Civiltà nuragica

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Categoria:Storia della Sardegna Portale:Sardegna


Nata e sviluppatasi in Sardegna, la civiltà nuragica abbraccia un periodo di tempo che va dalla piena età del Bronzo (dal 1700 a.C.) al II secolo a.C., ormai in piena epoca romana. Deve il suo nome ai Nuraghi che costituiscono le sue vestigia più eloquenti e fu il frutto dell'evoluzione di preesistenti civiltà le cui tracce più evidenti sono dolmen, menhir e domus de janas[1]. I nuraghi sono considerati come i monumenti megalitici più grandi d'Europa; sulla loro effettiva funzione si discute da almeno cinque secoli e tanti restano ancora gli interrogativi da chiarire: c'è chi li ha visti come tombe monumentali e chi come case di giganti, chi fortezze, forni per la fusione di metalli, prigioni e chi templi di culto del sole. Oltre alle caratteristiche costruzioni nuragiche, la civiltà degli antichi Sardi ha prodotto anche gli enigmatici templi dell'acqua sacra, le tombe dei giganti e delle particolari statuine in bronzo. Hanno convissuto a lungo con le successive civiltà arrivate nell'Isola, come quelle fenicie-punica e romana, senza mai però essere assorbiti completamente da queste[2].

Modello di nuraghe di bronzo del X secolo a.C.

Indice

Storia [modifica]

Le origini [modifica]

Le fonti greche [modifica]

Anticamente, i geografi e gli storici greci tentarono di risolvere l'enigma dei misteriosi popoli costruttori di nuraghi. Per loro la Sardegna era la più grande isola del Mediterraneo (in realtà è la seconda) e la descrivevano come una terra felice e libera, dove fioriva una civiltà ricca e raffinata e dall'agricoltura fiorentissima. Nei loro resoconti dunque i greci parlarono di edifici favolosi, che battezzarono daidaleia, dal nome del loro leggendario architetto Dedalo. Secondo una loro leggenda fu lui a concepire il famoso labirinto del re Minosse a Creta, prima di sbarcare in Sicilia e trasferirsi successivamente in Sardegna, accompagnato da un gruppo di coloni.

  • Pseudo Aristotele racconta: «Si dice che nell'isola di Sardegna si trovano edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica, e molti altri splendidi edifici, e delle costruzioni con volta a cupola con straordinario rapporto delle proporzioni. Si ritiene che queste opere siano state innalzate da Iolao figlio di Ificle nel tempo in cui, portando con sé i Tespiadi figli di Eracle, trasferì la colonia per condurla via dai loro luoghi di origine verso quelle contrade, poiché procurava queste per il parentado di Eracle, al quale qualunque terra fosse situata verso Occidente riteneva gli appartenesse [...] ». Racconta poi che la Sardegna sia stata, in tempi lontani, prospera e dispensatrice di ogni prodotto e che Aristeo: «...ai suoi tempi era stato il più esperto fra gli uomini nell'arte di coltivare i campi, fosse il signore in questi luoghi; prima di Aristeo questi luoghi erano occupati da molti e grandi uccelli...».
  • Diodoro Siculo riporta le origini al mito di Eracle e dice: «Quando ebbe portato a termine le imprese, poiché secondo l'oracolo del dio era opportuno che prima di passare fra gli dei inviasse una colonia in Sardegna e ne mettesse a capo i figli che aveva avuto dalle Tespiadi, Eracle decise di spedire, con i fanciulli, suo nipote Iolao, poiché erano tutti molto giovani».

Ipotesi della storiografia moderna [modifica]

Gli antichi Sardi prima dei nuraghi [modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cultura di Ozieri, Cultura di Arzachena, Sardegna prenuragica, Cultura di Abealzu-Filigosa e Monte d'Accoddi.
Scultura prenuragica - Cagliari - Museo Archeologico Nazionale

In epoche remote l'Isola fu abitata stabilmente da genti arrivate nel Paleolitico[3] e nel Neolitico da varie parti del continente europeo e del bacino del Mediterraneo. I primi insediamenti sono stati rinvenuti sia in Gallura che nella Sardegna centrale, ma in tutta l'Isola progressivamente si svilupparono diverse culture, alcune diffuse solo in certe zone, altre, come quella di Ozieri, si estesero sino a coprire tutto il territorio isolano. Le antiche popolazioni erano dedite principalmente alla coltivazione delle terre e alla pastorizia, lungo le coste alla pesca e alla navigazione che le portava a tessere contatti di natura commerciale e culturale con altri popoli. Di loro si possono ancora ammirare più di 2.400 tombe ipogeiche, conosciute con il nome sardo di domus de janas. Queste singolari vestigia si trovano disseminate in tutta l'Isola e sono state scavate con grande maestria nel granito e nella pietra lavica. Alcune sono decorate con sculture e pitture simboliche e si presume siano appartenute a capi politici e forse anche religiosi.

L' altare prenuragico di Monte d'Accoddi presso Sassari.

Sono state datate dagli archeologi intorno al IV millennio a.C., a questa fase storica risalgono anche le statue stele (o statue menhir) rappresentanti guerrieri o figure femminili. I numerosi menhir e i dolmen, semplici o allungati, pongono la più antica realtà isolana in relazione con la vasta preistoria dell'Europa atlantica e settentrionale, con l'Africa marocchina e le Canarie, specialmente a seguito dei recentissimi rinvenimenti di menhir istoriati, ritenuti pietre sacre e legate ai culti della fertilità. Il monumento più enigmatico di questo periodo è sicuramente la piramide a gradoni, ossia l'altare prenuragico di Monte d'Accoddi, presso Sassari che presenta parallelismi con il complesso monumentale di Los Millares (Andalusia) e con i successivi Talaiots delle Baleari, edificati seguendo una tecnica costruttiva che trova collegamenti anche con le tombe a tumulo ritrovate in Francia[4]. Secondo alcuni studiosi ciò sarebbe la spia di influenze ideologico-architettoniche provenienti da oriente, dall'area egiziano-mesopotamica[5]. Ai piedi della piramide a gradoni sono stati ritrovati dagli archeologi consistenti accumuli composti da resti di antichi pasti sacri ed anche oggetti utilizzati durante i riti[6]. In questo periodo in Sardegna appaiono per la prima volta oggetti e armi in rame. L'altare di Monte d'Accoddi non fu più utilizzato a partire dal 2000 a.C. quando in Sardegna apparve la cultura del vaso campaniforme diffusa all'epoca in quasi tutta l'Europa occidentale.

Nascita della civiltà nuragica - il protonuraghe [modifica]

La cultura di Bonnanaro si sviluppa come evoluzione finale del Campaniforme (1800 a.C. circa) e nella sua fase più tarda (Bonnanaro III), presenta varie similitudini con la cultura di Polada diffusa durante l'Età del bronzo nell'Italia settentrionale. Queste analogie sono forse da ricondurre ad infiltrazioni provenienti dalla penisola italiana attraverso la Corsica[7]. Nuove genti arrivarono sull'Isola in quel periodo, portando con sé nuovi culti, nuove tecnologie e nuovi modelli di vita, rendendo obsoleti i precedenti o reinterpretandoli alla luce della cultura dominante:

« ....Si tratterebbe di gruppi etnici immigrati forse dall’Occidente mediterraneo (dalla Catalogna o dal Midi), che si integrano nella precedente grande tradizione della cultura neolitica di Ozieri, con costumi e produzioni proprie convenienti alla civiltà agropastorale [...] Dal carattere in genere severo e pratico nell’essenzialità delle attrezzature materiali (in particolare nelle ceramiche prive di qualsiasi decorazione), si capiscono la natura e l’abito guerrieri dei nuovi venuti e la spinta conflittuale che essi danno alla vita nell’isola. Lo conferma la presenza di armi di pietra e metallo (rame e bronzo). Il metallo si divulga anche negli oggetti d’uso (punteruoli di rame e bronzo), e ornamentali (anellini di bronzo e lamine d’argento) [...] Pare avvertirsi una caduta di ideologie del vecchio mondo pre-nuragico corrispondente a una nuova svolta storica. »
(Giovanni Lilliu, La civiltà nuragica. Carlo Delfino editore Pagg 25,26,27.)

