Assedio di Gaeta (1860)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Coordinate: 41°13′19″N 13°33′17″E / 41.221944°N 13.554722°E41.221944; 13.554722

Assedio di Gaeta
parte del Risorgimento
La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l'assedio. Sullo sfondo, la squadra navale che partecipò ai bombardamenti
La batteria Santa Maria della fortezza di Gaeta dopo l'assedio. Sullo sfondo, la squadra navale che partecipò ai bombardamenti
Data 5 novembre 1860 - 13 febbraio 1861
Luogo Gaeta
Causa Annessione al Regno di Sardegna dei territori del Regno delle Due Sicilie
Esito Vittoria delle truppe sabaude
Modifiche territoriali Gaeta annessa al neonato Regno d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
16.063 uomini
180 cannoni a lunga gittata
10 navi
12.550 uomini
450 cannoni a lunga gittata
17 navi
Perdite
50 morti, 350 feriti 867 morti, 800 feriti, 700 dispersi (più imprecisate perdite civili)
Voci di battaglie presenti su Wikipedia
« Sire, in mezzo ai disgraziati avvenimenti, di cui la tristezza dei tempi ci à fatto spettatori afflitti ed indegnati; noi sottoscritti, uffìziali della Guarnigione di Gaeta, veniamo, uniti in una ferma volontà, rinnovare l'omaggio della nostra fede innanzi al vostro trono, reso più venerabile e più splendido dalla sventura. Cingendo la spada, giurammo che la bandiera affidataci da V. M. sarebbe difesa da noi, a costo del nostro sangue. È a questo giuramento che intendiamo restar fedeli; quali che siano le privazioni, le sofferenze e i pericoli ai quali ci chiama la voce dei nostri capi, sacrificheremo con gioia le nostre fortune, la nostra vita e tutt'altro bene per il successo o pei bisogni della causa comune. Gelosi custodi di quest'onor militare che distingue solo il soldato dal bandito, vogliamo mostrare a V. M. ed all'Europa intera che se molti fra noi ànno col tradimento o viltà macchiato il nome dell'Armata Napolitana, grande fu pure il numero di quelli che si sforzarono di trasmetterlo puro e senza macchia alla posterità. »
(Charles Garnier, Giornale dell'assedio di Gaeta, 1861[1])

L'assedio di Gaeta del 1860-1861, condotto dalle truppe dell'esercito piemontese guidate dal generale Enrico Cialdini, dopo l'incontro di Teano, durante il risorgimento.

Fu un momento fondamentale del processo di conquista del Regno delle Due Sicilie, che portò alla proclamazione del Regno d'Italia. È uno degli ultimi grandi assedi condotti col metodo cosiddetto scientifico. L'esercito assediante fece uso infatti dei moderni cannoni a canna rigata che decretarono la fine delle fortificazioni costruite fuori terra.

La ritirata dei Borbone da Napoli[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 6 settembre del 1860, su consiglio del direttore di polizia Liborio Romano, Francesco II di Borbone lasciò Napoli a bordo della nave da guerra il "Messaggero", accompagnato dalla consorte Maria Sofia di Baviera, e dal suo seguito composto dal principe Nicola Brancaccio di Ruffano, il conte Francesco de la Tour, il marchese Imperiali, la duchessa di San Cesareo, il duca di San Vito Emanuele Caracciolo, il maresciallo Riccardo de Sangro principe di San Severo, il Retro ammiraglio Leopoldo del Re, il maresciallo Giuseppe Statella, il maresciallo Francesco Ferrari[2], oltre a 17 guardie nobili del corpo, senza tentare la difesa di Napoli. Tale decisione era maturata per la volontà del sovrano da un lato di risparmiare alla capitale le rovine della guerra[3]; dall'altro alla precisa strategia di difesa che vedeva la linea Volturno-Garigliano, supportata dalle due fortezze di Capua e Gaeta, come punti di forza.

