Vittorio Amedeo II di Savoia

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Vittorio Amedeo II
Vittorio Amedeo II di Savoia.jpg
Re di Sardegna
Stemma
In carica 1675-20 febbraio 1720 come duca di Savoia - 20 febbraio 1720-1730 come re di Sardegna
Predecessore Carlo Emanuele II
Successore Carlo Emanuele III di Savoia
Nome completo Vittorio Amedeo II Francesco di Savoia
Altri titoli dal 1675 al 1720 duca di Savoia, marchese di Saluzzo e del Monferrato, principe di Piemonte e conte d'Aosta, Moriana e Nizza; dal 1713 al 1720 re di Sicilia
Nascita Torino, 14 maggio 1666
Morte Moncalieri, 31 ottobre 1732
Sepoltura Basilica di Superga
Casa reale Savoia
Padre Carlo Emanuele II
Madre Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours
Consorte Anna Maria d'Orléans
Anna Canalis

Vittorio Amedeo II Francesco di Savoia, detto la Volpe Savoiarda[1] (Torino, 14 maggio 1666Moncalieri, 31 ottobre 1732), fu duca di Savoia, marchese di Saluzzo e marchese del Monferrato, principe di Piemonte e conte d'Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720. Fu anche re di Sicilia dal 1713 al 1720, quando divenne re di Sardegna. Primo re di casa Savoia, col suo lungo governo trasformò radicalmente la politica piemontese, basata sulla sottomissione alle potenze straniere quali Francia o Spagna, rivendicando orgogliosamente l'indipendenza del piccolo stato dalle vicine nazioni (si pensi, ad esempio, all'episodio dell'assedio di Torino del 1706). Vittorio Amedeo II seppe progredire in questa sua politica riuscendo infine a ottenere l'ambita corona reale.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Figlio di Carlo Emanuele II di Savoia e di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, Vittorio Amedeo II fu subito nominato principe di Piemonte, titolo che nello Stato sabaudo spettava tradizionalmente all'erede al trono. Da quando il padre Carlo Emanuele II di Savoia era asceso al trono nel 1638, ad appena quattro anni, principe ereditario era stato prima il cardinal Maurizio (sino al 1657), e poi il nipote di questi Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano. Quando Carlo Emanuele II di Savoia morì improvvisamente, Vittorio Amedeo II si trovo ad esser duca ad appena nove anni e il principe di Carignano tornò nuovamente erede al trono.

Charles Dauphin, I duchi Carlo Emanuele II e Maria Giovanna Battista di Savoia con l'appena nato Vittorio Amedeo II, Madrid, Prado

La reggenza venne affidata alla madre, donna ambiziosa e intrigante ma non energica, la quale aveva tutto l'interesse a mantenere lo Stato sabaudo nell'orbita francese, in cui già si trovava, e possibilmente a conservare il potere. Per questo motivo "Madama Reale" (titolo che le spettava in quanto il suo defunto marito si era insignito del titolo di Re di Cipro, perché erede dei Lusignano) sorella di Maria Francesca di Savoia Nemours, regina del Portogallo cercò di indurre il figlio a un matrimonio con la cugina Isabella Luisa di Braganza, figlia di Pietro II del Portogallo. All'epoca, Vittorio Amedeo aveva soltanto tredici anni, per cui fu facile giungere all'accordo matrimoniale, che l'avrebbe visto divenire Re del Portogallo e che l'avrebbe obbligato al soggiorno a Lisbona dal momento della celebrazione del matrimonio. L'atto venne rogato il 15 maggio 1679[2].

Ma il giovane principe non aveva intenzione di partire: quando il delegato lusitano, il Duca di Cadaval, arrivò a Torino, Vittorio Amedeo si dichiarò colto da un attacco di febbre finché non riuscì ad evitare le nozze[3]. Per i suoi cittadini piemontesi, che avevano visto con terrore la possibilità che il loro Duca diventasse Re di Portogallo, temendo che il Piemonte si trovasse nella stessa condizione della Lombardia nei confronti della Spagna, fu momento di gran festa.

È in questo momento (verso il 1680) che avvennero moti insurrezionali in mezzo Piemonte, specialmente a Mondovì (le cosiddette guerre del sale).

Le guerre del sale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerre del sale (1680-1699).

Le agitazioni erano dovute alle impopolari gabelle sul sale e alle imposte tributarie che tutte le città sabaude dovevano versare alla Corona dai tempi di Emanuele Filiberto di Savoia[4]. Il clero ne era ovviamente esentato.

Duchi di Savoia
e Re di Sardegna
Casa Savoia

Armoiries Savoie 1630.svg

Vittorio Amedeo II la Volpe

Dai tempi del duca "Testa di Ferro" non era cambiato l'ammontare della cifra che ogni comune doveva versare annualmente e si erano generati grandi squilibri, aumentando il malcontento popolare. Un malcontento che esplose con violenza a Mondovì, dove i popolani si rifiutarono di pagare le imposte all'emissario sabaudo, Andrea Cantatore di Breo. Questi era un ex frate cappuccino che aveva abbandonato la tonaca e che ora odiava la religione ed i suoi ministri. I primi monregalesi che egli visitò furono ovviamente i religiosi, cui sottrasse anche tesori. Questi cercarono di reagire e si organizzarono in compagnie per stanare il Cantatore, ma non riuscirono a rintracciarlo, anche perché si trovarono di fronte le masnade degli scagnozzi dell'esattore, armati di tutto punto, contro i quali i semplici frati non potevano sperare di avere la meglio. Intanto l'intera Mondovì era insorta. Da Torino venne richiamato il Cantatore e venne inviato don Gabriele di Savoia con l'esercito per piegare definitivamente i rivoltosi[4]. All'inizio sembrò semplice sottomettere i poveri contadini, armati per lo più solo con i loro attrezzi da lavoro, ma i successi di don Gabriele erano apparenti: quando un paese veniva sottomesso, un altro insorgeva. A Montaldo, uno dei paesi più tenaci nella ribellione, i soldati regi persero più di duecento uomini contro la decina di contadini montaldesi che avevano attaccato l'esercito sabaudo per vari giorni, con azioni di guerriglia. Gli stessi Montaldini occuparono poi la fortezza regia di Vico.

