Vittorio Amedeo II di Savoia

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Vittorio Amedeo II
Vittorio Amedeo II
Vittorio Amedeo II con il manto reale e i simboli di sovranità.
Re di Sardegna
In carica 1720 - 1730
Predecessore Carlo Emanuele II
Successore Carlo Emanuele III di Savoia
Nome completo Vittorio Amedeo II Francesco di Savoia
Altri titoli dal 1675 al 1720 duca di Savoia , marchese di Saluzzo e del Monferrato, principe di Piemonte e conte d'Aosta, Moriana e Nizza; dal 1713 al 1720 re di Sicilia
Nascita Torino, 14 maggio 1666
Morte Moncalieri, 31 ottobre 1732
Sepoltura Basilica di Superga
Casa reale Savoia
Padre Carlo Emanuele II
Madre Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours
Consorte Anna Maria d'Orléans

Vittorio Amedeo II Francesco di Savoia, detto la Volpe Savoiarda[1] (Torino, 14 maggio 1666Moncalieri, 31 ottobre 1732), fu marchese di Saluzzo e marchese del Monferrato, duca di Savoia, principe di Piemonte e conte d'Aosta, Moriana e Nizza dal 1675 al 1720. Fu anche re di Sicilia dal 1713 al 1720, quando divenne re di Sardegna. Il suo lungo governo trasformò radicalmente la politica piemontese, basata sulla sottomissione alle potenze straniere quali Francia o Spagna, rivendicando orgogliosamente l'indipendenza del piccolo stato dalle vicine nazioni (si pensi, ad esempio, all'episodio dell'assedio di Torino del 1706). Vittorio Amedeo II seppe progredire in questa sua politica riuscendo infine a ottenere l'ambita corona reale.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Giovinezza

Figlio di Carlo Emanuele II di Savoia, Vittorio Amedeo II succedette al padre quando aveva appena nove anni. La reggenza venne affidata alla madre Giovanna Battista di Savoia Nemours, donna ambiziosa ed energica (si faceva chiamare "Madama Reale"[2]), imparentata con la corona portoghese. Per questo cercò di indurre il figlio a un matrimonio lusitano con la cugina Isabella Luisa di Braganza, figlia di Pietro II del Portogallo.[3] All'epoca, Vittorio Amedeo aveva soltanto tredici anni e venne facilmente indotto a sottoscrivere un matrimonio che, tra le varie clausole, prevedeva pure il suo soggiorno obbligato a Lisbona fino al compimento dei sedici anni: prima di quell'età, gli sarebbe stato impedito il ritorno a Torino. L'atto venne rogato il 15 maggio 1679[4]. Era una mossa politica astuta da parte della madre Giovanna Battista: una volta che il matrimonio fosse stato celebrato, Vittorio Amedeo sarebbe diventato a tutti gli effetti re del Portogallo.

Ma il giovane principe non aveva intenzione di partire: quando il delegato lusitano, il Duca di Cadoval, arrivò a Torino, Vittorio Amedeo venne inspiegabilmente colto da un attacco di febbre. Impossibilitato alla partenza, Vittorio Amedeo rinunciò alle nozze[5]. Per i suoi cittadini piemontesi, che avevano visto con terrore la possibilità che il loro Duca diventasse Re di Portogallo, temendo che il Piemonte si trovasse nella stessa condizione della Lombardia nei confronti della Spagna, fu momento di gran festa.

È in questo momento (verso il 1680) che avvennero moti insurrezionali in mezzo Piemonte, specialmente a Mondovì (le cosiddette guerre del sale).

[modifica] Le guerre del sale

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce guerre del sale (1680-1699).

Le agitazioni erano dovute alle impopolari gabelle sul sale e alle imposte tributarie che tutte le città sabaude dovevano versare alla Corona dai tempi di Emanuele Filiberto di Savoia[6]. Il clero ne era ovviamente esentato.

Duchi di Savoia
e Re di Sardegna
Casa Savoia

Armoiries Savoie 1630.svg

Vittorio Amedeo II la Volpe

Dai tempi del duca "Testa di Ferro" non era cambiato l'ammontare della cifra che ogni comune doveva versare annualmente e si erano generati grandi squilibri, aumentando il malcontento popolare. Un malcontento che esplose con violenza a Mondovì, dove i popolani si rifiutarono di pagare le imposte all'emissario sabaudo, Andrea Cantatore di Breo. Questi era un ex frate cappuccino che aveva abbandonato la tonaca e che ora odiava la religione ed i suoi ministri. I primi monregalesi che egli visitò furono ovviamente i religiosi, cui sottrasse anche tesori. Questi cercarono di reagire e si organizzarono in compagnie per stanare il Cantatore, ma non riuscirono a rintracciarlo, anche perché si trovarono di fronte le masnade degli scagnozzi dell'esattore, armati di tutto punto, contro i quali i semplici frati non potevano sperare di avere la meglio. Intanto l'intera Mondovì era insorta. Da Torino venne richiamato il Cantatore e venne inviato don Gabriele di Savoia con l'esercito per piegare definitivamente i rivoltosi[6]. All'inizio sembrò semplice sottomettere i poveri contadini, armati per lo più solo con i loro attrezzi da lavoro, ma i successi di don Gabriele erano apparenti: quando un paese veniva sottomesso, un altro insorgeva. A Montaldo, uno dei paesi più tenaci nella ribellione, i soldati regi persero più di duecento uomini contro la decina di contadini montaldesi che avevano attaccato l'esercito sabaudo per vari giorni, con azioni di guerriglia. Gli stessi Montaldini occuparono poi la fortezza regia di Vico.