La maggior parte della flotta borbonica, al comando della quale era l'Ammiraglio Luigi di Borbone, conte di Aquila e zio di Francesco II, presente all'ancora nella rada di Napoli, rifiutò di seguire in navigazione il Messaggero[4]. Molti marinai delle navi ammutinate, visto l'atteggiamento dei loro ufficiali, si tuffarono in mare, rifiutando di partecipare al tradimento[5]. Così, le uniche navi militari che accompagnarono il re a Gaeta furono la "Partenope", al comando del brigadiere Roberto Pasca; e la nave-avviso "Delfino" (che recava a bordo l'archivio personale del re e i bagagli della famiglia reale e della corte), scortate da Procida fino a Gaeta anche dalla nave spagnola "Colòn" con a bordo il diplomatico Salvador Bermúdez de Castro[6].

Francesco II di Borbone e la consorte giunsero a Gaeta alle ore 06,00 del 7 settembre 1860. Furono seguiti anche dai diplomatici stranieri presenti a corte: il Nunzio Apostolico Pietro Gianelli, il ministro della Russia principe Volkonskij, il ministro dell'Austria e il personale diplomatico di Brasile, Russia e Prussia[7]. Il re, tra i suoi primi atti, nominò nuovo Capo del governo il generale Casella, Ministro delle finanze il barone Salvatore Carbonelli, Ministro della marina il Retro ammiraglio Leopoldo del Re, Ministro della giustizia il duca di Lauria don Pietro Calà Ulloa, e infine inviò telegrammi in tutto il Regno delle Due Sicile per informare i sudditi che il Governo da quel giorno risiedeva in Gaeta.

L'inizio dell'assedio[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito borbonico invece, era attestato sulla linea del fiume Volturno[8], operando a nord dalla fortezza di Gaeta e, a sud, dalla città fortificata di Capua. Perduta anche la battaglia del Volturno (1º ottobre 1860), le truppe superstiti ripiegano a Gaeta, per un'ultima resistenza.

Le forze di terra borboniche erano composte da 16.700 soldati e 994 ufficiali (troppo ingenti per essere ospitate tutte entro le mura di Gaeta), suddivise in 3 reggimenti di Cacciatori, comandati dal Generale di brigata Vincenzo Sanchez de Luna, disposte parte nel borgo di Gaeta e parte sul Colle dei Cappuccini; 4 compagnie di Svizzeri, comandate dal Capitano Hess, dislocate sul promontorio di Torre Viola; un reggimento dislocato nei pressi del cimitero e un altro reggimento ospitato sul Colle Atratina; infine altri 5 reggimenti disposti fuori le mura di Gaeta sull'istmo di Montesecco.

L'artiglieria posta a difesa della piazzaforte di Gaeta è costituita da circa 300 cannoni (di cui solo 4 a canna rigata) a canna liscia distribuiti su 8 batterie, le cui più famose sono chiamate "Transilvania", "Torre d'Orlando", "Regina", "Trinità" e "Phillipstall"[9]. Le munizioni per l'artiglieria sono scarse, in compenso abbondano le munizioni per fucili. Sia i camminamenti che le casematte sono vulnerabili al tiro dell'artiglieria nemica, perché non sono state protette con blindature. Le scorte di cibo per i soldati e per la popolazione civile non sono sufficienti, come è scarso pure il foraggio per gli oltre 1000 tra cavalli e muli utilizzati dall'esercito del Regno delle Due Sicilie.

Le forze navali rimaste fedeli a Francesco II sono composte da 5 unità da guerra napoletane (Partenope, Delfino, Messaggero, Saetta, Etna). Inoltre sono presenti nel porto di Gaeta 4 navi da guerra spagnole (Vulcan, Colon, Villa de Bilbao, Generale Alava), 1 nave da guerra prussiana (Loreley), 7 navi da guerra francesi (Bretagne, Fontenoy, Saint Luis, Imperial, Alexandre, Prony, Descartes). Il corpo d'assedio dell'esercito piemontese è composto da: 18.000 soldati, 1.600 cavalli, 66 cannoni a canna rigata e 180 cannoni a lunga gittata. Le batterie di artiglieria sono allestite a Castellone, alla Canzatora, a Monte Cristo, a Monte Lombone, nella valle di Calegna.