I moti raggiunsero così rapidamente dimensioni pericolose: c'era la possibilità che tutto il Piemonte insorgesse. Perciò, la Madama Reale dovette cedere alla volontà dei monregalesi e si rappacificò con loro[5]. I rappresentanti della città di Mondovì si recarono a Torino per stipulare i trattati e furono accolti cordialmente anche dal giovane duca Vittorio Amedeo, ancora costretto a letto da quella febbre che aveva impedito il matrimonio con la cugina portoghese.

Il matrimonio e la presa del potere[modifica | modifica sorgente]

Nonostante avesse raggiunto la maggiore età nel 1681 (per i sovrani essa era segnata dal raggiungimento del quindicesimo anno d'età), Vittorio Amedeo II non aveva ancora preso realmente il potere nelle sue mani. Per farlo, egli aveva bisogno di spezzare l'alleanza che la madre aveva stretto con Luigi XIV e di cui il progettato matrimonio portoghese era solo una delle conseguenze. Egli allora scelse di condurre direttamente le trattative per il proprio matrimonio e, spiazzando la madre, si rivolse proprio a Luigi XIV. Tradizionalmente, i principi sabaudi sposavano figli di imperatori o di re (e soprattutto non sposavano mai principesse italiane, le cui famiglie consideravano di rango inferiore)[6]. A causa del legame con la Francia determinatosi dopo la sconfitta di Carlo Emanuele I nel 1630, era necessario che tale principessa fosse francese. Tuttavia Luigi XIV non aveva avuto figlie femmine. Già Carlo Emanuele II aveva sposato in prime nozze Francesca d'Orléans, figlia del conte Gastone, fratello di Luigi XIII, e che era all'epoca la principessa più vicina al re di Francia. Vittorio Amedeo II fece lo stesso. Poiché Luigi XIV aveva avuto solo figli maschi, la scelta della sposa cadde su Anna Maria di Orléans, figlia del duca Filippo I di Borbone-Orléans, fratello del re. Si noti che solo pochi anni prima, nel 1679, la sorella maggiore della sposa, Luisa (1662-1689) aveva sposato il re di Spagna Carlo II.

Con la stipula del contratto di nozze, Vittorio Amedeo II s'era garantito l'appoggio di Luigi XIV. Poté, quindi, sferrare con tranquillità l'attacco alla madre, dichiarando l'assunzione diretta del potere. A Maria Giovanna Battista non restò che fare buon viso a cattivo gioco, accettando la situazione e scrivendo al figlio un'affettuosa lettera, in cui ella stessa dichiarava di volergli consegnare spontaneamente il potere che lei tanto gelosamente aveva mantenuto fino ad allora nelle sue mani. Da allora, comunque, i suoi rapporti col figlio divennero ancora più freddi e durante la guerra della lega di AUgusta (1690-1696) non esitò ad inviare a Luigi XIV copia dei bilanci militari sabaudi per informarlo di quali fossero le vere forze di Vittorio Amedeo.

Persecuzioni dei valdesi[modifica | modifica sorgente]

Ancora una volta si assistette alle persecuzioni dei valdesi. Era un'espressa volontà di Luigi XIV, infatti, che la minoranza valdese fosse annientata. La Corona di Torino, in parte per quanto accaduto al tempo delle guerre dei Principisti e dei Madamisti e molto per colpa della politica di Madama Reale, era ormai completamente asservita ai "consigli" che arrivavano, a guisa di ordini, da Versailles e Vittorio Amedeo dovette accettare la presenza in Piemonte di un grosso contingente francese per cacciare i Valdesi. Gli orgogliosi seguaci della dottrina di Pietro Valdo, infatti, vivevano nelle loro valli intorno a Torre Pellice e, minacciati, fecero della Val d'Angrogna la loro roccaforte. La persecuzione iniziò nel 1686[1], ci furono episodi di ferocia, cui sopravvissero pochissimi eretici. Gli altri, o condannati sommariamente o incarcerati a Torino e Cherasco, furono tenuti in condizioni durissime e privati di ogni conforto spirituale (se si esclude l'intervento che ebbe il Valfré) e vennero liberati solo dopo una lunga prigionia per intercessione dei Cantoni della Svizzera, che accettarono di accoglierli come profughi. Pochissimo tempo dopo, mutato il clima politico coll'avvicinamento della Grande Alleanza a Vittorio Amedeo per staccarlo dall'alleanza francese e indebolire Luigi XIV, i superstiti guidati da Giosue Gianavello e dal pastore Arnaud rientrarono nel Ducato, con la cosiddetta glorieuse rentrée[1], battendosi contro i Francesi, ma evitando accuratamente le truppe ducali, che, da parte loro, li cercarono solo dove sapevano di non trovarli.

Targa per ricordare la prigionia dei Valdesi a Cherasco

Vittorio Amedeo II si ribella alla Francia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra della Grande Alleanza.

