Papa Celestino V

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Papa Celestino V
Celestinus quintus.jpg
192º papa della Chiesa cattolica
C o a Celestino V.svg
Elezione 5 luglio 1294
Consacrazione 29 agosto 1294[1]
Fine pontificato 13 dicembre 1294
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Niccolò IV
Successore papa Bonifacio VIII
Nome Pietro Angelerio
Nascita Molise, 1209 circa
Morte Fumone, 19 maggio 1296
Sepoltura Basilica di Santa Maria di Collemaggio
San Pietro Celestino
Celestine V Castel Nuovo Napoli n02.jpg

Eremita, papa e confessore

Nascita 1209 circa
Morte 19 maggio 1296
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 5 maggio 1313 da papa Clemente V
Ricorrenza 19 maggio
Patrono di Isernia, Sant'Angelo Limosano, L'Aquila (compatrono), Urbino (compatrono) e Molise (compatrono)

Celestino V, nato Pietro Angelerio (o secondo alcuni Angeleri), detto Pietro da Morrone e venerato come Pietro Celestino (Molise, fra il 1209 ed il 1215Fumone, 19 maggio 1296), fu il 192º Papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.

Il complesso del Castrum Sancti Angeli de Ravecanina al giorno d'oggi

Eletto il 5 luglio 1294, fu incoronato ad Aquila (oggi L'Aquila) il 29 agosto nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove è sepolto. Celestino V fu il primo Papa che volle esercitare il proprio ministero al di fuori dei confini dello Stato Pontificio e il sesto, dopo San Clemente I[2][3], Ponziano[4], Silverio[5][6], Benedetto IX[5][7] e Gregorio VI[2][8] ad abdicare. È venerato come santo, con il nome di Pietro Celestino, dalla Chiesa cattolica che ne celebra la festa liturgica il 19 maggio. È patrono di Isernia, Sant'Angelo Limosano e compatrono de L'Aquila, di Urbino e del Molise.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La vita eremitica[modifica | modifica sorgente]

È certo che Pietro da Morrone, penultimo di dodici figli di una famiglia di modesti contadini, nacque tra il 1209 e il 1215 (la fonte più accreditata è la cosiddetta Vita C[9] che racconta che aveva 87 anni al momento della morte avvenuta il 19 maggio 1296 e ciò vorrebbe dire, come dicono altre fonti, che sarebbe nato nel 1209) in Molise. La sua nascita è tradizionalmente rivendicata da due comuni: Isernia[10] e Sant'Angelo Limosano (dei quali è patrono). In seguito altre due località ne hanno anch'esse rivendicato i natali: Sant'Angelo in Grotte (frazione di Santa Maria del Molise)[11] e Castrum Sancti Angeli de Ravecanina[12], nel casertano.

Da giovane, per un breve periodo, soggiornò presso il monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli, chiesa abbaziale che, tra le dodici della diocesi di Benevento, era una delle più importanti. Mostrò una straordinaria predisposizione all'ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui il suo nome.

Qualche anno dopo si trasferì a Roma, presumibilmente presso il Laterano, dove studiò fino a prendere i voti sacerdotali. Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul monte Morrone, in un'altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile.

Si era allontanato temporaneamente dal suo eremitaggio del Morrone nel 1244 per costituire una Congregazione ecclesiastica riconosciuta da papa Gregorio X come ramo dei benedettini, denominata "dei frati di Pietro da Morrone", che ebbe la sua povera culla nell'Eremo di Sant'Onofrio al Morrone, il rifugio preferito di Pietro, e che soltanto in seguito avrebbe preso il nome di Celestini.

Nell'inverno del 1273 si recò a piedi in Francia, a Lione, ove stavano per iniziare i lavori del Concilio di Lione II voluto da Gregorio X, per impedire che l'ordine monastico da lui stesso fondato fosse soppresso. La missione ebbe successo poiché grande era la fama di santità che accompagnava il monaco eremita, tanto che il Papa gli chiese di celebrare una messa davanti a tutti i Padri Conciliari dicendogli che «...nessuno ne era più degno».