Il 5 novembre 1860 il Generale Enrico Cialdini, comandante del corpo di assedio piemontese, stabilisce il suo avamposto presso la Cappella di Conca, aiutato da alcuni ufficiali dell'esercito borbonico unitisi agli invasori piemontesi, tra cui il Maggiore del Genio Giacomo Guarinelli, buon conoscitore della piazzaforte di Gaeta, in modo tale da poter ben guidare il fuoco dell'artiglieria piemontese e centrare senza troppe difficoltà gli obiettivi militari.

Le ostilità via terra contro i borbonici rifugiati in Gaeta hanno inizio l'11 novembre 1860, anche se il vero e proprio assedio inizia il 13 novembre 1860. Il 28 novembre un manipolo di 400 soldati borbonici, guidati dal Generale Ferdinando Beneventano del Bosco, tenta una sortita sul colle dei Cappuccini. Il colpo di mano riesce e mettono in fuga i bersaglieri piemontesi che si erano stanziati lì, ma a caro prezzo di vite umane, tra cui la perdita del tenente colonnello Migy.

Il 4 dicembre l'esercito borbonico compie una seconda sortita esterna alle mura della fortezza sotto una pioggia torrenziale, con una squadra di 120 cacciatori facendo saltare un gruppo di case che nasconde alla vista una batteria di artiglieria piemontese, costringendola a prendere una nuova posizione più arretrata.

Ai primi di dicembre all'interno della piazzaforte si diffonde un'epidemia di tifo petecchiale che inizia a mietere vittime sia tra i militari sia tra i civili, vittime che si vanno ad aggiungere a quelle dei bombardamenti piemontesi. L'8 dicembre, (altro giorno piovoso con foschia) mentre il re Francesco II di Borbone, in occasione della festività dell'Immacolata Concezione emette un proclama in cui denuncia l'aggressione piemontese, il re Vittorio Emanuele II di Savoia si reca in visita a Mola di Gaeta, oggi Formia per vedere come procedono le operazioni dell'assedio.

Nel frattempo Cavour ordina al Generale Cialdini di sospendere le operazioni militari per consentire all'ammiraglio francese Barbier de Tinan di consegnare un messaggio da parte dell'imperatore francese Napoleone III al re Francesco II per indurlo a trattare la resa altrimenti avrebbe tolto la sua protezione ordinando alle navi da guerra francesi di abbandonare la rada di Gaeta, ma quest'ultimo riesce a guadagnare ulteriore tempo con un'abile risposta e le navi francesi restano in rada a Gaeta, impedendo il blocco da mare della piazzaforte. La tregua regge fino alla notte tra il 12 e il 13 dicembre, quando l'uscita dalla piazzaforte di alcuni soldati borbonici viene interpretata dai piemontesi come un tentativo ostile nei loro confronti e aprono il fuoco.

Dal canto loro i soldati presenti all'interno delle mura di Gaeta, sentendo sparare da fuori, credono che i piemontesi stiano attaccando, e rispondono al fuoco piemontese, e così trascorrono circa 3 ore di sparatorie. Il 13 dicembre re Francesco II di Borbone fa arrivare a Messina al Generale Fergola la somma di 30.000 ducati per sostenere la truppa, e a causa del tifo muore l'aiutante del re il Tenente generale Caracciolo, duca di San Vito.

Il 14 dicembre il re Francesco II decide di sciogliere 2 reggimenti della Guardia reale, perché in esubero rispetto allo sforzo bellico del momento, e inoltre congeda circa 50 soldati da ogni battaglione Cacciatori. Vengono così mandati via dalle file borboniche e imbarcati sulle navi francesi "Protis" e "Stella" circa 4.500 uomini con appresso viveri per 3 giorni e la paga di 8 giorni, con destinazione Terracina e la promessa di raggiungere quanto prima i propri paesi di origine in attesa degli eventi.

A questo punto la forza dei difensori di Gaeta scende a 12.300 soldati, 993 ufficiali e circa 1000 cavalli, mentre gli assedianti si attestano su di una forza di circa 15.500 soldati e 800 ufficiali. Dal 15 dicembre i bombardamenti su Gaeta si fanno più insistenti e cruenti, arrivando a colpire non solo obiettivi militari, ma anche obiettivi civili, come ospedali, chiese e case civili, allo scopo di abbattere il morale degli assediati e facilitare la caduta di Gaeta.