Vittorio Amedeo sapeva che se voleva garantirsi la sopravvivenza politica dello Stato doveva liberarsi dalla sempre più opprimente influenza della Francia. Per questo, quando la Lega di Augusta, formata nel 1686 tra le principali potenze europee per contrastare la politica espansionistica di Luigi XIV prese contatto con lui, offrendogli di partecipare, decise di aderire e si recò a Venezia in incognito per poter discutere con i rappresentanti della Lega. Luigi XIV, entrato in guerra all'improvviso contro la Lega nel 1688, chiese a Vittorio Amedeo tre reggimenti da 1.000 fanti ciascuno. Vittorio rispose di poterne dare solo 1.200, perché i suoi reggimenti ne contavano 400 l'uno. Luigi XIV si accontentò, ma poi gli vietò di ricorrere a nuovi arruolamenti, imponendogli pure di limitare gli effettivi dell'esercito ducale a non più di 2.000 uomini, ragion per cui, verso la fine del 1689, Vittorio Amedeo, dicendosi indifeso, volle richiamare i suoi reggimenti che militavano nelle fila francesi in Fiandra; ma Luigi gli diede scacco: non gli restituì i Piemontesi e gli offrì invece 5 o 6.000 dragoni francesi. Apparentemente gl'impediva di dirsi indifeso – nei confronti degli Spagnoli dello Stato di Milano, 6.000 francesi costituivano una dissuasione maggiore che 1.200 piemontesi - ma in realtà lo manteneva debole e gl'imponeva un esercito d'occupazione. Per di più a Versailles si sapeva che le forze sabaude ammontavano a 9-10.000 uomini, poiché Madama Reale aveva mandato al ministro Louvois una copia del bilancio di quell'anno, da cui risultavano un'entrata di 8 milioni di lire e la forza dell'esercito. Intanto, non ancora pronto alla guerra, Vittorio Amedeo decise d'aggirare il divieto di Luigi XIV di tenere in armi più di 2.000 soldati e richiamò a rotazione tutta la milizia. Chiamando e congedando i contingenti uno dopo l'altro, riuscì a non superare la quota impostagli da Versailles ed a tenere in addestramento tutto l'esercito. La Lega intanto aveva accettato le condizioni territoriali e finanziarie avanzate da Vittorio Amedeo per aderire, ma alcune notizie sulle trattative arrivarono a Versailles, seguite dalla notizia che l'8 febbraio 1690 Vittorio Amedeo aveva pagato un milione di lire all'Imperatore per l'acquisto dei feudi delle Langhe. Luigi XIV gli scrisse allora che considerava un atto antifrancese qualsiasi versamento di denaro all'Imperatore. Vittorio Amedeo rispose dicendo che i banchieri avevano provveduto, di loro iniziativa, al saldo all'Imperatore Leopoldo I e Luigi allora gli fece arrivare un ultimatum tramite il maresciallo Nicolas Catinat

Nicolas Catinat

Al generale francese Catinat l'accaduto era spiaciuto e voleva un prova di buona volontà da parte piemontese, consistente nella messa a disposizione della Francia di due reggimenti di fanteria e due di dragoni entro 48 ore, altrimenti sarebbe stata guerra. Vittorio Amedeo protestò di nuovo la propria buona fede e venne fuori che, forse, Luigi XIV avrebbe potuto accettare di considerare una prova d'amicizia la cessione della cittadella di Torino e di Verrua, ormai le ultime rimaste ai Savoia. Allora il duca di Savoia finse di accondiscendere, dichiarò che avrebbe mandato all'ambasciatore a Versailles istruzioni di stipulare un trattato in tal senso e riuscì ad evitare all'ultimo momento che le truppe francesi gli devastassero il Ducato, quando già si stavano mettendo in movimento; poi, firmati gli accordi con Spagna e Impero, convocò l'ambasciatore francese e gli annunciò formalmente la propria nuova posizione e la guerra.

L'esercito francese, guidato dal generale Catinat, incominciò a devastare il Piemonte, contrastato dai contadini e dalla milizia, finché il 17 agosto 1690 lasciò Cavour e nel pomeriggio prese ad attraversare il Po nei pressi di Staffarda, dove fu attaccato dall'armata alleata, composta da reparti sabaudi e spagnoli, ingaggiando quella che è nota come battaglia di Staffarda, dove Vittorio Amedeo subì tuttavia una cocente disfatta: la situazione parve più critica di quello che era. Grazie al sistema della milizia e al profondo attaccamento che il popolo aveva per il suo duca, la compattezza contro i Francesi fu notevole e il patriottismo altissimo. Nel 1691 venne diffuso in tutto lo Stato l'opuscolo di Sebastiano Valfrè intitolato Il modo di santificare la guerra, con il quale il beato religioso intendeva incitare ancor più i popolani a cacciare lo straniero ed a difendere il loro sovrano[7]. Nel 1691 i Francesi tentarono un assedio a Cuneo ma una colonna di soccorso, guidata dal principe Eugenio di Savoia-Soissons, li mise in rotta. Nel 1692 Eugenio e Vittorio Amedeo condussero una fortunata incursione in Francia devastando il Delfinato e infine, nel 1693, mentre l'esercito sabaudo-ispano-imperiale assediava Pinerolo, in mano ai Francesi da oltre mezzo secolo, un corpo di soccorso francese si avvicinò e fu affrontato dagli alleati il 4 ottobre nella battaglia della Marsaglia. All'ultimo momento, a un passo dalla vittoria, a causa del cedimento delle truppe spagnole i Piemontesi vennero ancora battuti. Nonostante questo, Vittorio Amedeo poté continuare la guerra e, sfruttando la stanchezza dei Francesi, impegnati su più fronti, dopo aver posto l'assedio a Casale Monferrato nel 1693, riuscì ad indurre Luigi XIV alla pace, ottenendo i maggiori vantaggi possibili, prima che i suoi alleati facessero lo stesso ai suoi danni[8]. Col trattato di Pinerolo, poi confermato dal trattato di Torino, Vittorio Amedeo ottenne la cessione di Pinerolo e del corridoio che l'univa alla Francia; la restituzione di tutti i territori sabaudi conquistati dai Francesi durante la guerra e, infine, la neutralità dell'Italia, per mantenere la quale l'esercito francese e quello piemontese avrebbero agito uniti contro gli Alleati se non l'avessero accettata. Inoltre la corte di Versailles avrebbe concesso a Vittorio Amedeo il trattamento regio, di cui già godeva da parte di quelle di Madrid, Vienna e Londra, e il matrimonio del Duca di Borgogna, nipote di Luigi XIV e presunto futuro re di Francia, con sua figlia Maria Adelaide di Savoia. Dopo sei anni di guerra il Duca aveva raggiunto i suoi scopi in pieno e poteva ritenersi politicamente soddisfatto.