L'introduzione del bronzo portò notevoli miglioramenti in ogni campo. Con la nuova lega di rame e stagno si otteneva infatti un metallo più duro e resistente, adatto a fabbricare attrezzi agricoli, ma soprattutto si prestava alla forgia di armi assai migliori, da utilizzare sia per la caccia che per la guerra. Ben presto in Sardegna, terra ricca di miniere, si costruirono fornaci per la fusione delle leghe che da esperti artigiani venivano lavorate in maniera molto abile, dando vita ad un fiorente commercio verso tutta l'area mediterranea, in particolare verso quelle regioni povere di metalli, e dando anche una spiegazione alla chiara analogia culturale dei Nuragici con le civiltà presenti nell'area egea (Micene, Creta e Cipro) e con l'area iberica. In questo periodo inizia la costruzione dei proto-nuraghi e quindi la prima fase della Civiltà nuragica (Nuragico antico). Queste costruzioni sono assai diverse dai nuraghe classici avendo una planimetria irregolare e l'aspetto assai tozzo. Sono costituiti da uno o più corridoi e mancano della camera circolare tipica dei nuraghi a tholos. Rispetto a questi sono di dimensioni minori come altezza (mediamente 10 metri rispetto ai 20 e più metri di quelli classici), ma anche la loro superficie è più del doppio (250 m² rispetto ai 100 delle torri nuragiche). Risulta inoltre imponente la massa muraria rispetto agli spazi interni sfruttabili

Il nuraghe [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nuraghe.
Nuraghe Losa, bastione di nord-est. In basso a sinistra si nota, ad altezza uomo, il pannello turistico per le informazioni

Intorno alla metà del II millennio a.C., durante la media Età del Bronzo, i protonuraghi si evolvono in torri megalitiche di forma tronco conica, e si diffusero ampiamente in tutto il territorio della Sardegna (1 nuraghe ogni 3 km² circa). Furono il centro della vita sociale degli antichi Sardi e diedero il nome alla loro civiltà, sebbene la loro funzione e destinazione sia ancora altamente controversa tra storici ed archeologi che, di volta in volta, hanno elaborato teorie sul loro uso militare, civile, religioso o per la sepoltura dei defunti. Il dibattito tra i ricercatori è assai intenso e le nuove tesi cercano di andare oltre gli studi del padre dell'archeologia sarda Giovanni Lilliu che ha sempre difeso l'idea del nuraghe fortezza. Una nuova tesi che si sta imponendo all'attenzione di molti studiosi è quella che vede nei nuraghi una funzione prevalentemente astronomica descrivendoli come dei veri e propri osservatori fissi della volta celeste, disposti sul territorio secondo precisi allineamenti con gli astri, e abitati da sacerdoti astronomi devoti ad unico dio. Intorno al 1500 a.C., dai rilievi archeologici, si possono notare aggregazioni sempre più consistenti di villaggi costruiti in prossimità di queste poderose costruzioni, edificate spesso sulla sommità di un'altura, ma sempre con tecnica megalitica (grossi blocchi di pietra sovrapposti) e con ampie camere aventi i soffitti voltati a tholos (falsa cupola). Probabilmente per un maggior bisogno di protezione, si nota nel tempo il costante aggiungersi progressivo di più torri a quella più antica - addossandole o collegandole tra loro con cortine murarie. Da semplici, i nuraghi divennero in questo modo complessi, trilobati ed anche quadrilobati, in modo da essere caratterizzati da sistemi articolati di torri, con sistemi murari muniti di feritoie.

Sezione del nuraghe Santu Antine.

Tuttavia alcuni hanno una posizione meno strategica. Secondo alcune teorie avrebbero avuto una funzione sacra per marcare l'orizzonte visto dai principali nuraghi rispetto ai solstizi. Quelli giunti fino a noi - a parte le torri isolate - sono costruzioni imponenti e complesse, con annessi villaggi a formare costruzioni simili a castelli, a volte denominati dagli studiosi anche regge nuragiche[8]. Nonostante siano trascorsi millenni, questi villaggi nuragici non sono scomparsi completamente ma si ritiene che le popolazioni nuragiche abbiano abitato costantemente i siti, mantenendoli in vita e originando alcuni paesi della Sardegna odierna, forse a quelli che hanno come prefisso la parola Nur come Nurachi, Nuraminis, Nurri, Nurallao, Noragugume[9]. Fra i nuraghi esistenti quelli più considerati sono Su Nuraxi a Barumini (che è stato eletto a simbolo della civiltà nuragica dalla commissione dell'UNESCO che l'ha inserita fra i Patrimoni dell'umanità), Santu Antine a Torralba, Nuraghe Losa ad Abbasanta, Palmavera (Alghero), Nuraghe Arrubiu a Orroli, Santa Cristina a Paulilatino, e infine il Complesso nuragico di Seruci a Gonnesa.

I legami con la Civiltà Micenea e con la Civiltà Minoica - i Tholoi [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tholos.
Corridoio con volta nel nuraghe Santu Antine.

I Tholoi sono caratteristici oltre che della Civiltà nuragica anche della civiltà micenea, di quella minoica e, più tardi, di quella etrusca. Tuttavia questa copertura ogivale a falsa cupola la si ritrova a partire dal Neolitico anche in Siria, Oman, Turchia, Spagna. I Micenei, detti Achei o Danai furono la terza popolazione ellenica che invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti preelleniche, da alcuni dette greche, o pelasgi. Essi diedero luogo a costruzioni imponenti come il Tesoro di Atreo caratterizzato da una tholos alta 13 metri. Questa tipologia edilizia, con connotati e tecniche costruttive ben precise, oltre ai corridoi megalitici quasi a sesto acuto presenti nella fortezza di Tirinto ed in diversi nuraghi, lasciano ipotizzare un forte legame culturale tra queste civiltà. Ciò è testimoniato, oltre che dalla citazione degli edifici modellati secondo l'antica tradizione ellenica ad opera dello Pseudo Aristotele, dai reciproci scambi commerciali il cui filo conduttore, anche culturale, sembra essere legato alla metallurgia.

Tholoi del nuraghe Arrubiu.

Nel testo De mirabilibus auscultationibus, scritto di tradizione beotico-euboica, cioè di regioni interessate dalla colonizzazione micenea, vengono istituite correlazioni strutturali e storiche tra le tholoi achee e quelle nuragiche spiegandole dalla loro ottica attraverso la venuta di Dedalo in Sardegna: i Greci moderni riconobbero nella Sardegna la forte impronta comune ai Micenei in queste lontane terre d'occidente. Dedalo, Iolao, Aristeo, potrebbero inoltre essere considerati un riflesso dell'attivissimo commercio minoico-miceneo, così come la leggenda su Dedalo che, esule da Creta e rifugiatosi nella Sicilia occidentale, a Camico, viene poi fatto approdare in Sardegna da Iolao o Aristeo, mettendo in risalto il cambiamento della rotta commerciale verso l'Occidente avvenuto durante il Miceneo III b. La Civiltà Minoica, similmente a quella micenea, presenta forti analogie con quella nuragica. Ad esempio è assai simile nella tipologia costruttiva il complesso del villaggio di Stylos a Sternaki che include una tomba del tardo minoico con tholos ed una lunga dromos. Ma sono tanti i siti archeologici in cui si respira una certa somiglianza e familiarità: Phylaki, Yerokambos, Platanos, Odigitria, Nea Roumata, Koumasa, Kamilari, Apesokari, Chamaizi, Phourni. Da un punto di vista culturale la Civiltà Nuragica e quella Minoica avevano in comune il culto per la Grande Madre, una figura tipica del resto in quasi tutte le civiltà che si affacciavano sul Mar Mediterraneo, con l'attributo della colomba quale richiamo alla fertilità spesso riportata a coronamento delle navicelle nuragiche in bronzo. Altro forte punto di contatto era la venerazione e l'importanza del Toro, protagonista della tauromachia e della leggenda minoica del Minotauro che, probabilmente, in Sardegna aveva un qualche richiamo essendo stati ritrovati bronzetti aventi corpo di toro e testa umana. Altra similitudine era di tipo sportivo, essendo praticato nelle due isole il pugilato con mani dotate di guantoni.