Il 23 dicembre 1860, durante una giornata di fitta pioggia, i borbonici riescono a far approdare in Gaeta 2 navi cariche di viveri, provenienti da Marsiglia. Il 25 dicembre cade la neve su Gaeta e, nonostante il giorno di festività solenne, continuano i bombardamenti da ambo gli schieramenti.

I governi di Prussia, Austria e Russia fanno pressioni sull'imperatore Napoleone III affinché aiuti il re Francesco II di Borbone, mentre il governo inglese fa pressione per non far aiutare il re borbonico[senza fonte]. L'ammiraglio francese Barbier de Tinan presenta al sovrano borbonico una nuova proposta di resa che viene ancora respinta.

Il 19 gennaio 1861 le navi da guerra straniere presenti in rada, che fino a quel momento avevano impedito l'assedio da mare della roccaforte gaetana, salpano e vanno via, perché mediante una trattativa segreta si è raggiunto un accordo in tal senso tra Cavour e Napoleone III, in cambio la Francia riceve con il trattato firmato il 2 febbraio 1861 i comuni di Mentone e di Roccabruna[10].

Lo stesso giorno la flotta dei Savoia, all'ancora a Napoli, salpa per Gaeta e si ancora a Mola di Gaeta. Detta flotta, al comando dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, è composta da 10 unita da guerra: Maria Adelaide (ammiraglia), Costituzione, Ardita, Veloce, Carlo Alberto, Confienza, Vittorio Emanuele, Monzambano, Garibaldi (ex vascello da guerra borbonico) e Vinzaglio.

Il 20 gennaio 1861 mentre la nave francese "Dahomey" porta via da Gaeta circa 600 civili composti da donne e bambini, alle ore 08,30 una nave da guerra piemontese battendo bandiera diplomatica si avvicina a Gaeta ed entra in porto, con a bordo il Generale Luigi Federico Menabrea per cercare di trattare la resa, ma riceve nuovamente risposta negativa. Quindi il Generale Cialdini ordina la consegna della lettera di notifica di inizio del blocco di Gaeta anche per via mare.

Dal 22 gennaio 1861 la flotta piemontese inizia a collaborare con le forze assedianti di terra nel bombardare da mare la piazzaforte di Gaeta, inoltre blocca e respinge tutte le navi estere che tentano l'approdo al porto di Gaeta, allo scopo di impedire l'approvvigionamento di viveri, soldati e armi a Gaeta.

Durante la mattinata tutte le batterie della piazzaforte aprono il fuoco sulle batterie piemontesi, incoraggiati dalle bande musicali militari borboniche che suonano l'inno nazionale, e hanno un tiro così preciso che i piemontesi sono costretti ad arretrare le proprie batterie per evitare che vengano distrutte e viene centrata la loro polveriera sul colle dei Cappuccini.

La flotta piemontese interviene in aiuto delle truppe di terra e apre il fuoco da mare sulla piazzaforte, ma senza avvicinarsi troppo per paura di essere colpiti non riesce a fare danni. Gli assediati, per indurre in errore la flotta nemica e farla avvicinare a distanza utile di fuoco, iniziano a schernire con sfottò i marinai piemontesi e alcune navi cascano nel tranello e si avvicinano più del dovuto per tentare di colpire col proprio fuoco i bastioni di Gaeta, e così le navi da guerra "Confienza", "Vinzaglio" e "Saint-Bon" vengono centrate e danneggiate gravemente dagli artiglieri di Gaeta.

Il 24 gennaio 1861 arrivano in rinforzo alla flotta piemontese le navi da guerra Palestro, Curtatone, Fieramosca, Fulminante, Re Galantuomo. Il 27 gennaio 1861 il Ministro della marina francese telegrafa a Gaeta per informare il comandante della Piazzaforte che nel porto di Napoli è all'ancora la nave francese "Mouette", messa a disposizione della famiglia reale borbonica per qualsiasi necessità.