I successivi vent'anni videro la radicalizzazione della sua vocazione ascetica e il suo distaccarsi sempre più da tutti i contatti con il mondo esterno, fino a quando non fu convinto che stesse sul punto di lasciare la vita terrena per ritornare a Dio. Ma un fatto del tutto inaspettato stava per accadere.

Il conclave che lo elesse[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elezione papale del 1292-1294.

Papa Niccolò IV morì il 4 aprile 1292; nello stesso mese si riunì il conclave, che in quel momento era composto da soli dodici porporati:

  1. Latino Malabranca Orsini (o Frangipani Malabranca), vescovo di Ostia[13] e Velletri,[13] Decano del Sacro Collegio.
  2. Matteo d'Acquasparta, vescovo di Porto-Santa Rufina,[13] Sub-decano del Sacro collegio.
  3. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina.[13]
  4. Giovanni Boccamazza (o Boccamiti), vescovo di Frascati.[13]
  5. Hughes Seguin de Billon (o Aycelin), titolare di Santa Sabina.
  6. Jean Cholet, titolare di santa Cecilia.
  7. Benedetto Caetani, titolare di Santi Silvestro e Martino ai Monti.
  8. Pietro Peregrossi (detto Milanese), titolare di San Marco.
  9. Giacomo Colonna, cardinale-diacono di Santa Maria in Via Lata.
  10. Matteo Rubeo Orsini, cardinale-diacono di Santa Maria in Portico.
  11. Napoleone Orsini Frangipani, cardinale-diacono di Sant'Adriano.
  12. Pietro Colonna, cardinale-diacono di Sant'Eustachio.

Numerose furono le riunioni dei padri cardinali nell'Urbe, ma sempre tenute in sedi diverse: a Santa Maria sopra Minerva, a Santa Maria Maggiore e sull'Aventino presso il monastero di Santa Sabina. Nonostante ciò, il Sacro Collegio non riusciva a far convergere i voti necessari su nessun candidato.

Sopravvenne un'epidemia di peste che indusse allo scioglimento del Conclave. Nel corso dell'epidemia il cardinal francese Cholet fu colpito dal morbo e morì, per cui il Collegio cardinalizio si ridusse ad 11 componenti.

Passò più di un anno prima che il Conclave potesse nuovamente riunirsi, perché un profondo disaccordo si era creato circa la sede in cui convocarlo (Roma o Rieti). Finalmente si riuscì a trovare una soluzione sufficientemente condivisa, stabilendo la nuova sede nella città di Perugia; era il 18 ottobre 1293.

Eremo di Sant'Onofrio al Morrone dove visse Pietro da Morrone.
Statua raffigurante Celestino V

I porporati però, nonostante le laboriose trattative, non riuscivano ad eleggere il nuovo Papa, soprattutto per la frattura che si era creata tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali. I mesi si susseguivano inutilmente e il permanere della sede vacante aumentava il malcontento popolare che si manifestava attraverso disordini e proteste, anche negli stessi ambienti ecclesiastici.

Si giunse così alla fine del mese di marzo del 1294, quando i cardinali dovettero registrare un evento che, probabilmente, contribuì, forse in maniera determinante, ad avviare a conclusione i lavori del Conclave. Erano in corso, in quel momento, le trattative tra Carlo II d'Angiò, Re di Napoli, e Giacomo II, Re di Aragona, per sistemare le vicende legate all'occupazione aragonese della Sicilia, avvenuta all'indomani dei cosiddetti vespri siciliani, del 31 marzo 1282. Poiché si stava per giungere alla stipula di un trattato, Carlo d'Angiò aveva necessità dell'avallo pontificio, la qual cosa era impossibile, stante la situazione di stallo dei lavori del Conclave. Spinto da questa esigenza, il re di Napoli si recò, insieme al figlio Carlo Martello, a Perugia dove era riunito il Conclave, con lo scopo di sollecitare l'elezione del nuovo Pontefice. Il suo ingresso nella sala dove era riunito il Sacro Collegio provocò ovviamente la riprovazione di tutti i cardinali e il re fu cacciato fuori, soprattutto per l'intervento del cardinale Benedetto Caetani. Questa vicenda, con molta probabilità, indusse i cardinali a prendere coscienza del fatto che si rendeva necessario chiudere al più presto la sede vacante.

