Pietro di Giovanni Olivi
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Il frate Pierre de Jean-Olieu (Sérignan, ca. 1248 - Narbona, 14 marzo 1298), conosciuto spesso con il nome italianizzato di Pietro di Giovanni Olivi, fu un predicatore e teologo francescano vissuto nella seconda metà XIII secolo.
Nato a Sérignan, in Linguadoca, entrò molto giovane nel convento dei Frati Minori di Béziers. Studiò teologia a Parigi dove fu allievo di Bonaventura.
L'Olivi collaborò alla redazione della lettera bollata Exiit qui seminat di papa Niccolò III (promulgata il 14 agosto 1279) in cui si affermava l'assoluta povertà di Cristo e degli apostoli e la coerenza evangelica della scelta di totale povertà dei Francescani (cui era lecito raccogliere elemosine in denaro per il nutrimento dei malati, il vestito, la costruzione dei conventi e l’acquisto di libri). Con questa lettera veniva anche istituita la figura del procuratore di nomina pontificia per l'amministrazione dei beni dei Francescani, che a nessun titolo potevano essere proprietari dei beni che usavano.
A partire dal 1282 nell'ambito della Comunità (la corrente maggioritaria dei Francescani, che sosteneva una applicazione meno rigida della Regola di san Francesco) si cominciò a discutere del fatto l'Olivi potesse essere eretico. Una commissione di sette frati dell'Università di Parigi condannò come eterodosse ben trentaquattro sue affermazioni, estratte da suoi scritti e senza riferimento al contesto. Il capitolo generale francescano, convocato a Montpellier nella Pentecoste del 1287 ascoltò la difesa dell'Olivi e lo sciolse da ogni accusa.
Tra il 1287 e il 1289 egli fu professore di teologia (lector) presso il convento francescano di Santa Croce a Firenze, dove ebbe come studente anche Ubertino da Casale e probabilmente ebbe qualche contatto con il giovanissimo Dante Alighieri. Risale a questo periodo la stesura di un notevole commentario all'Apocalisse, la Lectura super Apocalypsim (in seguito conosciuta anche come Postilla), in cui l'ispirazione gioachimita era evidente: la storia della Chiesa è descritta come una continua lotta tra carnalità e spiritualità, lotta che si dispiega attraverso diverse epoche in successione. Nel 1298 venne trasferito a Montpellier, dove rimase fino alla morte, sempre impegnato nell'insegnamento della teologia.
Anche se si muoveva su posizioni molto "spinte" in termini di critica alla "Chiesa carnale", l'Olivi non si pose mai in contrapposizione con le autorità gerarchiche: riconobbe la validità della abdicazione di papa Celestino V e quindi l'effettiva autorità del grande nemico dei Francescani Spirituali, il papa Bonifacio VIII.
Intorno all'Olivi si formarono circoli di uomini e donne devote (Beghini) che attingevano dalla spiritualità del loro maestro indicazioni di vita, soprattutto circa il modo di gestire il rapporto con il denaro. L'Olivi è uno dei primi intellettuali cattolici medievali ad affrontare il tema del denaro e del prestito ad interesse (fino ad allora condannato, almeno formalmente, come usura).
La sua riflessione si muoveva anche sul tema della povertà francescana: la lettera bollata Exiit qui seminat aveva infatti risolto (in modo definitivo, apparentemente) il problema della proprietà dei beni dei Francescani, dichiarando che tutti i beni dei Frati Minori appartenevano alla Santa Sede che ne concedeva l'uso ai frati; eppure, secondo Pietro di Giovanni Olivi, la vera questione era proprio quella dell'uso che si faceva dei beni (la questione dell' usus pauper) e non delle modalità del possesso.
L'Olivi morì nel 1298 e ben presto la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi e luogo in cui si diceva avvenissero miracoli. Le sue opere cominciarono a circolare anche in traduzione volgare.
Il 6 maggio 1312 il Concilio di Vienne promulgò il decreto Fidei Catholicae Fundamentum, in cui venivano esaminate tre tesi teologiche sostenute dall'Olivi: veniva riaffermata la dottrina tradizionale cattolica circa l'essenza divina, l'anima come forma del corpo e gli effetti del battesimo dei bambini, ma non ci fu ancora una condanna esplicita dell'Olivi. Tale condanna venne invece con papa Giovanni XXII (1316-1334), quando ormai l'Olivi era diventato una delle autorità principali cui si rifacevano i Francescani (difensori della della assoluta povertà di Cristo nella disputa contro i Domenicani) ma anche i sostenitori dell'imperatore Ludovico il Bavaro in contrapposizione al Papato. La tomba dell'Olivi venne distrutta nel 1318 su ordine del Papa stesso, i suoi resti furono dispersi e diverse frasi della Lectura super Apocalypsim vennero condannate come eretiche ancora nel 1326.
La figura di Olivi fu oggetto di interpretazioni divergenti e spesso addirittura opposte, nei secoli successivi. Lo storico del cristianesimo Ignaz Döllinger, oppositore del dogma della infallibilità papale, affermò che per Olivi «la Chiesa che esiste oggi, cioè la Chiesa romana, è carnale e sarà progressivamente distrutta, in modo che progressivamente sia edificata la Chiesa spirituale». Per lo storico francese Ernest Renan Pietro di Giovanni Olivi era «un religioso esaltato ... secondo il quale questa Chiesa comunemente chiamata universale, cattolica e militante, è la Babilonia impura». Secondo il teologo Henri de Lubac, invece, (con maggiore coerenza nei confronti dei testi di Olivi giunti fino a noi, ma anche con l'evidente preoccupazione di salvare Olivi da ogni accusa di gioachimismo) al francescano «si deve il primo trattato specifico sulla infallibilità papale, ... di una ortodossia perfetta. [Olivi] non aveva mai dato il minimo spunto ai detrattori della Chiesa gerarchica e ... fu in persona per tutta la vita un modello di obbedienza».[1]
[modifica] Note
- ^ Henri de Lubac, La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore, Milano, Jaca Book, 1981, pp. 127-128 (da qui sono riportate anche le citazioni di Döllinger e Renan).