Conclusione dell'assedio[modifica | modifica wikitesto]

Febbraio 1862: immagine della batteria Cittadella della fortezza di Gaeta

L'assedio dura 102 giorni, di cui 75 trascorsi sotto il fuoco nemico. Tra tutti gli assedi subiti da Gaeta nella sua millenaria storia di fortezza militare fin dall'846, questo è il più ingente per i mezzi militari impegnati.
Il numero ufficiale delle vittime di questo assedio sono state:
- tra le file piemontesi: 46 morti, 321 feriti, 0 dispersi;
- tra le file borboniche: 826 morti, 569 feriti, 200 dispersi.
Purtroppo non ci sono le registrazioni ufficiali di morti, feriti e dispersi tra la popolazione civile, che pure ha patito l'assedio.

Il 4 febbraio 1861 viene centrata dal tiro dell'artiglieria nemica di Casa Occagno la polveriera Cappelletti, dove sono stipati 180 chili di polvere da sparo e, solo grazie all'eroismo di alcuni artificieri, si evita che l'incendio si propaghi pure alla polveriera Transilvania.

Il 5 febbraio 1861 alle ore 16:00 il magazzino delle munizioni della batteria S. Antonio esplode, creando una breccia nei bastioni di protezione larga circa 30-40 metri, la perdita di oltre 7 tonnellate di polvere da sparo e circa 42.000 cartucce da carabina e da fucile. Nel crollo muoiono 316 artiglieri napoletani e 100 civili. Gli artiglieri piemontesi gioiscono per il grave danno arrecato alle difese borboniche ed iniziano a gridare "Viva l'Italia!" così forte che si sente fin dentro le mura di Gaeta.
Viene prontamente allestita dai soldati borbonici una batteria con 2 cannoni a protezione della breccia, per impedire al nemico di poterne fare uso per entrare in Gaeta via mare. Tra le file borboniche ci si domanda come abbia potuto essere così preciso il fuoco nemico da centrare in pieno il deposito munizioni della Batteria S. Antonio, si inizia a sospettare che tale episodio sia stato in realtà un atto di sabotaggio per anticipare la resa di Gaeta, ma molto probabilmente è stato soltanto un colpo di fortuna a far centrare agli artiglieri piemontesi della Batteria Madonna di Conca la polveriera S. Antonio, aiutati dal possesso delle mappe della piazzaforte. Anche dopo il crollo della Batteria S. Antonio, le batterie piemontesi continuano coi loro bombardamenti, concentrando il fuoco su ciò che resta della Batteria distrutta.

Nel frattempo il generale Cialdini riunisce il suo Stato Maggiore per mettere a punto la strategia dell'assalto finale, si inizia a calcolare le forze militari necessarie per entrare via mare dallo squarcio aperto nella Batteria S. Antonio, a stimare il numero delle eventuali perdite tra i soldati piemontesi ed inizia a far esercitare i propri soldati all'uso delle scale; ma al momento l'idea dell'assalto finale via terra viene accantonato all'unanimità dalla Stato Maggiore perché i piemontesi non se la sentono di far rischiare la vita ai propri soldati in un'azione di guerra molto sanguinosa e decide che la capitolazione di Gaeta deve avvenire aumentando i bombardamenti sulla città.
Intanto sui giornali che seguono gli eventi bellici circola la notizia che l'esercito piemontese avrebbe creato una nuova arma (detta brulotto minatore), una specie di bomba lanciata da bordo di navi piemontesi, allo scopo appositamente modificate, così potente non solo da riuscire a demolire le fortificazioni della città, ma anche da distruggere l'abitato interno alle mura ed infliggere gravi perdite umane. Il generale Cialdini si arrabbia coi giornali accusandoli di essere irresponsabili ed avvia una inchiesta interna per individuare chi abbia raccontato ciò ai giornalisti violando il segreto militare.

Il 6 febbraio tra gli schieramenti viene concordata una tregua di 48 ore per consentire di seppellire i morti, soccorrere i feriti ed evacuare 200 soldati borbonici feriti e malati imbarcandoli su 2 navi piemontesi.

Il comandante di Gaeta, generale Ritucci, convoca il Consiglio di Difesa, a cui partecipano 31 ufficiali superiori,a causa dell'epidemia di tifo, delle condizioni sanitarie scadenti e della truppa molto stanca.

