Sindone di Torino

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Coordinate: 45°04′23″N 7°41′09″E / 45.073056°N 7.685833°E45.073056; 7.685833

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La Sindone fotografata da Giuseppe Enrie (1931). In alto l'immagine dorsale (capovolta), in basso quella frontale. Ai lati delle immagini si vedono le bruciature dell'incendio del 1532 e i relativi rattoppi (rimossi nel 2002).

La Sindone di Torino, nota anche come Sacra o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l'immagine di un uomo che porta segni interpretati come dovuti a maltrattamenti e torture compatibili con quelli descritti nella passione di Gesù. La tradizione identifica l'uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il corpo nel sepolcro.

Il termine "sindone" deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava in senso generale un ampio tessuto, come un lenzuolo, e ove specificato poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d'India. Anticamente "sindone" non aveva assolutamente un'accezione legata al culto dei morti o alla sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.

Nel 1988, l'esame del carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390[1], periodo corrispondente all'inizio della storia della Sindone certamente documentata. Ciononostante, la sua autenticità continua ad essere oggetto di fortissime controversie.

Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, "mostrare"). Le ultime sono state nel 1978, 1998, 2000, 2010 (iniziata il 10 aprile, e si è conclusa il 23 maggio) e 2013 (ostensione accompagnata da un videomessaggio di papa Francesco).

Storia della sindone di Torino[modifica | modifica sorgente]

Gli storici sono d'accordo nel ritenere documentata con sufficiente certezza la storia della Sindone a partire dalla metà del XIV secolo: risale infatti al 1353 la prima testimonianza storica[1].

Lirey[modifica | modifica sorgente]

La prima notizia riferita con certezza alla Sindone che oggi si trova a Torino risale al 1353: il 20 giugno il cavaliere Goffredo (Geoffroy) di Charny, che ha fatto costruire una chiesa nella cittadina di Lirey dove risiede, dona alla collegiata della stessa chiesa un lenzuolo che, per sua dichiarazione, è la Sindone che avvolse il corpo di Gesù[2][3]. Egli non spiega però come ne sia venuto in possesso.

Il possesso della Sindone da parte di Goffredo è comprovato anche da un medaglione votivo ripescato nel XX secolo nella Senna, conservato al Museo Cluny di Parigi: su di esso sono raffigurati la Sindone (nella tradizionale posizione orizzontale con l'immagine frontale a sinistra), le armi degli Charny e quelle dei Vergy, il casato di sua moglie Giovanna.

Alcune notizie su questo periodo ci vengono dal cosiddetto "memoriale d'Arcis", una lettera indirizzata nel 1389 da Pietro d'Arcis, vescovo di Troyes, all'antipapa Clemente VII (che era riconosciuto in quel momento in Francia come papa legittimo) per protestare contro l'ostensione organizzata in quell'anno da Goffredo II, figlio di Goffredo. D'Arcis scrive che la Sindone era stata esposta una prima volta circa trentaquattro anni prima, quindi nel 1355 (alcuni storici propendono invece per la data del 1357, dopo la morte di Goffredo, ucciso in battaglia a Poitiers il 19 settembre 1356)[2], e che il suo predecessore, Enrico di Poitiers, aveva aperto un procedimento contro il decano per via di sospetti sull'autenticità del telo, e come conseguenza questo era stato nascosto perché non potesse essere sequestrato ed esaminato. I teologi consultati da Enrico di Poitiers, aggiunge, avevano assicurato che non poteva esistere una Sindone con l'immagine di Gesù, perché i Vangeli ne avrebbero sicuramente parlato, ed inoltre un pittore aveva confessato di averla dipinta; ma d'Arcis non ne indica il nome (peraltro oggi si sa che l'immagine sindonica non è dipinta).

Sul memoriale d'Arcis sono però stati sollevati dubbi. Non si conoscono altre conferme che Enrico di Poitiers abbia effettivamente aperto un'inchiesta; in una sua lettera a Goffredo di Charny del 1356 non fa alcun cenno alla Sindone. Alcuni storici suggeriscono che Pietro d'Arcis volesse far dichiarare falsa la Sindone perché essa attirava i pellegrini a Lirey, facendo così calare le entrate della cattedrale di Troyes; proprio nel 1389 il tetto di quest'ultima era crollato e la sua ricostruzione richiese certamente molto denaro[4].

Goffredo II invia a sua volta un memoriale di segno contrario, e nel 1390 Clemente VII decreta una soluzione di compromesso, emanando 4 bolle: da una parte è autorizzata l'esposizione della Sindone a patto che si dichiari che si trattava di una pictura seu tabula, cioè un dipinto ("si dica ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta ad imitazione del Sudario"[5]). Già alcuni mesi dopo, tuttavia, forse dopo aver ricevuto ulteriori informazioni, egli sostituisce questa espressione con la formula figura seu representacio, che non esclude l'autenticità. Dall'altra, a Pietro d'Arcis è vietato di parlare contro la Sindone, pena la scomunica[4].

Alcuni anni dopo scoppia una disputa per il possesso della Sindone: il conte Umberto de la Roche, marito di Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, verso il 1415 prende in consegna il lenzuolo per metterlo al sicuro in occasione della guerra tra la Borgogna e la Francia. Margherita si rifiuta poi di restituirlo alla collegiata di Lirey reclamandone la proprietà. I canonici la denunciano, ma la causa si protrae per molti anni e Margherita inizia ad organizzare una serie di ostensioni nei viaggi in giro per l'Europa (intanto Umberto muore nel 1448). Nel 1449 a Chimay, in Belgio, dopo una di queste ostensioni il vescovo locale ordina un'inchiesta, a seguito della quale Margherita deve mostrare le bolle papali in cui il telo viene definito una raffigurazione e come conseguenza l'ostensione venne interrotta e lei venne espulsa dalla città. Negli anni successivi continua a rifiutare di restituire la Sindone finché, nel 1453, la vende ai duchi di Savoia. Successivamente, nel 1457, a causa di questi suoi comportamenti viene scomunicata. Secondo l'autore Arturo Arduino (vedi bibliografia pù sotto) Margherita era a conoscenza che la Sindone non rappresentava le fattezze di Gesù.

Chambéry[modifica | modifica sorgente]

I Savoia conservano la Sindone nella loro capitale, Chambéry, dove nel 1502 fanno costruire una cappella apposita; nel 1506 ottengono da papa Giulio II l'autorizzazione al culto pubblico della Sindone con messa e ufficio proprio.

La notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532, la cappella in cui la Sindone è custodita va a fuoco, e il lenzuolo rischia di essere distrutto: un consigliere del duca, due frati del vicino convento e alcuni fabbri forzano i cancelli e si precipitano all'interno, riuscendo a portare in salvo il reliquiario d'argento che era già avvolto dalle fiamme. Alcune gocce d'argento fuso sono cadute sul lenzuolo bruciandolo in più punti.

La Sindone è affidata alle suore clarisse di Chambéry, che la riparano applicando dei rappezzi alle bruciature più grandi e cucendo il lenzuolo su una tela di rinforzo. Nel frattempo, poiché si è diffusa la voce che la Sindone sia andata distrutta o rubata, si tiene un'inchiesta ufficiale che, ascoltate le testimonianze di coloro che hanno visto il lenzuolo prima e dopo l'incendio, certifica che si tratta dell'originale. La Sindone viene di nuovo esposta pubblicamente nel 1534.

Nel 1535 il Ducato di Savoia entra in guerra: il duca Carlo III deve lasciare Chambéry e porta con sé la Sindone. Negli anni successivi il lenzuolo soggiorna a Torino, Vercelli e Nizza; soltanto nel 1560 Emanuele Filiberto, successore di Carlo III, può riportare la Sindone a Chambéry, dove rimane per i successivi diciotto anni.

Torino[modifica | modifica sorgente]

Dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1562, nel 1578 il duca Emanuele Filiberto decide di portarvi anche la Sindone. L'occasione si presenta quando l'arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, fa sapere che intende sciogliere il voto, da lui fatto durante l'epidemia di peste degli anni precedenti, di recarsi in pellegrinaggio a piedi a visitare la Sindone. Emanuele Filiberto ordina di trasferire la reliquia a Torino per abbreviargli il cammino, che San Carlo percorre in cinque giorni.

La Sindone, però, non viene più riportata a Chambéry: da allora resterà sempre a Torino, salvo brevi spostamenti. Nel 1694 viene collocata nella nuova Cappella della Sacra Sindone, cappella appositamente costruita, edificata tra il Duomo e il Palazzo reale dall'architetto Guarino Guarini: questa è tuttora la sua sede.

Nel 1706 Torino è assediata dai francesi e la Sindone viene portata per breve tempo a Genova; dopo questo episodio non si muoverà più per oltre duecento anni, rimanendo a Torino anche durante il periodo dell'invasione napoleonica. Solo nel 1939, nell'imminenza della Seconda guerra mondiale, viene nascosta nel santuario di Montevergine in Campania, dove rimane fino al 1946; questo è a tutt'oggi il suo ultimo viaggio.

Manifesto commemorativo dell'ostensione del 1898

In occasione dell'ostensione pubblica del 1898, l'avvocato torinese Secondo Pia, appassionato di fotografia, ottiene dal re Umberto I il permesso di fotografare la Sindone. Superate alcune difficoltà tecniche, il Pia esegue due fotografie e al momento dello sviluppo gli si manifesta un fatto sorprendente: l'immagine della Sindone sul negativo fotografico appare "al positivo", vale a dire che l'immagine stessa è in realtà un negativo. La notizia fa discutere e accende l'interesse degli scienziati sulla Sindone, iniziando un'epoca di studi che fino ad oggi non si è conclusa; ma non manca anche chi accusa il Pia di avere manipolato le lastre.