Nel frattempo, Pietro del Morrone aveva predetto "gravi castighi" alla Chiesa se questa non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. La profezia fu inviata al Cardinale Decano Latino Malabranca, il quale la presentò all'attenzione degli altri cardinali, proponendo il monaco eremita come Pontefice; la sua figura ascetica, mistica e religiosissima, era nota a tutti i regnanti d'Europa e tutti parlavano di lui con molto rispetto. Il Cardinale Decano, però, dovette adoperarsi molto per rimuovere le numerose resistenze che il Sacro Collegio aveva sulla persona di un non porporato. Alla fine, dopo ben 27 mesi, emerse dal Conclave, all'unanimità, il nome di Pietro Angelerio del Morrone; era il 5 luglio 1294.

L'elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice monaco eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l'opinione pubblica e le monarchie più potenti d'Europa, vista l'impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d'accordo.[senza fonte]

È possibile che i cardinali fossero pervenuti a questa soluzione pensando anche di poter gestire, ciascuno a modo suo, la totale inesperienza del vecchio monaco eremita, guidandolo in quel mondo curiale e burocratico a cui egli era totalmente estraneo, sia per reggere meglio la Chiesa in quel difficile momento, sia per vantaggi personali.[senza fonte]

Il pontificato[modifica | modifica sorgente]

La basilica di Santa Maria di Collemaggio, eretta per volere del santo

La notizia dell'elezione gli fu recata da tre ecclesiastici che, nelle settimane successive, poco prima dell'agosto 1294, salirono sul monte Morrone per annunciare l'elezione a Pietro Angelerio. Uno dei messi, Iacopo Stefaneschi, futuro cardinale, narra così la vicenda nel suo Opus Metricum: apparve «...un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità» con indosso «...una rozza tonaca». Alla notizia dell'elezione, gli occhi gli si velarono di pianto. Lo stesso Stefaneschi narra che quando i messi si inginocchiarono al suo cospetto, lo stesso Pietro da Morrone si prostrò umilmente davanti a loro. Tra la sorpresa e lo sconcerto per l'annuncio che gli recarono, fra Pietro si volse verso il crocifisso appeso a una parete della sua cella e pregò a lungo. Poi, con grande apprensione e sofferenza, dichiarò di accettare l'elezione. Appena diffusa la notizia dell'elezione del nuovo Pontefice, Carlo II d'Angiò si mosse immediatamente da Napoli e fu il primo a raggiungere il religioso. In sella a un asino tenuto per le briglie dallo stesso re e scortato dal corteo reale, Pietro si recò nella città di Aquila (oggi L'Aquila), dove aveva convocato tutto il Sacro Collegio. Qui, nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, fu incoronato il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V.

Uno dei primi atti ufficiali fu l'emissione della cosiddetta Bolla del Perdono, bolla che elargisce l'indulgenza plenaria a tutti coloro che confessati e pentiti dei propri peccati si rechino nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, nella città dell'Aquila, dai vespri del 28 agosto al tramonto del 29. Fu così istituita la Perdonanza, celebrazione religiosa che anticipò di sei anni il primo Giubileo del 1300, ancora oggi tenuta nel capoluogo abruzzese. In pratica, Celestino V istituì a Collemaggio un prototipo del Giubileo, e forse sia lui sia Bonifacio si ispirarono alla leggenda della "Indulgenza dei Cent'Anni" di cui si avevano testimonianze risalenti a Innocenzo III[14].

Il nuovo Pontefice si affidò, incondizionatamente, nelle mani di Carlo d'Angiò, nominandolo "maresciallo" del futuro Conclave. Ratificò immediatamente il trattato tra Carlo d'Angiò e Giacomo d'Aragona, mediante il quale fu stabilito che, alla morte di quest'ultimo, la Sicilia sarebbe ritornata agli angioini.