Guerra di successione spagnola[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra di successione spagnola.

La fine della Guerra della Lega di Augusta o della Grande Alleanza non aveva contribuito a disegnare un nuovo equilibrio nel continente. Pretesto per i più ambiziosi progetti mai sognati da Luigi XIV fu la morte senza eredi di Carlo II di Spagna, nel 1700, che sancì l'inizio di quel conflitto che avrebbe preso il nome di guerra di successione spagnola. Anche il Duca di Savoia avanzava diritti al trono di Madrid, per via della dote mai versata di Caterina Michela d'Asburgo, moglie di Carlo Emanuele I, ma Carlo II aveva fatto testamento in favore di quello che sarebbe divenuto Filippo di Borbone, che era il secondogenito del Delfino di Francia. Questa scelta fece sì che Vittorio Amedeo II si trovasse accerchiato su tutti i fronti dall'alleanza franco-spagnola, poiché anche il Milanese era passato in mano a Filippo V. Obbligato a sottoscrivere un'alleanza triennale con Francia e Spagna, Vittorio instaurò dei contatti segretissimi coll'Imperatore, preparandosi a cambiare campo allo scadere del Trattato. l'alleanza con la Francia lo impegnava a dare la propria figlia Maria Gabriella in moglie a Filippo V ed a portare personalmente 8.000 fanti e 2.500 cavalieri entro il mese d’agosto al campo dell’esercito franco-spagnolo, del quale avrebbe assunto nominalmente il comando supremo. In cambio avrebbe ricevuto un sussidio annuo di 650.000 scudi per le spese di guerra. Non aveva però la minima intenzione di farsi rinserrare tra i Borboni e l’11 aprile 1701, cinque giorni dopo la firma del trattato, scrisse al suo ambasciatore a Vienna, incaricandolo d’assicurare all’Imperatore, nella più grande segretezza, che non cercava di meglio che poterglisi alleare. Nell'agosto del 1703 il conte Auersperg, ambasciatore imperiale, giunse a Torino in gran segreto e perfezionò gli accordi Luigi XIV fu informato delle trattative dal suo servizio segreto e ordinò di neutralizzare lo Stato sabaudo. Le truppe francesi in Lombardia fecero prigioniero a San Benedetto Po il contingente piemontese, mettendone parte in carcere nelle fortezze spagnole della Lombardia e inglobando il resto nell'esercito destinato in Germania. Quando la notizia giunse a Torino, l'ambasciatore di Francia venne arrestato e condotto nella cittadella[9]. I Francesi passarono all'offensiva in Piemonte e nell'arco di tre anni riuscirono a prendere Vercelli, Susa, Ivrea e Aosta. Torino stessa fu minacciata da vicino, ma nessuno tra i comandanti nemici giudicava fattibile un assedio alla capitale se prima non erano state prese le fortezze che la circondavano come un anello. I tentativi dell'esercito imperiale condotto da Eugenio di Savoia, impegnarono a fondo l'esercito franco-spagnolo in Lombardia, ma non riuscirono a sbloccare la situazione. Un ulteriore tentativo offensivo fatto da Eugenio nel 1705 a Cassano d'Adda si risolse con una vittoria difensiva del comandante francese, suo cugino duca di Vendôme. Dopo un primo abbozzo di blocco nel 1705, nella primavera del 1706 i Francesi si decisero ad assediare Torino.

Assedio di Torino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi assedio di Torino.
Il principe Eugenio di Savoia, il cui intervento fu determinante per la vittoria nell'assedio di Torino del 1706

Il dispiegamento di forze francesi per l'assedio era imponente. Dovevano superare le difese della cittadella, una fortezza considerata tra le più inaccessibili d'Europa, voluta dal duca Emanuele Filiberto e fiore all'occhiello della difesa sabauda; ma l'assedio si limitò ad essa e non alla cinta muraria della città, che fu solo accerchiata e bloccata. Il bombardamento contro la cittadella era incessante, ma poiché le sue mura erano molto basse, le palle e le bombe cadevano in tutta la città. Mentre le scorte alimentari erano sufficienti a resistere a un lungo assedio, quelle di munizioni bastavano per circa cinque mesi. Vittorio Amedeo fece uscire la famiglia, mandandola a Genova, ospite della Repubblica, poi si mise alla testa della cavalleria e uscì anche lui da Torino per molestare gli assedianti. Lasciò il comando della città al generale imperiale Filippo Lorenzo Wierich conte von Daun, mandatogli dal principe Eugenio.

Carta del Piemonte durante l'invasione francese.

Fin dalla costruzione della cittadella nel XVI Secolo erano state scavate dai piemontesi delle gallerie di mina, cioè dei lunghi cunicoli che si diramavano nella campagna come i rami degli alberi, al termine dei quali erano piazzate delle cariche esplosive, che venivano fatte saltare sotto i piedi del nemico. I Francesi ne conoscevano l'esistenza, ma non i percorsi, per cui cercarono d'intercettarle, ma con poco successo. Fu proprio in una di queste gallerie che, nella notte del 29 agosto, penetrò un gruppo di granatieri francesi che fu fermato dall'eroico sacrificio di Pietro Micca.

Il 29 agosto, dopo aver evitato i nemici passando sulla riva destra del Po all'altezza della confluenza dell'Adige ed aver compiuto una lunga e rapida marcia verso ovest, il principe Eugenio si incontrò con Vittorio Amedeo presso Carmagnola. Da lì proseguirono in direzione della città assediata: il 2 settembre salirono sul colle di Superga. Secondo una leggenda, Vittorio Amedeo fece voto alla Madonna di erigerle una grande chiesa, in posizione dominante, sulla collina, ove in quel momento sorgeva solo un piccolo pilone, se avesse concesso la liberazione di Torino[10]. La mattina del 7 settembre la battaglia di Torino iniziò ad infuriare sotto le mura della cittadella. I francesi furono annientati completamente. Come ringraziamento per la stupefacente vittoria, Vittorio Amedeo, divenuto Re di Sicilia, fece costruire la basilica di Superga, opera dell'architetto Filippo Juvarra.

