Strumenti della Passione

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Nella tradizione cristiana sono detti strumenti della Passione (in latino arma Christi) gli oggetti che furono usati per la crocifissione di Gesù. Tra di essi vi sono:

Ognuno degli Strumenti è diventato un oggetto di venerazione per i cristiani, raffigurato in icone e dipinti e conservato come reliquia. Ciascun oggetto, oltre a diventare oggetto di meditazione, che deriva dalla Chiesa medievale, è stato a volte mostrato nelle rappresentazioni quando non utilizzato direttamente sui penitenti. È questo il caso delle antiche confraternite penitenziali come quelle dei battenti o dei flagellanti, presto abolite dall'autorità ecclesiastica per gli eccessi e le efferatezze, ma anche le più recenti processioni ottocentesche del Venerdì Santo con i confratelli che portano il gallo (che simboleggia il tradimento di san Pietro, Marco 14,66-71 e par.) e i dadi da gioco (che simboleggiano i soldati romani: sulle vesti tirarono in sorte..., Marco 15,24 e par.).

Ritrovamento[modifica | modifica wikitesto]

Diversi autori (tra cui sant'Ambrogio e san Gregorio di Tours) riferiscono che, dopo la deposizione di Gesù dalla croce, gli strumenti della Passione furono seppelliti sul luogo della crocifissione, e vennero ritrovati circa trecento anni dopo da sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino I, che allo scopo fece scavare l'area del Golgota, dove all'epoca sorgeva un tempio pagano.

Secondo il racconto tradizionale, colorito di particolari leggendari, furono ritrovate tre croci: quella di Gesù e quelle dei due ladroni che erano stati crocifissi con lui. La croce di Gesù fu riconosciuta accostandovi un paralitico, il quale fu subito guarito. Nella croce erano ancora conficcati i chiodi, tre (se i piedi erano stati inchiodati insieme) o quattro; fu ritrovato anche il titulus, cioè l'iscrizione con il motivo della condanna. Sant'Elena portò alcuni frammenti della croce e gli altri oggetti a Roma; durante la traversata del Mare Adriatico la nave si trovò in mezzo a una tempesta, l'imperatrice gettò uno dei chiodi in mare e subito le acque si placarono. Dei due o tre chiodi superstiti, uno fu montato sull'elmo da battaglia di Costantino, l'altro o gli altri furono modellati a forma di morso per il suo cavallo. Essi fecero certamente parte delle insegne imperiali almeno fino al 395, quando sant'Ambrogio ne parlò nella sua orazione funebre per l'imperatore Teodosio I.

Le reliquie[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il ritrovamento da parte di sant'Elena, nel corso dei secoli gli strumenti della Passione furono disseminati in diversi luoghi. Numerose chiese affermano di possederne uno o più.

Per valutare la possibilità che tali oggetti siano autentici, occorre verificare due ipotesi:

  • se i reperti che sant'Elena affermò d'avere trovato fossero oppure no le autentiche reliquie della Passione di Gesù;
  • se esiste una documentazione storica che permetta di ricondurre gli strumenti oggi esistenti a quelli ritrovati da sant'Elena.

La croce[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vera Croce.

La croce di Gesù rinvenuta da sant'Elena veniva conservata a Gerusalemme; nel VII secolo fu razziata dai Persiani e recuperata dall'imperatore bizantino Eraclio, quindi nel 1187 andò perduta nella battaglia di Hattin, in cui i cristiani furono sconfitti.

Nel corso dei secoli, tuttavia, ne erano stati prelevati molti frammenti di varie dimensioni che si trovano oggi in diversi luoghi. Alcuni tra i più grandi sono a Liébana (Spagna), Roma, Parigi. I frammenti più piccoli sono numerosissimi: nel XVI secolo Giovanni Calvino affermava ironicamente che ci si sarebbe potuta costruire una nave. Si trattava però di una esagerazione: un catalogo compilato nell'Ottocento mostra che il volume complessivo di tutti i frammenti noti è molto inferiore a quello che poteva avere la croce.[senza fonte]

I chiodi[modifica | modifica wikitesto]

  • Nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma si conserva la testa di un chiodo che vi sarebbe stato portato direttamente da sant'Elena. Inoltre dei frammenti della croce e una parte del titulus crucis, l'iscrizione con il motivo della condanna.
  • Nel Duomo di Milano vi sarebbe il chiodo modellato a forma di morso, rimasto a Milano dopo la morte di Teodosio. La prima documentazione sicura della sua presenza però risale al Medioevo. Conservato ordinariamente in una nicchia in cima all'abside, a circa 42 metri da terra, viene esposto ai fedeli una volta all'anno: per raggiungere la nicchia l'arcivescovo sale con un ascensore artisticamente decorato chiamato nivola.
  • Nel Duomo di Monza è custodita la Corona Ferrea, che sarebbe il diadema dell'elmo di Costantino. Tradizionalmente si ritiene che con il sacro chiodo sia stata battuta la lamina metallica circolare inserita al suo interno. Recenti analisi però hanno trovato che tale lamina è, in effetti, d'argento (l'identificazione della Corona col diadema di Costantino, invece, potrebbe essere corretta).
  • Un altro chiodo sarebbe inserito nella Sacra Lancia usata dagli imperatori del Sacro Romano Impero, oggi conservata a Vienna. La tradizione la identifica con la lancia con cui Longino trafisse il costato di Gesù.

La corona di spine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Coronazione di spine.

La presunta corona di spine si conservava a Costantinopoli; nel XIII secolo il re di Francia san Luigi IX la acquistò e la collocò nella Sainte-Chapelle da lui fatta costruire a Parigi per ospitarvi questa e altre reliquie. Oggi essa non ha più spine perché nel corso dei secoli furono tutte staccate e donate a chiese o personaggi di riguardo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Olmi, Sulle tracce della croce di Cristo, in "Frammenti" (Quaderni dell'Archivio Storico Diocesano di Pesaro), 15, 2011.
  • Fausto Ruggeri, Il Santo Chiodo venerato nel Duomo di Milano, NED (Nuove Edizioni Duomo), Milano, 2005, ISBN 88-7023-292-1
  • Valeriana Maspero, La corona ferrea. La storia del più antico e celebre simbolo del potere in Europa, Vittone Editore, Monza, 2003.
  • Michael Hesemann, Testimoni del Golgota, Edizioni San Paolo, 2003.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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