Il 18 settembre 1294, indisse il suo primo e unico Concistoro, nel quale nominò ben 13 nuovi cardinali, nessuno dei quali romano:

  1. Simon de Beaulieu, francese, arcivescovo di Bourges, Francia.
  2. Bérard de Got, francese, arcivescovo di Lione, Francia, fratello maggiore del futuro papa Clemente V.
  3. Tommaso d'Ocre, italiano e suo seguace, O.S.B.Cel., Abate di San Giovanni in Piano.
  4. Jean Le Moine, francese, vescovo di Arras, Francia, Vice Cancelliere di Santa Romana Chiesa.
  5. Pietro d'Aquila, italiano e suo figlio spirituale, benedettino, vescovo di Valva-Sulmona.
  6. Guillaume Ferrier (o de Ferrières), francese.
  7. Nicolas de Nonancour, francese, cancelliere del capitolo della cattedrale di Parigi, Francia.
  8. Robert, francese, Ordine dei Cistercensi, Abbate dei monasteri di Potigny e Citeaux, Superiore Generale del suo Ordine.
  9. Simon, francese, Ordine benedettino cluniacense.
  10. Landolfo Brancaccio, di Napoli.
  11. Guglielmo Longhi, Cancelliere di Carlo II d'Angiò.
  12. Francesco Ronci, di Atri (Abruzzo).
  13. Giovanni di Castrocoeli, O.S.B. (Ordinis Sancti Benedicti), arcivescovo di Benevento.

In questo modo Celestino V, su consiglio di Carlo d'Angiò, riequilibrò a suo favore il Sacro Collegio, dandogli una forte connotazione monastica benedettina.

Dietro ulteriore consiglio di Carlo d'Angiò, trasferì la sede della Curia da L'Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, dove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto semplice e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare. Di fatto il Papa era così protetto da Carlo, ma anche suo ostaggio, in quanto molte delle decisioni pontificie erano direttamente influenzate dal re angioino.

Probabilmente, nel corso delle sue frequenti meditazioni, dovette pervenire, poco a poco, alla decisione di abbandonare il suo incarico. In ciò sostenuto forse anche dal parere del cardinal Caetani, esperto di diritto canonico, il quale riteneva pienamente legittima una rinuncia al pontificato.

La rinuncia al pontificato[modifica | modifica sorgente]

In effetti Pietro da Morrone dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina[15]) fece precipitare l'amministrazione in uno stato di gran confusione, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente.[15]

Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d'Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura della rinuncia all'ufficio di romano pontefice, il cui testo originale andato perduto ci è giunto attraverso l'analoga bolla di Bonifacio VIII.[16]

(LA)
« Ego Caelestinus Papa Quintus motus ex legittimis causis, idest causa humilitatis, et melioris vitae, et coscientiae illesae, debilitate corporis, defectu scientiae, et malignitate Plebis, infirmitate personae, et ut praeteritae consolationis possim reparare quietem; sponte, ac libere cedo Papatui, et expresse renuncio loco, et Dignitati, oneri, et honori, et do plenam, et liberam ex nunc sacro caetui Cardinalium facultatem eligendi, et providendi duntaxat Canonice universali Ecclesiae de Pastore. »
(IT)
« Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. »
(Celestino V - Bolla pontificia, Napoli, 13 dicembre 1294[17])

Gli storici hanno poi dimostrato che tale formula era già stata utilizzata nelle Decretali da Innocenzo III per le rinunce episcopali[18], mentre altri hanno ipotizzato che una bolla pontificia, contenente tutte le giustificazioni per un'abdicazione del Papa, fosse stata compilata ad hoc proprio dal cardinal Caetani, il quale, vista l'impossibilità di controllare il Papa come aveva auspicato, impedito in questo da Carlo d'Angiò, intravedeva in questa vicenda la possibilità di ascendere egli stesso al soglio pontificio con notevole anticipo sui tempi che egli aveva preventivato al momento in cui aveva aderito all'elezione di Pietro da Morrone.[19]. Di fatto l'unica fonte storicamente certa del sommario contenuto della bolla celestiniana rimane ad oggi la decretale Quoniam aliqui inserita nel Liber Sextus per volontà del suo successore Bonifacio VIII[20].

Undici giorni dopo le sue dimissioni, infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII.

Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l'anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano, per tentare l'imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo, detto "Uomo di Sangue". Celestino tentò invano ancora una volta di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma il Caetani restò fermo sulle sue decisioni al riguardo. Alcuni storici narrano che Celestino si sia reso conto dell'inutilità delle sue richieste e, mentre veniva portato via, abbia sussurrato una frase, presumibilmente rivolta al Caetani, che poteva quasi essere un presagio[21]:

(LA)
« Intrabis ut vulpes, regnabis ut leo, morieris ut canis »
(IT)
« Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane »

Peraltro la mitezza d'animo e la innata bontà di Celestino non sembrano in linea con queste espressioni.

La morte[modifica | modifica sorgente]

La tomba di Celestino V nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio prima del terremoto del 2009

Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione e dalla successiva prigionia: la versione ufficiale sostiene che l'anziano uomo sia morto dopo aver recitato, stanchissimo, l'ultima messa.

A proposito della morte si sparsero subito voci e accuse. Anche se la teoria secondo la quale Bonifacio ne avrebbe ordinato l'assassinio fosse priva di fondamento, di fatto il Papa ne ordinò la segregazione che, in qualche modo, lo portò a morte. Il cranio di Celestino presenta un "foro" che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue.[22] Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri,[23] ma l'ultima perizia del 2013 ha dimostrato che il foro fu inferto al cranio molti anni dopo la sua morte.[24]

Bonifacio portò il lutto per la morte del predecessore, caso unico tra i papi, celebrò una messa pubblica in suffragio per la sua anima e diede inizio, poco dopo, al processo di canonizzazione.[25]

Canonizzazione e culto[modifica | modifica sorgente]

Il 5 maggio 1313, fu canonizzato da papa Clemente V, a seguito di sollecitazione da parte del re di Francia Filippo il Bello e da forte acclamazione di popolo, accelerando moltissimo l'iter avviato da Bonifacio. Tuttavia Clemente V non lo canonizzò quale martire, come avrebbe voluto Filippo il Bello, ma come confessore[15].

Fu sepolto nei pressi di Ferentino, nella chiesa di Sant'Antonio sita nell'abbazia celestina che dipendeva dalla casa madre di Santo Spirito del Morrone. Nel febbraio 1317,[15] le spoglie furono traslate a L'Aquila, nella basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove era stato incoronato Papa.[26] Sulla data e sulle modalità di traslazione delle spoglie vi sono tuttavia altre versioni.[27]

Il 18 aprile 1988 la salma di Celestino V fu trafugata. Due giorni dopo, venne ritrovata nel cimitero di Cornelle e Roccapassa, frazioni del comune di Amatrice. Non sono mai stati scoperti i mandanti o gli esecutori.[28]

A seguito del terremoto dell'Aquila del 2009, il crollo della volta della basilica ha provocato il seppellimento della teca con le spoglie, recuperate poi dai Vigili del Fuoco, dalla Protezione Civile e con la collaborazione della Guardia di Finanza.[29][30]

Considerazioni controverse[modifica | modifica sorgente]

Papa Celestino V

Controversi sono i pareri sulle dimissioni di Celestino V: ancora oggi infatti, gli storici sono in disaccordo sul valore da dare al gesto del pontefice.

Se si dà credito ad un'interpretazione molto popolare, ma contestata dai critici moderni e contemporanei, Dante Alighieri è quello che, forse, si espresse nella maniera più critica nei suoi confronti. Dante Alighieri avrebbe contestato a Celestino V di aver provocato, abbandonando il pontificato, l'ascesa al soglio di Bonifacio VIII, del quale egli, in quanto guelfo bianco, disapprovava profondamente le ingerenze in campo politico. Secondo questa ipotesi, infatti, sarebbe proprio Celestino V il personaggio nel III Canto dell'Inferno di cui si dice che:

« Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. »

(Dante Alighieri, Divina Commedia: Inf. III, 58/60)

Occorre però precisare che Dante applica il concetto di viltà a personaggi tanto diversi da Celestino (ad es. Esaù e Ponzio Pilato) e i versi sono soggetti a diverse interpretazioni.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Che fece per viltade il gran rifiuto.