Bronzetto sardo - guerriero nuragico

Gli Shardana [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli del mare e Shardana.
Guerrieri Shardana rappresentati a Medinet Habu nella battaglia fra Popoli del mare ed Egiziani.

La tarda età del Bronzo (1300-1100 a.C.) fu il periodo in cui nel Mar Mediterraneo si verificò un vasto movimento guerresco, descritto dettagliatamente nelle fonti egiziane e alimentato dai popoli del mare, coalizione di popoli di navigatori-guerrieri che mise a ferro e fuoco il mediterraneo scontrandosi più volte con l'Egitto dei faraoni e causando la scomparsa della civiltà micenea e ittita. Secondo alcuni studiosi, gli Shardana, una delle popolazioni più importanti di questa coalizione, sono identificabili con le genti sardo-nuragiche[10] (in particolare con gli Iolei[11]); in alternativa è stato proposto che gli Shardana sarebbero giunti nell'isola intorno al XIII - XII secolo a.C., a seguito alla tentata invasione dell'Egitto. Fonti egizie, databili al periodo del faraone Ramses II, tramandano che: «gli Shardana sono venuti con le loro navi da guerra dal mezzo del Gran Mare (Grande Verde), nessuno può resistergli»; questi guerrieri navigatori vengono anche definiti come: «..gli Shardana del mare, dal cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare». Queste considerazioni vengono poi riportate nel resoconto della battaglia di Kadesh, passata alla storia per essere la prima con un racconto preciso ed una descrizione tattica dei combattimenti. L'equipaggiamento militare dei guerrieri Shardana, descritto nei bassorilievi, risulta molto particolare e distinto da quello di altri guerrieri contemporanei. Usavano spade lunghe, pugnali, lance e soprattutto lo scudo tondo (in quel periodo usato probabilmente solo dai sardi), mentre i guerrieri egiziani erano prevalentemente arcieri. Portavano un gonnellino corto, una corazza e un elmo provvisto di corna, e le loro imbarcazioni erano caratterizzate da protomi animali, con l'albero simile a quanto raffigurato in alcune navicelle nuragiche in bronzo rinvenute nei nuraghi. Tra gli antichi scritti, quelli riportati da Zenobio e attribuiti a Simonide di Ceo, parlano di assalti dei Sardi all'isola di Creta, nello stesso periodo in cui i Popoli del mare invadevano l'Egitto. Ciò evidenzierebbe una frequentazione dei Sardi nuragici nel Mediterraneo orientale. Ulteriori conferme di questa frequentazione arrivano poi dalla stessa ceramica nuragica del XIII secolo, ritrovata a Tirinto, a Creta e in Sicilia nell'Agrigentino, lungo la rotta che collegava l'oriente all'occidente del Mediterraneo.

L'epoca delle aristocrazie [modifica]

Capanna delle riunioni del complesso nuragico di Palmavera

Gli archeologi definiscono la fase nuragica che va dal 900 a.C. al 500 a.C. (età del ferro) la "stagione delle aristocrazie" . L'artigianato produsse ceramiche raffinate e strumenti sempre più elaborati, mentre aumentò la qualità delle armi. Con il prosperare dei commerci, i prodotti della metallurgia e i manufatti sardi raggiunsero ogni angolo del Mediterraneo, dalle coste siro-palestinesi a quelle spagnole e atlantiche. Le capanne nei villaggi aumentarono di numero e ci fu generalmente un ampio incremento demografico, cessò la costruzione dei nuraghi i quali vennero forse riadattati in edifici sacri[12] e al rituale dell'inumazione collettiva in tombe dei giganti si sostituì l'inumazione individuale[13][14]. Ma la vera conquista in quel periodo, secondo l'archeologo G. Lilliu, non fu tanto l'accuratezza nella cultura materiale, bensì l'organizzazione politica "aristocratica" che ruotava intorno al parlamento del villaggio, nel quale un'assemblea composta dai capi e dalle persone più influenti, si riuniva per discutere sulle questioni più importanti e sulla giustizia. Secondo l'illustre studioso, questa forma di governo, benché non originale ed esclusivo della Sardegna, si ritrovò intatto, dopo duemila anni, nello spirito delle coronas giudicali. In epoca recente, i ricercatori hanno scoperto, in località Monti Prama, non lontano dall'antica città di Tharros, nella Sinis, luogo di contatto tra i Sardi nuragici e i nuovi arrivati Fenici, imponenti statue in pietra arenaria, rappresentanti guerrieri armati con archi e altre armi, segno eloquente che la civiltà nuragica si evolveva verso forme sempre più spettacolari ed imponenti.

L'espansione militare punica e romana [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sardegna fenicio-punica e Sardegna e Corsica.

A partire dal VI-V secolo a.C. la Sardegna entrò nell'orbita imperialistica prima cartaginese e poi romana . Le fonti antiche testimoniano il perdurare della cultura indigena: fonti romane ci tramandarono che le due isole di Sardegna e Corsica erano abitate da tante etnie che si erano progressivamente uniformate culturalmente, rimanendo però divise politicamente in tante tribù, sovente confederate ma anche in contesa tra loro per il possesso dei territori più ricchi e fertili. Le stesse fonti fanno sapere quali erano le più consistenti concentrazioni etniche, e tra queste vengono indicate chiaramente quelle degli Iolei o Ilienses, dei Bàlari, dei Corsi e le Civitates Barbariae, ossia le etnie che stanziavano nelle attuali Barbagie e che rifiutavano il processo di romanizzazione.

  • Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum, XIII, 7, dopo il resoconto della facile conquista della vicina Sicilia, racconta della spedizione cartaginese del generale Malco nel 540 a.C., in una Sardegna ancora fortemente nuragica: «...portata la guerra in Sardegna, furono gravemente sconfitti in una grande battaglia dove persero la maggior parte dell'esercito. Per questo furono esiliati il loro comandante, Malco, e i sopravvissuti...». La sconfitta determinò una sanguinosa rivoluzione interna a Cartagine, con la presa di potere inizialmente da parte di Malco e la sua definitiva sconfitta ad opera di Magone. La Sardegna - sempre secondo Giustino (XIX,1, 3-6) - divenne oggetto di una seconda spedizione navale sotto il comando di Asdrubale e Amilcare, figli di Magone: «...In Sardegna Asdrubale fu gravemente ferito e vi morì lasciando il comando al fratello Amilcare; e non solo il lutto che percorse la cittadinanza ma il fatto di essere stato undici volte dittatore e aver riportato quattro trionfi lo resero grande...» Dunque Asdrubale, ferito nel corso della guerra sarda, morì nell'Isola dopo aver passato il comando al fratello Amilcare. Fu questi che entro il 510 a.C. ebbe la meglio sulla resistenza anti-cartaginese ottenendo il dominio della Sardegna costiera e di altri territori come l'Iglesiente minerario e le pianure dalla Sardegna meridionale. La Civiltà Nuragica sopravvisse nelle zone interne.
  • Pausania (X, 17, 5) ricorda che «i Cartaginesi nel periodo in cui erano potenti per la loro flotta, sottomisero tutti coloro che si trovavano in Sardegna ad eccezione degli Iliesi (localizzati nel Marghine e nel Goceano) e dei Corsi (in Gallura), per i quali fu sufficiente la protezione delle montagne per non essere asserviti...».
  • Strabone conferma la sopravvivenza della cultura nuragica anche in epoca fenicio-punica e romana: racconta infatti che alcuni capi militari romani, disperando di domare i Sardi in campo aperto, preferivano tendere loro degli agguati, profittando del costume di quei barbari di raccogliersi, dopo grandi razzie, a celebrare feste tutti insieme. Riferisce inoltre di «Sardi montanari che pirateggiavano presso i lidi di Pisa» , testimonianza che confermerebbe l'attitudine marinara dei sardi nuragici anche in epoca tarda. Lo studioso Giovanni Lilliu ha definito la sopravvivenza della cultura Nuragica attraverso i secoli tra le popolazioni barbaricine come costante resistenziale sarda.