I moti raggiunsero così rapidamente dimensioni pericolose: c'era la possibilità che tutto il Piemonte insorgesse. Perciò, la Madama Reale dovette cedere alla volontà dei monregalesi e si rappacificò con loro[7]. I rappresentanti della città di Mondovì si recarono a Torino per stipulare i trattati e furono accolti cordialmente anche dal giovane duca Vittorio Amedeo, ancora costretto a letto da quella febbre che aveva impedito il matrimonio con la cugina portoghese[2].

[modifica] Ascesa al trono

Il giovane principe aveva intanto sposato a Versailles la nipote del re Luigi XIV di Francia, Anna Maria di Orléans[8]. Adesso egli era fermamente intenzionato ad esercitare un potere effettivo. La Madama Reale aveva infatti fino ad allora continuato a tenere saldamente nelle sue mani le redini del comando anche dopo il raggiungimento della maggiore età di Vittorio Amedeo. Dietro pressione di gran parte della nobiltà, Vittorio Amedeo raggiunse Rivoli con una scorta armata, decretando che da quel momento avrebbe regnato direttamente egli stesso: era il 14 marzo 1684. La Madama reale, informata della risoluzione del figlio e comprendendo di non poterglisi più opporre, gli scrisse una lettera assai affettuosa nella quale lo informava di volergli consegnare spontaneamente il potere che lei tanto gelosamente aveva mantenuto fino ad allora nelle sue mani. Terminava così, senza incidenti, la reggenza di Giovanna Battista[9].

[modifica] Persecuzioni dei valdesi

Ancora una volta si assistette alle persecuzioni dei valdesi. Era un'espressa volontà di Luigi XIV, infatti, che la minoranza valdese fosse annientata. La Corona di Torino era ormai completamente asservita ai "consigli" che arrivavano, a guisa di ordini, da Parigi e Vittorio Amedeo dovette accettare la presenza in Piemonte di uno squadrone francese per cacciare i valdesi. Gli orgogliosi seguaci della dottrina di Pietro Valdo, infatti, si erano arroccati sui monti intorno a Torre Pellice ed avevano fatto della Val d'Angrogna la loro invincibile roccaforte. La persecuzione iniziò nel 1686[1], ci furono episodi di ferocia, cui sopravvissero pochissimi eretici. Gli altri, o condannati sommariamente o incarcerati, erano tenuti in condizioni durissime e privati di ogni conforto spirituale (se si esclude l'intervento che ebbe il Valfré) e vennero liberati solo dopo una lunga prigionia per intercessione del governo svizzero, che accettò di accoglierli come profughi. Da ormai un secolo i valdesi avevano infatti aderito al movimento protestante, cercando per quanto possibile aiuti nel resto d'Europa per evitare di venire annientati[10]. Tempo dopo, mutato il clima politico, i superstiti guidati dall'abate Arnaud rientrarono nel regno, fatto noto come la glorieuse rentrée[1].

[modifica] Vittorio Amedeo II si ribella alla Francia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce guerra della Grande Alleanza.

Vittorio Amedeo comprese che se voleva garantire una qualche forma di rilevanza politica ed un potere effettivo al suo Ducato avrebbe dovuto sganciarsi dall'asfissiante influenza della Francia. Decise quindi di aderire alla Lega di Augusta che si era formata nel 1688 tra le principali potenze europee per contrastare la politica espansionistica di Luigi XIV. Recatosi a Venezia in incognito per poter discutere con i principi della Lega, venne però identificato dalla ramificata rete di spie francesi. Luigi XIV volle mettere in chiaro la situazione: Vittorio Amedeo avrebbe dovuto fornire alla Francia 3.000 fanti e 800 cavalieri per non essere dichiarato nemico della nazione francese.

Il generale francese Nicolas Catinat.

