigurano personaggi che alzano la mano (solitamente la destra) in segno di saluto, invocazione o preghiera.
Molti ricercatori pensano che in occasione di queste feste e celebrazioni religiose collettive, i santuari abbiano fatto da incubatore per l’idea di nazione o, comunque, di una più stretta confederazione. Alcuni pensano anche che si andava realizzando una sorta di pansardità. In tali occasioni si tenevano probabilmente incontri intercantonali, giochi sportivi simili alla lotta greco romana ed al pugilato e si stringevano alleanze familiari e rapporti commerciali.
[modifica] Il Pantheon di Santa Vittoria a Serri
Importantissimo a tal proposito, il santuario di Santa Vittoria di Serri, vero e proprio Pantheon delle divinità nuragiche. Si suppone che nell'edificio principale del villaggio si riunissero in assemblee federali i clan più potenti dei sardi nuragici abitanti la Sardegna centrale, per consacrare alleanze o per decidere guerre.
Le strutture comuni erano organizzate in modo da far convivere la festa religiosa e quella civile, il mercato con l’assemblea politica. Era presente il tempio a pozzo della fonte sacra, fornita di atrio e con fossa per i sacrifici, con uno spazio per esporre gli ex voto, scala con soffitto gradonato e la tipica camera - dove si raccoglieva l'acqua - provvista di falsa cupola con foro centrale. Non mancavano le protomi taurine sul prospetto e, intorno, betili e cippi. Vi era pure un sacello rettangolare con sagrestia per le offerte al o agli dei. [10]
I giochi e gli affari si svolgevano in una vasta corte ellittica con porticati e vani rotondi per il soggiorno dei partecipanti e con i posti riservati ai rivenditori di merci, ai pastori e ai contadini. Nelle vicinanze vi era un ambiente circolare con alcune capanne. Il primo serviva per le assemblee, nelle seconde abitavano gli addetti alla custodia, alla manutenzione dei luoghi e gli amministratori dei beni del tempio.
Nello stesso modo era organizzato il tempio di Santa Cristina a Paulilatino. Sono noti almeno una ventina di questi templi (molte volte recuperati al culto cristiano come ad esempio la cumbessias di San Salvatore in Sinis presso Cabras).
[modifica] Architettura religiosa
| Per approfondire, vedi la voce Pozzo sacro. |
L' architettura religiosa è soprattutto rappresentata dai pozzi sacri e dalle fonti sacre. Questi monumenti, tra i più elaborati che si trovano in Sardegna, sono edifici legati al culto animistico o astronomico dell'acqua e sono edificati con tecnica megalitica. Il cuore del tempio-sorgente, è la sala con la volta a tholos, come nei nuraghi, il più delle volte sotterranea e nella quale veniva raccolta l'acqua sorgiva. Una scala collegava la sala all' atrium del tempio, generalmente situato al livello del terreno circostante e attorniato da piccoli altari in pietra sui quali si depositavano le offerte e sui quali si celebravano i riti propri al culto dell' acqua sacra.[11]
La perfezione e la precisione con la quale sono stati tagliati i blocchi di pietra calcarea o lavica, è tale che per molto tempo sono stati datati tra l'VIII ed il VI secolo a.C. e furono comparati all'architettura religiosa etrusca. Le più recenti scoperte hanno indotto però gli archeologi a stimare la costruzione di questi templi intorno al periodo in cui esistevano strettissime relazioni tra i Nuragici e i Micenei della Grecia e di Cipro, e cioè di molti secoli anteriori alle prime estimazioni.
I pozzi sacri subirono nel tempo delle trasformazioni. Edificati sulle sorgenti d'acqua, erano un luogo di pellegrinaggio ed intorno ad essi si sviluppava generalmente un villaggio-santuario. Le capanne note come sala del Consiglio sono associate a grandi depositi di oggetti di bronzo e lingotti di piombo recanti tacche e marchi, forse indicanti il valore temporale. Si pensa che fossero la riserva della comunità o il tesoro del tempio. Col tempo ebbero un'evoluzione verso strutture altamente complesse da un punto di vista idraulico (con canalette piombate, vasche di raccolta e protomi taurine per l'uscita dell'acqua calda verso un bacile centrale, circondato da una seduta rituale) come ad esempio il complesso di Sedda 'e sos carros ad Oliena (NU).
Le funzioni religiose di certi templi si perpetuò fino all'arrivo del cristianesimo: a Perfugas, un tempio nuragico fu scoperto nei giardini di una chiesa.
[modifica] Architettura funeraria
| Per approfondire, vedi la voce Tomba dei giganti. |
Altrettanto affascinanti e misteriose sono le tombe dei giganti che parrebbero derivare dai dolmen allungati.
Esse segnano, nelle loro poco sondate diversità strutturali e tecniche, il complesso evolversi della civiltà nuragica, fino agli albori dell'Età del ferro.Queste costruzioni funerarie megalitiche, la cui pianta rappresenta la testa di un toro, sono diffuse uniformemente in tutta l'Isola, anche se si nota una fortissima concentrazione nella sua parte centrale.