Nel 1931 viene eseguita una nuova serie di fotografie, affidata a Giuseppe Enrie[2]. Per evitare polemiche, tutte le operazioni vengono svolte in presenza di testimoni e certificate da un notaio. Le fotografie di Enrie confermano la scoperta del Pia e dimostrano che non vi era stata alcuna manipolazione.

Nel 1939 la sindone viene nascosta in Campania, nell'abbazia di Montevergine dove rimane fino al 1946 per poi tornare a Torino[2]. Nel 1959 viene fondato il Centro Internazionale di Sindonologia con lo scopo di promuovere studi e ricerche sulla Sindone di Torino.

Nel 1973 vengono effettuati i primi studi scientifici diretti, ad opera di una commissione nominata dal cardinale Pellegrino. Una campagna di studi più approfondita si svolge nel 1978, quando la Sindone viene messa per cinque giorni a disposizione di due gruppi di studiosi, uno statunitense (lo STURP) e uno italiano.

Nel 1983 muore Umberto II di Savoia, ultimo re d'Italia: nel suo testamento egli lascia la Sindone in eredità al Papa. Giovanni Paolo II stabilisce che essa rimanga a Torino e nomina l'arcivescovo della città suo custode.

Nel 1988 tre laboratori internazionali eseguono l'esame del carbonio 14: la Sindone viene datata agli anni 1260-1390, ma il risultato viene contestato da numerosi sindonologi.

Nel 1997 un incendio scoppiato nella cappella del Guarini mette di nuovo in pericolo la Sindone. La Sindone, tuttavia, non fu direttamente interessata dall’incendio poiché il 24 febbraio 1993, per consentire i lavori di restauro della Cappella, era stata provvisoriamente trasferita (unitamente alla teca che la custodiva) al centro del coro della Cattedrale, dietro all’altare maggiore, protetta da una struttura di cristallo antiproiettile e antisfondamento appositamente costruita.

Nel 2002 la Sindone viene sottoposta ad un intervento di restauro conservativo: vengono rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicata nel 1534 viene sostituito. Il lenzuolo inoltre viene stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere.

Nel 2009 la proprietà della Sindone è stata messa in discussione: secondo il costituzionalista Francesco Margiotta Broglio, con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948) la Sindone è diventata proprietà dello Stato italiano in base alla XIII disposizione, comma 3, e il legato testamentario di Umberto II è di conseguenza nullo[6]. Tuttavia si può assumere che la Santa Sede abbia ormai acquisito la proprietà della Sindone per usucapione, essendo trascorso il termine di legge senza che lo Stato italiano ne abbia reclamato la proprietà. Sulla questione è stata presentata una interrogazione parlamentare ma non risulta ancora una risposta del governo[7][8].

Per l'ostensione del 2010, la prima dopo 10 anni, iniziata il 10 aprile e con termine il 23 maggio, oltre 1 milione e 700 000 pellegrini hanno prenotato la visita alla Sindone presso il Duomo di Torino.[9]

Ipotetica storia della Sindone antecedente il 1353[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ipotetica storia della Sindone.

Coloro che ritengono autentica la sindone provano anche a tracciarne la storia nei secoli precedenti il 1353.

Ritengono quindi che la Sindone sia l'autentico lenzuolo funebre di Gesù e che risalga alla Terra di Israele del I secolo; essi sostengono inoltre la «suggestiva ipotesi»[1] secondo cui la Sindone di Torino sia da identificare con il mandylion o "Immagine di Edessa", un'immagine di Gesù molto venerata dai cristiani d'Oriente, scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l'assenza di documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo). In questo caso, occorre ipotizzare che il telo di Edessa, che è descritto come un fazzoletto, fosse esposto solo ripiegato più volte e in modo tale da mostrare unicamente l'immagine del volto[1].

Caratteristiche generali[modifica | modifica sorgente]

Il lenzuolo[modifica | modifica sorgente]

La Sindone è un lenzuolo di lino di colore giallo ocra, avente forma rettangolare di dimensioni di circa 441 cm x 111 cm[10], spessore di circa 0,34 mm e massa di circa 2,450 kg[senza fonte]. In corrispondenza di uno dei lati lunghi, il telo risulta tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a otto centimetri dal margine.[11]

Il lenzuolo è tessuto a mano con trama a spina di pesce e con rapporto ordito-trama di 3:1.

Il lenzuolo è cucito su un telo di supporto, pure di lino, delle stesse dimensioni: il supporto originale, applicato nel 1534, è stato sostituito nel 2002 con un telo simile più recente.

Le bruciature più vistose sono state causate dall'incendio scoppiato il 4 dicembre 1532 nella Sainte Chapelle di Chambéry, in cui la Sindone rischiò di essere distrutta. Un oggetto rovente (delle gocce d'argento fuso, oppure una parte del reliquiario) aprì nel lenzuolo numerosi fori di forma approssimativamente triangolare, disposti simmetricamente ai lati dell'immagine in quanto il lenzuolo era conservato ripiegato più volte su sé stesso. Nel 1534 le suore clarisse di Chambéry ripararono i danni cucendo sui fori delle pezze di tessuto e impunturando la Sindone su un telo di supporto della stessa grandezza[12]. Nel 2002, in un intervento di restauro conservativo, tutti i rappezzi sono stati rimossi e il telo di supporto originale è stato sostituito con un altro più recente.

Altre bruciature, più piccole, formano quattro gruppi di fori approssimativamente circolari o lineari[13]. Il colorito delle bruciature varia in ragione delle temperature alle quali furono esposti le parti di tessuti[13]. In questo caso la Sindone doveva essere piegata in quattro (una volta nel senso della lunghezza e una nel senso della larghezza). Un'ipotesi per la loro formazione è che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce accese[14]. Non si conosce l'evento che li produsse ma fu certamente anteriore al 1516, poiché compaiono in una copia della Sindone dipinta in tale data e conservata a Lierre[15].

L'immagine[modifica | modifica sorgente]

L'immagine frontale presente sulla Sindone nel negativo fotografico.

Il lenzuolo riporta due immagini molto tenui che ritraggono un corpo umano nudo, a grandezza naturale, una di fronte (immagine frontale) e l'altra di schiena (immagine dorsale); sono allineate testa contro testa, separate da uno spazio che non reca tracce corporee. Sono di colore più scuro di quello del telo. Ognuna delle due immagini appare essere la proiezione verticale di una figura umana, e non quella che si otterrebbe stendendo un lenzuolo a contatto con il corpo umano (ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo).

Il corpo raffigurato appare quello di un maschio adulto, con la barba e i capelli lunghi.

L'immagine è poco visibile a occhio nudo e può essere percepita solo ad una certa distanza[16] (uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra scomparire). Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali: infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come "positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14 micrometri)[17].

L'immagine appare essere la proiezione verticale della figura dell'Uomo della Sindone[18][19]: le proporzioni del corpo sono infatti quelle che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo.

Il restauro del 2002[modifica | modifica sorgente]

Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta ad un intervento di restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.

Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi[20]. Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14 sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i dubbi posti dagli autenticisti sull'esame del 1988.

Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili indicazioni.

La posizione della Chiesa[modifica | modifica sorgente]

L'autenticità della Sindone — vale a dire se essa sia o no il vero lenzuolo funebre di Gesù — è stata a lungo dibattuta: vi sono state dispute al riguardo già nel XIV secolo.

Le discussioni sono riprese alla fine del XIX secolo, quando la prima fotografia della Sindone ha rivelato le particolari caratteristiche dell'immagine e ha suscitato l'interesse degli studiosi su di essa.

La Chiesa cattolica in passato si è espressa ufficialmente sulla questione dell'autenticità, prima in senso negativo (nel 1389 il vescovo di Troyes inviò un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato "artificiosamente dipinto in modo ingegnoso", e che "fu provato anche dall'artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto". Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l'ostensione ma ordinava di "dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario"[21]) e poi, ribaltando il giudizio, in senso positivo (nel 1506 Giulio II autorizzò il culto pubblico della Sindone con messa e ufficio proprio[22][23]). Attualmente, la Chiesa cattolica non si esprime ufficialmente sulla questione dell'autenticità, lasciando alla scienza il compito di esaminare le prove a favore e contro, ma ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù. Diversi pontefici moderni, da papa Pio XI a papa Giovanni Paolo II, hanno inoltre espresso il loro personale convincimento a favore dell'autenticità.[24]

Le chiese protestanti considerano invece la venerazione della Sindone, e delle reliquie in genere, una manifestazione di religiosità popolare di origine pagana estranea al messaggio evangelico.

Studi scientifici[modifica | modifica sorgente]

Esame del Carbonio 14[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esame del Carbonio 14 sulla Sindone.

Il più celebre e importante esame compiuto sulla reliquia, per la grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14[25]. Secondo il risultato dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato nell'intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Questa datazione corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).