Francesco Petrarca invece diede di questo gesto un'interpretazione diametralmente opposta, ritenendo che si dovesse considerare «...il suo operato come quello di uno spirito altissimo e libero, che non conosceva imposizioni, di uno spirito veramente divino».[31]

Celestino V in letteratura[modifica | modifica sorgente]

La figura di Celestino V è stata trattata da:

  • due suoi discepoli, che hanno scritto la sua biografia, la più antica ed accurata, nota come Vita C;
  • Jacopone da Todi, che al momento dell'elezione, gli dedicò una nota lauda, in cui si domandava cosa avrebbe fatto il nuovo papa e se fosse stato all'altezza del compito e che inizia così:
« Que farai, Pier da Morrone?

Èi venuto al paragone.
Vederimo êl lavorato
che en cell'ài contemplato.
S'el mondo de te è 'ngannato,
séquita maledezzone. »

  • Vincenzo Spinelli, che fu abate e procuratore generale dell'ordine, scrisse la Vita di S. Pietro del Morrone Papa detto Celestino V nel 1664;
  • Ignazio Silone, che alla vita di Celestino V ha dedicato il libro: L'avventura di un povero cristiano;
  • L. Ceccarelli e P. Cautilli, che hanno dedicato ai supposti segreti di Celestino V il libro: La Rivelazione dell'Aquila;
  • Angelo De Nicola, che alla sua figura ed al suo messaggio di pace, nonché alla Perdonanza, ha dedicato il "romanzo storico virtuale": La missione di Celestino.

Il titolo di un famoso romanzo new age degli anni novanta che sembra alludere a questo personaggio, La profezia di Celestino, è frutto in realtà di un errore di traduzione dall'inglese The Celestine Prophecy (letteralmente "La Profezia Celestiale").

Ricognizione Canonica del 2013: i nuovi paramenti e il pallio di papa Benedetto XVI[modifica | modifica sorgente]

Le spoglie di Papa Celestino V dopo la ricognizione canonica: attorno alle spalle, il pallio di papa Benedetto XVI

A seguito della peregrinatio delle spoglie di Celestino V per le diocesi di Abruzzo e Molise, avvenuta dopo il terremoto del 6 aprile 2009, la maschera di cera che ricopriva il volto del Santo mostrava evidenti segni di scioglimento.

Per fronteggiare questo problema, l'Arcidiocesi di L'Aquila ha effettuato nel 2013 una ricognizione canonica dei resti mortali di Celestino, in particolare della scatola cranica, al fine di poter ricostruire, grazie all'aiuto di strumentazione scientifica, le vere fattezze del suo volto.[32] La maschera in cera, irrimediabilmente deteriorata, è stata pertanto sostituita da una nuova in argento. Anche i paramenti settecenteschi del Santo sono stati sostituiti con altri di produzione moderna, e che richiamano stilisticamente le fattezze dei signa pontificalia medioevali. Questa ricognizione è stata inoltre l'occasione per porre sul corpo di San Pietro Celestino il pallio che Sua Santità Benedetto XVI indossò il giorno dell'inizio del suo ministero petrino e che egli stesso donò al suo predecessore allorquando venne in visita a L'Aquila il 28 aprile 2009, pochi giorni dopo il sisma.

Il corpo di Celestino V è stato restituito alla sua Basilica di Santa Maria di Collemaggio in L'Aquila il 5 maggio 2013,[33] in occasione del settecentesimo anniversario della sua canonizzazione, avvenuta il 5 maggio 1313 da parte di papa Clemente V.

Tra il 2013 e il 2016, essendo tale edificio chiuso per i lavori di ricostruzione e restauro, le spoglie del Santo sono custodite presso la basilica di San Giuseppe Artigiano, nel centro storico della città.