Il Duca, preso alla sprovvista, dovette accettare, ma Luigi XIV volle imporre ancora una clausola: la cittadella di Torino sarebbe dovuta passare ai francesi. Ciò avrebbe significato la rinuncia alla difesa della capitale ed alla stessa indipendenza del Piemonte. Vittorio Amedeo tentennò sul da farsi e Luigi XIV partì per il Piemonte. Messo alle strette, il Duca rispose agli ambasciatori del Re nemico:

« Le armate alleate accorrono in mio aiuto, ma ancora più che sulle loro forze io conto sul valore e sulla devozione del mio popolo.[11] »

L'esercito francese, guidato dal generale Catinat, si accampò nei pressi di Staffarda. Vittorio Amedeo decise di non attendere l'aiuto dell'imperatore Leopoldo I, ma di attaccare subito: nella battaglia di Staffarda subì tuttavia una cocente disfatta. Catinat si impossessò di molte roccaforti tra cui Pinerolo e la situazione parve subito critica. La famiglia reale venne costretta a lasciare Torino ed a rifugiarsi a Vercelli. Vittorio Amedeo II rimase comunque comandante in Italia delle forze alleate della Lega.

Il Piemonte, data la scarsità degli aiuti imperiali, doveva difendersi esclusivamente con i suoi uomini, che Vittorio Amedeo II aveva inquadrati con una rigida disciplina. Il popolo era fermamente convinto a difendere il suo sovrano e la sua terra: sintomi di quell'attaccamento al territorio ed alla corona che avrebbero fatto del Piemonte l'unico stato nazionale d'Italia. Nel 1691 viene diffuso in tutto lo Stato l'opuscolo di Sebastiano Valfrè intitolato "Il modo di santificare la guerra", nel quale il beato religioso intendeva incitare ancor più i popolani a cacciare lo straniero ed a difendere il loro sovrano[12]. Tuttavia, le forze schierate in campo erano troppo sfavorevoli ai sabaudi, e l'inesperienza militare del giovane duca avrebbe pesato non solo a Staffarda.

Dopo l'inutile assedio di Cuneo del 1691 da parte dei Francesi, le due armate si trovarono impegnate nella battaglia della Marsaglia. Era il 1693: i Piemontesi vennero ancora sconfitti. Privo di un esercito, il Duca dovette firmare la pace con Luigi, cercando di ottenere dalle trattative di pace i maggior vantaggi possibili: anche l'Austria e la Spagna premevano per una pace con la Francia, e c'era il rischio che il Piemonte venisse sacrificato nei giochi di potere[13]. Vittorio Amedeo II riuscì ad ottenere da Parigi che i francesi abbandonassero i territori occupati dal Catinat e rilasciassero la fortezza di Pinerolo ai sabaudi (trattato di Torino). Da quel momento, però, il Piemonte tornava dalla parte della Corona borbonica.

[modifica] Guerra di successione spagnola

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce guerra di successione spagnola.

La fine della guerra di Augusta non aveva contribuito a disegnare un nuovo equilibrio nel continente: pretesto per i più ambiziosi progetti di Luigi XIV fu la morte senza eredi di Carlo II di Spagna, nel 1700, che sancì l'inizio di quel conflitto che avrebbe preso il nome di guerra di successione spagnola. Anche il Duca di Savoia avanzava diritti al trono di Madrid, per via della dote mai versata di Caterina Michela d'Asburgo, moglie di Carlo Emanuele I. L'Inghilterra e l'Austria sembrarono non sentire le pretese di Vittorio Amedeo II, che aveva tradito la loro causa passando con Luigi XIV alla fine del conflitto di Augusta.

Quando Filippo di Borbone venne designato quale erede della corona di Spagna, Vittorio Amedeo II si vide accerchiato su tutti i fronti dall'alleanza franco-spagnola, poiché anche il milanese era destinato a passare in mano a Filippo di Borbone.

Sostituito nell'incarico di supremo generale al servizio di Luigi XIV in Italia, Vittorio Amedeo II decise di riallacciare i vecchi rapporti di alleanza con la Lega di Augusta. Ambasciatori inglesi giunsero a Torino nel 1702: Anna Stuart offriva l'appoggio (soprattutto economico) dell'Inghilterra, ma il Duca di Savoia intendeva vedersi riconosciuto un ruolo di primo piano in Europa, dati i rischi che il nuovo cambio di bandiera comportava: Vittorio Amedeo chiese il Monferrato e Milano; gli vennero accordati, però, Monferrato, Alessandria, le Langhe e Valenza. Nell'agosto del 1703 il conte Aversperg, ambasciatore imperiale, giunse a Torino in gran segreto: in una villa fuori città si incontrò con il Duca per offrirgli i territori della Valsesia e della Lomellina. Il Duca di Savoia accettò.

Luigi XIV fu informato delle trattative dal suo servizio segreto. Era il 1703 quando venne dichiarato l'ingresso del Piemonte nella Lega di Augusta, con il trattato di Torino. Il popolo sabaudo lo salutò con entusiasmo, ma le truppe francesi, su ordine di Luigi XIV, reagirono prontamente: sparsa la voce del trattato di Torino, a San Benedetto Po la guarnigione piemontese di stanza venne arrestata ed inglobata nel corpo d'arme francese. Quando la notizia giunse a Corte, l'ambasciatore di Francia venne arrestato e condotto nella cittadella[14]. Il clima era teso: i francesi occuparono rapidamente Vercelli, Susa, Ivrea e Aosta. Torino stessa fu minacciata da vicino, ma nessuno tra i comandanti nemici giudicava fattibile un assedio alla capitale sabauda.