Società [modifica]

Capo tribù.

Gli storici ritengono che la Sardegna nuragica avesse un'organizzazione di tipo cantonale. Tali entità erano probabilmente formate da varie famiglie (Clan) che obbedivano ad un capo e vivevano in villaggi composti da capanne circolari con il tetto in paglia, del tutto simili alle attuali pinnettas dei pastori barbaricini. La struttura sociale era fortemente improntata su caratteri militari e religiosi. In tale struttura teocratica - secondo gli studiosi - aveva un'importanza di rilievo la figura degli eroi fondatori quali Norax , Sardus , Iolaos e Aristeus , mitici condottieri ma allo stesso tempo considerati divinità. È abbastanza plausibile ritenere che la società fosse strutturata come una società di capi, in cui l'egemonia di alcune famiglie all'interno della comunità era ben consolidata ed il potere, forse all'inizio attribuito con un sistema elettivo, probabilmente divenne stabile ed ereditario. Le raffigurazioni dei bronzetti ci indicano chiaramente la presenza di capi-Re, riconoscibili perché molto spesso reggono un bastone borchiato ed hanno un mantello, interpretati come simbolo di comando, ma sono rappresentate tutte le varie categorie sociali compresi gli artigiani e i minatori. Il gran numero di figurine di soldati lascia desumere una società votata alla guerra e oligarchica, strutturata in modo gerarchico e ben organizzata militarmente, ad espressione di una classe militare ben ordinata in corpi e gradi (arcieri, fanteria, guerrieri con spada, con daga), con varie uniformi che fanno pensare a milizie di corpi o cantoni differenti.
Per desumere le tecniche di combattimento sono interessanti gli scudi forniti di spade di scorta, di coltelli da lancio o i parastinchi uncinati ed i guantoni metallici per la lotta corpo a corpo. Un'attenta analisi ci fa inoltre riconoscere anche altre entità di casta, come quella che fa riferimento al potere pastorale, al re-pastore, oppure a quello costituito dai sacerdoti (probabilmente donne). I bronzetti descrivono anche il popolo con figurine di contadini, di donne, di artigiani, di sportivi (lottatori e pugilatori simili a quelli della civiltà minoica) e di musicisti. Dai bronzetti e dalle statue di Monti Prama si desumono informazioni anche relative all'aspetto ed alla cura del corpo. I maschi portavano due paia di lunghe trecce nel lato sinistro e destro del volto. Il capo era invece rasato o coperto da calotte in cuoio. Le donne portavano in genere i capelli lunghi.

I cantoni nuragici [modifica]

Cippo delimitante il territorio degli Uddadhaddar. Cagliari - Museo Archeologico Nazionale.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Curatoria.

Le comunità nuragiche prosperavano entro i confini del proprio territorio cantonale. Secondo le teorie più diffuse, sulle frontiere politiche o etniche dei cantoni, a difesa e dominio del territorio erano poste le torri. Queste delimitavano zone agricole e pastorali non molto diverse, per grandezza e per forma, da quelle che saranno, nel Medioevo, le curatorie giudicali[15]. Si suppone che solamente una società gerarchicamente molto organizzata, con un numero molto elevato di persone religiosamente assoggettate, poteva esprimere architetture così imponenti come la reggia nuragica de su Nuraxi o altre tipologie architettoniche. A tal proposito l'archeologo Giovanni Lilliu scrive:

« ....soltanto una società di pastori-guerrieri, organizzati in una struttura oligarchica-gerarchica con una massa religiosamente soggetta (non si può parlare di schiavismo o semi-schiavismo), poteva esprimere il miracolo architettonico di certi castelli nuragici, come il Su Nuraxi di Barumini, il Santu Antine di Torralba, l'Arrubiu di Orroli, il Losa di Abbasanta e tanti altri consimili mirabili edifizi. Questi sono veramente il frutto di un alto sforzo solidale che solo la compattezza del gruppo tribale fondato sulla disciplina d'un ordinamento teocratico e militare era in grado di tradurre in opera. »
(AA.VV, La società in Sardegna nei secoli, Giovanni Lilliu, Al tempo dei nuraghi, pag 21. ERI, Edizioni Rai, Torino, 1967)

I villaggi [modifica]

I villaggi erano costituiti da capanne di forma circolare aggregate fra loro. Le capanne venivano realizzate a partire da una base a forma di anello in pietra coperto sulla sommità da pali e canne similmente alle più recenti Pinnettas  ; più raramente sono stati registrati dei casi dove l'intera struttura della capanna, compresa la copertura, era realizzata in pietra come un nuraghe. I villaggi si trovavano generalmente nelle vicinanze dei nuraghi e dei pozzi sacri. Tra i più significativi esempi di villaggi nuragici si possono citare: Su Romanzesu, Su Nuraxi, Serra Orrios o di epoche più tarde il villaggio di Tiscali.

Gli Ilienses (Iolei) così come descritti da Diodoro Siculo (90 a.C. - 27 a.C.) in Bibliotheca historica (IV - 30)
« «Quantunque i Cartaginesi nell'auge somma della loro potenza si facessero padroni dell'isola, non poterono però ridurre in schiavitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi, fattesi abitazioni sotto terra, mantenendo in quantità il bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così, lasciando le pianure, si sottrassero alle fatiche di coltivare la terra e seguitano a vivere sui monti, senza pensieri e senza travagli, contenti dei cibi semplici, come abbiamo detto. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei, per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi, infine, i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono giungere a soggiogarli»

Le etnie nuragiche [modifica]

« In essa (la Sardegna), i più celebri (sono): tra i popoli, gli Iliei, i Balari e i Corsi ... Plinio, Naturalis Historia, III, 7, 85. »

Lo studioso della civiltà nuragica Giovanni Lilliu, alle entità etniche più rilevanti (che negli ultimi tempi della loro storia si ritirarono nei territori montani - fondendosi ulteriormente tra loro - e creando il tessuto di sardità costituito oggigiorno dalle popolazioni barbaricine), fa corrispondere entità culturali abbastanza evidenti[16]:

  • - negli Iolèi (anche Iliesi/Iliensi) viene individuato un ciclo culturale prodotto da etnie provenienti dal Mediterraneo orientale, ossia gli Achèi-Eraclidi, arrivati in Sardegna sulla scia dei Minoici-Cicladi prenuragici (Cultura di Ozieri). L'eroe mitico degli Iolei/Iliensi era Iolao[18]. Gli Iliensi o Iolei occupavano un vasto territorio che andava dalle montagne del Goceano di Bortigali (nuraghe di Aidu Entos con l'incisione di confine ILI-IVR-IN-NVRAC-SESSAR), all'altopiano di Buddusò e di Alà, per arrivare all'Ogliastra.
  • - nei Corsi (forse Liguri[19]), stabiliti in Gallura sin dai tempi più remoti, viene indicata l'etnia che produsse l'aspetto culturale detto gallurese ossia la cultura di Arzachena che si estese poi anche alla vicina Corsica a cui darà il nome. Durante il II millennio a.C., alla Corsica meridionale si estese la civiltà nuragica con la conseguente costruzione di torri (civiltà torreana). Occupavano la parte nord orientale della Sardegna e la Corsica.