Genealogia episcopale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Genealogia episcopale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 525; Claudio Rendina, I papi, p. 504
  2. ^ a b C. Rendina, I Papi. Storia e segreti, pa. 30.
  3. ^ Biografia di papa Clemente nell'Enciclopedia dei Papi Treccani
  4. ^ Biografia di papa Ponziano nell'Enciclopedia dei Papi Treccani
  5. ^ a b Liber pontificalis, Edizione Duchesne.
  6. ^ (EN) Pope St. Silverius in Catholic Encyclopedia, Encyclopedia Press, 1917.
  7. ^ (EN) Pope Benedict IX in Catholic Encyclopedia, Encyclopedia Press, 1917.
  8. ^ (EN) Pope Gregory VI in Catholic Encyclopedia, Encyclopedia Press, 1917.
  9. ^ Scritta dai confratelli del Papa, ne esistono tre redazioni la più antica delle quali è codificata con Vita C. Le redazioni A e B sono dei rimaneggiamenti successivi. CELESTINO V in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 2 marzo 2013.
  10. ^ John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 524; Claudio Rendina, I papi, p. 502
  11. ^ Un documento parla della nascita di Celestino V «... in un castello di nome Sancto Angelo...», tradizionalmente interpretato come Sant'Angelo Limosano, ma gli abitanti di Sant'Angelo in Grotte ritengono si parli del loro borgo
  12. ^ A metà dell'Ottocento, per l'esattezza in virtù di un Regio Decreto del 22 gennaio 1863, al suo posto sono sorte due diverse amministrazioni: Sant'Angelo d'Alife e Raviscanina. Riferimenti a queste rivendicazioni sono in:
    • Domenico Caiazza, Il segreto di San Pietro Celestino delle origini e formazione di Pietro degli Angeleri Papa Celestino V, quaderni campano-sannitici VI, ed. Ikona, 2005
    • Archivio dell'Abbazia della Ferrara
  13. ^ a b c d e Sede suburbicaria
  14. ^ Claudio Rendina, La vita segreta dei Papi, Mondadori, Cap. 17: "L'invenzione dell'Anno Santo", p. 87,
  15. ^ a b c d John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 526
  16. ^ CELESTINO V in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 22 febbraio 2013.
  17. ^ Tratto da www.operacelestiniana.org (versione italiana) e da http://www.ghirardacci.it/ (versione latina)
  18. ^ Martin Bertram, Die Abdankung Papst Cölestins V. und die Kanonisten in "Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechts-geschichte", Kanonistische Abteilung, 56, 1970: 1-101; Valerio Gigliotti, Fit monachus, qui papa fuit: la rinuncia di Celestino V tra diritto e letteratura in "Rivista di storia e letteratura religiosa", 44. 2008: 257-323.
  19. ^ Claudio Rendina, I papi, p. 505
  20. ^ Martin Bertram, Die Abdankung... cit.; Valerio Gigliotti, Fit monachus, qui papa fuit; John R. Eastman, Papal Abdication in Later Medieval Thought, Lewiston, New York, 1990.
  21. ^ Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli Editore, 1904.
  22. ^ [1]
  23. ^ Ottorino Gurgo, Celestino V e gli spirituali, 1998, ISBN 8887303002. pp. 7-8
  24. ^ Celestino V non è stato ucciso: «Il foro sul cranio è naturale» - Il Messaggero
  25. ^ Il Papato fatto carne. La fuga di Celestino V e una nuova lettura della teologia di Bonifacio VIII.
  26. ^ Claudio Rendina, I Papi, p. 506
  27. ^ Secondo altri autori (vedi Sito ufficiale della Parrocchia di Sant'Agata. URL consultato il 1º giugno 2010. ove si fa riferimento ad un anonimo autore del XIV secolo, ripreso dai Padri Bollandisti in un volume del 1897) le spoglie di Celestino V, dopo esser state trasferite dalla chiesa abbaziale di Sant'Antonio alla chiesa di Sant'Agata a Ferentino, sarebbero state trafugate e trasferite nottetempo alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L'Aquila e ciò sarebbe avvenuto nel 1327 anziché nel 1317 (per la precisione, le spoglie sarebbero state accolte a L'Aquila il 13 febbraio di quell'anno).
  28. ^ Una lapide marmorea nel cimitero di Cornelle e Roccapassa ricorda così l'evento: «A ricordo di Papa S.Celestino V, Pietro da Morrone 1215-1294. Uomo umile le cui spoglie mortali trafugate dalla Basilica di Collemaggio dell'Aquila hanno riposato in questo luogo Sacro nei giorni 17, 18 e 19 aprile 1988. I cittadini di Roccapassa e Cornelle»
  29. ^ Sotto macerie teca con Celestino V in ANSA, 09 aprile 2009. URL consultato il 9 aprile 2009.
  30. ^ Recuperate spoglie di Celestino V in Corriere della Sera, 09 aprile 2009. URL consultato il 9 aprile 2009.
  31. ^ Citato in: Claudio Rendina, I papi, Ed. Newton Compton, Roma, 1990, p. 505.
  32. ^ Arcidiocesi di L'Aquila - sede metropolitana - La ricognizione delle spoglie di Celestino V
  33. ^ Celestino V torna a Collemaggio - Photostory Primopiano - ANSA.it