Esami sulle presunte tracce ematiche[modifica | modifica sorgente]

I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono condotti nel 1973 da G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari, membri della commissione scientifica nominata dal cardinale Pellegrino, su due fili di tessuto sindonico. I risultati furono negativi[26] anche se Frache, Mari Rizzati e Mari precisarono che "la risposta negativa fornita dalle analisi condotte non ci permette di dare un giudizio assoluto dell'esclusione della natura ematica del materiale esaminato"[27].

Ulteriori esami microscopici effettuati da Guido Filogano e Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli del sangue[28].

Sia Frache che Filogamo trovarono dei granuli di materiale colorante[29].

Nel 1978 il cardinale di Torino Ballestrero consentì allo STURP (Shroud of Turin Research Project) di analizzare la sindone. Furono premute strisce adesive sulla sindone per asportare delle particelle e furono prelevati alcuni fili[30]. Nel 1980 Walter McCrone, microscopista consulente dello STURP, presentò due lavori allo STURP: sulla base di osservazioni microscopiche e analisi chimiche, egli annunciò di avere trovate tracce di ocra rossa, cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel Medioevo) e alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale, al giorno d'oggi prodotto sinteticamente)[14][31][32]. Secondo McCrone, le risultanze del suo studio proverebbero che la sindone è un dipinto[31][33]. I due lavori furono tuttavia respinti dallo STURP che espulse McCrone[34][35] e incaricò due propri membri (John Heller e Alan Adler) di compiere nuove analisi.

Heller e Adler, contrariamente a McCrone, avrebbero rilevato con vari test chimici e fisici la presenza di emoglobina (analoghi risultati avrebbe raggiunto anche Pellicori[36]), albumina e bilirubina e osservarono che le macchie di sangue si sciolgono completamente in una miscela di enzimi proteolitici, il che indicherebbe che siano composte interamente da sostanze proteiche, e non da pigmenti minerali o vegetali. Inoltre trovarono che gli aloni intorno alle macchie di sangue sarebbero composti da siero. Heller e Adler, pur ritrovando analoghe sostanze di quelle rinvenute da Mccrone (ossido di ferro, proteine, pigmenti) arrivarono a conclusioni opposte rispetto a Mccrone attribuendo la presenza di pigmenti a contaminazioni successive.[37][38]. La conclusione dello STURP fu che le "macchie di sangue" sono costituite interamente da sangue[39][40]. Le particelle di ossido di ferro, che McCrone identificò come ocra rossa, possono anche essere residui del ferro presente nel sangue. Secondo Heller e Adler la spiegazione corretta sarebbe quest'ultima, in quanto l'ocra rossa non sarebbe costituita da ossido di ferro puro, ma conterrebbe normalmente rilevanti quantità di impurezze quali manganese, nickel e cobalto oltre che mercurio. I campioni sindonici quindi, secondo Heller, non contengono quantità misurabili di nessuno di tali elementi, mentre contengono numerosi elementi (Na, Mg, Al, Si, P, S, Cl, K, Ca, Fe) presenti nel sangue[38].

Gli studi di Heller e Adler sono stati criticati sotto diversi aspetti:

  • Luigi Garlaschelli obietta che Heller e Adler per le loro ricerche fecero uso del test delle porfirine, che tuttavia non è un test specifico del sangue e darebbe risultati positivi anche su un vegetale[29][41], e così anche nessuno degli ulteriori test utilizzati è specifico per il sangue[42][43]

Nel 1982 la presenza di sangue fu rilevata anche da Baima Bollone, Jorio e Massaro[45], i quali usando test immunologici identificarono il sangue come umano di gruppo AB. Il loro test fu ripetuto (esclusa l'identificazione del gruppo sanguigno) dallo STURP che ne confermò il risultato[39]. Luigi Garlaschelli nota in merito[42] che i test immunologici sarebbero tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e inquinamenti. Più specificamente Vittorio Pesce Delfino nota che gli esami istochimici di Baima Bollone evidenziarono solo tracce di ferro, che Bollone attribuì ad emoglobina. Nota Delfino che il ferro non indica univocamente l'emoglobina, e che l'ossido di ferro, ad esempio, è stato trovato nell'ocra rossa che è stata riscontrata sulla tela[13].

Nel 2008, analisi eseguite per spettrometria Raman su polvere raccolta nel 1978 tra la Sindone e la tela d'Olanda posta sul retro hanno rilevato la possibile presenza di pigmenti, in accordo con le osservazioni di McCrone, e di emoglobina. Le analisi furono svolte da Giulia Moscardi[46], che tuttavia ritiene che i pigmenti siano da attribuire a contaminazioni successive e ritiene che l'ossido di ferro presente sia il risultato della degradazione dell'emoglobina.

Secondo lo STURP e Baima Bollone, le ipotetiche macchie di sangue si sarebbero formate per contatto diretto con l'uomo avvolto nel lenzuolo.

Garlaschelli fa notare tuttavia che il sangue, se ancora fluido, avrebbe dovuto lasciare delle macchie informi; secondo Garlaschelli risulta inoltre fisicamente impossibile che il sangue di un corpo in quella posizione scorra sulla superficie esterna della capigliatura[29].

Esame del tessuto[modifica | modifica sorgente]

La forma della Sindone è approssimativamente rettangolare. Prima del restauro del 2002 le dimensioni[47] erano 437,7 cm il lato in basso (considerando la posizione ostensiva con la figura frontale a sinistra e dorsale a destra), 434 cm il lato alto, 112,5 cm a sinistra e 113 a destra. In seguito al restauro del 2002, durante il quale è stato rimosso il telo di supporto sul quale era cucita, la distensione del telo ha prodotto un leggero aumento delle dimensioni: lato basso 441,5 cm, alto 442, sinistra 113, destra 113,7. Lo spessore del tessuto è di circa 0,34 millimetri. Il peso, valutato approssimativamente, è di kg 2,450.

Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio Timossi, Silvio Curto (direttore del Museo egizio di Torino) e altri. Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche della lavorazione manuale. I fili del tessuto hanno uno spessore di circa 250 millesimi di millimetro e sono composti da una settantina di fibrille del diametro di 10-20 millesimi di millimetro.[48] La filatura delle fibrille della Sindone è in senso orario, o "a Z".

Da un punto di vista archeologico le sindoni giudaiche del I secolo conosciute sono diverse da quella di Torino[29] per tessuto, tessitura, torcitura del filo e disposizione intorno al corpo.

Una sindone ritrovata ad Akeldamà (analizzata al carbonio 14, e datata 50 a.C./70 d.C.) mostra molte differenze rispetto a quella di Torino: le braccia distese ai lati; collo, polsi e caviglie fermati con appositi bendaggi. Il tessuto era di lana, la struttura 1:1 (la sindone di Torino è a spina di pesce 3:1), la trama è a S (quella di Torino è a Z)[29][49].

Altre sindoni risalenti allo stesso periodo confermano la presenza di trame più semplici di quella di Torino, la pluralità di bendaggi e la filatura a S, ponendo seri dubbi sull'appartenenza della Sindone di Torino alla produzione sindonica dell'epoca di area ebraica[29][50][51].

L'immagine della sindone manca di deformazioni tipiche dell'immagine che si può formare nel contatto tra un corpo e una tela. La deformazione che si dovrebbe avere è quella di un'immagine molto dilatata. Questo dovrebbe accadere in particolare per il volto: si tratta del noto effetto “Maschera di Agamennone”. Il volto dell'uomo sindonico invece non presenta questa dilatazione, il che è scientificamente spiegabile solo con l'ipotesi che a lasciare l'impronta sia stato un bassorilievo poco aggettante. Si nota inoltre che l'immagine dorsale, essendo quella su cui premeva il peso del corpo dovrebbe avere maggiore intensità rispetto a quella frontale ma così non è[29].

Finora tra i reperti pervenutici non è stato rinvenuto[52] un esemplare di tessuto del I secolo d.C. completamente compatibile con la Sindone, vale a dire un lenzuolo di lino intessuto a "spina di pesce" con un rapporto ordito-trama di 3:1. Invece se ne conosce uno di epoca medievale intessuto con intreccio identico a quello sindonico: è custodito al Victoria and Albert Museum[53][54] di Londra e risale al XIV secolo, epoca che coincide con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14. Sono anche stati ritrovati nell'area mediorientale alcuni sudari, o parti deteriorate di questi, risalenti all'incirca al periodo in cui dovrebbe essere vissuto Gesù, sia di lino che di lana, con rapporti di ordito-trama di 1:1 o 2:2, tutti però caratterizzati da una filatura a "S" e dalla presenza di differenti teli e di corde (un metodo di fasciatura descritto anche nel vangelo di Giovanni).[49]

Shimon Gibson, archeologo israeliano scopritore della sindone di Akeldamà, ha rinvenuto nel sepolcro una sindone per ricoprire il corpo e un panno separato, una sorta di "fazzoletto", per ricoprire solo il volto (usanza che permetteva ad una persona data erroneamente per morta di non soffocare e di poter avvertire chi era nelle vicinanze urlando). Per la difformità rispetto a questo rinvenimento, in aggiunta alla fiducia sul risultato della datazione al C14, Gibson ritiene che la Sindone di Torino non sia autentica: «una sindone composta da un solo telo non pare rientrasse nella pratica comune all'epoca di Gesù».[55]

Esame medico-legale[modifica | modifica sorgente]

Secondo l'anatomopatologo Baima Bollone, la figura impressa corrisponde a quella di un corpo crocifisso irrigidito dal rigor mortis: «La struttura somatica è fissata in una posizione del tutto innaturale... gli arti superiori sono flessi a circa 100° il destro e 90° il sinistro in corrispondenza delle spalle [...] il lenzuolo fu teso a ponte sul cadavere irrigidito nell'atteggiamento di lieve flessione del capo, [...], e anche delle ginocchia, intuitivamente assunto sulla croce [...] la marcata rigidità dei muscoli mimici e del collo, questa seconda comprovata dalla posizione del capo permanentemente flesso verso il torace, nonché dalle grandi masse muscolari del petto e delle cosce mostra che l'uomo della sindone era in stato di rigidità cadaverica».[56]

Secondo il chimico Garlaschelli, la posizione del corpo non appare in linea con ciò che avviene in un cadavere[29] e le mani sono sovrapposte sul pube, ma in un morto ciò non è possibile, poiché la posizione richiede che i muscoli siano in tensione oppure che le mani siano legate (ma sulla sindone non c'è traccia di legacci), mentre «le braccia rilassate di un cadavere ricadrebbero più giù e le mani si congiungerebbero solo sullo stomaco»[29]. Il rigor mortis (tesi ad esempio sostenuta da Bollone) non giustifica la posizione poiché se i muscoli di un cadavere vengono forzati, questi si rilassano[29][57].