Vittorio Amedeo, ormai più esperto dopo i disastri di Staffarda e della Marsaglia, attese con pazienza l'arrivo delle promesse forze imperiali, che intanto erano impegnate su due fronti: quello olandese e quello italiano. La battaglia di Cassano d'Adda si risolse con una vittoria del duca di Vendôme. Il principe Eugenio di Savoia, cugino del Duca, dopo quella disfatta decise di recarsi a Vienna per sollecitare l'arrivo dei rinforzi. Ma, dopo un'altra clamorosa vittoria di Luigi XIV sugli imperiali a Calcinate, si ritenne possibile assediare Torino. Era l'aprile 1706. A capo delle forze francesi era l'incapace conte Marchin.

[modifica] Assedio di Torino

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce assedio di Torino.
Il principe Eugenio di Savoia, il cui intervento fu determinante per la vittoria nell'assedio di Torino del 1706

Il dispiegamento di forze da parte dei francesi era imponente. Dovevano superare le difese della cittadella, una fortezza considerata tra le più inaccessibili d'Europa, voluta dal duca Emanuele Filiberto e fiore all'occhiello della difesa sabauda. L'assedio era strettissimo. Presto in città vennero a mancare i beni di prima necessità, ma il popolo resistette. Il bombardamento era incessante, tutti gli edifici più alti delle mura furono dimezzati: in questo quadro tremendo i Piemontesi vennero a trovarsi senza munizioni. Aiuti alimentari e bellici furono fatti pervenire alla città assediata tramite il fiume Po, ma i francesi se ne accorsero ed intercettarono i rifornimenti. Aiuti umanitari vennero forniti anche da figure di spicco del clero, come il già citato Sebastiano Valfré. Vittorio Amedeo era rimasto il solo, della famiglia reale, ancora a Torino. La sua presenza infondeva coraggio alla cittadinanza.

Carta del Piemonte durante l'invasione francese.

La tecnica militare adottata dai piemontesi consisteva nello scavare sotto la cittadella lunghi cunicoli, gallerie strette ed umide che, fatte arrivare sotto le file degli attaccanti, venivano riempite di esplosivo e fatte esplodere con gran danno per l'avversario. I francesi, però, resisi conto di quella tecnica intercettarono i cunicoli. Fu proprio in uno di questi che, nella notte del 29 agosto, penetrò un folto gruppo di granatieri francesi e fu solo l'eroico sacrificio di Pietro Micca che riuscì a fermarli.

Il 30 agosto, improvvisamente, venne annunciato l'arrivo del principe Eugenio: si incontrò con Vittorio Amedeo presso Carmagnola, e da lì proseguirono in direzione della città assediata: il 2 settembre salirono sul colle di Superga. Vittorio Amedeo fece voto alla Madonna di erigerle una grande chiesa, in posizione dominante, sulla collina, ove in quel momento sorgeva solo un piccolo pilone, se avesse concesso la liberazione di Torino[15]. La mattina del 7 settembre la battaglia di Torino iniziò ad infuriare sotto le mura della cittadella. I francesi furono annientati completamente. Come ringraziamento per la stupefacente vittoria, Vittorio Amedeo fece costruire la basilica di Superga, opera dell'architetto Filippo Juvarra.

[modifica] Vittorio Amedeo II re di Sicilia

L'imponente facciata della Basilica di Superga, fatta erigere per volontà del duca dopo la vittoria nella battaglia di Torino

Dopo la cocente disfatta francese presso Torino, Vittorio Amedeo II, spinto dall'Inghilterra, che gli aveva fatto balenare l'idea di un titolo regio in caso di vittoria, decise di marciare verso Tolone. Nella campagna militare egli riconquistò le fortezze di Exilles, Fenestrelle e la città di Susa, cadute in mano francese anni prima. L'avanzata piemontese verso il cuore della Francia ebbe successo ed a Tolone, assediata in luglio mentre gli alleati inglesi, occupate le isole Lerino, la bloccavano dal mare, la flotta del Re Sole si autoaffondò. I savoiardi si ritirarono la notte tra il 22 e il 23 agosto 1707. Dopo gli stravolgimenti della politica europea (evento molto importante fu il decesso di Giuseppe I, al quale subentrò Carlo VI, che già aveva concorso al titolo di Re di Spagna anni prima), le nazioni del continente decisero di risolvere la guerra attraverso un trattato di pace.

A Utrecht, in occasione dei trattati omonimi, la Casa Savoia ottenne grandi vantaggi. A Vittorio Amedeo II andavano: Alessandria, la Lomellina, il Monferrato, Pragelato e l'alta Valle di Susa, la Valsesia e i feudi delle Langhe. Inoltre egli otteneva il titolo regio e l'intera Sicilia: il 10 giugno 1713, infatti, la Spagna firmò il documento di cessione dell'isola ai Savoia sotto la pressione dell'Inghilterra. Le condizioni imposte da Filippo V di Spagna per la cessione della Sicilia erano le seguenti:

  • La Casa Savoia non avrebbe mai potuto vendere l'isola o scambiarla con un altro territorio;
  • La Sicilia sarebbe stata mantenuta come feudo dalla Spagna: estinto il ramo maschile dei Savoia, essa sarebbe tornata alla corona di Madrid;
  • Tutte le immunità in uso in Sicilia non sarebbero state abrogate.

