Ponzio Pilato

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San Ponzio
Ponzio Pilato riceve Gesù, da un dipinto di Duccio di Buoninsegna
Ponzio Pilato riceve Gesù, da un dipinto di Duccio di Buoninsegna
Morte I secolo
Venerato da Chiesa ortodossa etiopica
Canonizzazione VI secolo
Ricorrenza 25 giugno[1]

Ponzio Pilato (in latino: Pontius Pilatus; in greco: Πόντιος Πιλᾶτος; in ebraico: פונטיוס פילאטוס; floruit 26-36; ... – I secolo) è stato un politico romano. Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope[1].

Forse di origine sannita[1], fu il quinto prefetto della prefettura della Giudea, in carica tra gli anni 26 e 36; è famoso per il ruolo che svolse nella passione di Gesù, secondo quanto testimoniano i vangeli, in quanto fu giudice del processo di Gesù e ne ordinò la flagellazione. Pilato compare in tutti e quattro i vangeli canonici. Il Vangelo secondo Marco mostra Gesù innocente dell'accusa di aver complottato contro l'Impero romano e raffigura Pilato come estremamente riluttante a giustiziarlo, dando la colpa alle gerarchie giudaiche per la condanna, anche se Pilato era l'unica autorità in grado di decidere una condanna a morte. Nel Vangelo secondo Matteo, Pilato si lava le mani del caso e, riluttante, manda Gesù a morte. Nel Vangelo secondo Luca, Pilato riconosce che Gesù non aveva minacciato l'Impero. Nel Vangelo secondo Giovanni, Pilato interroga Gesù, il quale non afferma di essere né il Figlio dell'Uomo né il Messia ma gli dà conferma rispondendo "tu lo dici: io sono re".[2]

I dettagli biografici di Pilato prima e dopo la sua nomina in Giudea non sono noti. La tradizione cristiana ha generato dettagli come il nome di sua moglie, Claudia Procula (canonizzata dalla Chiesa greco-ortodossa), e leggende in competizione tra loro sul suo luogo di nascita.

Oltre che dai vangeli, le vicende di Ponzio Pilato ci sono note anche dai resoconti di due autori ebrei del tempo: Flavio Giuseppe e Filone di Alessandria[3]. Un breve accenno è inoltre presente in Tacito[3].

Ecce Homo, dipinto di Antonio Ciseri, raffigurante Ponzio Pilato che presenta Gesù flagellato alla gente di Gerusalemme

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Pilato tentò senza successo di romanizzare la provincia romana della Giudea, introducendo immagini del culto all'imperatore (diede anche l'ordine di uccidere quei giudei che non avessero accettato tali immagini)[4] e provando a costruire un acquedotto con i fondi che si raccoglievano nel Tempio. I contrasti con la popolazione locale lo portarono a trasferire la capitale della regione da Cesarea a Gerusalemme, per poter meglio controllare le continue ribellioni.

Il governatore della Siria, Lucio Vitellio, lo destituì nell'anno 36 o 37 a causa della durezza con la quale represse i Samaritani che avevano messo in atto la rivolta del monte Garizim[5] e l'imperatore Caligola lo mandò in Gallia.

Filone di Alessandria racconta che era corrotto, licenzioso e crudele, che rubava e che condannava senza processo.[6]

Ruolo nella passione di Gesù[modifica | modifica sorgente]

Statua di Ponzio Pilato, a San Giovanni Rotondo, sul percorso della Via Crucis monumentale, nella stazione di "Gesù davanti a Pilato".

Negli scritti cristiani[modifica | modifica sorgente]

Secondo il Nuovo Testamento, Gesù fu portato al cospetto di Pilato dalle autorità ebraiche di Gerusalemme, le quali dopo averlo arrestato, lo interrogarono e ricevettero delle risposte che lo fecero considerare blasfemo.

La domanda più importante che Pilato fece a Gesù fu se lui considerasse se stesso come re dei Giudei. Nella prosecuzione dell'interrogatorio, secondo il Vangelo secondo Giovanni, Gesù affermò di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità e proseguì dicendo: Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce. Al che Pilato chiese: Che cos'è la verità?. Pilato tentò di non condannare Gesù e, visto che in occasione della Pasqua era usanza che fosse liberato un prigioniero, Pilato lasciò al popolo la scelta tra Gesù e un assassino di nome Barabba.

Nel Vangelo secondo Matteo ci sono altri due elementi, un intervento della moglie di Pilato, Claudia Procula, la quale gli consiglia di rilasciare Gesù, e l'episodio di Pilato che si lava le mani davanti alla folla dicendo: Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!. Da questo gesto nasce il detto: lavarsi le mani per indicare il gesto di una persona che non prende posizione e lascia che altri prendano una decisione.