Vittorio Amedeo II re di Sicilia[modifica | modifica sorgente]

L'imponente facciata della Basilica di Superga, fatta erigere per volontà del duca dopo la vittoria nella battaglia di Torino

Dopo la cocente disfatta francese presso Torino, Vittorio Amedeo II, spinto dall'Inghilterra, che pagava grossi sussidi a lui e all'Impero, accettò di marciare verso Tolone. L'avanzata delle truppe imperiali e piemontesi appoggiate da una squadra anglo-olandese verso la base del flotta francese del Mediterraneo ebbe successo. Tolone fu assediata in luglio mentre gli alleati inglesi, occupate le isole Lerino, la bloccavano dal mare. La flotta del Re Sole fu sommersa dai Francesi per evitarne la distruzione e proteggerla in qualche modo dai tiri, ma quando gli assedianti si ritirarono, nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1707, e la flotta fu riportata a galla, si vide che le cannonate nemiche ne avevano forato ponti e carene e che era completamente distrutta. Al ritorno in Italia, Vittorio Amedeo ed Eugenio devastarono la Francia sudorientale e riconquistarono le fortezze di Exilles e Fenestrelle e la città di Susa, cadute in mano francese anni prima.

La morte di Giuseppe I, mise sul trono imperiale il fratello Carlo VI, che era il pretendente al trono di Spagna, per cui, per evitare la concentrazione nelle mani di un solo sovrano dei territori spagnoli e imperiali, la Gran Bretagna aprì delle trattative e concluse un armistizio, seguita dall'Olanda e poi da Savoia e Prussia.

La pace fu firmata a Utrecht e proprio mediante i trattati omonimi, la Casa Savoia ottenne vantaggi maggiori del previsto. A Vittorio Amedeo II andavano: Alessandria, la Lomellina, il Monferrato, Pragelato e l'alta Val di Susa, la Valsesia e i feudi delle Langhe. Inoltre, grazie alla pressione inglese, egli otteneva il titolo di re di Sicilia e quindi la potestà feudale su Malta. Il 10 giugno 1713 la Spagna firmò il documento di cessione dell'isola ai Savoia, ma con delle condizioni pericolose:

  • La Casa di Savoia non avrebbe mai potuto vendere l'isola o scambiarla con un altro territorio;
  • Se il ramo maschile dei Savoia si fosse estinto, essa sarebbe tornata alla corona di Madrid;
  • Tutte le immunità in uso in Sicilia non sarebbero state abrogate.

In realtà, proprio l'ultimo punto non fu rispettato da Vittorio Amedeo II e fu preso a pretesto per la guerra che ne seguì. All'ultimo momento, Filippo V fece aggiungere un'ulteriore condizione, secondo cui:

  • il Re di Spagna sarebbe stato in grado di disporre a suo piacimento dei beni confiscati ai sudditi siciliani rei di tradimento.
Vittorio Amedeo II ritratto da un anonimo piemontese. Il Re è raffigurato con la corazza da parata e il collare dell'Annunziata

Vittorio Amedeo volle accettare quest'ultima condizione, per evitare che una sua protesta potesse rinviare la stesura dei trattati: l'obiettivo del duca era cingere la corona regia. Il documento con cui si cedeva la Sicilia ai Savoia venne siglato il 13 luglio successivo. Gli araldi lo stesso giorno percorsero Torino annunciando l'acquisizione del titolo regio da parte di Vittorio Amedeo. Una folla esultante si accalcò davanti al palazzo ducale acclamando il nuovo Re.

Il 27 di quello stesso mese, Vittorio Amedeo II, in procinto di partire per la Sicilia, nominò il suo maschio primogenito, Vittorio Amedeo principe del Piemonte, luogotenente degli stati di terraferma; ma, poiché aveva sedici anni, fu assistito da un consiglio di reggenza. Il 3 ottobre una flotta inglese salpò con a bordo il futuro Re da Nizza alla volta di Palermo, ove sbarcò circa venti giorni dopo[11]. Il 24 dicembre, dopo una sontuosa cerimonia nella Cattedrale di Palermo, Vittorio Amedeo II e la moglie Anna Maria di Orléans ricevettero la corona regia.

Al parlamento siciliano egli così si espresse in una delle prime sedute:

« I nostri pensieri non sono rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare questo Regno per rimetterlo, secondo la Grazia di Dio, al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro e a quello stato cui dovrebbe aspirare per la fecondità del suolo, per la felicità del clima, per la qualità degli abitanti e per l'importanza della sua situazione »
(Carutti, cap. XIX[12])

I buoni intenti del Re vennero messi in pratica nella lotta contro il brigantaggio, nello sviluppo della marina mercantile e nella creazione di quella militare, specie per la lotta alla pirateria nordafricana, nonché nella riorganizzazione delle finanze e dell'esercito. Per converso dovette aumentare la pressione fiscale sull'isola con tasse ordinarie e tributi straordinari e, per ottenere una riorganizzazione dell'apparato statale sul modello già sperimentato con successo in Piemonte, iniziò un accentramento che portò in breve alla riduzione dei privilegi nobiliari e allo scontro con quella parte dell'aristocrazia che era di ascendenza spagnola e che quindi si dichiarò lesa nei diritti ed immunità che egli aveva promesso di rispettare. La permanenza del Re in Sicilia durò solo fino al 7 settembre 1714.