In realtà, solo gli ultimi due punti furono accettati da Vittorio Amedeo II. All'ultimo momento, Filippo V fece aggiungere un ultimo punto, secondo cui:

  • il Re di Spagna sarebbe stato in grado di disporre a suo piacimento dei beni confiscati ai sudditi siciliani rei di tradimento.

Vittorio Amedeo volle accondiscendere anche a questo punto, per evitare che una sua protesta potesse rinviare la stesura dei trattati. Il documento con cui si cedeva la Sicilia ai Savoia venne siglato il 13 luglio successivo. Gli araldi lo stesso giorno percorsero Torino annunciando l'acquisizione del titolo regio da parte di Vittorio Amedeo. Una folla esultante si accalcò davanti al palazzo ducale acclamando il Re, che uscì dal balcone brindando insieme alla folla.

Il 27 di quello stesso mese, Vittorio Amedeo II, in procinto di partire per la Sicilia, nominò suo figlio, principe del Piemonte, luogotenente degli stati di terraferma ma il ragazzo non aveva che sedici anni e fu dunque assistito da un consiglio di reggenza. Il 3 ottobre il nuovo Re salpò da Nizza alla volta di Palermo, ove sbarcò circa venti giorni dopo[16]. Il 24 dicembre, dopo una sontuosa cerimonia nella Cattedrale di Palermo, Vittorio Amedeo II e la moglie Anna Maria di Orléans ricevettero la corona regia.

Al parlamento siciliano egli così si espresse in una delle prime sedute:

« I nostri pensieri non sono rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare questo Regno per rimetterlo, secondo la Grazia di Dio, al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro e a quello stato cui dovrebbe aspirare per la fecondità del suolo, per la felicità del clima, per la qualità degli abitanti e per l'importanza della sua situazione »
(Carutti, cap. XIX[17])

I buoni intenti del Re vennero messi in pratica nella lotta contro il brigantaggio, nello sviluppo della marina mercantile e nella riorganizzazione delle finanze e dell'esercito (per il quale venne preso a modello quello piemontese). La permanenza del Re in Sicilia durò fino al 7 settembre 1714.

[modifica] Unione della Sardegna al Piemonte

Vittorio Amedeo II ritratto da un anonimo piemontese. Il Re è raffigurato con la corazza da parata e il collare dell'Annunziata

La pace di Utrecht, con tutto ciò che comportò, fu soltanto un evento transitorio nella storia piemontese. La Spagna, infatti, stava fortemente riarmandosi. Intimorite da tanta potenza, Francia, Olanda, Inghilterra e Austria strinsero via via legami difensivi tra di loro. Vittorio Amedeo II, quando ricevette la notizia della creazione di una possibile Quadruplice Alleanza, si sentì nuovamente in pericolo.

Era infatti in progetto, tra i sovrani alleati, di mettere a tacere le mire spagnole in Italia[18], ma tale progetto si scontrava contro le mire di Casa Savoia. L'Austria, in particolare, progettava di eliminare i Piemontesi dalla Sicilia. Vittorio Amedeo decise di agire con astuzia, inviando messi a Vienna ed a Londra per essere costantemente informato delle novità nella politica estera. Se i paesi alleati avessero davvero siglato un'alleanza, allora Vittorio Amedeo sarebbe stato seriamente nei guai, circondato da tutti i fronti.

Dopo aver in ogni modo cercato di allearsi all'Austria (anche ricorrendo ad una proposta di matrimonio), Vittorio Amedeo venne attaccato sul fronte siciliano dagli Spagnoli, che egli considerava alleati. La Sicilia venne invasa da 30.000 soldati stranieri e le poche fortezze piemontesi dovettero desistere dalla difesa.

Da Vienna arrivò la proposta di aderire alla ormai siglata Quadruplice Alleanza in cambio del titolo di Re di Sardegna. La distruzione dell'imponente flotta spagnola nella battaglia di Capo Passero e la conseguente vittoria della Quadruplice Alleanza permisero a Vittorio Amedeo di mantenere un titolo regio. Con il trattato dell'Aia (20 febbraio 1720) l'erede di Casa Savoia otteneva l'isola di Sardegna con il titolo di Re di Sardegna, in cambio della Sicilia. La maggiore vicinanza della prima al Piemonte la rendeva meglio gestibile e controllabile della seconda, cosicché si può dire che il cambio si sia rivelato vantaggioso per Vittorio Amedeo.