Queste ed altre etnie progressivamente si accentrarono in villaggi a cui poi corrispose un territorio molto ben definito, fino a formare nel corso del II millennio a.C. - e specie nella prima metà del I Millennio a.C - piccoli staterelli - che raggiunsero, federandosi tra loro, un notevole equilibrio ed un notevole assetto civile

Le popolazioni nuragiche.

Etnie minori [modifica]

Ecco le altre popolazioni nuragiche - così come ci vengono tramandate dagli scritti romani - che abitavano la Sardegna e la Corsica e la loro distribuzione geografica in epoca romana imperiale:

Religione [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sardus Pater, Mitologia nuragica, Santuario nuragico di Santa Vittoria, Santuario nuragico di Santa Cristina, Santuario nuragico di Abini e Santuario nuragico di monte Sant'Antonio.
Moneta del Sardus Pater con corona piumata e giavellotto fatta coniare da M. Azio Balbo, pretore della Sardegna nel 59 a.C.

Le grandi effigi in pietra, raffiguranti organi genitali maschili, chiamati bétili, e rappresentazioni di animali come il toro, probabilmente risalgono alle culture pre-nuragiche, ma tuttavia, come tutti gli animali muniti di corna, avevano valenza sacra anche nella civiltà nuragica, essendo frequentemente riprodotto nelle imbarcazioni, nei grandi vasi in bronzo per il culto e negli elmi dei soldati. Sono stati rinvenuti poi bronzetti rappresentanti figure metà toro e metà uomo, personaggi con quattro braccia e quattro occhi, cervi con due teste, e aventi carattere mitologico, simbolico o religioso. Altro animale sacro fortemente raffigurato in modo stilizzato era la colomba, la cui importanza è nota anche nella cultura semitica.
Le diverse tribù nuragiche, per ingraziarsi le divinità e poter progredire, praticavano molto probabilmente una religione che collegava la fertilità dei campi, il ciclo delle stagioni, dell'acqua e della vita, con la forza maschile del Toro-Sole e la fertilità femminile dell'Acqua-Luna. Si ritiene che vi fosse probabilmente una dea Madre mediterranea e un dio padre Babai (chiamato in epoca punica Sid Addir Babai e in epoca romana Sardus Pater. Babai nella lingua sarda odierna significa padre).

Pintadera
Ingresso al pozzo sacro di Santa Cristina

Dagli scavi si evince che in determinate ricorrenze annuali i nuragici si radunavano in luoghi comuni di culto, con alloggi e strutture di tipo aggregativo, a volte gradonate, in cui solitamente si segnala la presenza di un pozzo sacro, talune volte di fattura molto decorata e complessa da un punto di vista idraulico come Sedda 'e sos Carros di Oliena (NU). In alcune aree sacre, come quella di Gremanu a Fonni (NU), di Serra Orrios a Dorgali (NU) o di S'Arcu 'e is Forros a Villagrande Strisaili (Ogliastra), sono presenti templi a base rettangolare detti megaron, strutture con spazio sacro interno che potrebbe essere stato destinato ad un fuoco sacro forse mantenuto acceso da una casta sacerdotale[20].

Nei pozzi sacri e nei megaron vi erano sacerdoti di sesso in prevalenza femminile che officiavano riti ormai ignoti probabilmente collegati all'acqua e forse a ritualità astronomiche di tipo solare, lunare o di osservazione dei solstizi. In particolare è interessante la raffigurazione bronzea di una sacerdotessa che presenta il capo sormontato da un disco che verosimilmente richiama il sole o la luna. Altri copricapi circolari sono allungati verso l'alto. Si ritiene che siano collegati alla religiosità anche alcuni dischi cesellati con figure geometriche, chiamati Pintadera, la cui funzione non è univocamente stabilita. Tantissime statuette in bronzo raffigurano personaggi che alzano la mano (solitamente la destra) in segno di saluto, invocazione o preghiera. Molti ricercatori pensano che in occasione di queste feste e celebrazioni religiose collettive, i santuari abbiano fatto da incubatori per l'idea di nazione o, comunque, di una più stretta confederazione. Alcuni pensano anche che si andava realizzando una sorta di pansardità. In tali occasioni si tenevano probabilmente incontri intercantonali, giochi sportivi simili alla lotta greco romana ed al pugilato e si stringevano alleanze familiari e rapporti commerciali. Secondo l'archeologo Giovanni Lilliu, è esemplare a tal proposito il Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri, vero e proprio pantheon delle divinità nuragiche, supponendo che nell'edificio principale del villaggio si riunissero in assemblee federali i clan più potenti dei sardi nuragici abitanti la Sardegna centrale, per consacrare alleanze o per decidere guerre.[21]

Le strutture comuni erano organizzate in modo da far convivere la festa religiosa e quella civile, il mercato con l'assemblea politica. Era presente il tempio a pozzo della fonte sacra, fornita di atrio e con fossa per i sacrifici, con uno spazio per esporre gli ex voto, scala con soffitto gradonato e la tipica camera - dove si raccoglieva l'acqua - provvista di falsa cupola con foro centrale. Non mancavano le protomi taurine sul prospetto e, intorno, bétili e cippi. Vi era pure un sacello rettangolare con sagrestia per le offerte al o agli dei[22]. I giochi e gli affari si svolgevano in una vasta corte ellittica con porticati e vani rotondi per il soggiorno dei partecipanti e con i posti riservati ai rivenditori di merci, ai pastori e ai contadini. Nelle vicinanze vi era un ambiente circolare con alcune capanne. Il primo serviva per le assemblee, nelle seconde abitavano gli addetti alla custodia, alla manutenzione dei luoghi e gli amministratori dei beni del tempio. Nello stesso modo era organizzato il tempio di Santa Cristina a Paulilatino.

Sono noti almeno una ventina di questi templi (molte volte recuperati al culto cristiano come ad esempio la cumbessias di San Salvatore in Sinis presso Cabras).

Navicella nuragica - Cagliari - Museo Archeologico Nazionale.

Economia [modifica]

Se l'assetto urbanistico era fondato sul villaggio, quello economico si basava sull'agricoltura e sulla pastorizia, nonché sulla pesca[23] originando probabilmente un'economia inizialmente di tipo agro-pastorale. Le figurine dei bronzetti ritrovati evidenziano abbastanza chiaramente una specializzazione nelle arti e nei mestieri.

Bronzetto rinvenuto nella Tomba dei bronzetti sardi presso Vulci, raffigurante un pugilatore nuragico. A differenza degli altri esemplari conosciuti - secondo recenti interpretazioni - porta i sandali, uno scudo flessibile più grande, il guantone slacciato e un copricapo conico allungato, elemento che sembrerebbe confermare la tesi che vede questi atleti appartenenti alla sfera del sacro.
Spada ad antenne da Ploaghe (Nuraghe Attentu). Quest'ultima, insieme ad un'altra spada ad antenne rinvenuta a Sa Sedda 'e Sos Carros a Oliena (NU), insieme a fibule e altri bronzi di produzione etrusca, attestano la vitalità degli scambi tra la Sardegna e l'Etruria, entrambi aree molto ricche di risorse metallifere.