Pilato è anche presente negli Atti di Pilato, un apocrifo del II/III secolo.

Fonti antiche non cristiane[modifica | modifica sorgente]

Altri testi che ci parlano di lui in relazione a Gesù sono un brano dello storico giudeo Flavio Giuseppe risalente all'anno 93 o 94:

« Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d'altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani »

Questo passaggio è tratto dal "Testimonium Flavianum" ma è ritenuto da diversi storici come un'interpolazione cristiana ovvero siano state semplicemente apportate delle manomissioni per 'edulcorare' e rendere celebrativa la rappresentazione storica di Gesù. Origene, uno tra i principali scrittori e teologi cristiani nei primi tre secoli, scrive per due volte che Giuseppe non crede che Gesù sia il Cristo. Questo porta a pensare che Origene possedesse copie degli scritti di Flavio Giuseppe che non riportavano il brano contenuto nel Testimonium Flavianum.

Un brano dello storico romano Tacito risalente all'anno 116 o 117:

« Cristo era stato ucciso sotto l'imperatore Tiberio dal procuratore Pilato; questa esecrabile superstizione, momentaneamente repressa, è iniziata di nuovo, non solo in Giudea, origine del male, ma anche nell' Urbe (Roma), luogo nel quale confluiscono e dove si celebrano ogni tipo di atrocità e vergogne. »

Secondo alcuni in questo passo di Tacito ci sarebbe un errore: a Pilato infatti viene assegnato il ruolo di procuratore e non quello di prefetto: tale titolo, secondo alcuni studiosi, entrò in uso solo dal 44. Vista la competenza mostrata da Tacito in altri luoghi questo potrebbe spiegarsi come una interpolazione (come quella, già menzionata, di Giuseppe Flavio) ad opera di copisti cristiani non consci dell'incongruenza rispetto al contesto dell'opera.

Altri fanno notare come il termine "procuratore" viene attribuito da Flavio Giuseppe anche a Coponio, il primo prefectus cum iure gladii della Giudea appena diventata provincia romana.[7] Questo dimostrerebbe una certa confusione nell'uso dei termini da parte dei vari storici antichi: prefetto indicava un ruolo militare, procuratore un ruolo legato alle finanze.

Iscrizione di Cesarea di Palestina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Iscrizione di Pilato.
Iscrizione trovata presso il teatro di Cesarea in Palestina nel 1961. Vi si leggono il committente, con il gentilizio Pontius e il cognomen Pilatus, la carica dello stesso, Prefectus Iudeae (prefetto della Giudea), il nome del dedicatario, Tiberiéum.

Nel 1961 presso l'anfiteatro romano di Cesarea è stata infine rinvenuta casualmente una lapide risalente al periodo tiberiano sulla quale Pilato veniva menzionato nell'incisione incompleta che recita: "[Caesarensibu]s Tiberiéum/[Pon]tius Pilatus/[Praef]ectus Iuda[ea]e".[8] traducibile forse come "presso i Cesarensi, Ponzio Pilato, Prefetto di Giudea, [dedicato a] Tiberio". Altre interpretazioni riferiscono di una possibile attestazione di lavori effettuati da Pilato presso l'anfiteatro della città, forse colpita da un terremoto o della presenza sul luogo del ritrovamento di un tempio realizzato in onore dell'imperatore da Pilato.

Nella leggenda[modifica | modifica sorgente]

La Chiesa ortodossa etiope segue una tradizione secondo cui, dopo il processo a Gesù, Pilato si convertì e lo venera come santo, celebrandone la ricorrenza il 25 giugno.[1] Secondo altre tradizioni si suicidò.

Antoine de La Sale, scrittore e viaggiatore francese del XV secolo, riporta una leggenda raccolta durante un viaggio nell'Italia Centrale secondo cui Ponzio Pilato, riportato a Roma da Vespasiano fu fatto uccidere e il suo cadavere, su di un carro trainato da buoi, trasportato verso le pendici del Monte Vettore nel massiccio dei Sibillini, e gettato in un lago, che oggi porta il suo nome.

Numerose località si contendono l'onore di avergli dato i natali o di averlo ospitato al suo rientro in Italia dopo i fatti evangelici. Ad esempio, a San Pio di Fontecchio (AQ) vi è un monte detto Montagna di Pilato dove la tradizione locale colloca la villa in cui Pilato si ritirò prima di morire. Il ritrovamento in tempi recenti di resti di edifici romani ha stimolato ulteriormente questa leggenda.