[modifica] Politica interna

Vittorio Amedeo II riteneva che il sovrano dovesse essere il punto di riferimento essenziale per l'organizzazione istituzionale, conducendo così una politica antinobiliare, basandosi sulla frantumazione del feudo. Su proposta del ministro Platzaert dunque, il sovrano ordinò una ricompilazione delle vecchie leggi ed una loro riforma: le Costituzioni di Sua Maestà redatte nel 1723 e riviste nel 1729. Attuò una politica mercantilistica abolendo i dazi interni e tassando fortemente l'esportazione di seta greggia per favorire la produzione interna; in campo amministrativo riordinò la burocrazia con la creazione di un governo centrale e l'apparato fiscale con l'attuazione di un'imposta generale su tutti i redditi e abolendo molti privilegi fiscali regionali e delle classi privilegiate. Durante il suo regno inoltre fu organizzata un'accademia militare e l'università di Torino fu laicizzata.

[modifica] Fine

Annessioni del Piemonte sotto Vittorio Amedeo II

Lentamente, con il passare degli anni, i trionfi politici e militari avevano infastidito e stancato il Re. Non presenziava quasi più alle feste e ai ricevimenti, anzi tendeva ad evitare la vita di corte. Amante della semplicità, l'unico lusso che si concedeva era l'elegantissima parrucca stile Luigi XIV. A peggiorare il suo carattere schivo ed introverso, fu la vera e propria crisi che lo colpì in seguito alla morte del figlio primogenito, il prediletto Vittorio Amedeo Filippo. A corte si temette che il Re fosse sul punto di impazzire.[19] Lentamente, il sovrano rientrò in sé, ma i suoi nervi rimasero scossi per l'accaduto, e anche la sua voglia di regnare iniziò a venir meno. Con rassegnazione, accettò di cedere le redini del governo al secondogenito, che egli non amava[20].

Verso il 1728 la sua salute peggiorò e decise di abdicare in favore del figlio Carlo Emanuele III di Savoia, pur continuando a controllare la sua politica con consigli perentori e non allontanandosi dalla vita di corte. Concluse per il figlio un matrimonio di rilievo, con la principessa Anna Luigia Cristina, figlia dell'elettore Palatino, e dopo la di lei morte concluse un secondo matrimonio con un'altra principessa tedesca, Polissena Cristina d'Assia-Rotenburg. La ferrea mano del padre pressava non poco Carlo Emanuele III: tra le proibizioni impostegli, il divieto di andare a caccia ogni giorno e di convivere negli stessi appartamenti della moglie. L'abdicazione divenne effettiva solo nel 1730 quando l'ex Re si ritirò in Savoia.

Ma la parte di gentiluomo di provincia non si addiceva al carattere di Vittorio Amedeo II. Presto prese ancora a porre la sua pesante mano sul governo del figlio e, come il marchese d'Ormea ebbe a dire:

« Qui a Torino c'è il teatro, a Chambéry la mano che muove i burattini.[21] »

Era una situazione insostenibile per Carlo Emanuele, ma egli si rassegnava alla volontà paterna.

Sotto la spinta della seconda moglie, la Marchesa di Spigno, Vittorio Amedeo II tentò di riprendere la Corona. Il suo isolamento aveva inasprito il suo carattere e vedeva il suo stato nelle mani di un figlio incapace. Così egli si espresse in riguardo alla sua abdicazione:

« L'atto è nullo e difettivo nella forma come nella sostanza. Ed è una gran fortuna che sia così; qui è tutto disordine e sono stato costretto a tornare in Piemonte per rimediare a tanta rovina.[22] »

Dichiarato nullo il suo atto di abdicazione, dunque, minacciò anche di far intervenire gli imperiali nelle contese con il figlio. Carlo Emanuele si vide costretto ad usare la forza: con il consenso unanime dei ministri, Vittorio Amedeo II venne arrestato a Moncalieri e accompagnato a Rivoli. La sua residenza venne presidiata da un forte contingente di truppe: gli era impedito di rimanere da solo.

Vittorio Amedeo reagì sulle prime con violenza: si temette persino che il furore lo portasse alla pazzia. Tutte le sue proteste furono inutili. Ottenne, solo dopo umilianti suppliche, che la Marchesa di Spigno fosse accompagnata a Rivoli nella sua dimora (essa era stata rinchiusa nella fortezza di Ceva, ove era consuetudine segregare le donne di facili costumi).

Il 5 febbraio 1731 fu colpito da un ictus e la sua salute peggiorò drasticamente. Chiese di poter cambiare residenza. Carlo Emanuele III gli concesse di rimanere a Moncalieri, ove fu trasportato nell'aprile 1732 su una lettiga scortata da numerosi soldati. Ivi, nella desolazione, si spense la sera del 31 ottobre 1732. Lo storico Domenico Carutti riferisce gli ultimi momenti di vita del principe:

« ...il padre Perardi, uno dei religiosi che assistevano il monarca agonizzante, parlavagli di Dio, e lo invitava a perdonare: non sapendo se egli intendeva ancora le sue parole, dissegli: Sire, se voi m'udite, se perdonate per ottener perdono, baciate questo crocifisso". Vittorio baciò fervorosamente l'immagine del Redentore. Alle nove e sette minuti di sera, spirò. »
(D. Carutti, Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, cap. XXVIII)

Il Marchese del Borgo, allora gran ciambellano, firmò l'atto di morte in data 1º novembre: era il tramonto di un uomo che per quasi mezzo secolo aveva dominato la scena politica italiana. La salma di Vittorio Amedeo II venne tumulata nella Basilica di Superga, dove tutt'oggi riposa.