Il commercio [modifica]

La navigazione rivestì pertanto un ruolo molto importante. Lo studioso Pierluigi Montalbano menziona ben 156 navicelle di bronzo frutto di scavi archeologici[24] che richiamerebbero la tradizione marinaresca. Il ritrovamento poi di ancore nuragiche[25] lungo la costa orientale (Capo Figari, Capo Comino, Nora), alcune del peso di 100 chili, confermano che le imbarcazioni erano molto robuste e probabilmente gli scafi raggiungevano una lunghezza di oltre i 15 metri. Dopo essere stata per anni descritta come una civiltà chiusa in se stessa, con ipotesi che attribuivano alle navicelle nuragiche in bronzo una funzione votiva o di semplici lucerne, le evidenze archeologiche testimoniano che i nuragici costruivano solide imbarcazioni ed erano abili commercianti, che viaggiavano con i loro scafi sulle rotte dei traffici internazionali, intessendo forti legami con la Civiltà Micenea, con la Spagna, con l'Italia, con Cipro. Sono di grande attualità e interesse alcuni rinvenimenti archeologici nelle coste del Vicino Oriente e della Bulgaria. I frequenti scambi commerciali e l'importanza dell'intenso commercio del rame verso il Mediterraneo orientale, testimoniato dal ritrovamento di importanti quantità di lingotti di rame di tipo probabilmente cipriota, stimolarono la metallurgia ed i commerci e portarono ad un intenso sviluppo economico, contribuendo ad arricchire significativamente le popolazioni nuragiche. Tale sviluppo è considerato da molti studiosi - per quei tempi - il più importante mai prodotto in tutto l'Occidente mediterraneo di allora. I contatti con i popoli orientali divennero sempre più stretti, in particolare quelli con Cipro e con le coste libanesi, ma si è oramai certi dei contatti anche con l'Europa atlantica e con l'Europa centrale. Ceramiche nuragiche di tipo askoide, anfore, tripodi e spade nuragico sono state trovate ad esempio in Spagna (Huelva, Tarragona, Malaga, Teruel e Cadice) oltre lo stretto di Gibilterra. Gli scambi con i centri Etruschi, principalmente con Vetulonia, Vulci e Populonia, avvenuti tra il IX ed il VI secolo a.C., furono molto assidui e ben documentati dai ritrovamenti in tombe etrusche delle singolari e tipiche statuette in bronzo, navicelle votive e vasi nuragici, che testimonierebbero anche legami di tipo dinastico. A tal proposito Mario Torelli scrive:

« ... La grande oscurità di questo periodo è illuminata a tratti da alcuni isolati, folgoranti ritrovamenti. Tra questi il più notevole è quello costituito da tre bronzetti nuragici, una statuetta di capo in atto di saluto (?), uno sgabello ed un cesto, tutti di grande significato ideologico, in quanto simboli del potere (la statuetta e lo sgabello) e dello stato femminile (il cesto), rinvenuti in una tomba villanoviana di Vulci degli inizi dell'VIII secolo a.C.. La tomba certamente femminile, come dimostrano la forma del coperchio del cinerario in forma di ciotola, le fibule ed il cinturone, forse racchiudevano le ceneri di una donna sarda di alto rango, che possiamo immaginare venuta dall'Isola in sposa ad un esponente di rango di quella società villanoviana che proprio in quegli anni si andava espandendo in maniera sensibile. Questo rapporto matrimoniale, secondo il modello arcaico, cela tuttavia altre relazioni di natura più squisitamente economica. Indubbiamente la Sardegna, con le sue risorse di metallo e la sua tradizione bronzistica di aspetto cipriota miceneo, non poteva non costituire un'area di grande interesse per un mondo fortemente qualificato in campo metallurgico come quello tirrenico.[...]. Non meno interessante al riguardo è la presenza di un discreto numero di fibule etrusche in Sardegna, messa bene in luce di recente da F. Lo Schiavo. Le fibule, questo particolare oggetto di abbigliamento ignoto al costume sardo ove imperano le pelli - pelliti sardi sono chiamati insistentemente gli indigeni dalle fonti latine - non sono importate se non con un ben preciso modo di vestire: gli usi dell'abbigliamento, soprattutto in ambiti culturali primitivi, come è noto, non si esportano senza le persone, e il ritrovamento di fibule villanoviane in Sardegna costituisce un indizio prezioso circa possibili spostamenti di persone di origine tirrenica nell'Isola. »
(Mario Torelli, Storia degli Etruschi, 1981, ed. CDE spa, Milano, su licenza Gius. Laterza & Figli. Pagg 58,60.)
Spada nuragica

La metallurgia [modifica]

La metallurgia realizzava tutto il ciclo di lavorazione sul posto e la maestria dimostrata dai nuragici nella lavorazione del bronzo, fa capire fino a che punto erano divenuti abili nella lavorazione dei metalli e nella costruzione di armi. Nei musei sardi, oltre alle magnifiche collezioni di bronzetti votivi, si possono ammirare anche veri e propri arsenali di armi di ogni specie. Stupisce non solo il notevole livello tecnico raggiunto dagli artigiani, ma anche l'indice elevato di produzione e l'elevato grado di consumo, sono stati rinvenuti - infatti - grandissime quantità di oggetti in bronzo rotti e destinati nuovamente alla fusione. Le attuali ricerche sui bronzi tentano ancora di stabilire con esattezza la loro datazione: se sono stati prodotti prima del VIII secolo a.C. e se i risultati daranno esito positivo, saranno senza ombra di dubbio di molto antecedenti alle più antiche sculture bronzee greche fino ad ora conosciute. Le ultime scoperte archeologiche fanno conoscere nuovi ed interessanti aspetti della civiltà nuragica nella quale i ricchi giacimenti di minerali, soprattutto quelli di rame e piombo, hanno avuto un ruolo primario. Non è infatti considerata una semplice coincidenza se l'età aurea, nel mezzo del II millennio a.C., viene posta in un'epoca in cui l'attività estrattiva e metallurgica conobbe una straordinaria espansione. La metallurgia produsse poi lingotti di rame, chiamati - per la loro particolare forma - a pelle di bue: alcuni di questi lingotti sono stati ritrovati in Spagna e in Francia, ma anche lungo le lontane coste turche ed in Grecia. L'esame delle armi rinvenute offre interessanti riflessioni essendo, queste, utili per capire le connessioni e, forse, le origini ed i flussi commerciali della civiltà nuragica. Nel periodo che va dal 1500 a.C. al 1200 a.C. le armi avevano una foggia ed una fattura di tipo orientale; nel periodo che va dal 1200 a.C. al 900 a.C., le armi erano invece di tipo egeo. Non è stato invece ancora risolto il mistero legato alla fusione del bronzo: tale lega è infatti il risultato della fusione tra il rame (ampiamente disponibile in Sardegna) e lo stagno, del quale invece non è mai stata segnalata la presenza sull'Isola, salvo un piccolo giacimento di cassiterite in località Perdu Cara presso Fluminimaggiore di cui fu concesso nel dopoguerra il permesso di ricerca alla S.M.M. di Pertusola. Grandi giacimenti di stagno erano presenti in Inghilterra. I nuragici, dunque, si approvvigionavano presumibilmente all'esterno intrattenendo scambi commerciali con paesi molto lontani.

Lingua [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua protosarda.

Secondo alcune interpretazioni linguistiche gli antichi Sardi erano eredi, come i Baschi, dell'antica cultura pre-indoeuropea della cosiddetta vecchia Europa; secondo altre, corroborate anche da recenti ritrovamenti archeologici, nell'Isola erano presenti popolazioni contraddistinte sia da parlate indoeuropee che pre-indoeuropee[26]. Fra le tante ipotesi è stata proposta anche una parentela fra la cosiddetta "lingua sardiana" (o protosarda) e quella etrusca[27][28].