Presunti segni dei chiodi[modifica | modifica sorgente]

Pierre Barbet[58] afferma di avere verificato, con esperimenti su cadaveri e su arti amputati, che in effetti la crocifissione nel palmo della mano non è possibile, perché sotto il peso del corpo i tessuti molli della mano si lacerano: il crocifisso finirebbe presto per cadere dalla croce. Afferma quindi che il chiodo fu infisso nel polso, cosicché il corpo è trattenuto in posizione dallo scheletro e dai legamenti, che possono reggere agevolmente il peso.

Secondo Barbet, i chiodi furono infissi nello spazio di Destot, una piccola apertura tra quattro ossicini del polso (semilunare, piramidale, capitato e uncinato). Egli ha osservato inoltre che un chiodo infisso in questa posizione lede il nervo mediano: questa lesione provoca al crocifisso un dolore acuto (si tratta dello stesso nervo interessato dalla sindrome del tunnel carpale) e causa la flessione del pollice. Infatti i pollici dell'Uomo della Sindone non sono visibili.

Quasi tutti gli studiosi seguono l'opinione di Barbet, con un'eccezione degna di nota: Frederick Zugibe[59] ritiene invece che i chiodi siano stati infissi alla base del palmo. Anche qui vi è un passaggio tra le ossa del carpo e del metacarpo che permetterebbe al chiodo di trapassare l'arto senza produrre fratture e di uscire nella posizione che si osserva sulla Sindone.

Questi studiosi ritengono che la posizione dei chiodi nei polsi sia un indizio a supporto dell'autenticità della Sindone.

Riguardo alle tecniche di crocefissione del periodo tuttavia si conosce poco: l'unico corpo ritrovato con segni di crocefissione è quello di Giv'at at HaMivtar, un quartiere di Gerusalemme Est, che mostra sensibili differenze sia con il ritratto della sindone[29], che con l'iconografia tipica del Cristo crocifisso. In base alle ricostruzioni effettuate partendo dai resti ritrovati, risalenti al I secolo[60], le mani erano presumibilmente legate e i piedi inchiodati, con i due calcagni trapassati da chodi di ferro del diametro di 1 cm della lunghezza di circa 11,5 cm (caratteristiche del chiodo ritrovato nel calcagno destro[61], erroneamente stimato in un primo tempo in 17–18 cm di lunghezza[60]) e la posizione dei piedi era ai lati della croce[49].

Presunti segni di flagello[modifica | modifica sorgente]

Sulla Sindone si vedono circa 120 segni distribuiti lungo il corpo che, secondo gli autenticisti, sarebbero stati causati dal flagrum, il flagello romano. Si nota tuttavia che da nessuno di questi segni si vedono tracce o rivoli di sangue come ci si aspetterebbe[29]. Inoltre, gli ipotetici segni del flagello risulterebbero essere disposti in maniera particolarmente simmetrica e regolare su tutta l'immagine, evento improbabile in una flagellazione reale, e compatibile invece con una rappresentazione pittorica[34].

La presunta corona di spine[modifica | modifica sorgente]

In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose impronte puntiformi e tondeggianti dall'aspetto di ferite da punta, da cui si dipartono diverse colature di sangue. Gli autenticisti le identificano con le ferite prodotte dalla corona di spine che, secondo i Vangeli, fu posta sul capo di Gesù. Non si hanno notizie storiche di altri casi di coronazione di spine (gli esegeti in genere presumono che si sia trattato di una trovata estemporanea dei soldati per deridere Gesù "re dei Giudei"), per cui non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta.

Secondo alcuni studiosi e critici le colature del sangue sarebbero irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i capelli, dando vita a macchie più indistinte[62]. Una possibile risposta a questa obiezione è stata data da Frederick Zugibe, secondo il quale l'Uomo della Sindone fu lavato prima di essere avvolto nel lenzuolo: in questo modo il sangue colato durante la permanenza sulla croce sarebbe stato rimosso e sulla Sindone si sarebbe impressa soltanto l'impronta delle ferite inumidite dal lavaggio[63].

Dettaglio delle mani. Non c'è accordo tra gli studiosi sulla posizione precisa della ferita; secondo alcuni sarebbe nello spazio tra ulna e radio appena retrostante il polso, come in una crocifissione romana.

Presunti oggetti[modifica | modifica sorgente]

Monete sugli occhi[modifica | modifica sorgente]

Alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone sostengono di aver osservato in corrispondenza degli occhi due piccoli oggetti, da essi identificati come monete, poste sul cadavere per tenere chiuse le palpebre; hanno anche proposto dei tentativi di identificazione delle monete con coniazioni risalenti ai primi anni 30 del I secolo.

Esaminando le foto del telo scattate nel 1931, il gesuita Francis Filas e Alan e Mary Whanger affermano di avere notato sugli occhi dell'Uomo della Sindone le impronte di due piccoli oggetti tondeggianti, che essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32; tali monete sarebbero state poste sugli occhi del cadavere, presumibilmente per tenere chiuse le palpebre. Sull'occhio destro questi studiosi riconoscono un bastone ricurvo chiamato lituus, tipico delle monete di Pilato, e le quattro lettere UCAI; l'iscrizione sulle monete autentiche recita ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ ("Tiberio Cesare" in greco), ma Filas ha affermato di aver trovato degli esemplari con la variante ΤΙΟU CΑΙ[ΣΑΡΟΣ], le cui lettere centrali corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone; tale identificazione è stata però contestata, in quanto la moneta portata ad esempio da Filas[64] ha il bordo consunto e i resti delle lettere sul bordo sono interpretabili con la legenda consueta.[65] Alan Whanger (professore di psichiatria alla Duke University di Durham, North Carolina) ha confrontato l'immagine della Sindone con quella di una moneta procurata da Filas e avrebbe trovato che corrispondono in modo talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo stesso stampo[66]. Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Giulia, madre di Tiberio. Recentemente, Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino hanno dichiarato di ritenere di aver identificato un'altra moneta (anche questa in onore di Giulia) sul sopracciglio sinistro[67].

Tuttavia si fa notare come queste scoperte di monete fanno leva sulle foto del 1931, e non su quelle - a più alta definizione - scattate in anni più recenti[65]. Inoltre la definizione minima dell'immagine della Sindone è di mezzo centimetro, per cui non sarebbe possibile identificare particolari così piccoli; le "monete" sarebbero quindi solo frutto di illusioni ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettano di vedere (pareidolia).[65][68]

Altri hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie generate da irregolarità delle lastre fotografiche, o delle successive copie di queste, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti, affermando che nelle fotografie più recenti e di migliore qualità e definizione, ad esempio quelle scattate nel 1978, esse non sono visibili.

I Whanger rispondono che a loro dire le immagini delle monete sarebbero presenti sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie del 1931, e anche sulle foto del 1978, anche se in queste ultime le lettere appaiono leggermente distorte; affermano anche che, a loro dire, durante l'ostensione televisiva del 1973, a causa del modo in cui la Sindone è stata dispiegata, il tessuto sarebbe stato sottoposto ad una tensione nella regione dell'occhio destro, che secondo loro avrebbe leggermente tirato o ruotato alcuni fili[66]. Pierluigi Baima Bollone ha invece ammesso che la moneta da lui identificata sul sopracciglio nella foto del 1931 non compare nelle fotografie recenti, neanche in quelle da lui scattate.[69]

È stato anche contestato che tra gli ebrei del tempo vi fosse l'usanza di porre delle monete sugli occhi o oggetti pagani all'interno di tombe: secondo Levy Rahmani (direttore dell'Autorità Israeliana per le Antichità)[70] le poche volte (alcune decine di volte su tremila tombe indagate) in cui si è trovata una monetina nella bocca del defunto (e non sugli occhi) si trattava della ripresa di un uso ellenistico, quello dell'obolo pagato a Caronte.[49][71]

Alan Whanger sostiene però che alcune monete sono state rinvenute anche all'interno del cranio del defunto, e che per un cadavere sdraiato in posizione supina, una moneta può cadere all'interno del cranio soltanto se era posta su un occhio: in questo caso infatti, a seguito della decomposizione dei tessuti molli dell'occhio e del cervello, per effetto della gravità la moneta naturalmente cadrebbe attraverso la fessura in fondo alla cavità orbitale. Una moneta posta in bocca, invece, si trova a lato del cranio e non al di sopra di esso, per cui, secondo Whanger, è impossibile che vi cada dentro[67]. Whanger inoltre fa notare che, secondo le usanze del tempo, i cadaveri venivano lasciati nei sepolcri soltanto per un anno, dopodiché le ossa venivano raccolte e trasferite in un ossario, e il sepolcro veniva riutilizzato per seppellirvi altri defunti[72]; secondo Whanger le monete, usate per chiudere le palpebre, a quel punto non servivano più, e a suo dire sarebbero state recuperate, oppure perse durante il trasferimento.