Un'altra leggenda narra che la villa di Pilato fosse localizzata a Tussio (AQ), nelle vicinanze dell'antica Peltuinum. Ad avvalorare la tesi è sopravvenuto il ritrovamento di due leoni in pietra risalenti al I secolo, che porterebbero invece ad indicarne la tomba. Sempre a Pilato viene accreditata l'introduzione nella piana di Navelli dello zafferano (Crocus sativus).

Secondo un'altra leggenda Pilato fu esiliato dall'imperatore Caligola a Vienne in Francia e vi è morto suicida. Sulla via per Vienne avrebbe soggiornato prima a Torino, nella Porta Palatina, poi a Nus in Valle d'Aosta, dove il castello è noto col nome di "Castello di Pilato", nonostante la costruzione attuale risalga al medioevo.

Altra leggenda vuole i suoi natali ad Atina (FR).

Un'ultima leggenda vuole che Bisenti (TE) sia stata la sua patria. Una casa, che gli abitanti del paese additano come "Casa di Ponzio Pilato", conterrebbe nei sotterranei un pozzo di origine romana con alcune iscrizioni, ma non è mai stato effettuato uno studio approfondito in proposito. Comunque, ad avvalorare la leggenda che Pilato fosse di origine abruzzese, vi è l'ipotesi che lo fa discendere dalla famiglia Vestina dei Ponzi, da cui sarebbe uscito, al tempo della guerra sociale, il condottiero dell’esercito sannita. Questa vecchia tradizione popolare è anche presente in un'opera minore di Ennio Flaiano.

La figura di Ponzio Pilato è legata a diverse tradizioni anche in provincia di Latina: l'isola di Ponza lega il suo nome ad una leggenda che lo vuole esiliato qui, mentre i suoi natali sono rivendicati anche dalle antiche città di Cori e Cisterna di Latina. Notevole è anche la tradizione attestata ad Ameria oggi Amelia dove oltre ad essersi tramandata la "leggenda" del Palazzo di Pilato ed essere attestata la presenza di una villa romana in località monte Pelato (ma forse più correttamente Pilato) nel XVI secolo un’iscrizione ritrovata nei pressi della chiesa Abbazia di San Secondo desta sicuramente una certa curiosità. Si parla infatti di un certo ['Pilatus/IIII VIR/QUINQ (UENNALIS) (CIL, XI 4396)]. Tale iscrizione avvalorerebbe quanto riportato nel Vangelo Apocrifo cd Atti di Pilato dove più volte viene citata la Città di Ameria quale luogo di esilio e morte del governatore.

Nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Il romanzo Il Maestro e Margherita dello scrittore russo Michail Afanas'evič Bulgakov contiene un romanzo nel romanzo incentrato sull'incontro tra Pilato e Yeshua (il nome ebraico di Gesù). Nel romanzo di Bulgakov è infatti presente una riscrittura del processo a Gesù dei Vangeli. Nel finale (nel capitolo Il perdono e il rifugio eterno), Pilato guarda con occhi ciechi il disco della luna, condannato insieme al suo unico amico fedele guardiano, un cane scuro (... chi ama deve condividere la sorte dell'oggetto del suo amore),[9] a dormire da duemila anni in un luogo deserto, ma colpito dall'insonnia quando c'è la luna piena.

A volte è identificato nella divina commedia come "Colui/Che fece per viltade il gran rifiuto" al posto di Celestino V.

Nel racconto Il procuratore della Giudea (1902) dello scrittore francese Anatole France, un Ponzio Pilato vecchio e amareggiato rievoca con un commilitone i vecchi tempi del servizio in Palestina, la litigiosità e la ingovernabilità degli Ebrei, le azioni intraprese e le critiche ricevute, i riconoscimenti e le sanzioni ad opera della burocrazia imperiale. Dell'episodio della condanna di un eversore a nome Gesù il Nazareno, pretesa e ottenuta dai maggiorenti locali, nessun ricordo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Arthur Barnes, Pontius Pilate, in The Catholic Encyclopedia, vol. 12, Robert Appleton Company, New York 1911.
  2. ^ Stephen L. Harris, Understanding the Bible, Mayfield, Palo Alto 1985.
  3. ^ a b Jean-Pierre Lémonon, "Ponce Pilate", 2007.
  4. ^ Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, ii.169-171.
  5. ^ Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, ii.175-179.
  6. ^ Filone Alessandrino, Legatio ad Gaium, 302.
  7. ^ Flavio Giuseppe, Guerra Giudaica II, 8.
  8. ^ Descrizione dell'incisione menzionante Ponzio Pilato a Cesarea.
  9. ^ Michail Afanas'evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Guaraldi ed., Torriana 1995, p. 440.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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