[modifica] Eredità

La palazzina di caccia di Stupinigi, del 1727, realizzata dallo Juvara per gli svaghi della corte torinese

Vittorio Amedeo II seppe destreggiarsi con abilità nelle complesse vicende politiche dell'epoca. I suoi passaggi di bandiera così repentini, che fecero dire a Luigi XIV che

« i Savoia non terminano mai una guerra sotto la stessa bandiera con cui l'hanno iniziata.[21] »

furono il capolavoro politico del Re.

Tra i contributi dati dal Re alla città di Torino, si ricordano la riforma dell'università, la costruzione di nuovi monumenti e chiese, affidati agli architetti Bertola e Juvara. In quegli anni il capoluogo sabaudo si ingrandì diventando il maggiore centro del territorio alpino. Nonostante il massacrante assedio del 1706 e le guerre precedenti e successive avessero ridotto la già esigua popolazione piemontese, sotto il governo del primo Re di Casa Savoia il Piemonte seppe assurgere al rango di maggiore degli stati italiani. Ciò, bisogna dire, anche grazie all'intervento e alle volontà di stati stranieri come l'Inghilterra, che vedevano come evento assai favorevole la creazione di una potente e salda monarchia in Italia, meglio ancora se questa nazione fosse stata ai piedi delle Alpi, in modo da frenare qualsiasi altro tentativo espansionistico della Francia. I governatori inglesi videro in Vittorio Amedeo II il personaggio adatto a realizzare questo loro progetto. Iniziava quel lento processo di modernizzazione che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, all'unità d'Italia.

[modifica] Matrimoni e figli

Anna Maria d'Orléans, regina di Sardegna
Anna Canalis di Cumiana, marchesa di Spigno e moglie morganatica del re

Dal suo matrimonio con Anna Maria di Orléans nacquero:

Il 12 agosto 1730, dopo la morte di Anna d'Orléans sposò segretamente in seconde nozze Anna Canalis di Cumiana, contessa di Cumiana, poi creata Marchesa di Spigno. Il matrimonio fu annunciato pubblicamente il 3 settembre 1730. Da questo matrimonio Vittorio Amedeo II non ebbe figli.

Ebbe invece due figli illegittimi da Jeanne Baptiste d'Albert de Luynes, meglio conosciuta come la Contessa di Verrua:

[modifica] Ascendenza

Vittorio Amedeo II Padre:
Carlo Emanuele II di Savoia
Nonno paterno:
Vittorio Amedeo I di Savoia
Bisnonno paterno:
Carlo Emanuele I di Savoia
Trisnonno paterno:
Emanuele Filiberto I di Savoia
Trisnonna paterna:
Margherita di Francia
Bisnonna paterna:
Caterina Michela d'Asburgo
Trisnonno paterno:
Filippo II di Spagna
Trisnonna paterna:
Elisabetta di Valois
Nonna paterna:
Maria Cristina di Borbone-Francia
Bisnonno paterno:
Enrico IV di Francia
Trisnonno paterno:
Antonio di Borbone-Vendôme
Trisnonna paterna:
Giovanna III di Navarra
Bisnonna paterna:
Maria de' Medici
Trisnonno paterno:
Francesco I de' Medici
Trisnonna paterna:
Giovanna d'Austria
Madre:
Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours
Nonno materno:
Carlo Amedeo di Savoia-Nemours
Bisnonno materno:
Enrico I di Savoia-Nemours
Trisnonno materno:
Giacomo di Savoia-Nemours
Trisnonna materna:
Anna d'Este
Bisnonna materna:
Anna di Guisa
Trisnonno materno:
Carlo di Guisa
Trisnonna materna:
Maria di Guisa
Nonna materna:
Elisabetta di Borbone-Vendôme
Bisnonno materno:
Cesare di Borbone-Vendôme
Trisnonno materno:
Enrico IV di Francia
Trisnonna materna:
Gabrielle d'Estrées
Bisnonna materna:
Francesca di Lorena
Trisnonno materno:
Filippo Emanuele di Lorena
Trisnonna materna:
Maria di Lussemburgo

[modifica] Titoli e onorificenze

Titolazione di
Vittorio Amedeo II di Savoia
Stemma
Titolo di riferimento Sua Maestà
Titolo parlato Vostra Maestà
Titolo alternativo Signore
vedi qui per i predicati d'onore
Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