Luigi Gonella (fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero) afferma[73]: "Quella della Sindone è un'immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell'ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce a vedere anche quello che non c'è".

Altri oggetti[modifica | modifica sorgente]

Alan e Mary Whanger sostengono di aver identificato anche immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea[66]. Si tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie specificatamente trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin dichiara di aver osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante l'ostensione del 1998.

Danin, botanico israeliano, ha dichiarato che avrebbe identificato 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo in cui esse sono presenti tutte insieme sarebbe una ristretta area tra Gerusalemme e Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini identificati da Max Frei [74]. Tuttavia la stessa indagine palinografica di Frei è molto controversa ed altri scienziati del ramo ne negano radicalmente l'attendibilità e i risultati finali, e questi studi di Danin non sono stati pubblicati su riviste scientifiche.

Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano di riconoscere tutti i tradizionali "Strumenti della Passione": i chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide, prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i loro profumi l'odore della decomposizione.

I Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa e ricopiati dai pittori.

I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo, anche da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico commento di Ray Rogers: "Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto tempo che iniziano a vedere delle cose che altri non vedono."[75]

È da notare poi che alcuni dei particolari al limite della definizione dell'immagine della Sindone (circa 5 mm) sono interpretati in maniera differente da studiosi differenti, per cui anche chi afferma di individuare sull'immagine possibili scritte o piccoli oggetti (come le succitate monete) non ne dà sempre un'interpretazione univoca.

L'immagine posteriore[modifica | modifica sorgente]

Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma molto più debole e confusa di quella sul dritto. In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo[76]. Dato che almeno in corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro, si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.

Altri esami[modifica | modifica sorgente]

La statura[modifica | modifica sorgente]

Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in 183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo viene considerato da fonti autenticiste un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.

Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso orizzontalmente, si allunga leggermente a causa della distensione della colonna vertebrale. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo, ma vi sono diversi pareri sull'entità di questa seconda correzione: per esempio Giulio Ricci, intorno al 1940, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in 24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.

Esame palinologico[modifica | modifica sorgente]

Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, ex direttore della polizia scientifica di Zurigo[77], con dei nastri adesivi ha prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che poi ha studiato al microscopio elettronico. Nel 1976 ha pubblicato i risultati delle sue analisi. Frei non disse mai il numero totale di pollini trovati, ma si limitò a elencarne 60 diversi tipi (tra queste 21 specie tipiche della Palestina, 6 dell'Anatolia, 1 specie tipica di Costantinopoli[78][79]). Frei ne ha dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina che in Turchia, oltre che in Francia e Italia, il che quindi concorderebbe con la ipotetica ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo[80].

Il lavoro di Frei è stato criticato pesantemente da diversi studiosi[78]. Il lavoro di Frei non tiene conto delle contaminazioni possibili (ad esempio quelle dovute al contatto con i pellegrini)[81]. Nel corso dei secoli infatti il telo è stato toccato da migliaia di mani[81].

Inoltre: per gli studiosi non c'è possibilità di determinare la specie di una pianta dal polline, salvo rari casi. Di regola il polline permette solo di determinare i gruppi di specie o il genere o la famiglia[34][82].

Una revisione del lavoro di Frei fu svolta da Baruch, che identificò tre sole specie[79] (tra queste l'Gundelia tournefortii), mentre per gli altri pollini fu possibile identificare solo il genere[79].

Anche le conclusioni di Baruch furono contestate. V.M. Bryant nel 2000 osservò infatti che tali conclusioni non erano accettabili poiché: Baruch usò un microscopio ottico e non uno elettronico; i pollini intrisi di colla sono difficilmente analizzabili; l'identificazione dell'unico polline era comunque errata per diametro e ornamentazione osservati.[83]

Nonostante la messa in dubbio degli studi di Frei, questi sono stati ripresi nel 1997-1998 da alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone (quali Danin e altri)[80], che all'epoca hanno ipotizzato di localizzare il presunto sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei pressi di Gerusalemme.[74]. Tutto questo sebbene ci siano ulteriori ragioni che facciano ritenere inattendibili le conclusioni di Frei:

  • l'identificazione dei vari tipi di pollini non è di per sé indicativa se non fa anche riferimento al cosiddetto spettro pollinico cioè i valori percentuali di ogni tipo di polline presente nel materiale in esame[82]. Gaetano Ciccone afferma che Frei non avrebbe misurato lo spettro pollinico, ma che avrebbe stilato un semplice elenco di pollini chiamandolo impropriamente spettro pollinico[78].
  • i pollini non possono resistere centinaia di anni in un ambiente aerobico. Se il polline viene esposto all'aria in poco tempo viene distrutto poiché l'ossigeno corrode la sporopollenina lasciando il polline in balia dell'azione distruttiva di funghi e batteri[84]. Marta Mariotti Lippi, provò sperimentalmente a misurare la conservazione dei pollini: dopo due mesi la perdita di polline sui tessuti testati era stata del 77%[85]

Lo stesso Danin, ricostruendo però più recentemente (2010) l'intera questione delle analisi microscopiche più avanzate sui pollini di Frei, esclude la possibilità che gli stessi possano venire usati da soli per definire un'area geografica di provenienza[86], sottolineando inoltre come in tal senso sia inutile la mera osservazione della frequenza di piante spinose [87].

In particolare, le più recenti analisi di Litt, effettuate con microscopia ottica avanzata e microscopia confocale basata su laser, hanno dimostrato l'impossibilità di definire i pollini perfino a livello di genere, e quindi tanto più a livello di specie; Litt va persino oltre le conclusioni di Baruch, ed esclude anche, con elevata probabilità, che i pollini siano ascrivibili a Gundelia[88].

Datazione chimica[modifica | modifica sorgente]

Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si consuma spontaneamente ad un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale (così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza indicherebbe un'età maggiore.

In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel 2005[89], la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni ad una temperatura di 23 °C e 3095 anni ad una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata conservata.

Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito alcuni scenari per cui i 25 °C / 23 °C / 20 °C costanti ipotizzati da Rogers nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:

  • Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a consumare il 95% della vanillina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che la Sindone sia stata conservata per sei secoli ad una temperatura costante di 30 °C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
  • L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della vanillina[90]. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura eccessiva[14].
  • Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone (circa 200º[14]) durante l'incendio del 1532 avrebbe consumato molto rapidamente la vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in meno di 7 minuti[14]. Rogers nel suo articolo ritiene tuttavia che l'incendio del 1532 potrebbe non avere avuto grossi effetti sul contenuto di vanillina poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa e le parti del lenzuolo lontane dalle bruciature potrebbero non aver raggiunto temperature così alte.[89].

Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.

Lo studio di Rogers viene definito "molto povero"[91][92] e carente dal punto di vista metodologico sotto tre aspetti[91]

  • Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di vanillina nei fili di lino: sono stati usati test qualitativi per determinare risultati quantitativi
  • Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha usato campioni di controllo
  • Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per calcolare un "margine d'errore" nella datazione.

Stima soggettiva delle probabilità[modifica | modifica sorgente]

Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto effettivamente correlato ad un uomo vissuto in Palestina nel I secolo d.C., alcuni studiosi hanno effettuato stime sulla probabilità che quell'uomo non corrispondesse a Gesù Cristo in base alle caratteristiche della reliquia stessa. Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche, partendo dalle descrizioni presenti nella letteratura e nell'iconografia[93].

Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla Sorbona[94], presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche dell'immagine, valutava soggettivamente che la probabilità che la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Gesù era, a suo parere, inferiore a uno su 10 miliardi.

Negli anni settanta Bruno Barberis, docente dell'Università di Torino e attuale direttore del Centro Internazionale di Sindonologia, espresse una simile stima soggettiva, basandosi su nuovi fattori. La probabilità da lui soggettivamente ipotizzata è di 1 su 200 miliardi; valutazioni soggettive simili sono state ipotizzate anche dal matematico e sindonologo Tino Zeuli, Professore emerito dell'Università di Torino.[95][96]

È opportuno chiarire che queste stime ipotetiche sono solo pareri soggettivi basati su ragionamenti analogici, e non calcoli scientifici, statistici o matematici nel senso tecnico del termine.

Riproduzioni sperimentali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ipotesi sulla formazione dell'immagine della Sindone.

Diversi studiosi hanno lavorato sulla riproduzione di manufatti con alcune caratteristiche proprie della Sindone, utilizzando vari metodi per poter spiegare quale sia stato il processo di formazione dell'immagine. Sebbene siano state prodotte immagini che mostrano similitudini, non è ancora stato possibile riprodurre tutte le peculiari caratteristiche della Sindone.