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Jacopo Stefaneschi, Opus Metricum, dell'uomo di Curia e, dal 17 dic. 1295, cardinale Iacopo Caetani Stefaneschi, testimone oculare dell'elezione e del pontificato di Celestino V. Fu scritto, in tre parti, tra il 1294 e il 1314; è pubblicato in F. X. Seppelt, Monumenta Coelestiniana, Paderborn 1921, pp. 3 ss. e riedito con correzioni (anche peggiorative) da R. Morghen, Il cardinale Iacopo Gaetani Stefaneschi e l'edizione del suo Opus metricum, in Bull. dell'Ist. stor. italiano per il Medio Evo, XLVI (1931), pp. 1 ss.
  • (DE) Martin Bertram, Die Abdankung Papst Cölestins V. und die Kanonisten, in "Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechts-geschichte", Kanonistische Abteilung, 56, 1970: 1-101.
  • (EN) John R. Eastman, Giles of Rome and Celestine V: The Franciscan Revolution and the Theology of Abdication, "The Catholic Historical Review", 76, 1990: 195-211.
  • Ludovico Gatto, Tra Celestino e Bonifacio VIII. Note su un'inedita vita celestina, "Bollettino dell'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano", 69, 1957: 303-317.
  • Ludovico Gatto, Eleonora Plebani, Celestino V, pontefice e santo, Roma, 2006.
  • Ludovico Gatto, Eleonora Plebani, Celestino V: cultura e società (Ferentino, 17 maggio 2003). Roma, 2007.
  • Valerio Gigliotti, La renuntiatio papae nella riflessione giuridica medioevale secc. XIIIXV): tra limite ed esercizio del potere, in «Rivista di Storia del diritto italiano», LXXIX (2006), Roma, Fondazione Sergio Mochi Onory per la Storia del diritto italiano 2007, pp. 291–401.
  • Valerio Gigliotti, Fit monachus, qui papa fuit: la rinuncia di Celestino V tra diritto e letteratura, in "Rivista di storia e letteratura religiosa", 44. 2008: 257-323.
  • Valerio Gigliotti, La rinuncia alla tiara nel medioevo: tra scientia Dei e scientia iuris, in "Luoghi del giure. Prassi e dottrina giuridica tra politica, letteratura e religione". Atti della Giornata di Studio, Bologna, Università degli Studi, Facoltà di Giurisprudenza, Sala delle Feste, 30 maggio 2008, a cura di B. Pieri e U. Bruschi, Bologna, Gedit Edizioni 2009, pp. 219–265.
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  • Peter Herde, Celestino V, in "Storia della Chiesa, XI, La crisi del Trecento e il papato avignonese (1274-1378)", a cura di D. Quaglioni, Milano 1994: 93-127.
  • Peter Herde, I papi tra Gregorio X e Celestino V: il papato e gli Angiò, in "Storia della Chiesa" 11, 1994: S. 23-91.
  • John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Casale Monferrato (AL), Edizioni Piemme, 1989 ISBN 88-384-1326-6.
  • (FR) Jean Leclercq, La rénonciation de Célestin V et l'opinion théologique en France du vivant de Boniface VIII, in "Revue d'Histoire de l'Église de France", 25, 1939: 183-192.
  • Giorgio Leocata, Il Papa rubato, L'Aquila, 1989.
  • Claudio Rendina, I papi, Roma, Ed. Newton Compton, 1990.
  • Ignazio Silone, L'avventura di un povero cristiano, Mondadori, Milano 1998.

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Papa Niccolò IV 5 luglio 1294 - 13 dicembre 1294 Papa Bonifacio VIII

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