Unione della Sardegna al Piemonte[modifica | modifica sorgente]

Miniatura Rappresentante l' Incoronazione di Re Vittorio Amedeo II di Savoia come primo re di Sardegna

La pace di Utrecht, con tutto ciò che comportò, fu uno spartiacque nella storia piemontese, perché diede ai Savoia la corona regale, ma non assicurò loro il domino sulla Sicilia. La Spagna, infatti, stava fortemente riarmandosi, intenzionata a riprendere tutto ciò che aveva perso in Italia e che era andato in mano ai Savoia e, soprattutto, all'Austria. Una prima offensiva portò la flotta spagnola a sbarcare un corpo di spedizione che conquistò la Sardegna. Non si sapeva se la mossa seguente sarebbe stata contro il dominio austriaco a Napoli o contro la Sicilia: fu contro la Sicilia. Le poche truppe sabaude si chiusero nelle fortezze costiere e attesero soccorsi dall'Imperatore. Preoccupate dall'azione spagnola Francia, Olanda, Inghilterra e Austria si unirono in una Quadruplice Alleanza; ma la condizione messa dall'Imperatore era che la Sicilia passasse a lui. Vittorio Amedeo non aveva scelta e, quando gli arrivò la proposta di aderire alla Quadruplice Alleanza in cambio del titolo di Re di Sardegna, perso per perso accettò. La distruzione dell'imponente flotta spagnola nella battaglia di Capo Passero e il conseguente passaggio dalla Calabria in Sicilia degli Imperiali, che rilevarono i Piemontesi e poi batterono gli Spagnoli, furono basilari per la vittoria della Quadruplice Alleanza. In seguito ad essa, il trattato dell'Aia (20 febbraio 1720) passò a Casa Savoia l'isola di Sardegna con il titolo di Re di Sardegna, in cambio della Sicilia: era più vicina, ma meno ricca e meno popolata e all'epoca non fu un cambio ritenuto molto vantaggioso.

Politica interna[modifica | modifica sorgente]

Vittorio Amedeo II riteneva che il sovrano dovesse essere il punto di riferimento essenziale per l'organizzazione istituzionale, conducendo così una politica antinobiliare, basandosi sulla frantumazione del feudo. Su proposta del ministro Platzaert dunque, il sovrano ordinò una ricompilazione delle vecchie leggi ed una loro riforma: le Costituzioni di Sua Maestà redatte nel 1723 e riviste nel 1729. Attuò una politica mercantilistica abolendo i dazi interni e tassando fortemente l'esportazione di seta greggia per favorire la produzione interna; in campo amministrativo riordinò la burocrazia con la creazione di un governo centrale e l'apparato fiscale con l'attuazione di un'imposta generale su tutti i redditi e abolendo molti privilegi fiscali regionali e delle classi privilegiate. Durante il suo regno inoltre fu organizzata un'accademia militare e l'università di Torino fu laicizzata.

Ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

Annessioni del Piemonte sotto Vittorio Amedeo II

Lentamente, con il passare degli anni, i trionfi politici e militari avevano infastidito e stancato il Re. Non presenziava quasi più alle feste e ai ricevimenti, anzi tendeva ad evitare la vita di corte. Amante della semplicità, l'unico lusso che si concedeva era l'elegantissima parrucca stile Luigi XIV. A peggiorare il suo carattere schivo ed introverso, fu la vera e propria crisi che lo colpì in seguito alla morte del figlio primogenito, il prediletto Vittorio Amedeo Filippo. A corte si temette che il Re fosse sul punto di impazzire[13]. Lentamente, il sovrano rientrò in sé, ma i suoi nervi rimasero scossi per l'accaduto, e anche la sua voglia di regnare iniziò a venir meno. Con rassegnazione, accettò di cedere le redini del governo al secondogenito, che egli non amava[14].

Verso il 1728 la sua salute peggiorò e decise di abdicare in favore del figlio Carlo Emanuele III di Savoia, pur continuando a controllare la sua politica con consigli perentori e non allontanandosi dalla vita di corte. Concluse per il figlio un matrimonio di rilievo, con la principessa Anna Luigia Cristina, figlia dell'elettore Palatino, e dopo la di lei morte concluse un secondo matrimonio con un'altra principessa tedesca, Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg. La ferrea mano del padre pressava non poco Carlo Emanuele III: tra le proibizioni impostegli, il divieto di andare a caccia ogni giorno e di convivere negli stessi appartamenti della moglie. L'abdicazione divenne effettiva solo nel 1730 quando l'ex Re sposò morganaticamente Anna Canalis di Cumiana e si ritirò in Savoia.

Ma la parte di gentiluomo di provincia non si addiceva al carattere di Vittorio Amedeo II. Presto prese ancora a porre la sua pesante mano sul governo del figlio e, come il marchese d'Ormea ebbe a dire:

« Qui a Torino c'è il teatro, a Chambéry la mano che muove i burattini[15]»

Era una situazione insostenibile per Carlo Emanuele, ma egli si rassegnava alla volontà paterna.

Secondo la versione ufficiale dei fatti, fu sotto la spinta della seconda moglie, la Marchesa di Spigno, che Vittorio Amedeo II tentò di riprendere la Corona. Il suo isolamento avrebbe inasprito il suo carattere - si disse - e vedeva il suo Stato nelle mani di un figlio incapace. Così egli si espresse in riguardo alla sua abdicazione:

« L'atto è nullo e difettivo nella forma come nella sostanza. Ed è una gran fortuna che sia così; qui è tutto disordine e sono stato costretto a tornare in Piemonte per rimediare a tanta rovina[16]»

Dichiarato nullo il suo atto di abdicazione, dunque, minacciò anche di far intervenire gli imperiali nelle contese con il figlio. Carlo Emanuele si vide costretto ad usare la forza: con il consenso unanime dei ministri, Vittorio Amedeo II venne arrestato a Moncalieri e accompagnato a Rivoli. La sua residenza fu presidiata da un forte contingente di truppe e gli fu impedito di rimanere da solo.

Vittorio Amedeo reagì sulle prime con violenza: si temette persino che il furore lo portasse alla pazzia. Tutte le sue proteste furono inutili. Ottenne, solo dopo umilianti suppliche, che la Marchesa di Spigno fosse accompagnata a Rivoli nella sua dimora (essa era stata rinchiusa nella fortezza di Ceva, ove era consuetudine segregare le donne di facili costumi).