  • Joe Nickell ha "dipinto" un'immagine senza usare pennelli, stendendo un lenzuolo sul corpo di un uomo sdraiato e strofinandolo con un pigmento liquido a base di ocra rossa[97].
  • Rodante, Moroni e Delfino-Pesce hanno utilizzato il metodo del bassorilievo riscaldato[98].
  • Nicholas Allen ha usato la tecnica fotografica[99].
  • Giulio Fanti e collaboratori hanno colorato delle fibre di lino usando un laser a eccimeri. Si tratta della fase preliminare di una ricerca tesa a provare l'ipotesi che l'immagine della Sindone sia stata generata da una radiazione emessa dal corpo umano avvolto in essa[100].
  • Luigi Garlaschelli ha usato un metodo derivato da quello di Nickell, aggiungendo ad un pigmento una soluzione di acido solforico che ha reagito chimicamente con le fibre del tessuto creando l'immagine, mentre il pigmento è stato poi eliminato sottoponendo il telo a invecchiamento artificiale e successivo lavaggio[97][101].

Oggetti analoghi alla Sindone[modifica | modifica sorgente]

Il Sudario di Oviedo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sudario di Oviedo.

La Sindone è stata comparata con il presunto sudario di Gesù conservato nella cattedrale di Oviedo, nelle Asturie in Spagna. Questo è un telo molto più piccolo della Sindone (circa 84x53 cm), che non presenta alcuna immagine, ma solo macchie di sangue.

È stato ipotizzato da chi sostiene l'autenticità sia di questa reliquia sia del telo di Torino, che questo sudario sia stato posto sul capo di Gesù durante la deposizione dalla croce, e poi rimosso prima di avvolgere il corpo nella Sindone, avendo quindi il tempo di macchiarsi di sangue, ma non quello per subire lo stesso processo di formazione dell'immagine della Sindone, qualunque questo sia stato. Il sudario sarebbe stato conservato a Gerusalemme fino al 614, poi trasportato in Spagna attraverso il Nordafrica; custodito prima a Toledo, venne trasportato ad Oviedo tra l'812 e l'842.

La datazione con il Metodo del carbonio-14 ha datato il Sudario come risalente al 680 circa, data compatibile con le prime testimonianze storiche documentate dell'esistenza del Sudario in Europa.[102]

Il Mandylion[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Mandylion.

Il Mandylion o "Immagine di Edessa" era un telo conservato dapprima a Edessa (oggi Urfa, in Turchia) almeno dal 544, poi dal 944 a Costantinopoli. Le fonti lo descrivono come un fazzoletto che recava impressa in modo miracoloso l'immagine del viso di Gesù. Nel 944, dopo che Edessa era stata occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli: qui rimase fino al 1204, quando la città venne saccheggiata dai crociati, molte reliquie vennero trafugate e del sacro fazzoletto si persero le tracce.

Alcuni ritengono che il Mandylion fosse la Sindone piegata in otto e chiusa in un reliquiario, in modo da lasciare visibile solo l'immagine del viso.[1][103]

Il velo della Veronica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Velo della Veronica.

Una leggenda sostiene che una donna, di nome Veronica, asciugò il volto di Gesù con un panno durante la sua salita al Calvario; sul panno si impresse miracolosamente l'immagine del volto. Questo racconto è talmente noto che l'incontro di Gesù con la Veronica è una delle tradizionali stazioni della Via Crucis.

Fino al 1600 circa si conservava a Roma il presunto velo della Veronica; ne fanno menzione anche Dante nella Divina Commedia (Paradiso XXXI, 103-108) e Petrarca nei Rerum vulgarium fragmenta (Componimento XVI, vv. 9-11) s:Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)/Movesi il vecchierel canuto et biancho.

La Sindone di Besançon[modifica | modifica sorgente]

L'abside ovest della cattedrale di Besançon, ove era custodito il Santo Sudario

A Besançon, in Francia, a circa 200 km da Lirey, si trovava un'altra Sindone; sembra che vi fosse giunta nel 1208. Era più piccola della Sindone di Torino (1,3 x 2,6 m) e mostrava solo l'immagine anteriore. Era oggetto di un'intensa venerazione, meta di pellegrinaggio ed era ritenuta miracolosa. La Sindone di Besançon scomparve in un incendio nel 1349, ma nel 1377 i canonici della cattedrale annunciarono di averla ritrovata intatta in un armadio. Nel 1794 andò definitivamente distrutta durante la Rivoluzione francese.[104]

Alcuni storici ipotizzano che questa, e non quella di Torino, fosse la Sindone che veniva esposta a Costantinopoli fino al 1204; Altri[105] ipotizzano invece che la Sindone scomparsa nell'incendio del 1349 fosse quella di Torino (l'incendio in cui venne data inizialmente per distrutta precede di pochissimi anni la comparsa di quest'ultima a Lirey) e che quella "ritrovata" nel 1377 fosse una copia; altri ancora ipotizzano che proprio la Sindone di Torino fosse una copia effettuata per sfruttare la fama di quella della vicina Besançon ed attirare quindi a Lirey i pellegrini, dubbi che, dopo la prima ostensione del 1357, portarono il vescovo di Troyes, Enrico di Poitiers, a chiedere, senza successo, di esaminare il telo, che venne tenuto nascosto fino al 1389.[104]

Copie della Sindone[modifica | modifica sorgente]

Sono note circa 50 copie della Sindone, eseguite da vari pittori in diverse epoche. Una tra le più note, realizzata nel 1516 e conservata a Lier in Belgio, è attribuita ad Albrecht Dürer, ma questa attribuzione è controversa.[106]

Un'altra copia della Sindone è custodita nella Basilica Cattedrale di Gallipoli, realizzata a Torino nel XVI secolo e messa in contatto con l'originale nel 1578, per volere del vescovo Alessio Zelodano in occasione del pellegrinaggio di San Carlo Borromeo a Torino.

Il Graal[modifica | modifica sorgente]

Recentemente lo storico Daniel Scavone ha avanzato l'ipotesi che il Graal, il misterioso oggetto protagonista delle più celebri leggende medievali, non fosse altro che la Sindone[107].

Scavone ipotizza che la leggenda del Graal sia stata ispirata dalle frammentarie notizie giunte in Occidente di un oggetto legato alla sepoltura di Gesù e che ne "conteneva" il sangue; si pensò quindi che si trattasse di una coppa o di un piatto, le forme in cui il Graal è solitamente rappresentato.

La Sindone nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Al pari di altre reliquie della religione cristiana particolarmente note, la Sindone negli ultimi anni è stata citata o utilizzata nelle opere di diversi scrittori e sceneggiatori.