L'11 febbraio 1861 il re Francesco II di Borbone, per risparmiare ulteriore sangue, dà mandato al Governatore della piazzaforte di negoziare la resa di Gaeta. Un manipolo di ufficiali borbonici, composto dal Generale Antonelli, dal Brigadiere Pasca e dal Tenente colonnello Delli Franci, si reca a Mola di Gaeta via mare per trattare la resa e vi resta per due giorni.

La batteria Cittadella a conclusione dell'assedio. Sono visibili i numerosi segni dei colpi piemontesi

Nel frattempo, il Generale Enrico Cialdini fa continuare il bombardamento di Gaeta giustificandosi che, pur contento di iniziare le trattative di resa, non può accogliere una richiesta di tregua essendo sua abitudine continuare le ostilità finché non viene firmata la capitolazione.
E tale ingiustificato accanimento contro le difese della piazzaforte sortisce ulteriori distruzioni di una città allo stremo e causa inutili lutti tra militari e civili assediati.
Infatti intorno alle ore 15,00 esplode la polveriera della Batteria Philipstad, e verso le ore 16,00 alcuni colpi dell'artiglieria piemontese fanno saltare in aria anche la polveriera della Batteria Transilvania. Il tiro continuo delle batterie piemontesi impedisce di prestare soccorso ai feriti e dare sepoltura ai morti.

Il 13 febbraio 1861 nella villa reale dei Borbone (già villa Caposele, attualmente Villa Rubino, in Formia) viene firmato l'armistizio; alle ore 18:15 le artiglierie di entrambi gli schieramenti smettono le ostilità entrando in vigore il cessate il fuoco a seguito della firma della capitolazione e la guarnigione fuoriesce dalla piazzaforte con l'onore delle armi.

Il 14 febbraio alle ore 08,00 circa, mentre le truppe dell'esercito piemontese entrano nella piazzaforte di Gaeta e si raccolgono su Monte Orlando come previsto dagli accordi di capitolazione, il re Francesco II di Borbone e la regina Maria Sofia seguiti da principi e ministri, dopo aver ricevuto gli ultimi onori militari dalle truppe borboniche schierate sul lungomare di Gaeta ed un caloroso saluto dalla popolazione civile sopravvissuta ai bombardamenti, si imbarcano sulla nave da guerra francese "Mouette" per recarsi in esilio a Roma, ospiti del Papa. Quando la Mouette è fuori il porto, le batterie di Gaeta esplodono 20 colpi di cannone come estremo saluto al re che parte in esilio, e da terra si sentono per l'ultima volta le grida dei soldati borbonici "viva 'o rre!".
Solo dopo la partenza dei reali borbonici il generale Enrico Cialdini può prendere pienamente possesso di tutta la Piazzaforte ed alzare la bandiera tricolore sui bastioni di Gaeta.

Il Trattato della capitolazione di Gaeta stabilisce, tra le altre cose: "Gli ufficiali conserveranno le loro armi, i loro cavalli bardati e tutto ciò che loro appartiene e sono falcoltati altresì a ritenere presso di loro i trabanti rispettivi".