Il 5 febbraio 1731 fu colpito da un ictus e la sua salute peggiorò drasticamente. Chiese di poter cambiare residenza. Carlo Emanuele III gli concesse di rimanere a Moncalieri, ove fu trasportato nell'aprile 1732 su una lettiga scortata da numerosi soldati. Ivi, nella desolazione, si spense la sera del 31 ottobre 1732. Lo storico Domenico Carutti riferisce gli ultimi momenti di vita del principe:

« ...il padre Perardi, uno dei religiosi che assistevano il monarca agonizzante, parlavagli di Dio, e lo invitava a perdonare: non sapendo se egli intendeva ancora le sue parole, dissegli: Sire, se voi m'udite, se perdonate per ottener perdono, baciate questo crocifisso". Vittorio baciò fervorosamente l'immagine del Redentore. Alle nove e sette minuti di sera, spirò. »
(D. Carutti, Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, cap. XXVIII)

Il Marchese del Borgo, allora gran ciambellano, firmò l'atto di morte in data 1º novembre: era il tramonto di un uomo che per quasi mezzo secolo aveva dominato la scena politica italiana. La salma di Vittorio Amedeo II venne tumulata nella Basilica di Superga, dove tutt'oggi riposa.

Eredità[modifica | modifica sorgente]

La palazzina di caccia di Stupinigi, del 1727, realizzata dallo Juvara per gli svaghi della corte torinese

Vittorio Amedeo II seppe destreggiarsi con abilità nelle complesse vicende politiche dell'epoca. I suoi passaggi di bandiera così repentini, che fecero dire a Luigi XIV che

« i Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l'hanno iniziata[15]»

furono il capolavoro politico del Re.

Tra i contributi dati dal Re alla città di Torino, si ricordano la riforma dell'università, affidata al siciliano Francesco d'Aguirre e la costruzione di nuovi monumenti e chiese, affidati agli architetti Juvarra ed Bertola, i cui interventi lanciarono il barocco in città. In quegli anni il capoluogo sabaudo si ingrandì diventando il maggiore centro del territorio alpino. Nonostante il massacrante assedio del 1706 e le guerre precedenti e successive avessero ridotto la già esigua popolazione piemontese, sotto il governo del primo Re di Casa Savoia il Piemonte seppe assurgere al rango di maggiore degli stati italiani. Ciò, bisogna dire, anche grazie all'intervento e alle volontà di stati stranieri come l'Inghilterra, che vedevano come evento assai favorevole la creazione di una potente e salda monarchia in Italia, meglio ancora se questa nazione fosse stata ai piedi delle Alpi, in modo da frenare qualsiasi altro tentativo espansionistico della Francia. I governanti inglesi videro in Vittorio Amedeo II il personaggio adatto a realizzare questo loro progetto. Iniziava quel lento processo di modernizzazione che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, all'unità d'Italia.

Matrimoni e figli[modifica | modifica sorgente]

Anna Maria d'Orléans, regina di Sardegna
Anna Canalis di Cumiana, marchesa di Spigno e moglie morganatica del re

Dal suo matrimonio con Anna Maria di Orléans nacquero:

Il 12 agosto 1730, dopo la morte di Anna d'Orléans sposò morganaticamente in seconde nozze Anna Canalis contessa di Cumiana, poi creata Marchesa di Spigno. Il matrimonio fu annunciato pubblicamente il 3 settembre 1730. Da questo matrimonio Vittorio Amedeo II non ebbe figli[17].

Ebbe invece due figli illegittimi da Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes, meglio conosciuta come la Contessa di Verrua:

Ascendenza[modifica | modifica sorgente]

Vittorio Amedeo II di Savoia Padre:
Carlo Emanuele II di Savoia
Nonno paterno:
Vittorio Amedeo I di Savoia
Bisnonno paterno:
Carlo Emanuele I di Savoia
Trisnonno paterno:
Emanuele Filiberto I di Savoia
Trisnonna paterna:
Margherita di Francia
Bisnonna paterna:
Caterina Michela d'Asburgo
Trisnonno paterno:
Filippo II di Spagna
Trisnonna paterna:
Elisabetta di Valois
Nonna paterna:
Maria Cristina di Borbone-Francia
Bisnonno paterno:
Enrico IV di Francia
Trisnonno paterno:
Antonio di Borbone-Vendôme
Trisnonna paterna:
Giovanna III di Navarra
Bisnonna paterna:
Maria de' Medici
Trisnonno paterno:
Francesco I de' Medici
Trisnonna paterna:
Giovanna d'Austria
Madre:
Maria Giovanna di Savoia-Nemours
Nonno materno:
Carlo Amedeo di Savoia-Nemours
Bisnonno materno:
Enrico I di Savoia-Nemours
Trisnonno materno:
Giacomo di Savoia-Nemours
Trisnonna materna:
Anna d'Este
Bisnonna materna:
Anna di Guisa
Trisnonno materno:
Carlo di Guisa
Trisnonna materna:
Maria di Guisa
Nonna materna:
Elisabetta di Borbone-Vendôme
Bisnonno materno:
Cesare di Borbone-Vendôme
Trisnonno materno:
Enrico IV di Francia
Trisnonna materna:
Gabrielle d'Estrées
Bisnonna materna:
Francesca di Lorena
Trisnonno materno:
Filippo Emanuele di Lorena
Trisnonna materna:
Maria di Lussemburgo

Titoli e onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Trattamenti di
Vittorio Amedeo II di Savoia
Stemma
Trattamento di cortesia Sua Maestà
Trattamento colloquiale Vostra Maestà
Trattamento alternativo Signore