Nel romanzo Il codice dell'apocalisse di Andrea Carlo Cappi e Alfredo Castelli, che ha come protagonista il personaggio dei fumetti italiani Martin Mystère, la Sindone esposta a Torino è in realtà una copia effettuata da Leonardo da Vinci (grazie alla conoscenza della camera oscura) alla fine del XV secolo, realizzata per permettere alla chiesa di custodire con più sicurezza quella precedentemente esposta. Nel romanzo Leonardo non si limita a farne una mera copia, ma, tramite un antico libro di magia risalente al tempo di Atlantide, rende questa un oggetto magico in grado di "catalizzare" le preghiere dei fedeli che l'adorano, di valenza benefica, ed impiegarle per allontanare le forze malvagie da Torino. Nel libro, un demone - Belial - proclamatosi "Signore del Male", che sta cercando da secoli di scatenare l'Apocalisse, cercherà di disattivarne i poteri, in modo da poter aprire un portale con gli Inferi e far giungere sulla Terra altre creature demoniache.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Il sacro lino: una storia controversa dal sito dell'Enciclopedia Italiana Treccani.
  2. ^ a b c d La Sacra Sindone, Nadia Finocchi, GOODmood, 2013,ISBN 8862776039
  3. ^ Giulio Ricci, L'uomo della Sindone è Gesù, 1989, p. 22.
  4. ^ a b Richard B. Sorensen, Answering the Savoy/Leonardo da Vinci Hypothesis (2005) [1]
  5. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 16
  6. ^ Giacomo Galeazzi, "La Sindone appartiene allo Stato italiano" in La Stampa, Torino, 26 maggio 2009.
  7. ^ Atto di sindacato ispettivo. 09 giugno 2009, n. 4-01563. Senato della Repubblica Italiana.
  8. ^ Giacomo Galeazzi, Sindone, la proprietà finisce in Parlamento in La Stampa, Torino, 28 maggio 2009.
  9. ^ Sindone: salgono le prenotazioni in Sito ufficiale Santa Sindone, Diocesi di Torino. URL consultato il 03-05-2010.
  10. ^ Sindone di Torino sul sito del CICAP
  11. ^ Descrizione del tessuto sul sito ufficiale
  12. ^ Dal sito ufficiale
  13. ^ a b c E l'uomo creò la Sindone,Vittorio Pesce Delfino, ISBN 978-88-220-6233-8, pag. 258
  14. ^ a b c d e Indagine critica sulla sindone sul sito del CICAP
  15. ^ bruciature, aloni d'acqua e lacune
  16. ^ La sacra Sindone, Giunti Editore Firenze Italy, 1998, ISBN 88-440-0730-4, 9788844007300
  17. ^ J.S. Accetta and J.S. Baumgart, Infrared reflectance spectroscopy and thermographic investigations of the Shroud of Turin, Applied Optics 19, 1921-1929 (1980).
  18. ^ W.R. Ercoline, R.C. Downs jr., J.P. Jackson, Examination of the Turin Shroud for image distortions, IEEE 1982 Proceedings of the International Conference on Cybernetics and Society, pp. 576-579 (1982).
  19. ^ Le origini della Sindone - Convegno 2000, articolo sul convegno dal sito del CICAP
  20. ^ Comments On The Restoration.
  21. ^ Eugenia Tognotti, Gli scienziati credono nel dubbio, La Stampa, 10-04-2010. URL consultato il 13-04-2010.
  22. ^ Giuseppe Berta, "Della Sacra Sindone di nostro signore Gesù Cristo", presso i fratelli Reycend, 1842
  23. ^ Pierluigi Baima Bollone, "Sindone la prova", Oscar Mondadori, 1998
  24. ^ Il 5 settembre 1936 papa Pio XI distribuì a ad un gruppo di giovani dell'Azione Cattolica delle immagini del volto della Sindone dichiarando: «Non sono proprio immagini di Maria SS., ma [...] del Divin Figlio suo [...]. Esse vengono proprio da quell'ancor misterioso oggetto, ma certamente non di fattura umana, questo si può dir già dimostrato, che è la santa Sindone di Torino...» (L'Osservatore Romano, 7 settembre 1936). Papa Pio XII, radiomessaggio inviato al termine del Congresso Eucaristico Nazionale del 1953: «Torino [...] custodisce come prezioso tesoro la Santa Sindone che mostra [...] l'immagine del corpo esanime e del Divino Volto affranto di Gesù». Papa Giovanni XXIII, al termine di un colloquio con i gruppi "Cultores Sanctas Sindonis" che gli avevano presentato delle foto della reliquia, ripeté più volte, scandendo le parole: «Digitus Dei est hic!» (16 febbraio 1959). Papa Giovanni Paolo II, dopo l'ostensione privata avvenuta il 13 aprile 1980 in occasione della sua visita a Torino: «La Sacra Sindone, singolarissima testimone - se accettiamo gli argomenti di tanti scienziati - della Pasqua, della passione, della morte e della risurrezione. Testimone muto ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente» (L'Osservatore Romano, 14-15 aprile 1980). Stralcio di un discorso tenuto a Roma da Wojtyła il 20 aprile successivo: «la cattedrale di Torino, il luogo dove si trova da secoli la Sacra Sindone, la reliquia più splendida della passione e della risurrezione» (L'Osservatore Romano, 21-22 aprile 1980).
    Citazioni tratte da Gino Moretto, Sindone - La guida, Editrice Elle Di Ci 1998.
  25. ^ P.E. Damon et al., Radiocarbon dating of the Shroud of Turin, Nature 337, 611-615 (16 feb. 1989) [2].
  26. ^ G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d'ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, suppl. Rivista diocesana Torinese, 1976. Cfr. anche Sindone:la voce agli scettici, articolo del CICAP.
  27. ^ G. Frache, E. Mari Rizzati, E. Mari, Relazione conclusiva sulle indagini d'ordine ematologico praticate su materiale prelevato dalla Sindone, suppl. Rivista diocesana Torinese, 1976, citato in Giulio Fanti, La Sindone. Una sfida alla scienza moderna, Aracne 2008, p.172
  28. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 77
  29. ^ a b c d e f g h i j k l Micromega, 4/2010, Articolo di Luigi Garlaschelli, pag. 27 e ss.
  30. ^ The 1978 Scientific Examination
  31. ^ a b McCrone, Walter C, "Microscopical study of the Turin Shroud", Wiener Berichte über Naturwissenschaft in der Kunst. 1987
  32. ^ a b Scandals and Follies of the 'Holy Shroud', articolo di Joe Nickell da Skeptical Inquirer, settembre 2001, raccolto con altri articoli in Joe Nickell, The Mystery Chronicles: More Real-Life X-Files, University Press of Kentucky, 2004, ISBN 978-0-8131-2318-9
  33. ^ Nel 2000 per il suo lavoro sulla sindone McCrone verrà premiato dall'American Chemical Society(si veda anche Sul sito del Cicap nota 15] e Sito ufficiale del premio)
  34. ^ a b c Scientific investigation of copies, fakes and forgeries, Paul Craddock, Butterworth-Heinemann, 2009, ISBN 0-7506-4205-X, 9780750642057, pag. 104 e ss.
  35. ^ Relics of the Christ, Joe Nickell, University Press of Kentucky, 2007, ISBN 0813124255, 9780813124254
  36. ^ Samuel F. Pellicori, Spectral properties of the Shroud of Turin, Applied Optics 12, 1913 (1980)
  37. ^ John H. Heller, Alan D. Adler, Blood on the Shroud of Turin, Applied Optics 19(16), 2742 (1980)
  38. ^ a b John H. Heller, Alan D. Adler, A chemical investigation of the Shroud of Turin, Canadian Society of Forensic Science Journal 14(3), 81 (1981)
  39. ^ a b Eric J. Jumper, Alan D. Adler, John P. Jackson, Samuel F. Pellicori, John H. Heller, J.R. Druzik, A comprehensive examination of the various stains and images on the Shroud of Turin, ACS Advances in Chemistry, Archaeological Chemistry III 205, 447-476 (1984)
  40. ^ L.A. Schwalbe, R.N. Rogers, Physics and Chemistry of the Shroud of Turin -- A Summary of the 1978 Investigation, Analytica Chimica Acta 135, 3 (1982)
  41. ^ Treccani
  42. ^ a b Luigi Garlaschelli, Il Mistero del Telo Sindonico da La Chimica e l'Industria, 80, 629 (1998)
  43. ^ The Skeptic encyclopedia of pseudoscience, Volume 2, Michael Shermer, ISBN 1576076539, 9781576076538, pag.214 e ss
  44. ^ Unraveling the Shroud of Turin, Steven D. Schafersman, Department of Science and Mathematics, The University of Texas of the Permian BasinOdessa, Texas
  45. ^ Pierluigi Baima Bollone, Maria Jorio, Anna Lucia Massaro, La dimostrazione della presenza di tracce di sangue umano sulla Sindone, Sindon 30, 5 (1981); Identificazione del gruppo delle tracce di sangue umano sulla Sindone, Sindon 31, 5 (1982)
  46. ^ Giulia Moscardi Analysis by Raman Microscopy of Powder Samples Drawn from the Turin Shroud, poster presentato alla Ohio Shroud Conference, Columbus, Ohio (2008).
  47. ^ Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 212 dove cita Ghiberti G., Sindone. Le immagini 2002, 2002.
  48. ^ Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 198 dove cita Vercelli P., The Cloth of the Holy Shround; a technical product analysis of the cloth and its reproduction with similar characteristics, Sindon N.S., Quad. n. 13, giugno 2000, pp. 169-175.
  49. ^ a b c d Antonio Lombatti, La Sindone e il giudaismo al tempo di Gesù, Scienza e Paranormale numero 81, settembre/ottobre 2008, presente online anche sul sito del CICAP
  50. ^ ""There have now been only two cases of textiles discovered in Jewish burials from this period," said archaeologist Amos Kloner of Bar Ilan University. And both appear to contradict the idea that the Shroud of Turin is from Jesus-era Jerusalem." National Geographic
  51. ^ Sono stati comunque ritrovati campioni di filati con torsione "a Z" Cfr. Pierluigi Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006, p. 198. Nota Orit Shamir che prove di diversa natura indicano che i tessuti con filatura ad S, sono prodotti localmente. [...] Ed è degno di nota il fatto che tutti i manufatti tessili di lino sono ugualmente filati ad S. I capi con tessitura a Z, caratteristici, costituiscono solo una piccola parte dei tessuti del periodo romano rinvenuti in Israele e nei territori circostanti. I tessuti sono sopravvissuti molto più raramente nelle regioni mediterranee settentrionali, in Grecia e nella stessa Italia, ma, a giudicare dai reperti ritrovati, in tali aree la norma era la filatura a Z. Cfr O.Shamir, Textiles from the first Century CE in Jerusalem, Londra, 2007