La maggior parte degli storici sostiene che le popolazioni nuragiche , almeno fino all'età del ferro , ignorassero l'uso della scrittura , tuttavia lo studioso Gigi Sanna cita circa 140 reperti nuragici con possibili segni di scrittura i quali attesterebbero che nella Sardegna dell'età del bronzo medio e finale convivevano due popoli: uno maggioritario di lingua di matrice indoeuropea e uno minoritario, ma egemone culturalmente, di lingua di matrice semitica (siro-palestinese). Tra i documenti attestanti questa doppia presenza il Sanna ritiene che ci sia anche la famosa Stele di Nora.

Cultura [modifica]

Arte [modifica]

Architettura [modifica]

Oltre al Nuraghe, elemento architettonico simbolo della civiltà nuragica, sono tipiche anche particolari costruzioni soprattutto di ambito religioso e funerario.

Architettura religiosa [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pozzo sacro e Fonte sacra Su Tempiesu.
Il sito di Su Tempiesu

L'architettura religiosa è soprattutto rappresentata dai pozzi sacri e dalle fonti sacre. Questi monumenti, tra i più elaborati che si trovano in Sardegna, sono edifici legati al culto animistico o astronomico dell'acqua e sono edificati con tecnica megalitica. Il cuore del tempio-sorgente è la sala con la volta a tholos - come nei nuraghi - il più delle volte sotterranea e nella quale veniva raccolta l'acqua sorgiva. Una scala collegava la sala all'atrium del tempio, generalmente situato al livello del terreno circostante e attorniato da piccoli altari in pietra sui quali si depositavano le offerte e sui quali si celebravano i riti propri al culto dell'acqua sacra[29]. La perfezione e la precisione con la quale sono stati tagliati i blocchi di pietra calcarea o lavica, è tale che per molto tempo sono stati datati tra l'VIII ed il VI secolo a.C. e furono comparati all'architettura religiosa etrusca. Le più recenti scoperte hanno indotto però gli archeologi a stimare la costruzione di questi templi intorno al periodo in cui esistevano strettissime relazioni tra i Nuragici e i Micenei della Grecia e di Cipro, e cioè di molti secoli anteriori alle prime estimazioni. I pozzi sacri subirono nel tempo delle trasformazioni. Edificati sulle sorgenti d'acqua, erano un luogo di pellegrinaggio ed intorno ad essi si sviluppava generalmente un villaggio-santuario. Le capanne note come sala del Consiglio sono associate a depositi di oggetti di bronzo e lingotti di piombo recanti tacche e marchi, forse indicanti il valore temporale. Si pensa che fossero la riserva della comunità o il tesoro del tempio. Col tempo ebbero un'evoluzione verso strutture molto complesse da un punto di vista idraulico (con canalette piombate, vasche di raccolta e protomi taurine per l'uscita dell'acqua calda verso un bacile centrale, circondato da una seduta rituale) come ad esempio il complesso di Sedda 'e sos Carros ad Oliena (NU). Le funzioni religiose di certi templi si perpetuò fino all'arrivo del cristianesimo: a Perfugas (OT), il pozzo sacro Pedrio Canopoli fu scoperto nei giardini di una chiesa.

Resti di tempietto a megaron presso Serra Orrios - Dorgali (NU).
I tempietti a Megaron [modifica]

Altri edifici di culto, meno diffusi dei pozzi e delle fonti e tuttavia presenti in varie parti dell'Isola, sono i cosiddetti tempietti in antis o tempietti a megaron. Il più grande e meglio conservato è Domu de Orghìa presso Esterzili (NU).

Architettura funeraria [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tomba dei giganti.

Le tombe dei giganti segnano nelle loro poco sondate diversità strutturali e tecniche, il complesso evolversi della civiltà nuragica fino agli albori dell'Età del ferro. Queste costruzioni funerarie megalitiche, la cui pianta rappresenta la testa di un toro, sono diffuse uniformemente in tutta l'Isola, anche se si nota una fortissima concentrazione nella sua parte centrale. Si tratta di tombe costituite da una camera sepolcrale allungata, realizzata con lastroni di pietra ritti verticalmente con copertura a lastroni (nel tipo più arcaico, o dolmenico), oppure con filari di pietre disposte e copertura ogivale. Sulla fronte, il corpo tombale si apre in due ampi bracci lunati, a limitare un'area semicircolare cerimoniale: la cosiddetta esedra. In prossimità delle tombe sorgevano spesso degli obelischi simboleggianti senza dubbio gli dei o gli antenati che vegliavano sui morti. Questa sorta di menhir sono chiamati baity-loi (in italiano betili) ed è una parola che sembra derivare da beth-el che in ebraico significa casa del dio.

Vaso piriforme dal pozzo sacro di Sant'Anastasia, Sardara.

Le ceramiche [modifica]

Nella ceramica, l'abilità ed il gusto degli artigiani sardi si manifestano essenzialmente nel decorare le superfici di vasi ad uso certamente rituale, destinati ad essere utilizzati nel corso di complesse cerimonie, forse in alcuni casi anche ad essere frantumati al termine del rito, come le brocche rinvenute nel fondo dei pozzi sacri[30].
La ceramica sviluppa anche una grafia geometrica nelle lampade, nei vasi piriformi (esclusivi della Sardegna) e negli askoi. Forme importate e locali sono state trovate a Barumini, a Santu Antine, a Cuccuru Nuraxi, Santa Anastasia, Villanovaforru, Furtei e Suelli. Ritrovate anche nella penisola italiana, in Sicilia, in Spagna e a Creta tutto fa pensare ad una Sardegna molto ben inserita nei commerci del Mediterraneo.

Guerriero con 4 occhi e 4 braccia.

I bronzetti [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bronzetto sardo.

Oltre ad oggetti di uso militare, l'artigianato fabbricava attrezzi agricoli d'uso comune, oggetti per la casa, monili, vasi di bronzo laminato, cofanetti, specchi, spille, fibbie, candelabri, manici per mobili e soprattutto i caratteristici bronzetti votivi. Utilizzati probabilmente come ex voto e/o come riferimento ad un mondo eroico tramandato, legato comunque al culto, i bronzetti rappresentavano figure di uomini, imbarcazioni, nuraghi e animali utili per ricostruire scene di vita quotidiana. In base alla loro produzione, si possono notare diversi stili e gradi di perfezione, tra i quali quello aulico, chiamato di Uta ed uno popolaresco, definito anche Mediterraneo. Tra i bronzetti più noti si possono menzionare i capi tribù (con mantello e daga borchiata), le divinità con 4 occhi e 4 braccia, gli uomini-toro, i guerrieri, i pugilatori, le sacerdotesse e le maternità, due di Serri e una di Urzulei, quest'ultima è nota comunemente come madre dell'ucciso, in analogia ad una celebre scultura novecentesca di Francesco Ciusa.

Statua di guerriero da Monte Prama.

Scultura [modifica]

Le statue dei Giganti di Monte Prama [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giganti di Monte Prama.