  • 14 maggio 1666 – 12 giugno 1675 Sua Altezza il Principe di Piemonte
  • 12 giugno 1675 – giugno 1689 Sua Altezza il Duca di Savoia
  • giugno 1689 – 22 settembre 1713 Sua Altezza Reale il Duca di Savoia
  • 22 settembre 1713 – 24 agosto 1720 Sua Maestà il Re di Sicilia
  • 24 agosto 1720 – 3 settembre 1730 Sua Maestà il Re di Sardegna
  • 3 settembre 1730 – 31 ottobre 1732 Sua Maestà Re Vittorio Amedeo
I trattamenti d'onore
Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Info su Vittorio Amedeo II. (archiviato dall'url originale il ).
  2. ^ Rocci, op. cit., p. 23
  3. ^ Lo storico Carutti, a cui la biografia scritta da F. Rocci si rifà abbondantemente, così ricorda il male del principe ereditario:
    « Un'improvvisa febbre terzana da cui Vittorio Amedeo fu assalito nel mentre che il duca di Cadoval giungeva a Torino, fu prezioso argomento di ritardo. Madama Reale assicurò l'inviato portoghese che il male era di niun conto, e che fra pochi giorni Vittorio Amedeo sarebbe stato in grado di mettersi in via; ma la febbre non cessava, anzi, secondo l'espressione di un buon cronista contemporaneo, parea che il principe la tirasse di tasca ogni qual volta gli si parlava di matrimonio e di Portogallo »
  4. ^ a b Rocci, op. cit., p. 19
  5. ^ Il governo piemontese concedette: "ampia garanzia et intera remissione a tutti li banditi et inquisiti della Città e Provincia del Mondovì d'ogni pena [....] per i delitti da loro commessi dà hoggi per l'indietro".
  6. ^ A. Merlotti, Politique dynastique et alliances matrimoniales de la Maison de Savoie au XVIIe siècle, in «Femmes d’influences? Les Bourbons, les Habsbourg et leurs alliances matrimoniales en Italie et dans l’Empire au XVIIe siécle», a cura di Y.-M. Bercé, «XVIIe siècle», LXI (2009), f. 2, pp. 239-255.
  7. ^ Cognasso, op. cit., p. 247
  8. ^ Cognasso, op. cit., p. 428-430
  9. ^ Cognasso, op. cit., p. 432
  10. ^ In realtà se è verissimo che la basilica fu eretta in segno di ringraziamento per la vittoria, è anche vero che ancora a metà febbraio dell'anno dopo, rivolgendosi al Beato Valfré, avrebbe parlato di una chiesa da fare nella cittadella o a Superga. Non a caso gli storici più antichi parlano della costruzione come ringraziamento, ma non la collegano a un voto specifico fatto il 2 settembre sul colle di Superga, cfr. Cesare Balbo, Della Storia d'Italia; Età settima, delle preponderanze straniere.
  11. ^ Cognasso, op. cit., p. 443
  12. ^ Carutti, op. cit., cap. XIX
  13. ^ Rocci, op. cit., p. 144
  14. ^ Rocci, op. cit., p. 145
  15. ^ a b AAAVVV. Storia d'Italia, Fratelli Fabbri Editore, p. 2016, vol VIII, 1965.
  16. ^ AAAVVV. Storia d'Italia, Fratelli Fabbri Editore, p. 2018, vol VIII, 1965.
  17. ^ Anna Carlotta Teresa Canalis in Dizionario Biografico – Treccani

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Biografie

  • Domenico Carutti, Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, Torino, 1863. ISBN non esistente
  • Geoffrey Symcox, Vittorio Amedeo II. L'assolutismo sabaudo 1675 - 1730, Torino, 1989. ISBN 9780520049741
  • Andrea Merlotti, Vittorio Amedeo II. Il Savoia che divenne re, Gribaudo, 1998, ISBN 88-7707-054-4.
  • Francesca Rocci, Vittorio Amedeo II. Il duca, il re, l'uomo, Torino, 2006, ISBN 88-7707-054-4.
  • Francesco Cognasso, I Savoia, 2ª edizione, Milano, Corbaccio, 2002, ISBN 8879721356.

Sulla politica militare e le guerre

  • Christopher Storrs, War, diplomacy and the rise of Savoy, 1690-1720 (in en), Cambridge, 1999. ISBN 0-521-55146-3
  • Ciro Paoletti, Capitani di Casa Savoia, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito-Ufficio Storico, 2007, ISBN 88-87940-84-3.

Sul governo in Sicilia e in Sardegna

  • Roberto Palmarocchi, Sardegna Sabauda: il regno di Vittorio Amedeo II, Cagliari, 1936. ISBN non esistente
  • Vittorio Emanuele Stellardi, Il Regno di Vittorio Amedeo II in Sicilia, Torino, 1862-1866. ISBN non esistente
  • Michele Antonino Crociata, La Sicilia nella storia, Palermo, 2011, ISBN 978-88-7758-936-1.

Sul riformismo amedeano

  • Guido Quazza, Le riforme in Piemonte nella prima metà del Settecento, Modena, 1957. ISBN non esistente
  • Maria Teresa Silvestrini, La politica della religione. Il governo ecclesiastico nello Stato sabaudo del XVIII secolo, Firenze, 1997, ISBN 88-222-4541-5.
  • Mario Viora, Storia delle leggi sui Valdesi di Vittorio Amedeo II, Bologna, 1930. ISBN non esistente
  • Andrea Merlotti, L'enigma delle nobiltà. Stato e ceti dirigenti nel Piemonte del Settecento, Firenze, 2000. ISBN 88-222-4980-1

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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I
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già Duca di Savoia 1720 - 1730 Carlo Emanuele III
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Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers 1708 - 1730 Titolo confluito nella corona reale
Predecessore Pretendente al trono del Regno di Gerusalemme Successore Armoiries de Jérusalem.svg
Carlo Emanuele II di Savoia 1675 - 1730
Vittorio Amedeo II
Carlo Emanuele III di Savoia
Predecessore Custode della Sacra Sindone Successore Turiner Grabtuch Gesicht negativ klein.jpg
Carlo Emanuele II di Savoia 1675 - 1730 Carlo Emanuele III di Savoia

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