[modifica] Note

  1. ^ a b c Info su Vittorio Amedeo II (archiviato dall'url originale)
  2. ^ a b Rocci, op. cit., p. 8
  3. ^ L'unica sorella di Maria Giovanna Battista, Maria Francesca di Savoia-Nemours, si era sposata con Alfonso VI del Portogallo, ma aveva ottenuto l'annullamento di quel matrimonio prendendo a pretesto i costumi corrotti di Alfonso. Ritiratasi in monastero, si era poi maritata in seconde nozze con Pedro di Braganza, futuro Pietro II del Portogallo, e dalla loro unione era nata appunto Isabella Luisa.
  4. ^ Rocci, op. cit., p. 23
  5. ^ Lo storico Carutti, così ricorda il male del principe ereditario:
    « Un'improvvisa febbre terzana da cui Vittorio Amedeo fu assalito nel mentre che il duca di Cadoval giungeva a Torino, fu prezioso argomento di ritardo. Madama Reale assicurò l'inviato portoghese che il male era di niun conto, e che fra pochi giorni Vittorio Amedeo sarebbe in grado di mettersi in via; ma la febbre non cessava, anzi, secondo l'espressione di un buon cronista contemporaneo, parea che il principe la tirasse di tasca ogni qual volta gli si parlava di matrimonio e di Portogallo »
  6. ^ a b Rocci, op. cit., p. 19
  7. ^ Il governo piemontese concedette: "ampia garanzia et intera remissione a tutti li banditi et inquisiti della Città e Provincia del Mondovì d'ogni pena [....] per i delitti da loro commessi dà hoggi per l'indietro".
  8. ^ Rocci, op. cit., pp. 32-33
  9. ^ Rocci, op. cit., p. 33
  10. ^ In Svizzera i valdesi avevano trovato da anni una grande protezione, soprattutto perché considerati come i più antichi protestanti del continente ancora esistenti e perché presi ad esempio da tutte le nuove ramificazioni del Cristianesimo.
  11. ^ Solaro di Moretta, Trattati e gesta di Vittorio Amedeo II; Domenico Carutti, Carutti, op. cit.
  12. ^ Cognasso, op. cit., p. 247
  13. ^ Cognasso, op. cit., p. 428-430
  14. ^ Cognasso, op. cit., p. 432
  15. ^ Tra le tante citazioni dell'episodio, basti Cesare Balbo, Della Storia d'Italia; Età settima, delle preponderanze straniere.
  16. ^ Cognasso, op. cit., p. 443
  17. ^ Carutti, op. cit., cap. XIX
  18. ^ Rocci, op. cit., p. 96
  19. ^ Rocci, op. cit., p. 144
  20. ^ Rocci, op. cit., p. 145
  21. ^ a b AAAVVV. Storia d'Italia, Fratelli Fabbri Editore, p. 2016, vol VIII, 1965.
  22. ^ AAAVVV. Storia d'Italia, Fratelli Fabbri Editore, p. 2018, vol VIII, 1965.

[modifica] Bibliografia

Biografie

  • Domenico Carutti, Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, Torino, 1863. (ISBN non disponibile)
  • Geoffrey Symcox, Vittorio Amedeo II. L'assolutismo sabaudo 1675 - 1730, Londra, 1983. ISBN 9780520049741
  • Andrea Merlotti, Vittorio Amedeo II. Il Savoia che divenne re, Gribaudo, 1998. ISBN 88-7707-054-4
  • Francesca Rocci, Vittorio Amedeo II. Il duca, il re, l'uomo, Torino, 2006. ISBN 88-7707-054-4
  • Francesco Cognasso, I Savoia, 2° edizione, Milano, Corbaccio, 2002. ISBN 8879721356

Sulla politica militare

  • Christopher Stoors, War, diplomacy and the rise of Savoy, 1690-1720 (in en), Cambridge, 1999. ISBN 0-521-55146-3

Sul governo in Sicilia e in Sardegna

  • Roberto Palmarocchi, Sardegna Sabauda: il regno di Vittorio Amedeo II, Cagliari, 1936. (ISBN non disponibile)
  • Vittorio Emanuele Stellardi, Il Regno di Vittorio Amedeo II in Sicilia, Torino, 1862-1866. (ISBN non disponibile)

Sul riformismo amedeano

  • Paola Bianchi, Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento, Torino, 2002. ISBN 88-7158-103-2
  • Andrea Merlotti, L'enigma delle nobiltà. Stato e ceti dirigenti nel Piemonte del Settecento, Firenze, 2000. ISBN 88-222-4980-1
  • Guido Quazza, Le riforme in Piemonte nella prima metà del Settecento, Modena, 1957. (ISBN non disponibile)
  • Maria Teresa Silvestrini, La politica della religione. Il governo ecclesiastico nello Stato sabaudo del XVIII secolo, Firenze, 1997. ISBN 88-222-4541-5
  • Mario Viora, Storia delle leggi sui Valdesi di Vittorio Amedeo II, Bologna, 1930. (ISBN non disponibile)

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

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