  52. ^ Tutti gli esperti di sindonologia del fronte "autenticista" citano come prova più importante soltanto i frammenti di tessuto del I secolo d.C. ritrovati a Masada, i quali avrebbero cuciture analoghe a quelle della Sindone in alcune parti. Si veda, ad esempio, la professoressa Emanuela Marinelli in questa intervista. Alcuni autori come Antonio Lombatti fanno però notare come a Masada, tra i vari tessuti ritrovati, non ve ne sia nessuno ad uso funebre. Lombatti identifica l'errore come presente in un articolo di Mechtild Flury Lemberg ("Die Leinwand des Turiner Grabtuches zum technischen Befund", del 2000), poi ripreso dai sindologi, che cita "il ritrovamento sepolcrale di Masada" usando come fonte due pagine del testo Masada IV. Final Reports (a cura di Aviram J., Foester G., Netzer E.), che però descrivono tessuti completamente differenti dalla Sindone (illustrazione 111 di p. 210 Wool, red, balanced 2:2 broken diamond twill. Some edges seem deliberately torn. Dyed with madder, illustrazione 113 di pag 211 wool, 1:1 diamond twill).
  53. ^ Donald King, and Santina Leve,The Victoria & Albert Museum's Textile Collection: Embroidery in Britain from 1200 to 1750 (1993). Nel capitolo VIII del libro viene trattato il parallelo tra un tessuto del 1300 e la Sindone di Torino.
  54. ^ Articolo e foto dell'unico tessuto di lino conosciuto con intreccio uguale a quello della Sindone risalente al Trecento
  55. ^ Shimon Gibson, nell'intervista "Buried in Time" (17 marzo 2007).
  56. ^ Baima Bollone, Il mistero della Sindone, 2006: pag. 219-220, pag. 243
  57. ^ Forensic pathology, Di Vincent J. M. Di Maio,Dominick J. Di Maio, CRC Press, 2001, ISBN 0-8493-0072-X, 9780849300721, pag. 26 e ss.
  58. ^ Pierre Barbet, La Passione di Cristo secondo il chirurgo, LICE, Torino (1959)
  59. ^ Frederick T. Zugibe, The Cross and the Shroud, McDonagh & Co., New Jersey (1981)
  60. ^ a b (EN) Joe Zias, Crucifixion in antiquity, articolo sul sito personale dell'antropologo israeliano
  61. ^ (EN) Lewis, Stephen J, Some notes on crucifixion
  62. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, p.46
  63. ^ Frederick T. Zugibe, The Man Of The Shroud Was Washed, Sindon Nuova Serie, Quaderno n.1 (giugno 1989) [3]
  64. ^ F. Filas: Sindon, dicembre 1983, pp. 65-73
  65. ^ a b c Gian Marco Rinaldi, "La farsa delle monetine sugli occhi".
  66. ^ a b c Mary e Alan Whanger, The Shroud of Turin, An Adventure of Discovery, Providence House Publishers, Franklin, Tennessee (1998), ISBN 1-57736-079-6.
  67. ^ a b Antonio Lombatti, Doubts Concerning the Coins Over the Eyes, BSTS Newsletter 45 (1997), con risposta di Alan Whanger e susseguente dibattito [4]
  68. ^ Luigi Gonella, fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero, citato in Mariano Tomatis, "Sindone di Torino", CICAP.
  69. ^ P. Baima Bollone: Sindon, giugno 2000, p. 133, citato in Gian Marco Rinaldi, "La farsa delle monetine sugli occhi".
  70. ^ L.Y. Rahmani, "The Turin Shroud", Biblical Archaeologist, 43 (1980), p. 197. Citato in Antonio Lombatti, "Sindone: le falsità delle monetine sugli occhi".
  71. ^ R. Hachlili, "Was the Coin-on-the-Eye Custom of Jewish Burial Practices in teh Second Temple Period?", Biblical Archaeologist, 46 (1983), p. 153; "The Coin-in-Skull Affair", Biblical Archaeologist, 49 (1986), p. 60. Citato in Antonio Lombatti, "Sindone: le falsità delle monetine sugli occhi".
  72. ^ Giovanni 19,41-42, dove si precisa che il sepolcro dove Gesù fu deposto era nuovo e nessuno vi era ancora stato sepolto.
  73. ^ citato sul sito del Cicap
  74. ^ a b Avinoam Danin, Alan D. Whanger, Uri Baruch and Mary Whanger, Flora of the Shroud of Turin, Missouri Botanical Garden Press, St. Louis, Missouri (1999); Avinoam Danin, Pressed Flowers: Where Did the Shroud of Turin Originate? A Botanical Quest (1997) [5]; The Origin of the Shroud of Turin from the Near East as Evidenced by Plant Images and by Pollen Grains (1998) [6]
  75. ^ Scientific Method Applied to the Shroud of Turin - A Review
  76. ^ G. Fanti, R. Maggiolo, The double superficiality of the frontal image of the Turin Shroud, Journal of Optics A: Pure and Applied Optics, volume 6, issue 6, pp.491-503 (2004) [7].
  77. ^ Aveva dovuto lasciare il suo posto di responsabile del laboratorio scientifico della polizia di Zurigo, dopo che una sua incauta perizia in un processo per omicidio aveva fatto condannare all'ergastolo un imputato risultato poi innocente. Oltre a ciò, in seguito, Frei fu coinvolto nell'autenticazione dei falsi diari di Hitler perdendo credibilità professionale. Cfr.Sindonologia: la buffa scienza sul sito del CICAP e Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  78. ^ a b c Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  79. ^ a b c A proposal to radiocarbon-date the pollen of the Shroud of Turin di Stephen E. Jones†
  80. ^ a b Emanuela Marinelli, Sindone, un'immagine "impossibile", cit.
  81. ^ a b The Shroud of Turin: the most up-to-date analysis of all the facts regarding the Church's controversial relic, Bernard Ruffin, Our Sunday Visitor Publishing, 1999, ISBN 0879736178, 9780879736170, pag. 123
  82. ^ a b G. Erdtmann, Handbook of palynonology, Scandinavian University Books, Munksgaard, 1969. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  83. ^ V.M. Bryant, 2000. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  84. ^ I.D Campbell Quaternary pollen taphonomy: examples of differential redeposition and differential preservation, in "Palaeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 1999 pp. 246, 250; S. Goldestein Degradation of pollen by phycomycetes, in "Ecology" vol. 41 n.3, 1960; J.M. Van Mourik Pollen and spores in "Paleobiology" II. To the memory of JJ Sepkoski, a cura di Briggs e Crowter, 2001 pag. 315. Citati da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.
  85. ^ M.M. Lippi, Analisi palinologiche su tessuti nel quadro delle ricerche sindoniche in "Studi in ricordo di Daria Bertolani Marchetti" 18/05/1996. Citato da Micromega 4/2010, articolo di Gaetano Ciccone, pag. 80 e ss.. Abstract
  86. ^ "From what I learned from our investigations, I am sorry to state that at present we cannot use the pollen for any geographical indication", in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem.
  87. ^ "A general statement about a high frequency of thorny plants (of the Carduus-type) is not helpful.", in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem.
  88. ^ "However, with a high probability, I can exclude that the pollen I have seen on the sticky tapes belong to Gundelia", cit. in Danin, A. (2010). Botany of the Shroud. The Story of Floral Images on the Shroud of Turin. Danin Publishing, Jerusalem. Pag. 68
  89. ^ a b Raymond N. Rogers, Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin, Thermochimica Acta 425 (1-2), 189-194 (2005) [8].
  90. ^ Studi di John Jackson, fisico appartenente allo STURP, citato in "Scienza e Paranormale", luglio/agosto 2005.
  91. ^ a b Malcom Campbell, ordinario di Botanica all'Università di Toronto, e del prof. Clint Chapple, docente di Biochimica alla Purdue University di West Lafaiette, Indiana, negli Stati Uniti. Cfr. Indagine critica sulla sindone sul sito del CICAP
  92. ^ A Skeptical Response di Steven D. Schafersman
  93. ^ Vittorio Pesce Delfino, E l'uomo creò la Sindone, Edizioni Dedalo, 2000, ISBN 9788822062338, pag 249
  94. ^ Mario Moroni e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario - Un'indagine sulla Santa Sindone di Torino, Ed. Minchella, Milano 1997 [9].
  95. ^ Tino Zeuli, Le scienze esatte e la Sindone, in Ministero Pastorale, LICE Pd. 1977;
  96. ^ Tino Zeuli, Gesù Cristo e l'Uomo della Sindone, SINDON n° 32, To. 1983.
  97. ^ a b "Ecco come ho riprodotto la Sindone in laboratorio", sito del CICAP, 10 ottobre 2009 [10]
  98. ^ Aldo Guerreschi, The Turin Shroud and photo-relief technique (2000) [11], p.3.
  99. ^ Nicholas P.L. Allen, Verification of the Nature and Causes of the Photo-negative Images on the Shroud of Lirey-Chambéry-Turin [12]; The methods and techniques employed in the manufacture of the Shroud of Turin, Unpublished D.Phil. thesis, University of Durban-Westville (1993); Is the Shroud of Turin the first recorded photograph?, The South African Journal of Art History, November 11, 23-32 (1993); The Turin Shroud and the Crystal Lens, Empowerment Technologies Pty. Ltd., Port Elizabeth, South Africa (1998)
  100. ^ Giuseppe Baldacchini, Paolo Di Lazzaro, Daniele Murra, Giulio Fanti, "Coloring linens with excimer lasers to simulate the body image of the Turin Shroud", Applied Optics 47(9), 1278 (2008) e P. Di Lazzaro, D. Murra, A. Santoni, E. Nichelatti, G. Baldacchini, rapporto tecnico ENEA Colorazione simil–sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano ultravioletto
  101. ^ Philip Pullella, Italian scientist reproduces Shroud of Turin, Reuters, 5 ottobre 2009 [13]; Laura Laurenzi, Sindone. È un falso medievale. Ecco la prova, La Repubblica, 5 ottobre 2009 [14]
  102. ^ Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 118
  103. ^ Ian Wilson, The Shroud of Turin, Image Books, New York, 1979.
  104. ^ a b Luigi Garlaschelli, Processo alla Sindone, Avverbi Edizioni, 1998, pag 13 e seguenti
  105. ^ Daniel Scavone, Objections to the Shroud's authenticity: the radiocarbon date (1993) [15]
  106. ^ Remi van Haelst, The Red Stains on the Lier and Other Shroud Copies [16]
  107. ^ Daniel Scavone, Joseph of Arimathea, the Holy Grail and the Turin Shroud (1996) [17]; "Joseph of Arimathea, the Holy Grail and the Edessa Icon", Arthuriana 9, 4, p. 3 (1999); Collegamento Pro Sindone (2002) [18]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bibliografia sulla Sindone di Torino e Articoli scientifici sulla Sindone di Torino.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]