A tutti gli ufficiali del disciolto esercito borbonico delle Due Sicilie vengono concessi due mesi di tempo, per decidere se riprendere servizio nell'esercito piemontese conservando il grado militare di provenienza o se essere prosciolti dalla ferma militare.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Una leggenda dell'epoca narrava che dopo il 15 dicembre, con l'inasprirsi dei bombardamenti, la regina Maria Sofia di Baviera iniziò a vedersi continuamente sui bastioni della città, accorrendo in aiuto dei soldati combattenti, prodigandosi a soccorrere i feriti e a dare conforto ai soldati che resistono nonostante i bombardamenti piemontesi divenendo col suo coraggio il simbolo dell'assedio, meritandosi il soprannome di "eroina di Gaeta", questa storia venne diffusa e probabilmente inventata dal giornalista francese Carlo Garnier.[11].
  • Nonostante la drammaticità della situazione, il 1º gennaio 1861 in una cerimonia ricca e fastosa i reali di casa Borbone ricevettero gli auguri per l'anno nuovo dagli ufficiali in alta uniforme[senza fonte].
  • Il 5 gennaio 1861 una cannonata piemontese sfondò il soffitto dello spogliatoio della regina Sofia, e così i reali, non più sicuri, si trasferirono in una casamatta nei pressi del bastione "Ferdinando"[senza fonte].
  • Pur nella precarietà dell'assedio, il 16 gennaio Francesco II di Borbone festeggiò il proprio compleanno con una parata militare e una salva di 21 colpi sparati dalle navi spagnole e francesi all'ancora in rada[senza fonte]. Onorarono l'invito del re e assistettero alla cerimonia anche alcuni diplomatici stranieri venuti appositamente per l'occasione; al termine fecero ritorno a Roma.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Garnier, Charles. Journal du siège de Gaëte Dentu, Parigi, 1861.
  • Kleen, Johan AF. Memoires sur le Siege de Gaete, 1860-1861,.-F.Meyer et Cie., Stoccolma, 1861.
  • Nagle, G.; Anfora, F. Difesa di Gaeta 1860-1861. Cardamone, Napoli, 1861.
  • Anon. Gaëte Document Officiales, Dentu, Parigi, 1861.
  • Rustow, Guglielmo. La guerra italiana del 1860 descritta politicamente e militarmente. Versione del Dott. G. Bizzonero, Stabilimento Civelli Giuseppe, Milano, 1862.
  • Quandel, Pietro. Giornale della difesa di Gaeta da novembre 1860 a febbraio 1861. [..]. Placidi, ROMA, 1863.
  • Severo, Lucio. Di Gaeta e delle sue vicissitudini fino all'ultimo assedio del 1860-61. Italia, 1865.
  • De Sivo, Giacinto. Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861. Roma, Verona, Viterbo, 1863 - 67, 8, voll. 5
  • Carandini, Federico. L' assedio di Gaeta nel 1860-61: studio storico-militare / del marchese Federico Carandini. f.lli Bocca, Torino, 1875.
  • Butta, Giuseppe. Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Memorie della rivoluzione dal 1860 al 1861. Savastano, Napoli, 1875.
  • Nisco, Nicola. L' assedio di Gaeta (1860-1861): conferenza al Circolo Filologico, cav. Antonio Morano, Napoli, 1888.
  • De Cesare, Raffaele.La fine di un regno Casa Editrice S. LAPI, Città di Castello, 1909.
  • Guerritore, Antonio. La campagna del Volturno e l'assedio di Gaeta (1860-61) Corrispondenze dal Campo. Morano, Napoli 1911.
  • Di Lauro, Raffaele. L' assedio e la resa di Gaeta, 1860-61 E. Marino, Caserta, 1923.
  • Cesari, Cesare. L'assedio di Gaeta e gli avvenimenti militari del 1860-61 nell'Italia Meridionale, Roma. Libreria dello Stato 1926.
  • AA.VV. Gazzetta di Gaeta 14 settembre 1860 - 8 febbraio 1861 Roma Centro Editoriale Internazionale 1972 Ristampa anastatica a cura di Alessandro Piccioni. Facsimile dell'originale.
  • Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli, Milano, 2010.
  • Nicola Forte, "Viaggio nella memoria persa del regno delle Due Sicilie" -Imagaenaria-2007
  • Antonello Battaglia, "Il Risorgimento sul mare. La campagna navale del 1860-1861", Nuova Cultura, Roma, 2012

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Journal du siège de Gaete par Charles Garnier. E. Dentu, Paris, 1861, pag. 92. Accesso il 31 dicembre 2012.
  2. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 49. UTET, Torino.
  3. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 41-42. UTET, Torino.
  4. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 44. UTET, Torino.
  5. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 44. UTET, Torino.
  6. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 43. UTET, Torino.
  7. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 49. UTET, Torino.
  8. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 52. UTET, Torino.
  9. ^ Gigi Di Fiore (2004) I vinti del Risorgimento, pag. 171. UTET, Torino.
  10. ^ Carlo Belviglieri, Storia d'Italia dal 1804 al 1866, Corona e Caimo editori, Milano, 1867, pag.286
  11. ^ Gigi Di Fiore, Gli ultimi giorni di Gaeta, Rizzoli, 2010, pag. 102

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]