Ai luoghi di culto si associava, in genere, l'offerta dei bronzetti votivi che raffiguravano uomini e donne, animali, modellini di imbarcazioni, modellini di nuraghi, esseri fantastici, riproduzioni in miniatura di oggetti e arredi. Questa importante produzione artistico-religiosa ha prodotto un'iconografia ben codificata e tipizzata che, nel 1974, è stata arricchita dai resti di 32 (forse 40) statue in pietra arenaria di dimensioni monumentali (alte da 2 a 2,5 metri) comunemente conosciute come Giganti di Monti Prama dal nome della località del Sinis presso Cabras, in provincia di Oristano nella quale vennero ritrovate. Queste statue richiamano la tipologia dei bronzetti stile Abini-Serri. La scoperta degli enormi frammenti di queste statue giganti che rappresentano guerrieri, arcieri, lottatori, modelli di nuraghe e pugilatori dotati di scudo e guantone armato[31], che si ritiene siano risalenti al X-VIII secolo a.C., ha sconvolto non poco le attuali certezze degli archeologi sulla civiltà nuragica, proiettando nuova luce sull'arte e la cultura delle popolazioni della Sardegna. La datazione confermerebbe la sopravvivenza e la forza della cultura nuragica nel periodo fenicio.
I Giganti hanno occhi come dischi solari, volutamente privi di espressione e di bocca ed acconciature che lasciano cadere sulle spalle 2 trecce per lato, abito di foggia orientale con scollo a V. Sono ben visibili importantissimi dettagli relativi alla foggia delle armature e delle protezioni. Il sito di Monti Prama raffigura un complesso di personaggi che in tutta probabilità rivestivano carattere eroico, in ricordo di imprese andate oggi dimenticate, poste a guardia di un sepolcro. Potrebbe anche trattarsi, con minore probabilità, della rappresentazione di una sorta di olimpo con peculiari divinità nuragiche.

Note [modifica]

  1. ^ La Civiltà Nuragica cosi come descritta dall'archeologo Giovanni Lilliu
  2. ^ Video RAI sulla Civiltà nuragica
  3. ^ SardegnaCultura: Paleolitico
  4. ^ Manlio Brigaglia - Storia della Sardegna pg.45
  5. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.16
  6. ^ Cfr Giovanni Lilliu, Prima dei nuraghi in La società in Sardegna nei secoli, pag. 15.
  7. ^ Paolo Melis: I rapporti fra la Sardegna settentrionale e la Corsica nell'antica età del Bronzo.
  8. ^ Vedi Sardegna nuragica di Giovanni Lilliu
  9. ^ Lo studioso Francesco Cesare Casula, a pagina 25 del suo libro Breve storia di Sardegna ISBN 88-7138-065-7, afferma che molti villaggi odierni, quelli che hanno per suffisso la parola NUR erano anticamente villaggi nuragici
  10. ^ Sardinia Point: Intervista a Giovanni Ugas, archeologo dell'università di Cagliari.
  11. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.254-255
  12. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.38
  13. ^ Carlo Tronchetti-Quali aristocrazie nella Sardegna dell’Età del Ferro? (2012) p.852
  14. ^ Paolo Bernardini-Necropoli della Prima Età del Ferroin Sardegna. Una riflessione su alcuni secoli perdutio, meglio, perduti di vista (2011)
  15. ^ Sulla divisione del territorio nuragico e la corrispondenza alle curatorie in epoca giudicale, vedi [1]La Sardegna dei Giudici, di Gian Giacomo Ortu, pagina 81(PDF n.42)
  16. ^ AA.VV, La società in Sardegna nei secoli, Giovanni Lilliu, Al tempo dei nuraghi pag 19
  17. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.22-23-24-25-29-30-31-32
  18. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.19-20-21-22
  19. ^ Giovanni Ugas, op. cit., p.13-19
  20. ^ Vedi anche G. Lilliu: Arte e religione della Sardegna nuragica
  21. ^ AA:VV, La civiltà in Sardegna nei secoli - Giovanni Lilliu, Al tempo dei nuraghi - p. 22
  22. ^ Raimondo Zucca:Il Santuario nuragico di Santa Vittoria a Serri
  23. ^ Montalbano Pierluigi SHRDN, Signori del mare e del metallo - Nuoro, Luglio 2009 - Zenia editrice - ISBN 978-88-904157-1-5
  24. ^ Pierluigi Montalbano,SHRDN, Signori del mare e del metallo - Nuoro, Luglio 2009 - Zenia editrice - ISBN 978-88-904157-1-5.)
  25. ^ Sul ritrovamento delle ancore nuragiche a Capo Figari
  26. ^ Giovanni Ugas - L'Alba dei Nuraghi pg.241,254 - Cagliari, 2005
  27. ^ Massimo Pittau. La lingua sardiana o dei proto-sardi in www.pittau.it. Ettore Gasperini Editore. URL consultato in data 28 febbraio 2011.
  28. ^ Massimo Pittau. Appellativi nuragici di matrice indoeuropea in www.pittau.it. URL consultato in data 28 febbraio 2011.
  29. ^ Vedi Albero Moravetti: Il Santuario nuragico di Santa Cristina
  30. ^ Le ceramiche del museo di Teti
  31. ^ Per quanto riguarda i pugilatori, lo studioso Pierluigi Montalbano (SHRDN, Signori del mare e del metallo - Nuoro, Luglio 2009 - Zenia editrice - ISBN 978-88-904157-1-5) afferma che in realtà si tratterebbe di corridori, un corpo speciale dei guerrieri sardi che finiva il nemico fracassando la testa col maglio che riveste il pugno. Gli arcieri accompagnavano sempre i corridori e lo scudo flessibile portato in testa dai corridori avrebbe lo scopo primario di difendersi dalle frecce del nemico

Bibliografia [modifica]

Civiltà nuragica [modifica]

  • AA.VV., Ichnussa. La Sardegna dalle origini all'età classica - Milano, 1981.
  • AA.VV., Il paesaggio nuragico. Atti del convegno 12 gennaio 2008, Santa Cristina-Paulilatino (OR), Paulilatino, 2010
  • AA.VV., La civiltà in Sardegna nei secoli - Torino - Edizioni ERI.
  • Giovanni Lilliu, La Civiltà Nuragica, Sassari - Delfino editore - 1982.[2]
  • Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Neolitico all'età dei nuraghi, ERI, Torino, 1963; II ediz. ampliata 1967 e successive rist.
  • Giovanni Lilliu, La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all'età dei nuraghi, Nuova ERI, Torino, 1988; riediz. Il Maestrale - Rai Eri, Nuoro, 2003
  • Melis P., Civiltà Nuragica. Sassari - Delfino editore - 2003. [3]
  • Montalbano Pierluigi SHRDN, Signori del mare e del metallo - Nuoro, Luglio 2009 - Zenia editrice - ISBN 978-88-904157-1-5.
  • Navarro i Barba Gustau, La Cultura Nuràgica de Sardenya Barcelona 2010. Edicions dels A.L.I.LL ISBN 978-84-613-9278-0
  • Pallottino M., La Sardegna nuragica edizioni Ilisso - Nuoro -ISBN 88-87825-10-6 [4]
  • Sebastiano Solinas, " Sardis l'Isola del Dio Sole " - Carbonia 2004 - Ed. Solinas - Archeologia e toponimi della Sardegna Antica- Tutte le località Archeologiche dell'isola.
  • Sirigu Roberto, Archeologia preistorica e protostorica della Sardegna. Introduzione allo studio, Cagliari, CUEC, 2009.
  • Ugas Giovanni, L'Alba dei Nuraghi - Cagliari, 2005 - Fabula editrice - ISBN 88-89661-00-3
  • Sanna Gigi, Sardoa grammata, 'ag 'ab sa'an yhwh. Il dio unico del popolo nuragico, S'Alvure editore, Oristano 2004.

Arte nuragica [modifica]

  • Foddai, L., Sculture zoomorfe. Studi sulla bronzistica figurata nuragica, Cargeghe, Biblioteca di Sardegna, 2008.
  • Depalmas, A., Le navicelle bronzee della Sardegna nuragica, Cagliari - Gasperini editore - 2005
  • Lilliu G. Sculture della Sardegna nuragica Verona 1962.

Voci correlate [modifica]

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