Si tratta di tombe costituite da una camera sepolcrale allungata, realizzata con lastroni di pietra ritti verticalmente con copertura a lastroni (nel tipo più arcaico, o dolmenico), oppure con filari di pietre disposte e copertura ogivale. Sulla fronte, il corpo tombale si apre in due ampi bracci lunati, a limitare un'area semicircolare cerimoniale: la cosiddetta esedra.
In prossimità delle tombe sorgevano spesso degli obelischi simboleggianti senza dubbio gli dei o gli antenati che vegliavano sui morti. Questa sorta di menhir sono chiamati baity-loi (in italiano betili) ed è una parola che sembra derivare da beth-el che in ebraico significa casa del dio.
[modifica] Dolmen e menhir
Altri insediamenti, come i menhir e i dolmen, semplici o allungati, pongono la più antica realtà isolana in relazione con la vasta preistoria mediterranea ed in particolare in rapporto con l'Europa del Nord e della costa atlantica, con l'Africa marocchina e delle Canarie, specialmente a seguito dei recentissimi rinvenimenti di menhir istoriati, ritenuti pietre sacre e legate ai culti della fertilità.
[modifica] I tempietti a Megaron
Altri edifici di culto, meno diffusi dei pozzi e delle fonti e tuttavia presenti in varie parti dell'Isola, sono i cosiddetti tempietti in antis o tempietti a megaron. Il più grande e meglio conservato è "domu de orghìa" presso Esterzili.
[modifica] Note
- ^ La Civiltà Nuragica cosi come descritta dall'illustre studioso della storia sarda Giovanni Lilliu[1]
- ^ Video su un nuraghe:[2]
- ^ [Video RAI sulla Civiltà nuragicahttp://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=1125]
- ^ Cfr Giovanni Lilliu, Prima dei nuraghi in La società in Sardegna nei secoli, pagina 15.
- ^ [3] Sardinia Point : Intervista a Giovanni Ugas , archeologo dell'università di Cagliari.
- ^ Vedi Sardegna nuragica di Giovanni Lilliu
- ^ Sulla divisione del terrirorio nuragico e la corrispondenza alle curatorie in epoca giudicale, vedi [4]La Sardegna dei Giudici, di Gian Giacomo Ortu, pagina 81(PDF n.42)
- ^ Le ceramiche del museo di Teti[5]
- ^ Vedi anche G. Lilliu: Arte e religione della Sardegna nuragica[6]
- ^ Vedi Raimondo Zucca: Il Santuario nuragico di Santa Vittoria a Serri[7]
- ^ Vedi Albero Moravetti: Il Santuario nuragico di Santa Cristina[8]
[modifica] Bibliografia
[modifica] Civiltà nuragica
- Melis, P. Civiltà Nuragica. Sassari - Delfino editore - 2003. [9]
- Aa.Vv., Ichnussa. La Sardegna dalle origini all'età classica - Milano, 1981.
- Lilliu, G. La Civiltà Nuragica, Sassari - Delfino editore - 1982.[10]
- Lilliu, G. La civiltà dei Sardi dal neolitico all'età dei nuraghi. Torino - Edizioni ERI - 1967.
- AA.VV. La civiltà in Sardegna nei secoli - Torino - Edizioni ERI.
- Pallottino M. La Sardegna nuragica edizioni Ilisso - Nuoro -ISBN 88-87825-10-6[11]
[modifica] Arte nuragica
- Foddai, L., Sculture zoomorfe. Studi sulla bronzistica figurata nuragica, Cargeghe, Biblioteca di Sardegna, 2008.
- Depalmas, A., Le navicelle bronzee della Sardegna nuragica, Cagliari - Gasperini editore - 2005
- Lilliu G. Sculture della Sardegna nuragica Verona 1962.
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su nuraghi
[modifica] Collegamenti esterni
- Philistine Kin Found in Early Israel, Adam Zertal, BAR 28:03, May/Jun 2002.
- Il Nuraghe Santu Antine sul sito Neroargento.
- Il Nuraghe Su Nuraxi sul sito Neroargento.
- Il Pozzo Sacro di Su Tempiesu sul sito Neroargento.
- Il Pozzo Sacro di santa Cristina sul sito Neroargento.
- Il sito di Sedda 'e sos carros sul sito Neroargento.
- Su Nuraxi (Barumini) visto dal satellite
- Nuraghe Losa (Abbasanta) visto dal satellite
- Nuraghe Arrubiu (Orroli) visto dal satellite
- Nuraghe Palmavera (Alghero) visto dal satellite
- Nuraghe Losa - sito ufficiale della cooperativa che gestisce il nuraghe
- Giganti di monti Prama
- Le tombe di Stylos a Creta
- La Rotonda di Punta Unossi di Florinas, una nuova tipologia di costruzione nuragica
- Civiltà Nuragica di Paolo Melis



